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giovedì 21 ottobre 2021

I RISCHI DI SOFFIARE SUL FUOCO



Da un anno e mezzo il linguaggio che ruota intorno alla pandemia è stato mutuato da quello bellico, “la guerra al virus”, “il nemico invisibile”. Un linguaggio culminato nella concreta presenza nelle immagini dei mezzi militari che trasportavano le bare dei morti da Bergamo. Del resto in qualsiasi emergenza la macchina organizzativa che l’affronta è strutturata in catene di comando che rimandano all’ordine gerarchico militare, come ogni operatore della protezione civile sa benissimo. Se l’aspetto organizzativo militare è funzionale alla tempistica rapida con cui si deve intervenire nelle emergenze, quello della comunicazione, col passare del tempo, alimenta polarizzazioni. Cioè un conflitto tra narrazioni e sentimenti tra chi l’emergenza la gestisce e chi la subisce. È fatale che al discorso ufficiale emergano e si oppongano diverse contro-narrative che danno voce ad un arcipelago di soggetti che lungo questo periodo si sono, a qualche titolo, vittimizzati. Alcuni di questi titoli sono assolutamente legittimi. Pensiamo ad esempio alla ferita morale di chi non ha potuto eseguire le esequie dei propri cari defunti da Covid-19: un’offesa che in guerra occorre solo ai dispersi sui fronti. Così come la nascita di associazioni di familiari di vittime del Covid che cercano verità e giustizia di fronte ad alcune scelte politiche disastrose che hanno privilegiato l’economia alla salute pubblica. Oppure chi ha perso il lavoro o ha visto scendere il proprio reddito verso soglie di povertà. Occorre quindi distinguere tra i vittimizzati, le vittime vere, cioè chi ha subito perdite materiali o morali che siano, e chi si è percepito vittima sulla base di costrutti ideologici elaborati su teorie che hanno fornito loro una lettura politica critica della gestione della pandemia. Tra queste ultime ci sono teorie serie, poche, e molte teorie del complotto, tipiche dei meccanismi di propaganda durante i conflitti. Tuttavia la dinamica sociale che stiamo affrontando non è riassumibile in una manichea distinzione tra vittime vere e vittime ideologiche, ma è resa complessa dal fatto che la vittima vera può ‘assorbire’ anche il livello ideologico. Del resto ci sono diversi movimenti politici che cinicamente cavalcano i disagi sociali veri disseminando con le loro narrative il risentimento della vittimizzazione ideologica.

In termini manzoniani potremmo descrivere questo processo come un succedersi di gruppi sociali che sono stati individuati dall’inizio della pandemia come untori del corona-virus: i cinesi in Italia, i runner nei parchi, i giovani della movida, i no-vax. La differenza è che ora ai no-green-pass si sta aggiungendo una qualifica politica e ideologica. Nei primi commenti successivi all’assalto alla sede delle CGIL a Roma emergeva una evidente tendenza ad accomunare tutti i manifestanti no-green-pass con l’etichetta di “fascisti”. Se dovesse capitare qualche atto violento di segno opposto, analoghi commenti giungerebbero parimenti, col risultato di continuare a polarizzare e spingere ad estremizzare la propria mobilitazione, verso la violenza, anche parte dei manifestanti pacifici.

Quanto sopra dovrebbe indurre tutti a letture meno superficiali e semplicistiche delle piazze che in queste settime si oppongono all’obbligo del green pass vaccinale. Siamo in una specie di dopo-guerra e come tale dovrebbero agire i decisori politici. Anche se suona assai stonato per chi l’ha pronunciata per primo, il termine “pacificazione” non è completamente inappropriato nell’attuale contesto, nel quale iniziamo ad ascoltare una terminologia - “autunno caldo”, “strategia delle tensione”, “opposti estremismi” - di un periodo storico che è stato prodromo di diversi tentativi eversivi costati oltre 400 vite.

In molti paesi europei la situazione è analoga alla nostra e forse sarebbe utile volgere lo sguardo ai rimedi raccomandati dalla Commissione europea. In due conferenze di alto livello del Radicalisation Awarenes Network (RAN), che da 10 anni elabora politiche e pratiche di prevenzione, nei giorni scorsi sono stati analizzati anche i rischi di radicalizzazione sorti dal risentimento contro le misure governative anti-Covid, così come la frammentazione delle ideologie che lo supportano e le dinamiche di utilizzo dei social media per spandere le teorie del complotto sul web, mobilitando attori isolati o gruppi estremisti. Per affrontare questi rischi, che possono condurre a forme di violenza eversiva, in queste conferenze è rieccheggiato un obbiettivo, tra gli altri: “De-escalation of polarised discourse”, agire in modo contrario alla pericolosa escalation del discorso polarizzato al quale stiamo assistendo in Italia. 

Prediamo l’esempio di un argomento, anche costituzionalmente sostanziato, come lo scioglimento dell’organizzazioni neo-fascista Forza Nuova. Al netto delle strumentalizzazioni partitiche che periodicamente incrociano richieste e veti sulla chiusura dei centri sociali di estrema destra e sinistra, la questione sotto il profilo della prevenzione, e anche dell’intelligence, è assai semplice. Chiudere una realtà politica per decreto significa correre il rischio di spingere i suoi militanti in clandestinità; in una dimensione, cioè, in cui la violenza è assai più avanzata ed eversiva di quella di piazza. Lasciarli aperti, pur sapendo che da lì giungono o possono arrivare atti illegali, permette alle forze dell’ordine di monitorare agevolmente i loro militanti, i quali, alla luce del sole, di solito non superano quella soglia di violenza che dai danni alle cose passa alla vita delle persone.

Insomma, sarebbe bene bypassare i retaggi infetti e mai sopiti di antifascismo e anticomunismo anche solo per una ragion pratica: prevenire è assai meglio che curare successivamente. E prevenire è in primis smettere di soffiare sul fuoco con le parole.


martedì 23 giugno 2020

Essere psicologi dopo la pandemia

Il Kit "Support the Supporters" sarà presentato nella formazione organizzata da ESPRÌ il 24 Giugno ore 17.
Si inaugura il 24 giugno e durerà fino al 20 luglio il corso di formazione specialistica “Essere psicologi dopo la pandemia” che, oltre a presentare alcune importanti esperienze sul campo, fornirà linee guida e metodologie di lavoro utili allo psicologo professionista impegnato nel prossimo futuro a far fronte alle conseguenze individuali e sociali della Pandemia.
I formatori sono docenti universitari e Psicologi-psicoterapeuti da tempo impegnati nelle emergenze nelle istituzioni, nel privato sociale e nella Sanità pubblica, con la specifica caratteristica di coniugare l’esperienza sul campo alla riflessione scientifica e umana.


lunedì 25 maggio 2020

KIT DI SUPPORTO AGLI OPERATORI PSICO-SOCIALI IN PRIMA LINEA NELLA PANDEMIA

"Support the Supporters" è parte del progetto “ICS - INSIEME CONTRO LA SOLITUDINE”, finanziato dalla Compagnia di San Paolo, è promosso da Psicologi per i Popoli Torino in collaborazione con Esprì, Psicologi nel Mondo Torino e l’Associazione Leon Battista Alberti. 

Il Kit contiene risorse, linee guida, suggerimenti, analisi e strumenti di aiuto agli operatori volontari o pubblici della psicologia dell’emergenza che stanno affrontando l’emergenenza pandemica da Covid-19, elaborato da un team scientifico multidisciplinare, per mitigare i rischi che possono compromettere la resilienza - connessi allo stress e alle possibili traumatizzazioni secondarie. 

Il file originale del Kit, sempre aggiornato, è qui:
-> https://drive.google.com/open?id=13wWpf1Dd6dNRY14bkoFECi2YI5S5onsF

-> Qui puoi sfogliare l'anteprima: https://issuu.com/ncletterario/docs/lineeguidasts-vers1-5blow



Qui link al test online di auto-valutazione ProQOL_5 su Compassion Fatigue, Burnout e Compassion Satisfaction:
-> https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdpqY4PK0XMhC6hPg1QxUlZN0Skvrs5COK2c283bqkoyfjZow/viewform

sabato 9 maggio 2020

9 Maggio: la pietas ieri e oggi





Questi giorni di lockdown, di reclusione in casa, sono corsi lungo gli stessi 55 giorni che nel 1978 accompagnarono gli italiani durante il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Allora c'era una sola alta personalità dello Stato rapita, oggi siamo stati tutti rapiti nei nostri domicili. Se allora l'angoscia e l'incertezza era in misura della capacità d'empatia di ciascuno, salvo la minoranza che plaudiva l'infame atto, oggi abbiamo vissuto tutti angoscia e incertezza su noi stessi e sui nostri "congiunti".  Il 9 maggio una famosa telefonata comunicava il luogo dove ritrovare il cadavere del presidente della Democrazia Cristiana: nel bagagliaio di una R4 rossa in via Caetani a Roma. Fù il momento della pietas che 30 anni dopo sarebbe diventato il Giorno della Memoria per ricordare tutte le centinaia di vittime itliane del terrorismo dell'età repubblicana.

Oggi, nonostante ci siano stati ripetuti appelli, non abbiamo avuto un momento ufficiale di pietas verso le vittime della pandemia. La parola è stata citata una sola volta in occasione di una delle conferenze stampa delle ore 18 della Protezione civile, ad Aprile, in occasione delle morte di un medico. Sia Conte che Mattarella, nelle loro comunicazioni, si sono limitati all'espressione di cordoglio e vicinanza alle vittime e alle loro famiglie. Il motivo risiede in uno standard della comunicazione durante le emergenze (risk communication), mutuata da quelle durante le guerre, secondo il quale l'espressione della pietà nei confronti delle vittime "fiaccherebbe il morale delle truppe". In caso di terrorismo o di pandemia, il morale dei cittadini. Il risultato è che le vittime vengono 'normalizzate'(*), ridotte a quei numeri quotidiani dai quali tutti possiamo prendere le distanze emotive che ci permettono di stare concentrati su quelle emozioni, l'angoscia e l'incertezza, che ci spingono a mantenere salde le regole: igieniche (lavarsi le mani), di salute pubblica (le mascherine) e di distanziamento sociale (restare a casa).

L'espressione della pietà verso le vittime di questa pandemia arriverà assai tardi, soprattutto quella verso tutte le vittime. L'espressione della pietà significa infatti riumanizzare le vittime dando loro dei nomi e cognomi e un minimo profilo biografico, così come aveva provveduto a fare la Presidenza della Repubblica quando, nel 2008 in occasione della secondo Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo, aveva pubblicato il libro con i loro profili, attentato per attentato.
Oggi già sappiamo che i numeri ufficiali di questa pandemia sono parziali, in quanto non includono le vittime non riconosciute "come morte da Covid-19" e quelle indirette: cioè i malati gravi non-Covid che non sono stati curati, quei malati cronici che avranno subito un impatto letale per l'interruzione delle cure e coloro che non avranno retto alla pressione mentale e sociale, suicidandosi. Determinare tutte le vittime sarà un'operazione che richiederà indagini statistiche e giudiziarie che, seppur siano già iniziate, hanno tempi lunghi.

L'esito finale sarà comunque parziale. Come per l'elenco ufficiale delle vittime del terrorismo contenuto nel libro del Quirinale, nel quale mancano le vittime italiane del terrorismo internazionale (si veda), così, anche se un giorno avremo l'elenco delle vittime italiane di questa pandemia, dobbiamo già sapere che mancheranno dei nomi. Il che significa che ci saranno famiglie che si sentiranno escluse del riconoscimento ufficiale e dalla pietas pubbliche. Se gli esclusi saranno troppi, i rischi sulla coesione non avranno un impatto diverso da quello, più facilmente immaginabile, prodotto dal lasciare indietro settori sociali nello sforzo pubblico di rilancio del lavoro e dell'economia.
Magari in tempi diversi, ma i fallimenti o i successi delle politiche di coesione sociale sono l'esito di investimenti corretti, inclusi quelli sulla pietas, cioè sulla ricostruzione di memorie collettive.

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(*) Si veda "Sulla rimozione delle vittime da coronavirus" del 10 marzo 2020

giovedì 30 aprile 2020

CONSIDERAZIONE SUL SUPPORTO AGLI OPERATORI PSICO-SOCIALI IN PRIMA LINEA NELLA PANDEMIA DA COVID-19

La sfida dell'incertezza totale nelle relazioni. 

Nel quadro dell'attività di "Support the Supporters" del progetto “ICS- INSIEME CONTRO LA SOLITUDINE” finanziato dalla Compagnia di San Paolo (si veda Covid-19: Assistenza psicologica a Torino), questo testo costituisce la premessa delle linee guida per gli operatori in prima linea per il sostegno psicologico a cittadini e operatori sanitari della città metropolitana di Torino di fronte ai problemi di salute mentale durante la pandemia da coronavirus.

venerdì 10 aprile 2020

Una strada che si chiama metanoia

In qualsiasi situazione di pericolo, paura e ansia prolungata vorremmo rivolgerci a qualcuno che possa aiutarci, fornendoci rassicurazioni e certezze, infondendoci fiducia e coraggio. Lo fanno i bambini verso i genitori, lo fanno anche i cittadini verso i governanti.
Come avviene anche a chiunque volesse oggi chiedere aiuto al suo amico, al suo terapeuta o alla sua guida spirituale o ai numeri verdi di supporto psicologico, di fronte a questa pandemia accade di trovarsi di fronte all'altro senza che questi possa fornire risposte completamente soddisfacenti. Questo perché - sia questi il genitore in presenza, il governante in tv o chiunque altro dall'altra parte del telefono/pc/tablet - egli si trova in vero nella nostra stessa situazione.
Questi 'altri' cui ci rivolgiamo possono provare a dissimulare raccontando bugie pietose o ragionevoli consigli sulla scorta del poco di veramente noto (serve mantenere la distanza sociale), ma nulla che possa veramente comunicare sicurezza, certezza, fiducia e coraggio.

A meno che… noi richiedenti aiuto non si riesca ad imboccare una strada che si chiama metanoia. Non è un astratto cambio di narrativa calato dall'alto, come quello proposto da alcuni appelli che girano in questi giorni. Non basta un artificio retorico per uscire dai limiti delle possibilità di comprensione da parte dell’intelletto umano per rientravi in una nuova più 'alta' comprensione. Non è neppure mistica o pratica religiosa.
Si tratta invece di un gioco linguistico: riconfigurare il significato delle parole in modo che acquistino una senso e un movimento (una "vita activa", per dirla con Hannah Arendt) in questo nuovo contesto.

"La metanoia non è solo un problema di comprensione, ma sposta un rapporto esistente tra pensiero e mondo. Solo nel linguaggio il mondo si presenta al nostro pensiero; tra linguaggio e mondo non c'è differenza fondamentale per ostacolare il pensiero. Esprimere un nuovo pensiero significa anche inventare sempre un nuovo gioco linguistico adeguato a quel pensiero. Il linguaggio opera una differenziazione del rapporto tra pensiero e mondo. Il linguaggio non è arbitrario, per quanto tale arbitrarietà possa sembrare ovvia ai teorici contemporanei del linguaggio. Al contrario, ogni parte del linguaggio è legata a un sistema in continuo sviluppo. Il linguaggio sviluppa la nostra comprensione del mondo nello stesso modo e nella stessa misura in cui continua a svilupparsi. Il principio del linguaggio non è l'arbitrarietà, ma la contingenza. Il linguaggio, in altre parole, si sviluppa all'interno di un quadro di possibilità in continuo cambiamento costituito dai suoi legami con il pensiero e con il mondo. Ecco perché le possibilità di una nuova comprensione sono immediatamente legate alla ricerca o all'invenzione di un nuovo linguaggio." (Avanessian A., Hennig A., 2014)



Esattamente quando assistiamo a cambiamenti epocali radicali, quando crolla il mondo, la metanoia interviene con la sua funzione poietica del linguaggio.

Sul piano politico del post-pandemia da Covid-19, al momento non posso che semplificare con questa metafora presente nella prefazione del libro: (noi) "il pedone potrà fare una mossa all'interno degli scacchi che si mangi altri pedoni, regine, re, cavalli, torri e alfieri con le loro opposizioni ed infinite lotte, portando ad una partita completamente nuova con pezzi diversi, modi diversi di muoversi, modi diversi di essere colpiti, e" ...un nuova scacchiera!


lunedì 16 marzo 2020

Coronavirus Outbreak and Rule of Law: Need for Vigilance


The idiot is one who lives only in his own household and is concerned only with his own and its necessities  - Hannah Arendt

More and more countries have their citizens locked up at home to fight the coronavirus pandemic. The need for measures restricting individual freedom is not questioned here: we are all well aware of the need to postpone the peak outbreak so as not to burden healthcare facilities. However, the situation for democratic countries poses a real risk to the Rule of Law, as soon as part of the public discourse lingers in comparison with war, as curried after 9/11 with the War on Terror. 
It's dangerous to handle the covid-19 emergency like it's a war and Hannah Arendt talks about it in the final section added to the second edition of her book, The Origins of Totalitarianism, in 1958, when she highlights how individual isolation and loneliness are preconditions for totalitarian domination. Concept then taken up in her later paper Public Rights and Private Interests (1974).

In Italy, for example, the over-regulation of the most personal moments of daily life is taking place with minimal involvement of Parliament. Legislation versus coronavirus emergency arises from decrees of executive power (i.e. decisions of the Council of Ministers) while the spread of the virus among parliamentarians slows down their function of control and balance.

In this sense, the reading of Hanna Arendt and her alert lies in the need for vigilance on the part of the community and the mass media. The independence, autonomy and critical capacity of the media are nowaday a bulwark of fundamental human rights and our democracies, so that our fears don't become "carte blanche" for governments.

Then we can say that yes, of course we are in our "own household(s)", but our responsibility and concern is also not to become idiots...!



Coronavirus e Stato di diritto: la necessità di vigilare

"L'idiota è uno che vive solo nella propria casa e si preoccupa solo della propria vita e delle sue necessità"
- Hannah Arendt

Sempre più paesi hanno i loro cittadini rinchiusi in casa per combattere la pandemia di coronavirus. La necessità di misure che limitino la libertà individuale non viene qui messa in discussione: siamo tutti ben consapevoli della necessità di posticipare il picco dell'epidemia per non appesantire le strutture sanitarie. Tuttavia, la situazione per i Paesi democratici rappresenta un rischio reale per lo Stato di diritto, non appena la maggior parte del discorso pubblico indugia nel paragone con la guerra, come si è verificato dopo l'11 settembre con la War in Terror.

È pericoloso gestire l'emergenza covid-19 come se fosse una guerra e Hannah Arendt ne parla nella sezione finale aggiunta alla seconda edizione del suo libro, Le origini del totalitarismo, nel 1958, quando evidenzia come l'isolamento e la solitudine individuale siano i prerequisiti per il dominio totalitario. Concetto poi ripreso nel suo saggio successivo Public Rights and Private Interests (1974).

In Italia, ad esempio, l'eccessiva regolamentazione dei momenti più personali della vita quotidiana avviene con un coinvolgimento minimo del Parlamento. La legislazione contro l'emergenza coronavirus nasce da decreti del potere esecutivo (cioè da decisioni del Consiglio dei ministri) mentre la diffusione del virus tra i parlamentari rallenta la loro funzione di controllo e di equilibrio.

In questo senso, la lettura di Hanna Arendt e la sua allerta risiede nella necessità di vigilanza da parte della comunità e dei mass media. L'indipendenza, l'autonomia e la capacità critica dei media sono oggi un baluardo dei diritti umani fondamentali e delle nostre democrazie, affinché le nostre paure non diventino "carta bianca" per i governi.

Allora possiamo dire che sì, certemente stiamo nelle nostre case, ma la nostra responsabilità e preoccupazione oggi è anche quella di non diventare degli idioti...!