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giovedì 12 dicembre 2019

Commemorazione Civile vs Retorica di Stato

Una commemorazione di un attentato, con un'intera scuola sequestrata e 10 persone messe al muro e gambizzate, priva di ogni retorica in quanto nutrita della sola capacità resiliente della società civile. Gli studenti odierni raccontano quanto è successo alla SAA di Torino 40 anni fa, mentre i testimoni dei fatti di allora, le loro reazioni e i loro sentimenti. Nessuna istituzione pubblica o apparato repressivo interviene a eroicizzare lo Stato ed esorcizzare l'anti-Stato. Solo flusso di fatti, riflessioni ed emozioni, brevi e coincisi, aneddoti comici inclusi, infine sciolto in un convivium intergenerazionale.
"Un format commemorativo" unico, frutto del genio di Donatella Pacces.

venerdì 24 febbraio 2017

Corso di formazione per prevenire e contrastare i radicalismi violenti #CVE a Reggio Emilia

 




Sabato 25 febbraio 2017 ha inizio il percorso di formazione rivolto alle organizzazioni giovanili e alle nuove generazioni per confrontarsi su come prevenire e contrastare i radicalismi, promosso dal Comune di Reggio Emilia in collaborazione con Mondinsieme e sviluppato nell'ambito del progetto europeo Liaise 2 di cui l'Amministrazione comunale è partner.

Il corso di formazione sarà coordinato in collaborazione con gli esperti del Radicalization Awarness Network (Ran), la rete europea che opera per contrastare i percorsi di radicalismo e estremismo violento.

I quattro incontri in cui si articola il corso saranno tenuti da Luca Guglielminetti e Cristina Caparesi e si svolgeranno nella sede di Mondinsieme in via Marzabotto 3 a Reggio Emilia.

Comunicato stampa completo di Mondoinsieme

venerdì 27 gennaio 2017

giovedì 22 settembre 2016

venerdì 20 maggio 2016

Un comune impegno contro la radicalizzazione



Articolo stampa su La Voce del Popolo-Il nostro tempo del 20 maggio 2016 di presentazione della manifestazione "Scuola e resistenza alle narrazioni dello Stato Islamico e dell'islamofobia" che conclude il percorso didattico in 15 classi di scuole superiori nelle scuole della città metropolitana di Torino.



Resistere alle narrazioni dello Stato Islamico e dell’islamofobia

Da una parte l’uomo “nuovo”, purificatore del mondo, in rivoluzione permanente contro nemici disumanizzati da uccidere senza remora alcuna per ricostruire il Califfato. Dall’altra un’Europa ripiegata su se stessa presa tra l’incerta uscita da una lunga crisi economica e un continuo flusso di migranti e rifugiati che spinge alle sue porte.
In mezzo ci siamo noi, ma soprattutto i giovani europei, compresi i figlie e le figlie di migranti integrati di origine mussulmana, che si trovano in un flusso di narrazioni che oscilla tra la propaganda jihadista dello Stato Islamico e le espressioni pubbliche di paura dell’islamizzazione del nostro continente.
Per usare le parole del grande umanista franco-bulgaro Tzvetan Todorov: “Oggi l’islamofobia e il jihadismo si rafforzano vicendevolmente” . Di fronte a tale manicheismo è urgente resistere soprattutto negli spazi pubblici dove si formano i cittadini europei di domani, dove studiano i giovani che, come ci raccontano le cronache anche italiane, possiamo poi ritrovarci arruolati nelle file terroristiche nel ruolo di foreign fighter.
Come resistere? Con quali discorsi, valori e narrazioni?
Tzvetan Todorov, trova utile descrivere i profili di alcune figure dell’ultimo secolo: Resistenti, storie di donne e uomini che hanno lottato per la giustizia, come recita il titolo del suo ultimo saggio. Persone che hanno rifiutato di sottomettersi tanto all’aggressore che alla vendetta, come Etty Hillesum e Germaine Tillon contro il nazismo, Boris Pasternak e Alessandr Solženicyn contro lo stalinismo, Nelson Mandela e Malcom X contro la segregazione razziale, fino al pacifista israeliano David Shulman e Edward Snowden, l’informatico che ha svelato l’intrusione spionistica degli USA.
Un altro autore, Mario Giro, della Comunità di Sant’Egidio e oggi viceministro agli Esteri, ha trovato invece importante raccontare Noi terroristi, storie vere dal nord Africa a Charlie Hebdo. Le vicende dei ragazzi perduti, giovani di origine mussulmana nati e cresciuti in Europa, che a un certo punto si radicalizzano fino a diventare terroristi, come i fratelli Kouachi, Amedy Coulibaly, Kaled Kelkal insieme a quella di chi, come HM, a suo modo resistente, che giunto a Casablanca rinuncia a premere il grilletto di fronte agli occhi di alcuni bambini ebrei che lo osservano mentre si accinge ad aprire il fuoco su di loro.
Di fronte ai conflitti, al terrore, alla paura, ai discorsi ideologici, semplicistici e stereotipati, possiamo solo usare l’arma ragionevole della conoscenza, come quella fornita dai suddetti libri od altri recentemente presentati al Salone Internazionale del Libro di Torino, come quello del marito di una vittime dell’attentato al Bataclan, Antoine Leiris, che ha scritto Non avrete il mio odio.
Ma come raggiungere i giovani delle nostre scuole privi di conoscenze sulla cultura islamica, sui fenomeni globali di migrazione e quelli di radicalizzazione violenta, nonché dei complessi scenari dell’attuale politica internazionale?
Sul modello delle iniziative attuate in altri paesi e promosse, come buone pratiche, dalla Comunità Europea, con la sua rete sulla radicalizzazione (RAN), è stato avviato nel corso dell’ultimo anno scolastico un progetto di offerta formativa ad integrazione della didattica curricolare per le scuole secondarie della città metropolitana di Torino, intitolato “Islam: radici, fondamenti e radicalizzazione violente. Le parole e le immagini per dirlo.”
Promosso dall’associazione Leon Battista Alberti con la Commissione Legalità della Città di Torino, il CO.RE.IS. Comunità Religiosa Islamica, l’ASAI Associazione di Animazione Interculturale, l’ANPE Associazione Nazionale Pedagogisti, con la collaborazione del CE.SE.DI. e il supporto del Consiglio regionale del Piemonte, l’intervento ha inteso proprio chiarire ad alcune centinaia di studenti di una quindicina di classi, i fenomeni di radicalizzazione politica e ideologica quand’essi assumono la potenza devastante del terrorismo, e quelli speculari di xenofobia, razzismo e islamofobia verso i migranti e i rifugiati. Un confronto aperto con i giovani e i loro docenti partendo da coppie di parole chiave, ricorrenti nella carta stampata e sui mezzi di comunicazione più diffusi, intorno alle quali abbiamo sviluppato un ragionamento critico, storico e interculturale con l’ausilio di immagini e filmati.
I risultati di tale percorso didattico, compresa la restituzione degli studenti sotto forma di “contro narrative” frutto delle loro riflessioni, saranno presentati lunedì 30 maggio alle ore 14,30 nella sala del Consiglio regionale del Piemonte a palazzo Lascaris. Ai lavori, moderati dal presidente dell'Ordine dei giornalisti Alberto Sinigaglia, interverranno con le scuole il presidente del Consiglio regionale Mauro Laus, il Viceministro agli Esteri Mario Giro, il presidente della Comunità ebraica di Torino Dario Disegni, la consigliera delegata all’Istruzione della Città Metropolitana Domenica Genisio, lo storico Claudio Vercelli e Jalila Ferrero della Comunità Religiosa Islamica.
Luca Guglielminetti

domenica 10 aprile 2016

Terrorismo e migrazioni oggi, rischi e prevenzione

  • Dal catalogo “binario 18: #stayhumanart” promosso da Legal@rte
RISCHI E PREVEZIONE
Le ricadute sull’Europa dello scenario di guerre e flussi migratori è sotto gli occhi di tutti e prendono le forme e i nomi di una serie di rischi diversi: la stessa tenuta dell’Unione europea, quella dei suoi trattati (Schengen) e dei suoi valori comuni; la coesione sociale dei singoli Stati membri, minacciata da xenofobia, nazionalismi e populismi che raggiungono sempre più alti livelli politici; e la minaccia terroristica con annesse le varie forme di radicalizzazione violenta che coinvolgono le comunità musulmane.
Mi soffermo qui solo su l’ultimo di questi rischi, la cui prevenzione però ha ricadute positive su gli altri due.
Nella lotta al terrorismo, il significato di prevenzione è stato quasi  sempre associato alla repressione dell’atto eversivo in una delle fasi che precedono la sua attuazione concreta di attentato: dunque una prassi esclusiva degli organi di polizia ed intelligence.
Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, sono iniziate a comparire ricerche, analisi e poi progetti e pratiche finalizzate ad intervenire sulle radici del fenomeno terroristico, cioè nelle fasi di quello che viene definito il processo di radicalizzazione violenta, precedenti a quelle finali in cui i soggetti disumanizzano le vittime del proprio odio e la violenza diventa pratica tanto cieca quanto concreta.
Non si nasce terroristi, né si tratta di pazzi e di emarginati sociali allo sbando. Dall’analisi delle loro bibliografie sono invece stati tratti dei modelli che ci descrivono la pluralità di concause e gli stadi successivi per cui un soggetto si radicalizza fino a giungere ad unirsi ad un gruppo terrorista. Da questi modelli sono stati tratti approcci e pratiche  atti alla  prevenzione di tale processo nei gruppi a rischi e di de-radicalizzazione sui singoli soggetti.
I programmi che si occupano di questa forma di prevenzione sono noti a livello internazionale come politiche di CVE: contrasto all’estremismo violento, il presupposto di partenza è che “l'intelligence, la forza militare e l'applicazione della legge da sole non risolvono - e quando abusato possono invece esacerbare - il problema dell'estremismo violento"(1).
I tre pilastri delle sue azioni sono:
- Disseminare sensibilizzazione sui processi di radicalizzazione violenza e di reclutamento;
- Contrastare le narrazioni estremiste, come la propaganda jihadista, con la promozione on-line di contro-narrazioni promosse dalla società civile;
- Valorizzare gli sforzi delle comunità locali che intervengono consentendo di interrompere il processo di radicalizzazione prima che un individuo si impegni in attività criminali.
Nei paesi del nord d’Europa tali politiche di prevenzione vedono le istituzioni pubbliche coinvolgere la società civile, le ONG, gli opinion maker politici e religiosi, con partnership pubblico /privato, per attuare, ormai da un decennio, interventi nelle comunità a rischio, nelle prigioni, nelle famiglie, nelle scuole con strumenti educativi, psicologi, sociali e mediatici.
Dal 2011 la Commissione Europea, Direzione Generale Affari Interni, ha lanciato la RAN, Radicalisation Awareness Network (2), creando una rete di operatori che a vario titolo lavorano sul campo, per raccogliere le migliori pratiche e trasformare i migliori approcci di contrasto alla radicalizzazione violenta in politiche per gli Stati membri. I paesi latini del Sud Europa sono però in grave ritardo su questo terreno. La Francia solo dopo i fatti di Charlie Hebdo del gennaio 2015, ha iniziato ad investire massicciamente nelle politiche e nei programmi di CVE. Mentre l’Italia stenta ancora, con l’eccezione di qualche progetto pilota.
Eppure, queste politiche che intervengono sul pensiero critico dei giovani di fronte alla propaganda su Internet, sulla resilienza delle comunità multi-religiose e multi-etniche delle nostre città, nell’informazione alle famiglie che temono per i propri figli in fuga verso scenari di guerra, o nelle prigioni per evitare che siano fucine di terroristi, oltre a prevenire la radicalizzazione, producono benefici indiretti per gli altri due rischi esposto all’inizio: rafforzano la coesione sociale dei nostri paesi e diffondono i valori comuni europei di cittadinanza attiva, democratica, plurale e non-violenta.


sabato 26 marzo 2016

Prevenzione della radicalizzazione violenta

Termine abusato da giornali, politici e commentatori, in questo intervento di 5 minuti si chiarisce a quali politiche e programmi ci si riferisce in Europa e nel mondo quando si parla di processo di radicalizzazione violenta che può trasformare un giovane in un terrorista e i campi di intervento delle sua prevenzione. 

Prevenzione della radicalizzazione violenta. Di cosa stiamo parlando? from Luca Guglielminetti on Vimeo.

domenica 20 marzo 2016

CVE: il ritardo italiano alla prevenzione soft del terrorismo

"Salah è stato ritrovato a casa sua, a Bruxelles. Da mesi l'Italia dice che accanto a una risposta credibile sul piano securitario l'Europa deve avere una strategia sui temi cultura, periferie, educazione. Per ogni euro investito in sicurezza, un euro investito in cultura. Siamo convinti che questa proposta italiana debba diventare legge anche in Europa", dice Renzi. Forse è il contrario: in Europa già si fa...
Mia intervista sull'Avvenire 20 Marzo 2016

venerdì 11 marzo 2016

12° Day of Remebrance for Victims of Terrorism

Centre Albert Borschette, Bruxelles 11th March 2016 : 12° European Day of Remebrance for Victims of Terrorism, organized by the European Commission and the RAN-CeO


domenica 6 marzo 2016

SICUREZZA PARTECIPATA TRA LIBERTÀ E LEGALITÀ

Il tema della sicurezza si declina nel pubblico dibattito in due forme: o come parole tecniche di esperti o come divaricazione manichea tra primato della libertà e quello della protezione.
A seconda del campo di applicazione, il primato delle dell’una o dell’altro assume valenze politiche opposte: di fronte la guerra al terrorismo è di sinistra difendere le libertà individuali, là dove è di destra limitarle in nome delle sicurezza dei cittadini; mentre di fronte agli incidenti sul lavoro è di destra la libertà di imprendere senza troppi vincoli, là dove è di sinistra limitarla per salvaguardare la salute dei lavoratori.
In altri campi, la parola è affidata al linguaggio, apparentemente neutro, degli specialisti delle varie forme di sicurezza: il tecnico di sicurezza militare o di intelligence, oppure il tecnico di sicurezza informatica o di impianti industriali che presentano scenari e soluzione dei quali solo una minoranza di pubblico non sprovveduto coglie il senso politico sotteso.
Intorno alla sicurezza si gioca in vero una delle partite più importanti del discorso pubblico, in quanto essa sottende una delle più potenti emozioni umane, comune a tutti i cittadini-elettori: la paura con i suoi derivati di ansia, stress e preoccupazione.
L’approccio ideologico è quello oggi dominante con le sue metafore semplicistiche: di fronte a migranti e rifugiati si invocano o i muri o i ponti. Buonismo imbelle e cieco egoismo si fronteggiano sui molti temi legati alla sicurezza portando spesso le discussioni all’immobilismo o a scelte irrazionali dai risultati disastrosi.
Se la politica si presenta spesso lenta nell’affrontare i mutamente della società dell’informazione, quando si tratta di sicurezza, aggiunge il termine emergenza e accelera verbalmente e spesso concretamente i suoi atti. La politica reagisce cioè come la fisiologia umana ha insegnato al cervello: di fronte al pericolo serve una reazione immediata difensiva, senza pensarci troppo. Ma la paura diventa quasi sempre un pericolo per coloro che la provano.
Questa dinamica, ci spiegano l’antropologia e le neuroscienze, è legata alle necessità di sopravvivenza delle nostra specie quando l’uomo viveva in tutt’altro contesto ambientale. Funzione bene ancora oggi di fronte ai disastri naturali, dove un’efficiente protezione civile è sufficiente, ma serve uno sforzo “contro-natura”, tanto logico quanto razionale, per invertire la tempistica, o almeno rallentare il tempo delle decisioni, per evitare alla paura di giocare il ruolo di sentimento dominante nello scenario politico quando ci troviamo di fronte ai pericoli sociali. Quelli con i tratti umani del terrorista, del migrante, dello “zingaro” o quelli criminali della gang, del racket, dell’imprenditore senza scrupoli, o di forze di sicurezza inadeguate, sistemi giudiziari inefficaci o sistemi di sorveglianza invasivi.
La società civile dovrebbe allora farsi carico di creare spazi dove rallentare il tempo della riflessione intorno ai temi della sicurezza, per favorire scambi, discussioni, proposte e progetti che abbiano quanto più possibile un fondamento razionale, laico e scientifico, che risponda alle esigenze specifiche nel territorio nella consapevolezza dei dibattiti e delle pratiche europee e internazionali sui temi della sicurezza e della sua difficile relazione con le libertà e le forme di legalità.
Servirebbero quindi spazi di pubblica discussione e proposta la cui attrezzatura metodologica sia quella di socializzare i linguaggi specialistici, confrontare le prassi e gli approcci, privilegiare gli interventi di prevenzione delle cosiddette “emergenze”, rendere partecipe la cittadinanza su politiche che non possono essere più relegate ai populismi mediatici o alle segrete stanze degli organi di sicurezza.

lunedì 14 dicembre 2015

Islam e radicalizzazione. La cultura dei diritti umani per contrastare gli estremismi violenti


A seguito dei tragici fatti di Parigi e del buon successo di adesione al corso CESEDI su "Islam e radicalizzazione", è stata fissata una iniziativa di presentazione di tale corso il prossimo lunedì 14 Dicembre, in Sala Rossa a Palazzo di Città, alle ore 12,30 e alla quale parteciperanno il Sindaco Fassino, il Presidente del Consiglio Comunale, Porcino, il Presidente del Consiglio regionale, Laus, e la consigliera della Città Metropolitana, Genisio, la Presidente della Commissione legalità e contrasto dei fenomeni mafiosi, Fosca Nomis, e per la Radicalisation Awareness Network (RAN), Luca Guglielminetti. Qui sotto il video quasi integrale dell'iniziativa.

Islam e radicalizzazione from Luca Guglielminetti on Vimeo.

domenica 13 dicembre 2015

venerdì 27 novembre 2015

L'Italia (che non è la Danimarca) parte con la prevenzione soft del terrorismo?

Breve intervista a Giovanni Sabato su L'Espresso di questa settimana dedicato a "Cosa farà l'Italia" dopo i fatti di Parigi: i primi timidi passi verso il contrasto alla radicalizzazione e le politiche di CVE sul modello Europeo.


«Approvare eggi dure è facile,
il difficile è fare qualcosa di incisivo.
Noi abbiamo scelto un’altra via non per
ideologia, ma perché funziona». Parole di
Allan Aarslev, a capo del ramo poliziesco
di un programma d’eccellenza nella
prevenzione dell’estremismo: quello
di Aarhus, la seconda città danese. La
Danimarca era una delle maggiori fonti di
jihadisti diretti in Siria. Molti da Aarhus.
La città però da un paio d’anni ha avviato
un programma ad ampio spettro di
prevenzione e recupero. Pre Ben
Bertelsen, lo psicologo che lo guida, ha
constatato che i suoi giovani concittadini
non si distinguevano dai tanti estremisti
studiati nei decenni passati. L’idea
consolatoria che si tratti di squilibrati o
psicopatici è da tempo sconfessata. Né
la miseria economica o culturale spiega
tutto: molti sono benestanti e istruiti. I
meccanismi psicologici sono complessi,
e includono molti elementi della normale
ricerca di identità dei giovani, come
il bisogno d’appartenenza, di rilevanza
e di conforto esistenziale. Perché a volte
ciò deragli verso il fanatismo violento
non è del tutto chiaro. Spesso però
conta la marginalità sociale. Avvertita
di persona, come nel ricordo d’infanzia
di un attentatore francese: un passante
urtato per sbaglio dalla sorella ha sputato
a terra con disprezzo chiamandola
«sporca araba». «Allora ho capito cosa
sarei diventato», ha raccontato.
La municipalità ha coinvolto scuole,
famiglie, assistenti sociali, associazioni
giovanili, comunità religiose, polizia. Si è
istruito chi era a contatto coi ragazzi sui
segni di radicalizzazione: un improvviso
interesse religioso, la frequentazione
assidua di certi siti, cambi d’aspetto,
amicizie. Pur a fatica, si è collaborato
con una moschea incline al
fondamentalismo, che ha cambiato
atteggiamento. Ai giovani a rischio o
radicalizzati, incluso chi rientra dalla
Siria, si offre un tutor sia per i problemi
pratici sia per dubbi politici e religiosi.
Senza discutere le convinzioni religiose,
ma per evitare ossessioni totalizzanti.
«Puoi batterti per qualsiasi ideale, ma
non con la violenza» è il messaggio.
E pare funzioni: nel 2012 e 2013 lì si
erano arruolata una trentina di jihadisti,
nel 2014 solo uno.

«E' questo IL modello vincente,
un’eccellenza anche fra le realtà del
Nord Europa. Nel Sud siamo in ritardo,
ma l’Italia ha iniziato a muoversi»,
spiega Luca Guglielminetti, membro del
Radicalisation Awareness Network (Ran)
istituito dall’Ue nel 2011 per mettere a
sistema le realtà europee. «Col ministero
della Giustizia abbiamo formato i quadri
e gli operatori di prima linea. A Torino
a maggio abbiamo creato un gruppo
con amministrazioni pubbliche, carceri,
questura, polizia municipale, gruppi che
lavorano con i migranti, scuole, comunità
religiose. E ora cerchiamo di esportare
il modello. Il ministero dell’Interno è
partito a febbraio, per lavorare fra l’altro
su comunicazione e aiuto alle famiglie».
Restano però iniziative un po’
sporadiche. «Manca un coordinamento
tra istituzioni e società civile. I soldi
ci sono, anche dall’Europa. Ora va
costruita in ogni città una rete capace di
interventi su misura. È un lavoro lungo.
Ma per questo dobbiamo partire subito».

domenica 15 novembre 2015

Di fronte la strage di Parigi: The soft (power) is the hardest






The soft (power) is the hardest in counter violent radicalisation, cioè intervenire nelle fasi (e nei luoghi) del processo di radicalizzazione violenta jihadista precedenti a quelle finali in cui la violenza diventa pratica concreta, come accaduto a Parigi nella strage del 13 Novembre, è quanto tentano di fare molti paesi europei, e la Commissione Europea consiglia, usando strumenti che preventivamente intervengano sulle persone e nelle comunità, fornendo ad esempio consapevolezza e informazioni alle famiglie e agli opinion leader locali e religiosi, programmi di deradicalizzazione nelle prigioni, o di rafforzamento del pensiero critico nelle scuole.
Assistiamo invece alla retorica che prova a rassicurare l'opinione pubblica con lo stato d'emergenza, la chiusura delle frontiere e il presidio militare quando proprio il carattere indiscriminato degli obbiettivi colpiti negli attentati terroristici di Parigi dimostrano che non ci sono più obbiettivi sensibili. Il rischio oggi è che la reazione irrazionale e liberticida abbia conseguenze politiche che potrebbero minare la stessa unità europea, invece di rafforzarla come servirebbe più che mai, soprattutto in politica estera.

L'analisi migliore che si può leggere in questi giorni è quella, su Limes o sull'Huffington Post, scritta da Mario Giro, della Comunità di Sant'Egidio e Sottosegretario del Ministero degli Affari Esteri: "Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo (…) In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti.
L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco."
Di fronte al fenomeno della radicalizzazione violenta dell'islam: "Ci impressionano i temi nichilisti di questi giovani terroristi, la mancanza assoluta del valore della vita - propria e degli altri. Così come ci scandalizza la crudeltà e l'orrore nel dare la morte." Allora in Europa: "Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. (…) occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile. Mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che bramerebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Le immagini del britannico che spinge la ragazza velata sotto la metro di Londra fanno il gioco di Daesh."

La politica di prevenzione sociale e culturale con i suoi strumenti "soft" che intervengono alle radici del fenomeno terrorstico è quanto è mancato in Francia e manca in paesi come il nostro. Entrambi i paesi, infatti, giunti in ritardo solo quest'anno, dopo i fatti di "Charlie Hebdo", ad attivare qualche politica in tal senso, hanno un vizio: sono gestite dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni nazionali precipuamente preposte alla lotta al terrorismo tenendo fuori istituzioni locali e società civile.

Gli esempi nord europei e gli approcci suggeriti dal Summit della Casa Bianca sul CVE o dal Global CounterTerrorism Forum (GCTF),  trovano difficoltà ad applicarsi, con rare eccezioni, nei paesi latini.  Il presupposto corretto di partenza delle politiche di contrasto della radicalizzazione è che "l'intelligence , la forza militare, e l'applicazione della legge da sole non risolverà - e quando abusato possono infatti esacerbare - il problema dell'estremismo violento" . I tre pilastri in questo caso sono:
- Costruzione di sensibilizzazione sui processi di radicalizzazione violenza e di reclutamento;
- Contrastare le narrazioni estremiste, come la promozione on-line di contro narrazioni promosse dalla società civile;
- Valorizzare gli sforzi delle comunità locali che intervengono consentendo di interrompere il processo di radicalizzazione prima che un individuo si impegni in attività criminali.
( si veda Dei diversi approcci di prevenzioni del terrorismo)

La società civile e le amministrazioni locali possono quindi giocare un ruolo attivo - al di là dei momenti di solidarietà, di mobilitazione  e di commemorazione - come era già capitato a Torino del corso degli ‘anni di piombo’ quando autorità locali (Regione, Città Quartieri), sindacati, partiti e scuole erano state partecipi dell’opera di isolamento del terrorismo eversivo con la sua propaganda e la pedagogia dei suoi cattivi maestri.

Oggi lo scenario è diverso e gli attori da coinvolgere sono sicuramente anche altri, a partire dalle comunità islamiche,  ma gli studi sociali e psicologici ci forniscono nuove analisi e strumenti (sui processi di radicalizzazione e di de-radicalizzazione) che ci permettono di individuare una più ampia platea di soggetti da includere nell’attività di consapevolezza, formazione e prevenzione: famiglie, insegnanti e tutti coloro che sono potenzialmente in contatto con soggetti o gruppi a rischio.

Una stretta collaborazione tra le Autorità nazionali coinvolte su questo terreno (cioè i ministeri di Interni, Difesa, Giustizia, Esteri ed Educazione) con l'Europa (si veda la rete RAN) e con la società civile e le amministrazioni locali è l'unica strada che nei tempi medio lunghi possono assicurare ai nostri paesi di mantenere la loro identità liberale, democratica e pluralista di fronte alla dottrina nichilista del "martirio" che abbiamo visto all'opera a Parigi.

giovedì 8 ottobre 2015

Islam e radicalizzazioni informare per prevenire nelle scuole di Torino

ISLAM: RADICI, FONDAMENTI E RADICALIZZAZIONI VIOLENTE
Le parole e le immagini per dirlo


Promosso da: Commissione Legalità della Città di Torino con le Associazioni:
CO.RE.IS. Comunità Religiosa Islamica, ASAI Associazione di Animazione
Interculturale, ANPE Associazione Nazionale Pedagogisti, LBA Leon Battista Alberti,
in collaborazione con il CE.SE.DI.
Corso per le scuole superiori dell'area metropolitana torinese. Dal catalogo CE.SE.DI. per l'a.s. 2015/2016: http://www.cittametropolitana.torino.it/cms/ifp/cesedi/attivita-2015-2016