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giovedì 6 giugno 2019
A 2 anni dall'attentato al London Bridge
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Valeria Collina
lunedì 16 aprile 2018
"Nel nome di chi" il libro della madre di Youssef Zaghba
- Su il RIFESTIVAL
- Il Libro "Nel nome di chi" di Valeria Collina e Brahim Maarad su GoogleBook
- Intervista a Brahim Maarad su Youtube
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sabato 24 giugno 2017
martedì 26 agosto 2014
Terrorismo, sicurezza, post-conflitto... irrisolto!
Daniele Salerno, Terrorismo, sicurezza, post-conflitto. Studi
semiotici sulla guerra al terrore. Libreriauniversitaria.it edizioni,
2012.
Il saggio, come definito nella sua introduzione, intende "analizzare
il conflitto come un macro-testo che «traduce e interpreta altri testi
di una data cultura» (Demaria 2006, p. 55) e che costringe a ridefinire
l’idea, per esempio, di comunità, nazione, identità, guerra o nemico".
Questa
analisi si svolge su alcuni documenti specifici: da una parte, "la
guida spirituale degli attentatori dell’11 settembre, un testo ritrovato
in due copie nella valigia del leader del gruppo terroristico e nella
macchina di uno degli attentatori", quale esempio di "manipolazione
ideologica della memoria culturale" della tradizione islamica; e,
dall'altra, i manifesti pubblici affissi nella metropolitana di Londra a
seguito degli attentati del 7 luglio 2005, per "un’analisi dei
discorsi della sicurezza, cercando di farne emergere la struttura
narrativa, i percorsi valoriali e ideologici e le potenziali derive a
cui essi si prestano perseguendo l’obiettivo di “difendere la società”."
Il
percorso si conclude sul tema della “fine”: come la guerra al terrore
sta “andando a finire” dopo i primi quattro anni di amministrazione
Obama, che hanno cercato di spostare il discorso pubblico dalla guerra
al terrore di Bush, all'apertura verso l'islam che è culminata con la
"primavera araba".
Due punti di questa saggio sono di grande
interesse. Da una parte l'analisi della "guida spirituale" degli
attentatori del 11/9, concepita come una "tecnologia del sé" per
costruire un martire: un soggetto di una entità trascendente, ispirato
dal timor di Dio, cui è offerta la possibilità di diventare a propria
volta origine della paura per gli Occidentali ("la forza dei
credenti consiste nel fatto che sono in condizione e capaci di superare
la propria paura della morte. Con questa assenza di paura un combattente
islamico insegna la paura alla civiltà occidentale", da H.
Kippenberg 2004). Dall'altra, l'analisi delle "deriva paranoica" che
l'apparato di sicurezza costruisce coinvolgendo i cittadini nel
tentativo di prevenire e contrastare nuovi attentati che giunge al
paradosso di stimolare i cittadini ad un atteggiamento paranoico analogo
a quello degli stessi terroristi: tutti a sorvegliarsi reciprocamente.
L'anonimo cittadino invitato a segnalare ogni indizio di pericolo di
attentato finisce per assomigliare al terrorista che a sua volta
sorveglia per cercare di pianificare i suoi attentati.
La
risposta al tema dalla fine, tre anni dopo la scrittura del saggio, è
sotto gli occhi di tutte: le speranza della primavera araba sono state
sostituite dall'incubo del Califfato dell'Is. Il tentativo di Obama di
attenuare la retorica della guerra al terrore favorendo, dopo il
discorso al Cairo "A New Beginnig" nel 2009, "la nuova santa alleanza
tra Mela e Mezzaluna" - quella cioè politico-tecnologica che univa la
nuova amministrazione USA, le aziende tecnologiche che con i loro
hardware portatili e software network and social oriented, e le popolazioni arabe - è fallito.
Oggi
possiamo dire che gli errori precedenti (dai sostegni occidentali ai
vari rais nordafricani alla guerra in Iraq) erano troppo gravidi di
conseguenze per poter agevolare un processo di democratizzazione che
portasse al successo i giovani arabi in rivolta.
L'argine
artificiale al fondamentalismo islamico rappresentato dai regimi di
Mubarak, Gheddafi & c. ha lasciato strascichi tali da non permettere
alle nuove forze di superare la prova della maggioranze nelle prime
libere elezioni che sono seguite. Su tali rivoluzioni, infatti, la
memoria delle vittime islamiste, represse dai vari rais, ha sovrastato
la volontà di modernizzazione, rimasta minoranza.
La possibilità di
giungere ad un post-conflitto nella guerra al terrorismo post 11/9 è
quindi venuta meno: il cambio di narrativa sul mondo mussulmano di Obama
non è bastato. L'eco delle narrazioni della vendetta del gruppo "etnico
vittima" ha di gran lunga sovrastato quello delle parole e dei
propositi del "new beginning" giunte all'orecchio delle nuove
generazioni arabe.
In mezzo a tutto ciò una Europa quasi
immobile, incerta tra gli affanni di una crisi sempre più depressiva e
la paura di trovarsi presto i "mori" alle porte della Spagna.
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domenica 26 maggio 2013
Il professore e il terrorista: la strana congiunzione Chomsky-Adebolajo
"Aprile di solito è un buon mese
nel New England, l’inverno allenta la sua presa e appaiono i primi segni
della primavera. Ma non quest’anno. Boston è stata sconvolta
dall’attentato alla maratona del 15 aprile e dalle tensioni della
settimana successiva. Molti miei amici erano al traguardo quando le
bombe sono esplose. Altri abitano vicino al posto in cui è stato
catturato Dzhokhar Tsarnaev, il secondo attentatore. Il giovane agente
di polizia Sean Collier è stato ucciso davanti al mio ufficio. A noi
occidentali privilegiati non succede spesso di vedere cose che molti
altri, per esempio gli abitanti di un villaggio dello Yemen, vivono ogni
giorno." Scrive Noam Chomsky commentando l'attentato alla maratona di Boston.
A confermare questa osservazione dell'illustre insegnante di linguistica al Mit di Boston, sono giunte un mese dopo da Londra le parole dal 28enne Michael Adebolajo, il cittadino britannico di origine nigeriana convertitosi all’Islam nel 2001, che dopo l’omicidio del soldato Lee Rigby, si confessa con le mani sporche di sangue davanti ad una telecamera dichiarando: «Mi scuso con le donne che hanno dovuto assistere a questo oggi, ma nella nostra terra le donne devono vedere le stesse cose». (guarda il video)
La giustificazione dei fatti da parte del professor Chomsky e del terrorista Adebolajo collimano: l'orrore visivo osservabile nel villaggio dello Yemen o nelle terre della Nigeria giustifica la reazione (terroristica) che vuole presentare il medesimo raccapricciante spettacolo nelle città dell'Occidente.
Questo argomenta conferma l'assunto che il terrorismo si prefigge di raccontare le sue storie non attraverso lo sguardo delle vittime, ma attraverso quello degli spettatori.*
Nel racconto del terrorista è importante rimarcare che la vittima non è quella appena ammazzata, nel caso di Londra visibile a terra pochi metri dietro Michael Adebolajo mentre spiega di fronte ad una telecamera il motivo del suo gesto agli spettatori, ma è il suo gruppo 'etnico' che rappresenza le istanze di altre vittime.
Il 'trucco' narrativo presupposto di tali storie risiede nel fatto che istintivamente il lettore di Chomsky e l'ascoltatore di Adebolajo reputino:
1) che le violenze nello Yemen e nella Nigeria siano responsabilità tutte occidentali.
2) Che l'inizio della spirale delle violenza risieda nel 'peccato originale' dell'Occidente che dal colonialismo arriva alla guerra al terrorismo lanciata da Bush jr. dopo l'11/9.
3) Che la vittima più debole abbia qualche ragione a cercare una vendetta disperata.
Chi si prende la fatica di controllare le origini e le cause delle violenze in Yemen e in Nigeria?
Chi conosce a fondo la storia di quei due paesi lontani?
Chi si chiede se l'intervento occidentale nei paesi arabi o africani alimenti in ogni caso più violenza, o se sia peggiore la soluzione del non intervento, come in Siria?
Il paradosso è che il vecchio professore americano abbia ceduto alla logica narrativa in cui è caduto il giovane terrorista britannico. La logica per cui non la vittima reale, ma un gruppo 'etnico' che in nome delle vittima si 'vittimizza' e cerca un nemico, vero o presunto che sia, al quale chiedere conto e sul quale vendicarsi.
La stessa logica, seppur con storia capovolta, è stata utilizzata da Bush quando ha vittimizzato l'America del post 11 settembre e ha lanciato la guerra al terrorismo. Opzione che non era certo quella espressa dai sopravvissuti e dai familiari dei 3000 morti degli attentati, ma del quale il presidente USA ha voluto farsi interprete, alimentando così, a sua volta, una barbarica spirale di vendette e contro-vendette (oltre ad aver minato il fragile terreno delle garanzie e delle libertà democratiche).
Tale logica è stata finalmente spezzata dal presidente Obama pochi giorni fa, dichiarando terminata la guerra al terrorismo, ma di fatto era già cambiata durante il suo primo mandato nelle politiche di antiterrorismo della sua amministrazione. Come quando, ad esempio, sui siti web jihadisti il Dipartimento di Stato aveva sostituito la propaganda delle loro narrazioni con i dati sulle loro vittime, dai quali si comprendeva bene che i loro attentati terroristici colpivano essenzialmente solo altri mussulmani.
Il terrorismo si contrasta dunque restando sul terreno dello Stato di diritto, ma dal punto di vista narrativo, oltre che etico e civile, opponendo allo sguardo avvilito e terrorizzato dello spettatore, quello della vittima 'vera': quella di cui possono farsi interpreti solo i sopravvissuti o i familiari, e nessun altro (!): sia questi un capo dello stato, un esimio professore, o un giovane radicalizzato.
A confermare questa osservazione dell'illustre insegnante di linguistica al Mit di Boston, sono giunte un mese dopo da Londra le parole dal 28enne Michael Adebolajo, il cittadino britannico di origine nigeriana convertitosi all’Islam nel 2001, che dopo l’omicidio del soldato Lee Rigby, si confessa con le mani sporche di sangue davanti ad una telecamera dichiarando: «Mi scuso con le donne che hanno dovuto assistere a questo oggi, ma nella nostra terra le donne devono vedere le stesse cose». (guarda il video)
La giustificazione dei fatti da parte del professor Chomsky e del terrorista Adebolajo collimano: l'orrore visivo osservabile nel villaggio dello Yemen o nelle terre della Nigeria giustifica la reazione (terroristica) che vuole presentare il medesimo raccapricciante spettacolo nelle città dell'Occidente.
Questo argomenta conferma l'assunto che il terrorismo si prefigge di raccontare le sue storie non attraverso lo sguardo delle vittime, ma attraverso quello degli spettatori.*
Nel racconto del terrorista è importante rimarcare che la vittima non è quella appena ammazzata, nel caso di Londra visibile a terra pochi metri dietro Michael Adebolajo mentre spiega di fronte ad una telecamera il motivo del suo gesto agli spettatori, ma è il suo gruppo 'etnico' che rappresenza le istanze di altre vittime.
Il 'trucco' narrativo presupposto di tali storie risiede nel fatto che istintivamente il lettore di Chomsky e l'ascoltatore di Adebolajo reputino:
1) che le violenze nello Yemen e nella Nigeria siano responsabilità tutte occidentali.
2) Che l'inizio della spirale delle violenza risieda nel 'peccato originale' dell'Occidente che dal colonialismo arriva alla guerra al terrorismo lanciata da Bush jr. dopo l'11/9.
3) Che la vittima più debole abbia qualche ragione a cercare una vendetta disperata.
Chi si prende la fatica di controllare le origini e le cause delle violenze in Yemen e in Nigeria?
Chi conosce a fondo la storia di quei due paesi lontani?
Chi si chiede se l'intervento occidentale nei paesi arabi o africani alimenti in ogni caso più violenza, o se sia peggiore la soluzione del non intervento, come in Siria?
Il paradosso è che il vecchio professore americano abbia ceduto alla logica narrativa in cui è caduto il giovane terrorista britannico. La logica per cui non la vittima reale, ma un gruppo 'etnico' che in nome delle vittima si 'vittimizza' e cerca un nemico, vero o presunto che sia, al quale chiedere conto e sul quale vendicarsi.
La stessa logica, seppur con storia capovolta, è stata utilizzata da Bush quando ha vittimizzato l'America del post 11 settembre e ha lanciato la guerra al terrorismo. Opzione che non era certo quella espressa dai sopravvissuti e dai familiari dei 3000 morti degli attentati, ma del quale il presidente USA ha voluto farsi interprete, alimentando così, a sua volta, una barbarica spirale di vendette e contro-vendette (oltre ad aver minato il fragile terreno delle garanzie e delle libertà democratiche).
Tale logica è stata finalmente spezzata dal presidente Obama pochi giorni fa, dichiarando terminata la guerra al terrorismo, ma di fatto era già cambiata durante il suo primo mandato nelle politiche di antiterrorismo della sua amministrazione. Come quando, ad esempio, sui siti web jihadisti il Dipartimento di Stato aveva sostituito la propaganda delle loro narrazioni con i dati sulle loro vittime, dai quali si comprendeva bene che i loro attentati terroristici colpivano essenzialmente solo altri mussulmani.
Il terrorismo si contrasta dunque restando sul terreno dello Stato di diritto, ma dal punto di vista narrativo, oltre che etico e civile, opponendo allo sguardo avvilito e terrorizzato dello spettatore, quello della vittima 'vera': quella di cui possono farsi interpreti solo i sopravvissuti o i familiari, e nessun altro (!): sia questi un capo dello stato, un esimio professore, o un giovane radicalizzato.
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*Si veda: Terrorism, Media, and the Ethics of Fiction a cura di Philipp Schweighauser, Peter Schneck, p. 42
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lunedì 2 agosto 2010
Strage di Bologna: la memoria menomata
La memoria corta del nostro paese è cosa assai nota. Ricordo,
allora, che l'anno scorso alla commemorazione pubblica della stage della
stazione di Bologna del 2 agosto 1980, il ministro Bondi ebbe quello che media riferirono come un record di fischi. Il Presidente dell'associazione dei familiari
delle vittime di quell'attentato, Paolo Bolognesi, commentò: "«E'
triste partecipare a una commemorazione che viene poi ricordata per le
contestazioni e i fischi». Bolognesi, che ogni anno ripete inutilmente il suo
invito a non fischiare i rappresentanti del governo, commenta amaro: «Questo e'
un autogol, contro la manifestazione e contro i famigliari, di una piazza
antidemocratica che gli ha impedito di parlare».
Perché allora Paolo Bolognesi teneva tanto alla presenza anche
quest'anno di un rappresentante del governo? Perché l'anniversario del 2
agosto, così come quello del 9 maggio, Giornata in memoria delle vittime del
terrorismo che si celebra al Quirinale, sono le due occasioni annuali nelle
quali le due principali associazione di vittime del terrorismo e delle stragi
hanno la possibilità di interloquire con i governanti sia per qual che concerne
l'applicazione delle leggi sui diritti delle vittime, sia per quel che concerne
il tema del segreto di stato, principale ostacolo all'accertamento della verità
dei fatti.
Vorrei osservare un fatto. Un mese fa a Londra c'è stata la
celebrazione del 5° anniversario dell'attentato 'suicida' che il 7 luglio 2005
costò la vita a 52 persone, tra le quali, è bene ricordarlo, la studentessa
italiana Benedetta Ciccia. Ad Hyde Park, dove c'è il memoriale, non erano
presenti né i rappresentanti della città di Londra, né del governo britannico,
o dei partiti: solo le famiglie delle vittime, i sopravvissuti feriti e le
delegazioni internazionali.
Quello che dovrebbe far riflettere maggiormente non sono le
assenze istituzionali, ma quella della società civile. Se a Bologna le
celebrazioni si articolano in una chiassosa dialettica tra un parte delle
società politica che fischia e una elité istituzionale che celebra con
vuote promesse, la ragione profonda credo risieda nella mancanza di un corpo
intermedio. Quella società civile che, al di là delle diverse idea a proposito
del fenomeno terrorismo, fatica a vedere che le sue vittime sono sempre e in
ogni caso degli innocenti. Anzi, proprio lei, la società civile è il vero
obiettivo di qualsiasi terrorista che, socializzando la violenza, la investe
indiscriminatamente.
Se la società civile è la vera vittima del
terrorismo, è lei che dovrebbe far corpo unico con le vittime colpite e
sostenerle nei loro diritti e nelle ricerca delle verità dei fatti. E' una
verità che riguarda lei per prima, infatti. Da Piazza Fontana ad Ustica, da
Aldo Moro alla Stazione di Bologna, la mancanza di verità rende la nostra
memoria, non solo corta, ma soprattutto menomata, la nostra società si fa
incivile perché disinformata di quanto ci è accaduto.Strage di Bologna: la memoria menomata
La memoria corta del nostro paese è cosa assai nota. Ricordo, allora, che l'anno scorso alla commemorazione pubblica della stage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, il ministro Bondi ebbe quello che i media riferirono come un record di fischi. Il Presidente dell'associazione dei familiari delle vittime di quell'attentato, Paolo Bolognesi, commentò: "«E' triste partecipare a una commemorazione che viene poi ricordata per le contestazioni e i fischi». Bolognesi, che ogni anno ripete inutilmente il suo invito a non fischiare i rappresentanti del governo, commenta amaro: «Questo e' un autogol, contro la manifestazione e contro i famigliari, di una piazza antidemocratica che gli ha impedito di parlare».
Perché allora Paolo Bolognesi teneva tanto alla presenza anche quest'anno di un rappresentante del governo? Perché l'anniversario del 2 agosto, così come quello del 9 maggio, Giornata in memoria delle vittime del terrorismo che si celebra al Quirinale, sono le due occasioni annuali nelle quali le due principali associazione di vittime del terrorismo e delle stragi hanno la possibilità di interloquire con i governanti sia per qual che concerne l'applicazione delle leggi sui diritti delle vittime, sia per quel che concerne il tema del segreto di stato, principale ostacolo all'accertamento della verità dei fatti.
Vorrei osservare un fatto. Un mese fa a Londra c'è stata la celebrazione del 5° anniversario dell'attentato 'suicida' che il 7 luglio 2005 costò la vita a 52 persone, tra le quali, è bene ricordarlo, la studentessa italiana Benedetta Ciccia. Ad Hyde Park, dove c'è il memoriale, non erano presenti né i rappresentanti della città di Londra, né del governo britannico, o dei partiti: solo le famiglie delle vittime, i sopravvissuti feriti e le delegazioni internazionali.
Quello che dovrebbe far riflettere maggiormente non sono le assenze istituzionali, ma quella della società civile. Se a Bologna le celebrazioni si articolano in una chiassosa dialettica tra un parte delle società politica che fischia e una elité istituzionale che celebra con vuote promesse, la ragione profonda credo risieda nella mancanza di un corpo intermedio. Quella società civile che, al di là delle diverse idea a proposito del fenomeno terrorismo, fatica a vedere che le sue vittime sono
sempre e in ogni caso degli innocenti. Anzi, proprio lei, la società civile è il vero obiettivo di qualsiasi terrorista che, socializzando la violenza, la investe indiscriminatamente.
Se la società civile è la vera vittima del terrorismo, è lei che dovrebbe far corpo unico con le vittime colpite e sostenerle nei loro diritti e nelle ricerca delle verità dei fatti. E' una verità che riguarda lei per prima, infatti. Da Piazza Fontana ad Ustica, da Aldo Moro alla Stazione di Bologna, la mancanza di verità rende la nostra memoria, non solo corta, ma soprattutto menomata, la nostra società si fa incivile perché disinformata di quanto ci è accaduto.
Perché allora Paolo Bolognesi teneva tanto alla presenza anche quest'anno di un rappresentante del governo? Perché l'anniversario del 2 agosto, così come quello del 9 maggio, Giornata in memoria delle vittime del terrorismo che si celebra al Quirinale, sono le due occasioni annuali nelle quali le due principali associazione di vittime del terrorismo e delle stragi hanno la possibilità di interloquire con i governanti sia per qual che concerne l'applicazione delle leggi sui diritti delle vittime, sia per quel che concerne il tema del segreto di stato, principale ostacolo all'accertamento della verità dei fatti.
Vorrei osservare un fatto. Un mese fa a Londra c'è stata la celebrazione del 5° anniversario dell'attentato 'suicida' che il 7 luglio 2005 costò la vita a 52 persone, tra le quali, è bene ricordarlo, la studentessa italiana Benedetta Ciccia. Ad Hyde Park, dove c'è il memoriale, non erano presenti né i rappresentanti della città di Londra, né del governo britannico, o dei partiti: solo le famiglie delle vittime, i sopravvissuti feriti e le delegazioni internazionali.
Quello che dovrebbe far riflettere maggiormente non sono le assenze istituzionali, ma quella della società civile. Se a Bologna le celebrazioni si articolano in una chiassosa dialettica tra un parte delle società politica che fischia e una elité istituzionale che celebra con vuote promesse, la ragione profonda credo risieda nella mancanza di un corpo intermedio. Quella società civile che, al di là delle diverse idea a proposito del fenomeno terrorismo, fatica a vedere che le sue vittime sono
sempre e in ogni caso degli innocenti. Anzi, proprio lei, la società civile è il vero obiettivo di qualsiasi terrorista che, socializzando la violenza, la investe indiscriminatamente.
Se la società civile è la vera vittima del terrorismo, è lei che dovrebbe far corpo unico con le vittime colpite e sostenerle nei loro diritti e nelle ricerca delle verità dei fatti. E' una verità che riguarda lei per prima, infatti. Da Piazza Fontana ad Ustica, da Aldo Moro alla Stazione di Bologna, la mancanza di verità rende la nostra memoria, non solo corta, ma soprattutto menomata, la nostra società si fa incivile perché disinformata di quanto ci è accaduto.
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