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mercoledì 26 aprile 2017

Foreign fighters italiani e le matrici dell'estremismo violento

Gli ultimi giorni forniscono utili informazione sulla situazione torinese dei foreign fighters: quelli 'buoni' e quelli 'cattivi', ma le loro storie dovrebbero indurci a qualche riflessione sulla proposta di legge Dambruoso/Manciulli in discussione in parlamento: il rischio non è solo la radicalizzazione jihadista.




Da La Stampa apprendiamo che sul fronte siri-iracheno, da Torino, potrebbero essere partiti almeno una quindicina di miliziani pro-Isis, a cui si aggiungono quelli fermati ed espulsi come Mouner El Aoual, 29 anni, arrestato a Torino, pochi giorni fa.
Sullo stesso fronte ci sono però anche altri torinesi nel Battaglione Ait, acronimo di Antifascista Internazionalista Tabùr, che combattono con i guerriglieri curdi del Rojava che si ispirano al Pkk, la formazione irredentista che ha i suoi presidi nel Kurdistan turco al confine con la Siria. I combattenti, entrati da tempo in territorio siriano, stanno liberando la città di Raqqa ancora in mano all’Emiro del Daesh. Fanno parte dell'area anarchica Torinese e Valsusina, con legami ai centri sociali e al movimento No Tav.

"I cittadini italiani che hanno scelto di arruolarsi nelle milizie o negli eserciti regolari che combattono sui fronti più lontani, commettono un reato? Vengono perseguiti dalle procure?", si chiede il giornalista de La Stampa, Massimo Numa.
«Non esattamente. È evidente che le strutture di polizia e carabinieri e anche i servizi di Intelligence monitorano attentamente questo fenomeno in crescita da qualche tempo - spiega un investigatore - sappiamo i nomi, più o meno, perché sono dati che variano spesso, di chi combatte e con quali formazioni. Ma non viene contestato loro alcun tipo di reato. A meno che, tanto per fare un esempio, al ritorno in Italia non venissero sorpresi in possesso di armi o di documenti falsi. Per essere chiari: un cittadino italiano può arruolarsi nella Legione Straniera in Francia ed è perfettamente legale. Idem se lo fa in Ucraina o nel Rojava.
Le attività militari si svolgono fuori dalla giurisdizione italiana e dunque possono fare come vogliono, mettendo a rischio la propria e l’altrui vita».

In effetti il decreto legge del 18 febbraio 2015, n. 7, Misure urgenti per il contrasto del terrorismo, anche di matrice internazionale, introduce, oltre la pena da cinque a otto anni di reclusione per chi compia arruolamento a finalità di terrorismo,  anche la nuovissima fattispecie di reato contro il fenomeno dei foreign fighters, introdotta nel Codice penale col nome di “organizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo”, che colpisce cioè chi organizza, finanzia e propaganda viaggi che servano per compiere atti terroristici.

E' così evidente che sono le forze dell'ordine e l'intelligence a distinguere tra "foreign fighters" regolari, che partono e si arruolano con milizie ed eserciti riconosciuti, e quelli irregolari, ciò che vanno a combattere con organizzazioni terroristiche.
Un terreno comunque sottile e delicato: il diritto internazionale non ha un definizione comune di terrorismo e la storia ha mostrato più volte che quelli che in una circostanza erano considerati eroi dagli Occidentali, nel giro di qualche anno sono diventati pericolosi terroristi, come i Mujaheddin afghani ai tempi dell'invasione sovietica e poi trasformatisi in al-Qa'ida.
Osama bin Laden praised in the Independent, 1993 (license: Creative Commons)


Abbiamo poi i returnees, cioè i combattenti che rientrano  dagli scenari bellici siriano e iracheno: in Italia sono pochissimi, meno di due decine, ma non si può non evidenziare il paradosso che mentre per il rientro dei foreign fighters irregolari, cioè che tornano dalle file dell'ISIS, abbiamo strumenti repressivi come il suddetto decreto e o i discutibili procedimenti di espulsioni; per quelli regolari che hanno combattuto con i curdi, ma che al pari dei primi hanno imparato a maneggiare armi ed esplosivi, non ci sono giustamente reati imputabili, ma neppure misure di de-radicalizzazione.

Quando oggi leggiamo che "In Val Susa, nel comune di Exilles, hanno trovato casa ex combattenti delle milizie Pkk" portati lì da italiani che hanno combattuto nello stesso scenario siriano, è utile tornare a quanto scrissi nel 2014 a proposito del processo ad esponenti No TAV accusati di terrorismo. Un'accusa giustamente caduta in fase processuale, ma che evidenzia la necessità di misure di prevenzione e contrasto della radicalizzazione che affianchino quelle tradizionali dell'antiterrorismo. Sono politiche e programmi che stanno funzionando in molti paesi del mondo a patto di ritagliarle sulle necessità e i rischi reali dei vari territori, prima che i reati vengano commessi e legge e forze di sicurezza debbano intervenire.
E' quindi benvenuta la legge in discussione in Parlamento per introdurre nel nostro paese misure di prevenzione della radicalizzazione violenta (di cui potete leggere qui il testo con gli ultimi emendamenti approvati), ma il caso torinese della Valsusa evidenzia quanto sia insensato indirizzarla solo alla matrice jihadista.
I rischi e i contesti sono molteplici: c'è il mainstream internazionale  jihadista, certo, ma galassia anarchica, a sinistra, e islamofobia, a destra, potrebbero riservare brutte sorprese in Italia.





venerdì 4 maggio 2012

L'insegnamento indiretto di Osama bin Laden

Sulle lettere di bin Laden, rese pubbliche nei giorni scorsi, vale la pena soffermarsi per un dettaglio che contiene un grande insegnamento, naturalmente indiretto, dato il soggetto (!).


I documenti personali di Osama bin Laden, rilasciati dalle forze armate statunitensi, rivelano quanto fosse considerato dannoso per Al-Qaeda la potenza della testimonianza dei sopravvissuti e delle vittime del terrorismo. Quando l'ex sceicco del terrore scrive: “Se gli affiliati di al-Qaida continuano a uccidere i civili musulmani, rovineranno [tutto] e allontaneranno le persone, che potrebbero essere convinte dai nemici...”, dimostra di temere che le storie delle vittime e l'impatto negativo degli attacchi sulla vita dei civili musulmani provochino nei potenziali seguaci di Al-Qaeda una grave perdita di “fede nella jihad" e di fiducia nel metodo terrorista.
Non è quindi un caso che sia a livello di Nazioni Unite che di Commissione Europea, la lotta al terrorismo e alle forme di radicalizzazione violenza sia ormai condotta non solo con i tradizionali strumenti militari e securitari, ma anche con quelli 'civili' costituti da quegli individui che sono stati vittime del terrorismo e che formano forse il gruppo più potente di messaggeri promotori di una contro-narrativa, attraverso le loro storie personali, che, opponendosi alla propaganda, parla a tutti della 'verità profonda' sul terrorismo.

Purtroppo nel nostro paese conosciamo le difficoltà, di molteplice natura, patite nel tempo dalla vittime del terrorismo e delle stragi, e in questi giorni che si avviano verso la Giornata delle Memoria a loro dedicata, il 9 maggio, penso sia importante che chi si rivolgerà loro a vario titolo, in discorsi e commemorazioni, sappia che, a fianco della retorica del “non dimenticare”, è possibile evocare una attività virtuosa con lo sguardo rivolto al futuro. Quella della testimonianza di sopravvissuti e vittime ha infatti un valore didattico di prevenzione della violenza estremeista di ogni matrice che merita forse più strumenti di comunicazione per l'oggi che monumenti per il passato.

martedì 3 maggio 2011

Bin Laden e le sue vittime



Ieri mattina la prima email che è arrivata alla Associazione Italiana Vittime del Terrorismo proveniva dagli Stati Uniti quando là era ancora notte. Era inviata dalla figlia di una vittima degli attentati del 11/9, Carie Lemarck, con le prima brevi impressioni alla notizia della morte di Osama Bin Laden.
"Mentre siamo ancora sotto choc e abbiamo bisogno di digerire la notizia che abbiamo aspettato di ascoltare per troppo tempo, la mia famiglia non può che esprimere il sollievo che l'uomo che ha ucciso mia madre, Judy Larocque e migliaia di altri, non possono più nuocere ad alcuna altra anima viva. Ci auguriamo che l'attenzione dei media sia su coloro la cui vita egli ha preso e ai quali ha cagionato dolore incommensurabile, e non su di lui, poiché non è degno del tempo di una trasmissione."

Naturalmente tutti i media oggi sono pieni di pagine su Bin Laden e i numeri e nomi delle sue vittime sono quasi inesistenti. Ma l'amica Carie, e la sua storia, è stata almeno ricordata da Mario Calabresi al termine del suo editoriale: "Quel dolore che non si può cancellare"

martedì 22 febbraio 2011

La nemesi nell'iter di Gheddafi



Salito al potere nel 1969, Muammar Gheddafi, dopo la primi crisi petrolifera si trovò - come molti leader arabi - a gestire i giganteschi profitti derivanti dall’esportazione del greggio, con i quali finanziò gruppi armati in tutto il mondo: Irlanda del Nord, Mauritania, Rhodesia, Namibia, Isole Canarie, Oman, Angola, Sud Africa, Thailandia, Filippine, Colombia, Salvador, Kurdistan, Nuova Caledonia, Vanuati, Nuove Ebridi.
Negli anni ’70 il colonnello libico si guadagno l’appellativo di Padrino del terrorismo, istituendo addirittura un sistemi di premi ed incentivi per le operazioni terroristiche più pericolose e prestigiose, come ad esempio le gratifiche ai membri di Settembre Nero che nel 1972 presero parte all’attacco delle Olimpiadi di Monaco.

Negli anni ’80 l’ostilità americana ed atlantica verso il regime libico aveva avuto due momenti critici. Sotto l’amministrazione Carter, il 27 giugno 1980 quando dei caccia della NATO cercarono di intercettare due aerei libici, tra i quali quello presidenziale del Colonnello, abbattendo un Mig-23 libico (ritrovato sulla Sila 20 giorni dopo) e, per errore, probabilmente il volo civile IH870 diretto da Bologna a Palermo, esploso sul cielo di Ustica, causando la morte di 81 persone.
Successivamente, sotto l’amministrazione Reagan, nell’attacco a Tripoli e Bengasi del 1986 condotta dalla Sesta flotta USA nel Golfo della Sirte, dopo l’attentato a "LaBelle", la discoteca saltata in aria a Berlino ovest, provocando tre vittime e 200 feriti.


L’atto più eclatante cui il regime libico è stato accusato è la strage di Lockerbie: il volo Pan Am 103 che esplose in volo in conseguenza della detonazione di un esplosivo al plastico sopra la cittadina scozzese e dove perirono 270 persone, 189 delle quali di nazionalità statunitense.
 Successivamente, altre fonti ritengono che il mandante non fu la Libia, come reputavano inglesi ed americani, ma l’Iran, come ritorsione per l’abbattimento per errore di un aereo di linea iraniano avvenuto il 4 luglio 1988 da parte della nave da guerra USA “Vincennes”. Come riportato anche da una intervista all’ANSA del giudice Priore, l’ideatore dell’attentato fu il capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina – Comando Generale (FPLP_CG) Ahmed Jibril, che trovandosi a corto di fondi per la sua organizzazione si rivolse agli iraniani, inviando a Theran il suo emissario Halef al-Dalkamuni a trattare con i ministro degli Interni Machtashimi Four, per ottenere fondi in cambio dell’attentato.

Un altro attentato, che viene spesso dimenticato, è invece di chiara matrice libica, le cui origini risalgono a quando dal 1973 Gheddafi portò avanti il piano di costituzione di una repubblica sahariano sotto l’egemonia libica e si intromise nel conflitto del Ciad fino a quando, nel 1985, la riduzione dei ricavi dei petroldollari non lo costrinse a desistere.
Il 19 settembre 1989 per ritorsione contro la Francia che si era opposta all’espansione libica in Ciad, viene fatto esplodere il Dc-10 della compagnia privata francese Uta, in volo da Brazzaville a Parigi, precipitato nel deserto africano del Tenerè e causando la morte di 170 persone di 18 nazionalità, tra i quali 9 italiani.

Un relazione con il colonnello libico al tempo del conflitto in Ciad è assai probabile che esista con uno dei “misteri d’Italia”, quello della strage di Ustica: il disastro aereo in cui persero la vita 81 persone nel cielo tra le isole di Ustica e Ponza, il 27 giugno 1980, cui seguì il ritrovamento di un Mig libico abbattuto sulla Sila. E’ ancora il giudice Priore, che sul quel disastrò indagò tra mille difficoltà, a suggerire che si sia trattato di un operazione militare sotto copertura, fallita, atta a intercettare e colpire un volo aereo con a bordo il leader libico.

Al giungere della fine della guerra fredda, sull’onda della guerra della jihad antisovietica in Afghanistan, nasce l’odierna Jihad islamica internazionale, la rete di Osama bin Laden. Nel corso degli anni ’90 fu il Nord Africa il territorio sul quale la jihad sferrò la sua offensiva contro i regimi arabi laici e moderati: Egitto, Algeria, ma anche Libia. E’ poco noto, ma paradossalmente fu proprio il leader libico ad emanare il 15 aprile del 1989, dopo aver subito un attentato fallito, un mandato d’arresto contro bin Laden, trasmesso all’Interpol ben prima che diventasse il terrorista più ricercato dl mondo, dopo l’11 settembre 2001.


Se la finalità di Al-quaed che ci arriva dai media è la distruzione di Israele e dei suoi alleati occidentali, è noto che l’obbiettivo vero è quello della costruzione di Califfato panislamico in tutto il mondo mussulmano sunnita e quindi, come dimostrano la triste sequenza di azioni terroristiche che hanno imperversato negli ultimi 15 anni nei paesi mussulmani, assai più che in quelli occidentali, le sue azioni si rivolgono a quei paesi che vi si oppongono, come Gheddafi in Libia.
 
Questo è il motivo per cui, l’ultima fase dell’attività del colonnello si è contraddistinta dall’allontanamento dal terrorismo e dai tentativi riusciti di accreditarsi con i paesi occidentali. Pur di sviluppare rapporti commerciali con gli “infedeli”, ha pagato risarcimenti milionari sia alle famiglie delle vittime di Lockerbie che del DC10 d’Uta.

I fatti in Libia di questi giorni prescindono parrebbero la nemesi dei rapporti tra il colonnello e il terrorismo.