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domenica 16 dicembre 2018

Antonio Megalizzi che non è Sisto Malaspina: o della differenza di trattamento tra vittime

VITTIME E MEDIA

 

 Non è piacevole, in ogni attentato terroristico che coinvolga italiani, avere conferma puntuale delle mie osservazioni sulla percezione sociale delle vittime del terrorismo ( su Rassegna Italiana di Criminologia RIC, N.4 Dec 2017). 

Nell'attentato di Melbourne del 9 novembre scorso la notizia che sia rimasto colpito l'italiano Sisto Malaspina è durata poche ore ed è stata addirittura omessa in alcuni telegiornali nazionali; nel caso di Antonio Megalizzi abbiamo invece un'ampia copertura mediatica. 

Qui il brano che spiega il motivo della differenza di trattamento che alle vittime in generale non fa mai bene.



" (...) Riprendendo invece il tema della percezione degli attentati terroristici e le relative vittime da parte dell'opinione pubblica, ci sono altri aspetti, e altri ancora sono certo che mi saranno sfuggiti, tra i quali segnalo i limiti spaziali e temporali in cui si manifesta la solidarietà alle vittime: a) si svolge nella prima immediatezza dell’attentato, per scemare più o meno rapidamente ; b) è circoscritta geograficamente in un perimetro più o meno grande.

Il primo di questi fattori è la copertura mediatica temporale; l’attenzione dell’opinione pubblica dura fino quando giornali e televisioni ne parlano, ma non solo, l’eco permane anche in considerazione dalla personalità della vittima. Quando essa è un giornalista (pensiamo al rapimento dei reporter Giuliana Sgrena e Domenico Quirico, o alla redazione di Charlie Hebdo), una parte del mondo dell’informazione assurge, almeno temporaneamente, al ruolo di associazione delle vittime, attivandosi per le allargare la solidarietà nello spazio e nel tempo. Manifestazioni pubbliche e corali in molti paesi europei per un attentato sul suolo continentale ci sono state solo dopo Charlie Hebdo, nel gennaio 2015, anche se quell’attentato non è stato sicuramente il più grave inferto alla Francia o al nostro continente. Analogamente la reazione dei media verso i rapiti da organizzazioni terroristiche è asimmetrica rispetto alla richiesta di silenzio stampa che il governo richiede in tali circostanze: se il rapito è un giornalista la richiesta è attenuata o addirittura elusa, se non è giornalista, o in qualche modo esponente di un gruppo in grado di esercitare pressione sui media, la richiesta viene accondiscesa.

Un’altra osservazione empirica ci informa dello spazio; quanto più l’attentato è lontano dalla nostra area di prossimità, quella percepita dall’opinione pubblica dai confini nazionali ed europei, tanto meno si esprime solidarietà verso le vittime. Attentati che hanno colpito giovani vite, simili a quelli di Manchester (2017) o dell’isola di Utoya (2011), se accadono fuori dai confini europei hanno una minima eco sui media e sull’opinione pubblica. Con l’eccezione del rapimento di 276 ragazze nigeriane da parte dei Boko Haram nel 2014 che ha sollevato una vasta campagna in loro sostegno “BringBackOur Girls” partecipata da testimoni del calibro di Michelle Obama, la norma è rappresentata dal fallimento di rendere virale la solidarietà in fatti quali l’attentato al parco di Lahore in Pakistan nel 2016 che ha colpito 30 bambini tra le 72 vittime, o quello al campus universitario di Garissa in Kenia nel 2015 che ha ucciso 150 persone, in maggioranza studenti. Le stesse vittime italiane dei recenti attentati sono riconosciute in modo non dissimile, a seconda che l’attentato sia avvenuto geograficamente vicino o lontano. Vanessa Solesin, la studentessa veneziana uccisa al Bataclan di Parigi nel 2015 ha provocato maggiori partecipazioni di quelle, l’anno successivo, verso i nove italiani massacrati in un ristorante di Dacca, in Bangladesh. Il dato potrebbe essere avvalorato dalle metriche sui trend italiani degli hashtag su Twitter #PrayForParis e #PrayForDhaka." (...)

martedì 26 settembre 2017

Social Perception of the Victims of Terrorism

Draft essay for the Italian review "Rassegna Italiana di Criminologia".

Abstract

Only in the last decade - since the establishment of the Memorial Day for the victims of terrorism  in 2007 -  arises the growing centrality of the victims in the Italian debate. The essay tries to explain the reasons for this delay, thirty years from the so called  'lead years' (1969-1987), and the various problems of social perception of the victims of this particular crime. Starting from the personal experience of the author, the Aiviter association's documentation, and the scarcity of scientific literature available, various forms of double victimization and victim blaming are highlighted and got in touch with mass-media, politics and the difficulty of exiting the conflict, because a lack of reconciliation process.


martedì 11 luglio 2017

Charlie e gli 11.0000. Ovvero Storytelling Vs Ricerca


Una singola storia, ad esempio quella del piccolo Charlie che sta attirando l'attenzione e schierando fiananco i leader mondiali, appassiona assai più dei numeri; ad esempio 11.000, il numero dei bambini siriani uccisi dal regime di Assad solo dall'inizio del conflitto alla fine del 2013 (Oxford Reseach Group). 
Una storia di cui sappiamo i nomi, i ruoli dei personaggi con i loro desideri e sofferenze, è una notizia sulla quale discutere e accalorarsi. I numeri freddi di una strage che introduce una nuova fattispecie di terrorismo di Stato in quanto mira a piegare la popolazione colpendo intenzionalmente i bambini, è un fatto che non accalora nessuno, salvo i diretti interessati. 
Scrivo questo non per sterile moralismo, ma per far notare come, di fronte ai fatti che ci presenta il mondo, siamo assai più attratti e coinvolti dello storytelling propinato dai media che dai dati empirici, propinati dalla ricerca. 
Questa dinamica, ben nota alle scienze cognitive, per cui siamo "predisposti" assai più al linguaggio delle storie che a quello dei numeri, ha importanti riflessi nella nostra selezione dei fatti, nella loro interpretazione/percezione e, in ultima analisi, sulle scelte politiche che ciascuno di noi poi compie.

p.s. lo stesso caso denota bene la distonia tra sentimento e scienza: il piccolo è ormai una cavia preda di egoismi e protagonismi estremi.

lunedì 16 gennaio 2017

Deumanizzazione. Come si legittima la violenza


Il libro di Chiara Volpato, docente di psicologia sociale a Milano, è un percorso ragionato tra le ricerche svolte a livello internazionale, sul concetto e le pratiche di deumanizzazione: cioè su  tutti gli atteggiamenti, i comportamenti, le pratiche sociali e le narrazione massmediatiche che, o in maniera aperta e violenta, oppure sottile e subdola, escludono, discrimina o minacciano, fino all’annichilimento, l'altro: i gruppi diversi dal nostro  - l'oppositore, il nemico, il diverso - con metafore di natura, di volta in volta, animale, sovrumana, strumentale, meccanicista o biologica.

Un’attività, quella di disumanizzare, che l’Autrice ci pone con suggestione all’origine della nostra stessa specie nell’incipit del saggio.





Moltissime le ricerche che vengono riportate in relazioni ai vari conflitti: da quelli coloniali dell’età moderna, fino alle più recenti guerre, dove - ad esempio - vengo evidenziate similitudini tra le metafore verso i nemici come animali, malattie, mostri, utilizzate durante la seconda guerra mondiale sia dai nazisti per descrivere gli ebrei  che dagli americani per descrivere i giapponesi e poi quelle, dagli stesse americani, durante la Guerra al Terrorismo, per descrivere i terroristi islamisti.

Ho trovato curiosa un lacuna, forse dovuta al fatto che il saggio è del 2011, relativa a tutta la  mole di recenti studi sul processo di radicalizzazione violenta cui molti ricercatori di psicologia sociale, e non solo, si sono dedicati analizzando le biografie dei terroristi, soprattutto dopo l’11 settembre.  Studi nei quali, al di là dei differenti modelli proposti, tutti identificano nell’ultimo scalino del processo proprio la completa deumanizzazione del nemico che rende il radicalizzato un terrorista pronto ad uccidere un suo simile innocente. 

Particolarmente interessante l’ultimo capitolo in cui sono evidenziate le prospettive di ricerche, tra le quali quelle che definisce “Strategia di resistenza (…) per contrastare il fenomeno” e per alimentare le quali sottolinea, forse con un po’ di ingenuità accademica, il fondamentale apporto di cui si devono fare carico il livello istituzionale, quello politico e quello dei mass-media. A me pare che molto del lavoro che l’Autrice propone, dal riconoscimento e la denuncia del fenomeno, alle strategia di umanizzazione delle vittime e quelle di rimodulazione inclusiva ed empatica del linguaggio, sia in vero più compito della società civile.

In ogni caso, siamo di fronte ad un saggio utile che fornisce moltissimi stimoli. Peccato che l’editore lo abbia “deumanizzato” privandolo di un indice e di una bibliografia dettagliata.
 
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Deumanizzazione
Come si legittima la violenza
Edizione: 20164
Collana: Universale Laterza [919]
ISBN: 9788842096047

lunedì 23 gennaio 2012

Omaggio a Marshall McLuhan


21 luglio 2011

Oggi è il giorno che dovrebbe celebrare l'importanza dei mass media nella storia umana. Esattamente 100 anni fa nasceva infatti Marshall McLuhan,  e prima che scocchi la mezzanotte, un breve omaggio. La recensione della biografia scritta da D. Coupland: You Know Nothing of My Work! che ci ricorda come le scienze umane siano premessa indispensabile alla riflessione sulle tecnologie.

"One must remember that Marshall arrived at these conclusions not by hanging around, say, NASA or I.B.M., but rather by studying arcane 16th-century Reformation pamphleteers, the writings of James Joyce, and Renaissance perspective drawings. He was a master of pattern recognition, the man who bangs a drum so large that it’s only beaten once every hundred years.” ~ Douglas Coupland

Alla sua più famosa massima, oggi ne preferiamo una più amara e letteraria:
"Oggi i modelli di eloquenza non sono i classici, ma le agenzie pubblicitarie".

Sei mesi dopo proponiamo questo omaggio ispirato a “The Mechanical Bride” con una seconda massima: 
"Oggi il tiranno non governa più con il bastone o con il pugno di ferro ma, travestito da ricercatore di mercato, pascola il suo gregge sui sentieri della praticità e della comodità"