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sabato 5 febbraio 2022

Model Legislative Provisions For Victims of Terrorism


The Model Legislative Provisions were developed starting in 2020 under the Inter-ParliamentaryUnion(IPU)-United Nations Joint Programme on Countering Terrorism and Violent Extremism, which supports parliamentary actions on counterterrorism and preventing violent extremism through a“whole-of-society” approach. The project was implemented by the IPU, UNOCT and UNODC, in close cooperation with United Nations entities, victims, civil society organizations and regional parliamentary organizations, such as the Parliamentary Assembly of the Mediterranean, the Parliamentary Assemblyof the Organization for Security and Cooperation in Europe and the Inter-Parliamentary Assembly of Member Nations of the Commonwealth of Independent States.

The purpose of the Model Legislative Provisions is to provide guidance on the implementation of laws and procedures to support adaptation in different countries, as well as provide suggestions for formulating provisions based on various legal systems, as necessary. They are also intended to systematize and promote the exchange of information between Member States regarding good practices supporting and protecting victims of terrorism. 

The Launch of the Model Legislative Provisions tooke place virtually on Friday 4 February 2022 and here is my statement on behalf of Associazione Leon Battista Alberti:

The European Union, during the last decade, has developed two main legislate tools: one for victims in general and one for the victims of terrorism: the Directive n. 29 in 2012 and Directive n. 541 in 2017.
The European Commission's recent reports on the implementation of these Directives show that further progress is needed to reach the full potential of these instruments. This is mostly because of their incomplete transposition at the nation level. Most Member States, in fact, have still not fully transposed the minimum standards agreed in the EU rules. So, there are several on-going infringement proceedings for incomplete transposition of the Victims' Rights Directives against most of the EU Member States.

In Italy most of the legal support to past and present victims of terrorism is carried out by the associations of victims. They are self-help groups that for decades have been advocating for recognition, dignity, memory and truth. The effort of the Italian associations or the single victims, has focused on the recognition of rights; the historical reconstruction of the facts of terrorism, that have fallen into oblivion; the education for legality and nonviolence, and more recently, the prevention of violent extremism.

However, victims' rights are a recent conquest of legal civilization, which still need to be finalized and implemented, especially in their practical application. We still see a deep-rooted legal culture that places the offender at the center of law and prosecution. For this reason, I strongly wish that the  Model Legislative Provisions by the UN Office of Counter-Terrorism, may be a fruitful initiative for strengthen the Victims of Terrorism rights all around the world.

Thanks for your kind attention.

 

venerdì 24 settembre 2021

COP26: sull'orlo dell'abisso




Il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, nel suo messaggio all'assemblea dei giorni scorsi ha affrontato il problema del cambiamento climatico parlando di un mondo “sull'orlo dell'abisso” e ha chiesto a tutti gli Stati membri di far sì che la prossima conferenza sul cambiamento climatico, COP26, sia un successo. Una metafora e un augurio da parte di un anziano esponente cattolico e socialista, degni di quelli espressi dal movimento della giovane Greta Thunberg, che per oggi (venerdì 24 settembre) ha convocato uno Sciopero Globale dedicato proprio al COP26, per rinnovare l’ennesima richiesta di impegno delle classi dirigenti verso la crisi climatica.
Un parallelo che può paventare il saldarsi di una alleanza d’intenti inter-generazionale verso un problema che, ancor più della pandemia e dei conflitti bellici, sta assumendo contorni apocalittici.
Tuttavia, la sensibilità del capo dell’ONU rischia di essere un’eccezione per due ordini di ragioni - l’una politica, l’altra cognitiva - sulle quale è utile soffermarsi. 
La prima risiede nella natura largamente deficitaria delle istituzioni internazionali rispetto il primato nelle nazioni. La dissonanza tra le parole di Guterres o della Thunberg e quella dei capi di stato, lo abbiamo visto molte volte in questi ultimi anni, è l’orizzonte politico degli interessi: globali e a lungo temine, i primi; nazionali e a breve termine, i secondi. Sono due modalità dell’agire della politica alle quali Hannah Arendt ha fornito un’utile concettualizzazione distinguendo tra il “politico”, cioè l’attività di governo della macchina amministrativa degli stati, che si oppone alla “politeia”, cioè la possibilità di esprime politiche attraverso forme di cittadinanza attiva e diretta. Non sempre percepiamo chiaramente che i livelli nazionali agiscono in un ambito sempre più limitato alla dimensione del politico, mentre le politiche, cioè quanto incide veramente sulle nostre vite, sono frutto di complesse dinamiche internazionali. Queste ultime sono state spesso ridotte al solo globalismo del rapace capitalismo tecnologico e finanziario con le sue politiche iperliberiste, mentre in vero esiste una ricca varietà di soggetti che ha promosse politiche nei più diversi ambiti e tematiche o almeno ci ha provato. Sicuramente ci stanno provando i giovani dei Fridays For Future. Un movimento che presenta alcune novità rispetto ai suoi antecedenti e che ci porta sul terreno della seconda ragione: la dimensione cognitiva.  
La maggior parte di noi adulti e anziani in questo anno e mezzo di pandemia ha allertato i propri sensi sviluppando un’ansia da Covid19: un pericolo verso un nemico che, seppur invisibile, mette a rischio la nostra salute o la vita stessa a breve termine. A settembre 2019, l’agenzia di stampa Reuter segnalava che l’American Psychological Association era consapevole di un crescente aumento di “eco-anxiety” tra i bambini e gli adolescenti. Una forma di ansia apparentemente piuttosto anomala visto che è relativa ad un pericolo che non è solo invisibile ma neppure imminente. O meglio, clinicamente normale solo se la crisi climatica è posta in un futuro percepito da questi giovani come imminente. “Sull'orlo dell'abisso” non è quindi per loro una metafora da propaganda, ma un concreto sentire che provoca ansia e verso il quale gli adulti devono rispondere riconoscendo «le paure dei giovani e offrire loro sostegno per intraprendere azioni positive come l’adesione allo sciopero mondiale del clima dei Venerdì», secondo un altro ente di ricerca, il Climate Psychology Alliance, citato dalla stessa Reuter.
Questa eco-ansia rappresenta una capacità cognitiva di percepire i rischi delle catastrofi imminenti provocate dalla crisi climatica che noi adulti non abbiamo o fatichiamo a raffiguraci per quella incapacità dei moderni di concepire le apocalissi. Lo abbiamo visto nel secolo scorso non solo nell’incapacità di anticipare o prevenire, ma pure nei ritardi decennali che si sono accumulati prima di affrontare gli atroci traumi di Kolyma, Auschwitz o Hiroshima.  
Oggi abbiamo migliaia di ragazze e ragazzi in tutto il mondo a manifestare per strada guidati da chi ha una psicopatologia ancor più grave, la sindrome di Asperger. Dovremmo porci qualche domanda, visto che Greta rivendica la sua “malattia” come la vera normalità: «Penso che per molti versi noi autistici siamo quelli normali e il resto della gente è piuttosto strana. Non siamo molto bravi a mentire e di solito non ci piace partecipare al gioco sociale, cui voialtri sembrate così affezionati». Il messaggio è tanto serio quanto semplice, in fondo: distogliere l’attenzione dal teatrino del “politico”, con le sue propagande menzoniere, e volgerlo a una “politeia” che affronti la piena responsabilità verso le nuove generazioni. A noi anziani non lasciare soli i nostri figli e António Guterres.



venerdì 21 agosto 2020

3° International Day of Remembrance of & Tribute to the Victims of Terrorism

 

venerdì 15 giugno 2012

I Diritti Umani delle Vittime del Terrorismo

Relazione annuale presentata al Consiglio dei Diritti Umani dal nuovo Relatore Speciale, Ben Emmerson, sulla promozione e protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo.

domenica 23 novembre 2008

Il Terrorismo e i Diritti Umani Universali

Parigi 23 novembre 2008

Nel quadro del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, si è svolta la

Conferenza Internazionale
dal titolo
"Il Terrorismo e i Diritti Umani Universali"

Intervento di Luca Guglielminetti, responsabile delle relazioni internazionali AIVITER



Porto i saluti e il ringraziamento da parte dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo e del suo presidente, Dante Notaristefano, al “Mouvement pour la paix et contre le terrorisme” per l’invito a questa conferenza e a Huguette Magnis Chomsky per tutto il grande lavoro che sta svolgendo per tessere e fornire slancio ad una rete internazionale di associazioni sotto il comune denominatore della lotta al terrorismo.

Devo subito premettere che, pur parlando in questa sessione dedicata alle voce delle vittime, io non sono né vittima né parente di vittima del terrorismo, ma dal 2002 opero per l’associazione che qui rappresento nel settore della comunicazione, della didattica e delle relazioni internazionali. Quanto sottoporrò alla vostra attenzione è quindi una mia personale valutazione, maturata però a stretto contatto con le vittime e i loro problemi, e con la dirigenza dell’Associazione.
Tengo a specificarlo non solo per ordinaria precisione, ma perché la voce della vittime del terrorismo pretende un diritto alla parola che è di una natura più profonda di quello che usualmente appartiene ad ogni cittadino di un paese libero. Una profondità che proviene da un fatto di semplice evidenza: le vittime decedute non hanno voce, mentre quella dei superstiti feriti e dei familiari è incrinata a causa delle offese che con difficoltà si superano, come avviene purtroppo anche per le lesioni dei loro corpi e delle loro anime.

E’ proprio partendo da questa considerazione che prende avvio l’interrogativo che vorrei qui sottoporre a riflessione comune. Come è possibile riequilibrare la memoria dei fatti degli ex-terroristi, vivi e liberi di scrivere, con quella delle loro vittime, se queste sono morte o se la loro voce è resa labile o muta dall’offesa?
E’ vero che questo interrogativo probabilmente interessa essenzialmente i paesi, come la Spagna e l’Irlanda, oltre l’Italia, che hanno conosciuto un certo tipo di terrorismo: quello che poteva contare su una più o meno ampia simpatia ideologica di parte della pubblica opinione e dell’intellighenzia, ma l’ampliarsi delle comunità arabe in Europa potrebbe rendere il problema attuale anche nel contesto del terrorismo di matrice islamica.

Per meglio esplicare il problema della memoria riporto la riflessione di un filologo dell’Università di Torino che ha curato una recente pubblicazione sulle lettere dalla prigione dei terroristi di Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana e più volte Primo Ministro rapito e poi ucciso dalla Brigate Rosse nel 1978.
Miguel Gotor, in Lettere dalla prigionia, scrive:
«La memorialistica (degli ex terroristi) gode inoltre dello sgradevole privilegio che il “testimone integrale”, Aldo Moro, non può più dire la sua, poiché non è sopravvissuto al baratro in cui è stato gettato e ha così perduto per sempre il diritto alla parola. Perciò i suoi carcerieri di ieri possono continuare a tenerlo prigioniero oggi attraverso un uso strumentale della memoria. Un uso necessariamente funzionale ai bisogni attuali (giudiziari, politici, morali, psicologici, religiosi) di uomini liberi o in cerca di libertà, ma non alla ricostruzione storica di quanto avvenne, di un passato sul quale continuano a esercitare una monopolistica e paradossale dittatura della testimonianza».

Questa dittatura della testimonianza ha una conseguenza devastante per i sopravvissuti e i parenti, perché oggi sono loro e non gli ex terroristi in uno stato di prigionia. Prigionieri cui tocca la pena di ascoltare una periodica mistificazione dei fatti ad ogni articolo di stampa o libro pubblicato dai terroristi di ieri o dai loro ideologi.
Scriveva il fondatore e presidente della nostra associazione, Maurizio Puddu, gambizzato dalle Brigate Rosse sotto casa sua a Torino nel 1977: «… è terribilmente sgradevole ascoltare oggi nuove interpretazioni che nella realtà tendono a cambiare i fatti e il loro incontrovertibile significato».
Alle vittime del terrorismo e ai loro familiari non è quindi data la possibilità di guardare avanti: alle loro spalle troppe ombre velano una verità gravata dalla dittatura della testimonianza.
Quella stagione, comunemente definita anni di piombo, è così impossibilitata a consegnarsi alla storia «in quanto troppe verità mancano, troppe responsabilità non sono state accertate, molti attendono ancora giustizia e il dibattito resta inquinato dalle convenienze e dalle autodifese, anche quelle generazionali» scrive Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi, ucciso a Milano nel 1972.
Questa dittatura della testimonianza è stata poi amplificata dalla logica dei mass media. Sempre Mario Calabresi, nel suo libro Spingendo la notte più in là, osserva che «La disparità di trattamento tra chi uccise e chi venne ucciso è irreparabile, continua negli anni aggravata dal fatto che chi allora uccise scrive memorie, viene intervistato dalle tivù, partecipa a qualche film, occupa posti di responsabilità, mentre alla vedova di un appuntato nessuno va a chiedere come vive da allora senza marito, se ci sono figli che hanno avuto un’infanzia da orfani, se il tempo trascorso ha chiuso le ferite, il rimpianto, il dolore».

Per comprendere questa dittatura della testimonianza occorre guardare alla genesi del terrorismo nel nostro paese e comprendere l’origine di quella ampia simpatia ideologica di parte della pubblica opinione e dell’intellighenzia verso l’eversione contro l’ordinamento costituzionale dello Stato di cui ho accennato all’inizio.
Scrive il magistrato Marcello Maddalena, nel suo intervento agli atti del convegno Lotta al terrorismo:
«Non ci si deve dimenticare della cultura di quel periodo, degli insegnanti e degli ‘insegnamenti’ di quel periodo. Ricorderò ancora quanto, proprio in quegli ani bui, ebbe a dire al riguardo in un convegno di “operatori” italiani e tedeschi del diritto, un sociologo tedesco, Kielmansegg. (…) In quel convegno si parlava della RAF in Germania e delle B.R. in Italia ed una delle constatazioni emergenti da quel dibattito fu che il fenomeno del terrorismo rosso era assai più isolato in Germania che non in Italia, nel senso che in Italia si era creata, attorno al terrorismo rosso, una atmosfera culturale sostanzialmente favorevole o comunque “propiziatrice”: (...) una “moda” o una “corrente” culturale molto diffusa, soprattutto in ambienti intelletual-borghesi, tale da farvi allignare e prosperare il verbo dei terroristi.
Il nucleo di tutto questo andava ricercato – secondo Kielmansegg – in una concezione non solo non combattuta ma anzi sostanzialmente condivisa, secondo cui ogni bisogno individuale deve o dovrebbe venir soddisfatto; ed ogni bisogno “ingiustamente” insoddisfatto legittimerebbe una reazione anche al di là dei limiti della legge; una reazione violenta, quindi; quando proprio il primo insegnamento di una sana democrazia dovrebbe essere quello per cui la “democrazia” stessa si fonda su di una regola di convivenza civile a bisogni individuali insoddisfatti».

E’ quindi la cultura egemone di quel periodo a cavallo degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso che ha permesso nel nostro paese lo sviluppo del fenomeno terroristico in una dimensione incomparabile, ad esempio, con quanto avvenuto in Francia o in Germania. Parliamo infatti di oltre 200 morti e migliaia di ferimenti, rapimenti ed aggressioni senza contare il versante delle stragi fasciste e quello del terrorismo internazionale arabo.
E’ quella cultura che ha permesso ai gruppi terroristici di avere una vasta rete di simpatizzanti, oltre che di nuclei operanti: i loro fiancheggiatori sono stimati in 20.000 unità a fronte di 7.000 persone inquisite di cui 4.000 condannate con pene definitive per fatti di eversione ‘rossa’.
Ed è sempre quella cultura che, agevolando le opportunità di espressione della dittatura della testimonianza da parte degli ex terroristi, ha imposto al popolo italiano, che espresse viva e chiara la propria solidarietà verso le vittime di molti dei tragici frangenti offerti dagli eventi nazionali ed internazionali del secolo scorso, un atteggiamento di vile imbarazzo, se non di ambiguo mutismo quando si è trovato di fronte alle vittime del terrorismo interno di quei terribili anni.

Certamente, trovandomi qui a Parigi, non posso non chiedermi se dei cascami di quella cultura non siano qui precipitati a sorreggere tanta caritatevole pietà e comprensione verso i nostri terroristi latitanti. E quindi rivolgo a voi un interrogativo, parafrasando e sintetizzando l’articolo di un nostro letterato, Guido Ceronetti: come è possibile che un paese civile e laico, come la Francia, abbia e continui a offrire protezione a terroristi italiani, anche condannati con tre gradi di giudizio per reati di sangue, così ponendosi, nell'Europa d'oggi, come una enorme cattedrale pietosa che accoglie assassini e fornisce loro impunità, opportunità e patenti d'intellettuali?

Mi avvio a concludere osservando che la disamina di quella cultura fatta dal sociologo tedesco e riportata dal magistrato Maddalena, quella per cui “ogni bisogno ingiustamente insoddisfatto legittimerebbe una reazione anche al di là dei limiti della legge” ci riporta ad un tema che, in forma non giuridica, suona “ogni ribellione è priva di limiti e quindi è anche legittimata ad uccidere”, cioè l’esatto opposto della riflessione di Albert Camus, autore che so essere caro al vostro Movimento e le cui parole compaiono in ogni documento dell’Alleanza Internazionale Contro il Terrorismo.
Così oggi penso che occorra ribadire che la prima battaglia culturale contro il terrorismo passa per il concetto che ogni ribellione non può prescindere dal senso della misura, dal limite invalicabile costituito dalla vita degli altri, perché è la dismisura a giustificare il terrore: «Il bene assoluto e il male assoluto, se vi si mette quanto occorre di logica, esigono lo stesso furore».

Non certamente l’ONU e la sua Dichiarazione Universale dei Diritti Umani di cui oggi festeggiamo il 60° anniversario, ma sicuramente quella parte di cultura politica che ancora oggi idealizza, rendendoli assoluti, i diritti umani e civili, (e assai sensibile alle vittime dei crimi compiuti dafli Stati) non ha compreso che uccidere per un'ideologia è moralmente assi più riprovevole che farlo per futili motivi. Non si rende conto spesso che la ‘buona’ causa del terrorista o il suo diritto ad avere un ‘equo’ processo e trattamento penale, sono elementi il cui valore etico è ad di sotto di quello costituito dall’avere ucciso qualcuno, in nome di una realtà o un diritto che, idealizzato e reso assoluto, si pone in vero fuori da questa o da quello.
Alla dimensione tragica di chi muore ucciso da un pirata della strada o da un marito geloso, possiamo dire, parafrasando Hannah Arendt, che il terrorista - come lo Stato totalitario - con l'ideologia o la religione di turno, trasforma la vittima in un banale ingranaggio della macchina costituita dalla sua realtà artefatta, privandola non solo della vita, ma agli occhi di chi crede a quella realtà artefatta, anche della dimensione tragica che alla sua morte spetta.

Il corollario necessario è quindi che non esiste distinzione tra vittime innocenti e vittime colpevoli. Qualunque sia la presunta colpevolezza, la vittima in questione viene privata in ogni caso della possibilità di parlare e di difendersi: si trova nel dominio della dittatura della testimonianza.
Credo allora che sia un compito precipuo della nostra Alleanza Internazionale rivendicare il valore assoluto del dolore delle vittime, senza che nulla di esterno possa servire a relativizzarlo. Per utilizzare l’esortazione pronunciata da Vicenç Villatoro in occasione della 1° Giornata Europea delle Vittime del Terrorismo: «Che le vittime dei terrorismi da noi ritenuti ideologicamente più vicini o comprensibili non possano sembrarci meno vittime di coloro che sono morti o sono stati colpiti da terrorismi votati a cause che ci appaiono più lontane od odiose. L’ideologia dei terroristi non è una variabile per giudicare né la moralità del terrorismo – sempre nulla - né il dolore delle vittime».