mercoledì 26 giugno 2013

Dopo il caso Delnievo, la prevenzione verso il rientro dei combattenti in Siria



Qualche giorno fa è giunta in Italia la notizia di un nostro connazionale morto in Siria, combattendo con l'ala oltranzista della ribellione contro il regime di Bashar al-Assad. "Giuliano Delnevo, 23enne genovese, si era convertito all'islam nel 2008. Di famiglia non musulmana, si era avvicinato alla causa probabilmente grazie alla predicazione online, in un percorso che lo aveva portato alla radicalizzazione e ad avvicinarsi a gruppi estremisti." (vedi la sua storia qui)
Giampiero Massolo, direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) sottolinea come l'Italia non sia un "bacino di reclutamento", ma che il rischio di una radicalizzazione autonoma sia pur sempre presente. Il vero problema non è infatti l’uscita di italiani verso la Siria, ma soprattutto il rientro di cittadini europei, o meno, che dalla Siria rientreranno in futuro in Europa, molti dei quali passando dall’Italia.
Il punto critico, su cui si sono allertate alcune nazioni europee, i loro ministri degli Interni e la Commissione Europea è infatti il numero crescente di combattenti stranieri (foreign fighters) in Siria: il 90% arriva da paesi come Libano, Yemen e dal Nord Africa, il 10% arriva invece proprio dall’Europa. La vera preoccupazione è connessa ai rischi del loro rientro nei rispettivi paesi di questo 10% e di una parte del restante 90% come migranti. Un parte di loro, potrebbe infatti rappresentare un serio pericolo per la sicurezza interna ai vari paesi UE, trattandosi di soggetti, non solo radicalizzati, ma dotati di una esperienza fattiva di combattimento che può trasferirsi nei nostri paesi.
Si tratta allora di attivare delle misure preventive rivolte ad una adeguata formazione verso tutti coloro che lavorano alle frontiere, in modo particolare alle nostre complicate frontiere, come Lampedusa. Gli stessi cittadini europei infatti non potrebbero tornare nei rispettivi paesi per via legale, essendo molti già conosciuti come espatriati in Siria.
Tali misure preventive riguardano una attività di formazione atta a fornire una piena consapevolezza di questa pericolo ai soggetti coinvolti a vario titolo nelle attività di frontiera e immigrazione: dalla polizia al personale sanitario e di soccorso, dalle ONG che svolgono attività di accoglienza e supporto ai migranti, ai leader delle comunità locali e a quelli religiosi.
La "Rete sulla consapevolezza dei problemi della radicalizzazione" (RAN), istituita dalla Direzione Generale Affari interni della Commissione Europea, sta raccogliendo proposte e progetti concreti per attivare tali misure preventive. C’è da augurarsi che il nostro governo le faccia poi proprie non contando solo sulle sue ottime capacità di intelligence, che per altro, fino ad oggi, ci hanno messo al riparo da attentati terroristici di matrice jihadista.

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