Visualizzazione post con etichetta best practices. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta best practices. Mostra tutti i post

domenica 5 dicembre 2021

'Rewriting my story’: intervention for the prevention of violent extremism in juvenile detention centres in Italy

The practice was implemented in 2019 under the framework of the project FAIR ‘Fighting Against Inmates’ Radicalisation’. Project FAIR was implemented during the period 2017-2019 by a consortium of 10 NGOs across Europe and headed by Fondazione Nuovo Villaggio del Fanciullo. The project was executed with the support of Scientific Coordinators Diletta Berardinelli and Luca Guglielminetti.

"Rewriting my story" intervention for the prevention of violent extremism in juvenile detention centres in Italy is now in the RAN Collection here

lunedì 20 febbraio 2017

Collection of inspiring practices on CVE & radicalisation




My interview with some colleagues of the RAN: the Radicalisation Awareness Network connections practitioners within the EU who work with radicalised individuals or those thought to be vulnerable to radicalisation. The network has collected over 100 practices developed by practitioners in an online database. The aim is to offer advice, inspiration, and an opportunity to find partners.

mercoledì 5 ottobre 2016

Prevenzione e contrasto dell’estremismo violento: l'Italia al bivio

Le misure di contrasto e prevenzione della radicalizzazione violenta sono assai delicate perché facilmente possono diventare anziché utili, piuttosto controproducenti e dannose.

L'Italia faticosamente e tardivamente si sta avviando a sviluppare queste misure con due strumenti, una proposta di legge, quella Dambruoso-Manciulli in discussione al Parlamento e una Commissione di esperti istituita ad agosto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Gli studi sul processo di radicalizzazione violenta, che partendo dalle biografie dei terroristi hanno cercato di individuare dei modelli predittivi per intervenire prima che un individuo commetta atti violenti, hanno condotto a due approcci diversi e talvolta opposti.

Da una parte sono stati utilizzati per sviluppare degli strumenti per monitorare e valutare il livello di radicalizzazione violenta, spesso esclusivamente jihadista, degli individui soprattutto in ambito carcerario; e sono attuate nel contesto di una attività di intelligence, e quindi di prevenzione tradizionale delle forze di polizia, per intervenire, a livello nazionale di sicurezza, con misure cautelari appena un individuo commetta un reato prodromico al terrorismo.

Dall'altra, sono stati utilizzati per implementare programmi, detti di contrasto o prevenzione dell'estremismo violento (CVE - PVE), atti ad aumentare la resilienza delle comunità rispetto ai fattori che agevolano il processo di radicalizzazione violenta di qualunque matrice ideologico/religiosa e sono attuati a livello locale in collaborazione tra servizi sociali,  organizzazioni delle società civile ed istituzioni, per intervenire con una ampia gamma di misure "rieducative" prima che un individuo commetta atti violenti.

L'Italia, in particolare il Ministero della Giustizia, la sua amministrazione penitenziaria in coordinamento con il C.A.S.A., cioè la polizia di prevenzione e l'intelligence, stanno lavorando da qualche tempo sul primo approccio.
Il limite è rappresentato dal fatto che gli strumenti per monitorare e valutare la radicalizzazione violenta sono ormai ampiamente messi in discussione; in particolare il loro valore scientifico e predittivo. La scelta di rivolgersi poi alla sola radicalizzazione jihadista è quanto di più pernicioso si possa fare.
Inoltre, nei paesi in cui i numeri delle persone da monitorare sono molto alti, come in Francia, il monitoraggio risulta di fatto impraticabile e inutile, come i fatti recenti di terrorismo hanno palesemente evidenziato.

L'occasione di una proposta di legge e di una commissione governativa, sono quindi cruciali oggi affinché l'Italia non segua modelli inefficienti quando non controproducenti, come quelli francesi, ma piuttosto si relazioni con le migliori pratiche e politiche attuate in Europa e promosse ormai da tutti gli organismi internazionali, che privilegiano il secondo approccio.

Segnalo tre realtà, tutte già presentati su questo blog: quelle della rete europea RAN, quelle delle Nazioni Unite e quella del recente paper frutto di un progetto transatlantico UE-US.

giovedì 22 settembre 2016

lunedì 12 maggio 2014

"L'Europa contro il terrorismo". Intervento del 12 maggio 2014



A partire dai fatti degli anni di piombo, dalle testimonianze dei figlie e delle figlie delle vittime del terrorismo, di cui ci parlerà il professor Maida nella sua lectio magistralis, oggi saranno presentati i risultato di due percorsi didattici e metodologici in parte diversi, “Memoria futura. Leggere gli ‘Anni di Piombo’ per un domani senza violenza”, il primo,  e il progetto europeo C4C “The Terrorism Survivors Storytelling. Piattaforma globale per le storie di resilienza e sensibilizzazione al problema della radicalizzazione”, il secondo, ma entrambi convergenti nelle loro finalità. 
Lavorare sulla storia del terrorismo e la testimonianza delle vittime con il fine di non fare solo storia contemporanea nelle scuole, ma anche educazione alla cittadinanza, alla cultura democratica del pluralismo, della non violenza. Un’educazione civica per la far crescere il pensiero critico verso le varie forme di propaganda della violenza politica. Una crescita della consapevolezza dei rischi insiti nei processi di radicalizzazione che possono condurre al terrorismo e rovinare la vita di giovani. Un’educazione sorretta da una pedagogia delle tolleranza contro quella dell’intolleranza: cioè la paziente e difficile cultura delle mediazioni e del riformismo in opposizione alle facili scorciatoie del ‘tutto subito e guai a chi si mette di mezzo’.
Si tratta di un percorso educativo tutt’altro che facile: i ruoli dei giocatori nei fatti di terrorismo, a parte le vittime, non sono mai limpidi: i terroristi, le istituzioni  statali, la politica, i servizi segreti interni e stranieri giocano funzioni diverse e complesse che non seguono schemi banali e o logiche manichee. E’ facile perdersi nel groviglio di interessi e lasciarsi andare a giudizi superficiali. In questo percorso didattico abbiamo quindi privilegiato presentare quello che è il risultato fattivo più rilevante del terrorismo: quello di colpire uccidere o ferire persone che sono sempre degli innocenti. Smascherare quello che si cela dietro le propaganda: gli ideali politici, nazionali o religiosi e la giustizia acclamati che si risolvono nell’atto vigliacco - concreta ‘banalità del male’ - di mettere bombe o sparare a cittadini inermi.
Due progetti presenti nella collezione di buone pratiche per la prevenzione della radicalizzazione violenta, pubblicato dalla rete RAN della CommissioneEuropea. Un’Europa che, seppur ultimamente talvolta critica, ha il merito di aver colto, prima dell’Italia, l’importante ruolo che le vittime e le loro associazioni posso svolgere nella prevenzione del terrorismo.
Due progetti che si sono rivolti a tipologie di scuole diverse con classi e studenti di età diverse, ma accomunati dal fatto di chiede a tutti i giovani coinvolti di fare uno sforzo per comprendere il fenomeno per poi farne oggetto di una loro valutazione e riflessione. Delle valutazioni che talvolta non possono che restare degli interrogativi. Riflessioni che in alcuni casi abbiamo chiesto fossero comunicate con gli strumenti della cultura giovanile, della musica e dei video clip, in modo che colpissero più i loro coetanei che non noi o gli insegnanti.
Rinnovo i ringraziamenti, da parte dei componenti il gruppo scuola di Aiviter, agli enti che ci hanno sostenuto e agli insegnanti e agli studenti tutti che hanno condiviso con noi una parte di questo anno scolastico, augurandoci di proseguire il lavoro nei prossimi, essendo - con un po’ di orgoglio - consapevoli che una migliore qualità democratica del nostro paese passa anche da progetti come questi.