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lunedì 9 maggio 2022

Un 9 Maggio per 3 celebrazioni difficili

 

l 9 maggio è una data che quest’anno ci presenta un incrocio che non può non passare inosservato. Mentre in Italia è il Giorno in Memoria di tutte le vittime del terrorismo, nell’anniversario dell’uccisone di Aldo Moro nel 1978, e in Europa si festeggia il giorno del 1950 in cui Robert Schuman presentò il piano di cooperazione economica, ideato da Jean Monnet; in Russia e nei Paesi dell’ex-blocco sovietico il 9 maggio è il Giorno della Vittoria del 1945 che segna, con la cattura di Hermann Göring e Vidkun Quisling, la fine della seconda guerra mondiale.

È noto che il modo in cui l’establishment di un Paese cerca di costruirne l’identità collettiva passa per l’uso politico del passato, con scelte e iniziative pubbliche costruite attraverso cerimonie, anniversari, celebrazioni, musei, statue, mausolei, opere letterarie e artistiche, insegnamento della storia nelle scuole. Altrettanto noto è che dietro la festa dell’Europa ci fosse l’avvio di un nucleo economico europeo, a partire dalla messa in comune delle riserve di carbone e acciaio, come primo passo indispensabile al mantenimento della pace sul continente.

Meno noto, invece, il fatto che l’establishment ucraino post-Majdan, successivo cioè alla caduta nel 2014 del regime filo-russo del preside Viktor Janukovyč, decise di ridisegnare il Giorno della Vittoria cambiatogli nome, con il decreto del presidente Petro Poroshenko del 24 maggio 2015, e che avviò così un preciso processo di dekommunizacija – decomunistizzazione – del paese. Da allora le autorità ucraine hanno deciso di trasformare l’omaggio agli eroi della Grande Guerra Patriottica, commemorandone piuttosto le vittime, come si usa nell’Europa occidentale: una giornata della Memoria e della Riconciliazione.

Così come il conflitto in Ucraina era già iniziato dal tempo dalla guerra del Donbass, parimenti sono seguiti paralleli gli atti simbolici - come la recente decapitazione la testa “russa” nella demolizione del monumento che rappresenta due operai, uno ucraino e l'altro russo, mentre sorreggono la stella dell'Ordine sovietico dell'amicizia – che segnano un processo di separazione di identità e memoria(li). Se nel 2015 l’establishment ucraino, come del resto gli intellettuali, potevano ancora scommettere su una riconciliazione, su una convivenza di culture e lingue russe e ucraina, oggi questo sembra impossibile. Una impossibilità che ci porta a riflettere sulle memorie divise della nostra storia nazionale che negli ultimi 15 anni ha visto opporsi, ogni 9 maggio, chi spendeva il suo ricordo per Aldo Moro e le oltre 400 vittime italiane del terrorismo dell’Italia repubblicana e chi per Peppino Impastato, il giornalista e attivista politico noto per le sue denunce contro le attività di Cosa Nostra, a seguito delle quali fu assassinato 10 ore prima del presidente della Democrazia Cristiana.

Alcune memorie diventano ufficiali, con le loro cerimonie di Stato, mentre altre restano private, patrimonio di una sola parte politica, come capita anche nell’estrema destra italiana e le sue commemorazioni dei camerati caduti negli scontri di piazza con l’estrema sinistra o verso i caduti delle Repubblica di Salò. Di fronte ai conflitti, la riconciliazione è una speranza sempre aperta, mentre l’idea di “memoria condivisa” è un ossimoro che resta una chimera. Tuttavia ci sono segni di queste tragiche memorie che lasciano tracce di conoscenza. Se l'epitaffio inciso a Cinisi (PA) sulla tomba di Peppino Impastato, recita: "Rivoluzionario e militante comunista - Assassinato dalla mafia democristiana", davanti alla tomba di Aldo Moro a Torrita Tiberina (RM), è stato apposto un epitaffio solo nel 2005, in spagnolo, che in italiano recita: “In memoria di Aldo Moro morto a causa della cecità criminale delle Brigate Rosse e abbandonato da coloro che considerarono che la salvezza della sua vita non meritasse il disonore di una sconfitta”.

Quest’ultimo epitaffio, oltrepassando la retorica delle commemorazioni ufficiali o quelle private di una parte politica, è quanto oggi non dovrebbe passare inosservato. Ci dice, infatti, qualcosa che ci interroga, davvero in profondità, sul prezzo da pagare per la salvezza di qualunque vita: ieri oggi o domani.

Aldo Moro



domenica 6 marzo 2022

Appunti sulla guerra: Russia Ucraina ed Europa

Abbiamo fatto i sacrifici per la pandemia e non possiamo farli adesso per fermare Putin?Questa serie di appunti è la copia dei miei post (e tra parentesi le risposte ad alcuni commenti) sul mio profilo Facebook, i quali, giorno dopo giorno, provano a seguire il flusso di riflessioni su quanto accade intorno al conflitto in Ucraina, scaturito dall'attacco russo del 24 Febbraio 2022.



(7 Marzo 2022) "PREMESSA" A QUESTI APPUNTI

Da dieci anni mi sono ormai sottratto, probabilmente con qualche eccezione, dal commentare i fatti delle politica: cioè da quella prassi che ci vorrebbe obbligare a schierarci ed esprime le nostre opinioni su ogni decisione dei governi ai livello locale, nazionale ed internazionale. Una pratica di cui abbiamo diritto, ben inteso, che è alla base dei sistemi liberal-democratici e che restano ancora i migliori possibili, ma che tuttavia non possono esimersi dalla logica di polarizzare le idee e relativi sentimenti e risentimenti insiti nel processo decisionale. Quanto viene definito teatrino della politica. Un definizione spregiativa e qualunquista che ha però il pregio di rilevarne la dimensione teatrale reale: noi elettori siamo il pubblico che parteggia per i personaggi pubblici sulla scena, come ora parteggiamo per quelli sullo scenario bellico.
Da dieci anni ho provato solo a concentrarmi, probabilmente con qualche eccezione, sulla dimensione delle politiche che afferiscono alla mia attività lavorativa, quella di supporto e recupero verso vittime e rei della violenza politica e di prevenzione di quest’ultima. Diritti, cura e riabilitazione degli attori della violenza politica, così come le attività di prevenzione pre-crimine della radicalizzazione violenta. Questioni che non rispondono alla domanda per chi parteggiare, ma a quella su come risolvere un problema. La differenza tra politica e politiche.

 

(9 Aprile 2022) IL PACIFISTA

La "stupidità del pacifista" è quella che vede le conseguenza della guerra: dallo stesso popolo, cioè un gruppo etnico con millenarie comuni radici culturali, la guerra  ne ottiene due che si odiano, risentiti, in cui uno costruisce sull’altro la propria immagine del nemico assoluto (Carl Schmitt). Che la colpa di Putin sia certa, non toglie di una virgola che tutti coloro che alimentano la reciprocità d’odio, ponendosi come partigiano di uno (Putin) o dell'altro (Zelensky), preparino il prolungarsi di questa o di nuove guerre.

Cartello alla manifestazione per la pace di Roma

(4 Aprile 2022) LESSICO BELLICO

Discriminare tra l'invio di materiale bellico di difesa o di attacco. Il secondo si chiama guerra per procura (Proxy war), senza ombra di dubbio. 
"A Washington con l’invio al governo di Kiev di armi più sofisticate e micidiali, armi d’attacco, per l’ennesima volta viene sabotato esplicitamente il fragilissimo negoziato" Domenico Quirico, "La Stampa" del 4 aprile.


(1 Aprile 2022) CONSIGLIO DI LETTURA

Nella sesta guerra anti-napoleonica l'Editto Prussiano sulla milizia territoriale (1813), noto come lo Statuto dei Partigiani, recita:
"Ogni cittadino ha il dovere di opporsi al nemico invasore con qualsiasi tipo di arma.[...] Scuri, forconi, falci e lupare vengono espressamente raccomandati.[...] Ogni prussiano ha il dovere di non obbedire ad alcun ordine del nemico, bensì di danneggiarlo con ogni mezzo possibile. Anche se il nemico volesse ristabilire l'ordine pubblico, nessuno è autorizzato a obbedirgli, perché così facendo si finirebbe per facilitarne le operazioni militari. [...] Gli eccessi di una canaglia sfrenata sono meno nocivi di un nemico nelle condizioni di poter disporre liberamente di tutte le proprie truppe.[...] Rappresaglie e azioni terroristiche a protezione dei partigiani sono garantite e promesse al nemico."
E' l'atto di nascita 'legale' delle democratizzazione delle violenza, il cui esito non sono stati solo tutti i terrorismi, ma anche quelle che si chiamano 'guèrre à outrance' (con momenti di alta e bassa intensità): tra le quali quella a cui assistiamo in Siria da 10 anni e quella che ora rischia l'Ucraina... o nella quale si trova dal 2014.

(17 Marzo 2022) PROPAGANDA E CONOSCENZA

Qualcuno mi chiedeva: "ma non li leggi i giornali?!" Sottinteso che non capissi nulla della guerra in Ucraina. 
"Questa foto ha fatto il giro del mondo: una bambina ucraina, seduta nella finestra di un rudere, intenta a presidiare un’area con in braccio un fucile gustandosi un lecca lecca. Tra i suoi capelli si notano le trecce giallo blu, i colori dell’Ucraina, ed è diventata un simbolo della resistenza contro l’invasione russa di Vladimir Putin". In realtà una messa in scena del padre fotografo amatoriale, scattata prima dell'inizio delle guerra. La fotografia è girata senza oscurare il volto del minore (la foto sotto è la versione col volto oscurato da Open.online), senza alcun controllo delle testate che l'hanno pubblica, senza scuse successive (salvo Avvenire). Diciamo che la "mia" laureanda con la sua tesi sui "cuccioli del califfato", potrebbe insegnare per un semestre intero ai media e all'opinione pubblica cosa sia la realtà dei bambini-soldato veri. 
No, non leggo i giornali. Preferisco le tesi di laurea.
La Stampa
da https://www.open.online/2022/03/14/vera-storia-bambina-ucraina-fucile-lecca-lecca/


(16 Marzo 2022) PULIZIA LESSICA

ll lemma mobbing è nato per descrivere comportamenti animali e venne coniato agli inizi degli anni settanta del XX secolo dall’etologo Konrad Lorenz per descrivere un particolare comportamento aggressivo tra individui della stessa specie, con l'obbiettivo di escludere un membro del gruppo.
Successivamente un medico svedese nel 1972 P. Heinemann utilizzò il termine come sinonimo di bullismo ("bulling").
Questo lemma è un gerundio sostantivato inglese derivato da "mob", l' abbreviazione del termine “mobile”, inventato nel tardo XVI secolo dal prete e cospiratore cattolico William Watson e da lui tratto dall'espressione latina "mobile vulgus” (frase che ricorre in ricorre in Seneca e in Stazio come neutro di mōbilis + vulgus). 
In molta parte dell’opera della filosofa Hannah Arendt ricorre il termine mob: “the mob on both sides is just waiting for the chance to strike out.” Nel caso del razzismo sudista analizzato dalla Arendt mob è: la folla che da entrambe le parti sta solo aspettando l'occasione per colpire…. il nero. Insomma, l’azione del mob è il linciaggio. 
La definizione del Cambridge Dictionary è: “a large, angry crowd, especially one that could easily become violent”.
L’azione che negli animali esclude, negli umani può uccidere. Uccide nella sua forma di violenza più primitiva, come emerge dagli studi etnografici ed antropologici, ed esempio nel Ramo d’oro di James G. Frazer, all’inizio del ‘900.
Mobilitare ("mobilize") e mobilitazione ("mobilization"), in inglese derivano da termini francesi, usati nel 1833 in senso militare di "prepare for active operation or taking the field”; cioè il processo di preparazione alla guerra, ma la radice etimologica “mob” è sempre la stessa.
Nelle scienza sociali e politiche, la mobilitazione è estesa ad un ambito semantico anche pacifico e non-violento, ma il suo senso profondo, nei recenti studi sulla radicalizzazione violenta torna ad afferire alla fase in cui il soggetto o il gruppo si mobilità in attività che possono giungere fino all’attentato terroristico; cioè in continuità con l’uso semantico militare.
Giungendo all’oggi, alla guerra in Ucraina, merita un commento l’incipit di Marco Revelli nel suo ottimo articolo sul Manifesto di domenica scorsa: “La guerra contiene in sé l’infinita potenza del negativo. Con un altrettanto infinito potere di contagio. Dovremmo saperlo, ma lo dimentichiamo sempre: non si limita a distruggere vite e mondi. Corrompe e contamina occupando le menti e le anime con la propria logica perversa.”
Ecco, assai più opportunamente dell’archetipo germanico di Carl G. Jung, o la storia personale del padre di Marco, Nuto Revelli; il contagio mimetico delle violenza è stato l’oggetto di una vita per René Girard: la lezione di tale contagio non si dimentica, esattamente, ma viene “repressa”, oscurato dalla sacralità del momento, e soprattutto del post-conflitto, quando i vincitori narreranno la "nuova cultura". La teoria mimetica di Girard sviluppa piuttosto il pensiero di Freud e soprattutto trova conferme nelle recenti neuro-scienze.
Allora, lo spettacolo della guerra sui media e il dibattito intorno sui social e in tutta l’info-sfera sono importantissimi perché creano un contagio mimetico prodromico ad una mobilitazione generale. Ci fa praticare il mobbing verso i pacifisti perché la mente e il corpo si stanno già preparando alla ferocia del linciaggio. Dal 24 Febbraio scorso ci stiamo trasformano in “lynch mob”: l’attività più antica di un homo assai poco sapiens.


(9 Marzo 2022) NEONAZISTI E PREVENZIONE

In quella regione ucraina ora diventata famosa, il Donbass, ci sono militanti comunisti tra i filorussi e soprattutto neofascisti da entrambe le parti, compresi Foreign Fighter italiani, che adesso, con l'escalation militare in corso, aumenteranno ...e un giorno torneranno.
Nel microcosmo del mio lavoro di deradicalizzazione, si ha l'impressione di operare con il solito vuoto cognitivo intorno: la mancata capacità di previsione e prevenzione.

 Qui sotto potete trovare pubblicato il mio report del caso studio, il primo in Italia, che riguarda un’attività di cosiddetta de-radicalizzazione nei confronti di un ragazzo coinvolto in attività eversive dell’estrema destra neo-nazista. Il percorso intrapreso nasce nel quadro del progetto europeo “Exit Europe” che ha visto coinvolta l'associazione Leon Battista Alberti. 

Le attività di de-radicalizzazione o disimpegno o exit, sono in letteratura parte della prevenzione (Preventing Violent Extremism - CVE): quella che prova ad intervenire prima che si sparga sangue.

 

Estremismo neonazista e deradicalizzazione
Qui la versione in italiano, qui in inglese

(7 Marzo 2022) SI NASCONDE LA COSCIENZA EUROPEA

Non sono affatto sicuro che il Cristo Salvatore della cattedrale armena di Leopoli vada portato al sicuro all'interno di un bunker.
Il testimone diretto dell’atto persecutorio, la passione; l’avvocato universale, il ‘paracleto’, preposto alla difesa di tutte le vittime innocente, non può essere nascosto. Non possiamo avere l’hybris di salvare il salvatore. Il valore storico artistico è nullo se si oblitera o ripudia il significato aprendo l’ennesima parentesi della storia umana per  chiuderla alla fine dello spargimento di sangue. 
Se mai fosse possibile, proprio ora, esporlo ulteriormente.

 


(6 Marzo 2022) LA FORMA DEL NEMICO

 "Dimmi chi è il tuo nemico e ti dirò chi sei (...): il nemico è la gestalt del nostro auto-interrogarsi” (Carl Schmitt). 

Nella teoria della gestalt, il passaggio organizzativo più importante di ogni atto percettivo è la segregazione tra la forma e lo sfondo: individuare la figura che si staglia sul rumore di fondo.
La comprensione della forma di Schmitt può essere approssimata al seguente esempio. Un archeologo scopre frammenti di un antico pezzo di ceramica. Si chiede: “Cosa sono?” Mettendo insieme alcuni di quei frammenti, l'archeologo è in grado di determinare che questi frammenti provengono da una ciotola. Tale è la scoperta della forma "ciotola".
Così, quando Schmitt scrive che "il nemico è il nostro interrogarci come Gestalt", in Theorie des Partisanen, ci chiede di interrogarci su come potremmo intendere frammenti di ceramica, per estrapolare l'intera forma del nostro nemico.
Nella confusione dei conflitti, riconosciamo persecutori e perseguitati, ma fatichiamo assai a trovare i nostri nemici, cioè chi perseguitiamo. Girard, ne Il capro espiatorio, scrive: “caro lettore, noi due abbiamo soltanto inimicizie legittime”. Siamo cioè incapaci di individuarci come persecutori di qualche capro espiatorio, cioè, nel linguaggio di Schmitt, siamo incapaci di individuarci come partigiani con un nemico assoluto da combattere. Solo un esterno che ci osservare comprende il meccanismo. 
Come per l’erba del vicino, le sue mani sono più sporche di sangue delle nostre, non per invidia chiaramente, ma perché pensiamo che il sangue sulle nostre sia legittimo.
Così oggi vediamo le mani di Putin sull'Ucraina, ma la nostre sono più pulite perché riteniamo legittimo inviare armi agli ucraini…


(5 Marzo 2022) GUERRA E PACE SOCIAL 

Ieri mi è capitato di abbandonare una chat di conoscenti, e alcuni amici, di lunga data. Diventata un bollettino propagandistico di guerra, una "bolla" di informazioni uniformi e conformi, in quella sede ho provato a segnalare posizioni diverse, nei mondi cristiano e socialista, che, come già occorso prima della prima guerra mondiale, non concordano affatto sull'invio di armi agli ucraini, indiretto ma esplicito ingresso in guerra. Mi hanno risposto che essendo democratici la dissidenza era tollerata, ma tutti loro erano schierati. Insomma, ho ritrovato là l'unanimismo semi-totalitario contro Putin che è esattamente il frutto avvelenato delle coscienze che accusa chi cerca di risparmiare sangue di complicità col nemico di turno. 
La pace è non schierarsi con gli stati ma con tutte le vittime e chi argomenta politicamente la pace è un falso ipocrita. La pace non ha moventi politici, come insegna Norberto Bobbio in relaziona alla mitezza, la virtù opposta a quella «dell’uomo politico».


 (Abbiamo fatto sacrifici per la pandemia e non possiamo farli adesso per fermare Putin? La dittatura  si spegne facendo tutti la propria parte di fronte allo scandalo della guerra, non facendo ingrassare l'industria bellica e fermando la transizione ecologica. Metti in campo tutte le sanzioni, le più drastiche subito in modo che tutti si compatiscano gli ucraini in senso fisico, non in modo immoralmente ipocrita fornendo loro armi che finiscono in formazioni ibride in attesa che funzionino le sanzioni, permettendoci nel frattempo di starcene comodi qui a disquisire dalle nostre comode case.)

(5 Marzo 2022) RIFUGIATI

Ai confini il colore della pelle misurale distanze geografiche che sono percezioni e sentimenti sociali. 
Giova ripetere un fatto la cui banalità inganna spesso i buoni sentimenti. Noi sentiamo empatia in proporzione alla distanza. L'adagio che recita "lontano dagli occhi, lontano dal cuore" significa che senza prossimità non saremo animali sociali con migliaia di muscoli facciali che si combinano per esprime in viso le nostre emozioni. Non è solo o tanto questione di bieco razzismo il trattamento dei polacchi ai loro confini che in poche settimane ribaltano l'approccio ai profughi di 180 gradi: dai muri alle porte spalancate. Chi arriva da lontano, qualsiasi sia stato il tragico destino a portarcelo ai confini, rende indifferenti se non diffidenti la maggioranza di noi. La fratellanza (e sorellanza) tra polacchi e  ucraini è facile perché è familiarità di usi, costumi, lingua e cultura. La solidarietà oltre la prossimità culturale è questione di civiltà, assai più ostica da costruire.


(4 Marzo 2022) I CONFINI SONO SACRI?

Lo stupro è una perfetta metafora per un invasione bellica. Gli stati hanno confini, così come i nostri corpi. La dottrina giuridica usa definire taluni delitti come "contro la personalità dello stato": questo ha un corpo e un personalità, come appartenesse alla specie homo sapiens, esprimendo la somma degli esponenti di una nazione. L’origine di questo linguaggio è nel Codice Rocco, eredità del nostro periodo fascista, ma il concetto è consono a ogni nazionalismo: lo stato è il “super-uomo”.

Il suoi confini sono sacri, o almeno possono diventarlo come occorso dopo la mattanza della Grande Guerra e l’ascesa del fascismo. 

Il politologo ed economista Edward Luttwak, in una recente intervista, afferma che il destino dell’Ucraina è segnato dal fatto che i suoi confini “ora sono stati sacralizzati”. Utilizzando involontariamente una aggettivazione girardiana, Luttwak ci ricorda a sua volta che l’uso delle violenza rende sacro. Tuttavia è bene ricordare che l’atto di sacrificare implica che sia il "prete sacrificatore" che la "vittima sacrificale" siano appunto sacri.  Quindi, sia i confini ucraini, che quelli agognati da Putin (quelli del neo impero russo), sono ora sacri. Se sono sacri, tornando alla metafora, allora possiamo pensare che anche i confini del corpo e la personalità della donna siano violabili. 

La domanda da porsi è se la nostra posizione di fronte alla guerra risieda nella cura e resilienza della donna stuprata o nel linciaggio collettivo dello stupratore. Ovvero, rinunciare o meno al sacro. 

 

(2 Marzo 2022) NESSUNO E’ RAGIONEVOLE

Di fronte la guerra, tranne chi non sta leggendo questo post perché è sul campo a prestare soccorso umanitario.
Come Putin non è un folle, così noi non siamo ragionevoli, dicevo ieri. Facciamo un passo oltre. E’ facile vedere che c’è un paese invasore e un paese invaso con sproporzioni di mezzi, ma è assai meno facile vedere il meccanismo che ci sta portando all’unanimità verso la disumanizzare del nemico, Putin, definendolo un pazzo o, come ha fatto il nostro Ministro degli Esteri in diretta tv, “peggio di una bestia". La violenza, in questo caso della guerra, ha il terribile fascino per cui ci sentiamo tutti in dovere di schierarci come partigiani (chi parte a combattere) o leoni da tastiera: la stragrande maggioranza per l’Ucraina, naturalmente. Lo si è visto ieri sia al Parlamento europeo, sia al Parlamento italiano. Il punto non è evidenziare la banalità di sostenere che è il lato giusto con cui schierarsi (al netto della minoranza nostalgica dell’impero russo per via di qualche padre comunista). Il punto è che in modo subitaneo Putin, e con lui a cascata tutti i russi, è diventato il catalizzatore di tutto il nostro odio.
Il male delle guerra, o di qualsiasi violenza, non è tanto e solo l’atto dell’attacco, quando le conseguenza malefiche che investono tutta la comunità, in questo caso europea. Quella pandemia di emozioni e azioni nefaste che mimeticamente ci contagia (direbbe René Girard) portandoci a riversare tutto l’odio su un uomo solo. Putin. Colpevole, certo, ma ora anche capro espiatorio per obliterare con ipocrisia tutto quanto non è stato fatto da Europa ed Occidente per evitare la catastrofe attuale.

(Da una parte abbiamo la guerra con l'Ucraina, certo, e dall'altra le persecuzioni di russi non allineati contro Putin, o di studiosi della cultura russa preventivamente censurati o i neri fermati al confine che non possono scappare dal conflitto... e soprattutto tutti allineati nell'odio anti russo. Il risultato sarà alimentare forti sentimenti nazionalisti sia in Russi che in Ucraina, mentre noi europei rischiamo di non cogliere l'occasione per l'ultima tappa che unisca l'Europa: una comune difesa e politica estera. Cioè l'unico viatico contro i nazionalismi. Tutti).


 

(2 Marzo 2022) NO, NON E' UN FOLLE

Collegare la guerra o qualsiasi atto di violenza politica alla follia, come molto stanno facendo in queste settimane in relazione a Putin, è quanto di più assurdo si possa dire. Si tratta dei reati più logici che ci siano perché originati da diritti storici e ideologie che non hanno nulla di irrazionale, come ha spiegato già 70 anni fa da Albert Camus. Semmai, la natura profonda di questi atti è sacrificale* (si legga René Girard in merito). Solo che in Occidente, dopo l’Olocausto o Shoah, non siamo più disposti ad accettare sacrifici umani. Siamo tutti col popolo ucraino perché è vittima innocente, non perché si sta scontrando con un folle e noi siamo ragionevoli.

(*il sacrificale. Sintetizzare il pensiero girardiano in un post è francamente opera improba. Ma diciamo che prima della capacità dei moderni di individuare vieppiù le vittime innocenti delle persecuzioni (si chiamo guerre, terrorismi, razzismi, etc...), i riti sacrificali, così come a livello narrativa le mitologie, avevano la funzione di nascondere il meccanismo di persecuzione del capro espiatorio. Cioè quel meccanismo di regolamentazione sociale della violenza attivo dall'origine dei tempi. Un meccanismo pre-giuridico che ci "assolve" dalla nostra partecipazione a quelli che erano linciaggi collettivi, persecuzione o guerre ritualizzandoli nel sacro e così costruendo le norme sociali, i tabù, i sitemi culturali.)

(E' anche vero che "quell'accento di follia che, certo, alberga in ciascuno di noi". Il punto, per me, è linguistico. 'Follia' è un termine vagamente romantico che copre le peggiori atrocità con una patina di eroico, eludendo un dato che è invece antropologico: tutti abbiamo pregiudizi, facciamo discriminazioni e talvolta perseguitiamo, anche con la violenza, l'altro.)


(01 Marzo 2022) DI EMERGENZA IN EMERGENZA...

"Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Mario Draghi, ha deliberato la dichiarazione dello stato di emergenza, fino al 31 dicembre 2022, in relazione all’esigenza di assicurare soccorso e assistenza alla popolazione ucraina sul territorio nazionale in conseguenza della grave crisi internazionale in atto."

 

(28 Febbraio 2022) UN BEL PARADOSSO

Le grandi manifestazioni per la pace sono sempre necessarie, ma vorrei sottolineare una differenza rilevante poco osservata. Quando è l’Occidente a preparare una guerra, tali manifestazioni si possono svolgere in anticipo perché c’è un processo decisionale noto e quindi, almeno in teoria, potrebbero influire su tale processo. Quanto c’è di mezzo un autocrate, avvengono dopo l’inizio del conflitto e quindi non possono incidere in alcun modo sulla sua decisione iniziale. O meglio, il caso ucraino insegna che avrebbero potuto svolgersi prima, ma al prezzo di fidarsi dell’allerta del presidente USA: l’unico che da settimane paventava chiaramente ciò che è poi occorso. Un bel paradosso!



(27 Febbraio 2022) VIVA L'EUROPA (?)

Come ad inizio pandemia due anni fa, la guerra in Ucraina provoca una silenziamento di pensieri e interazioni anche qui su Fb. La guerra in Europa risulta inaspettata, così come era inaspettata una pandemia e sotto queste minacce abbiamo necessità di riordinare i pensieri. Erano appena arretrati gli esperti virologi che sopravanzano nei salotti televisivi gli esperti di guerra e geopolitica. I secondo, come già i primi, non sono selezionati tanto per merito, tipo avere avuto qualche capacità di previsione, ma sulla base dell’audience che sono in grado di attrarre (cioè, in ultima analisi, il loro grado di narcisismo).

Ciò premesso, a fronte delle terribili notizie che giungono dal versante bellico, mi sento di fare una previsione che scommette sul versante positivo insito in ogni male. E’ questa un'occasione irripetibile, che spero non falliremo di cogliere, per costruire l'Europa come un'unica nazione, cioè per concludere quel percorso iniziato alla fine della Seconda guerra mondiale che ambiva esattamente a non avere più guerre sul suo suolo (fallito tante volte per i veti, prima francesi e poi inglesi, a costruire una difesa comune europea).



(26 Febbraio 2022) INFOGRAFICA BELLICA

Cartografare le reazioni all'invasione dell'Ucraina.
Questa carta, realizzata dal Groupe d'études géopolitiques, la prima del suo genere, analizza le reazioni di tutti gli Stati del Mondo alle 11.30 (ora di Roma, 3 marzo) all'invasione russa dell'Ucraina.
Mappa: Il Grand Continent Fonte: Groupe d'études géopolitiques Scaricare i dati Creato con Datawrapper

(25 Febbraio 2022) LESSICO MILITARE

"Guerra lampo (ted. Blitzkrieg) Espressione con la quale, nei primi tempi della Seconda guerra mondiale, i tedeschi indicarono il metodo di guerra da essi impiegato, inteso a una rapidissima soluzione militare". (Treccani)



mercoledì 5 gennaio 2022

L’Italia messa in mora dall’Europa sui diritti delle vittime del terrorismo

Dal 2017 una Direttiva europea integra quella sui diritti per tutte le vittime di reato, la 2012/29/UE, con alcuni specifici diritti per quelle del terrorismo. Tra questi, al comma 4 dell’art. 24 della Direttiva 2017/541/UE, si legge:
«Gli Stati membri provvedono affinché siano posti in essere meccanismi o protocolli per l’attivazione di servizi di sostegno alle vittime del terrorismo nel quadro delle infrastrutture nazionali di risposta alle emergenze. Tali meccanismi o protocolli prevedono il coordinamento delle autorità, delle agenzie e degli organismi pertinenti per poter fornire una risposta globale alle esigenze delle vittime e dei loro familiari immediatamente dopo un attentato terroristico e per tutto il tempo necessario, compresi mezzi adeguati che facilitino l’identificazione delle vittime e la comunicazione con esse e le loro famiglie».
Gli Stati membri della Ue hanno quindi l'obbligo di fornire consulenza e informazioni su questioni legali, pratiche o finanziarie pertinenti come parte integrante del sostegno offerto alle vittime subito dopo un attacco terroristico. E, viceversa, le vittime del terrorismo hanno il diritto di essere informate sui propri diritti e i servizi posti a loro disposizione. Cioè il diritto delle vittime a ricevere, fin dal primo contatto con un'autorità competente, le informazioni fattuali e di attualità sull'aggressione, sulla situazione attuale e sulla condizione dei propri cari, da una parte; e il diritto ai servizi (ad es. psicosociali, legali, medici e finanziari) che le aiutino ad affrontare l’attentato e le sue conseguenze in modo pratico e resiliente.

Un mese fa, il 2 dicembre 2021, la Commissione Europea ha scritto al Ministro degli Affari esteri, on. Di Maio, per segnalare l’avvio della procedura di infrazione, la n. 2021/2180. Ovvero la lettera di costituzione in mora ex art. 258 TFUE, proprio perché giudica non recepito nella legislazione italiana il comma 4 dell’art. 24 della Direttiva 2017/541.
In Italia non solo manca il recepimento di questa Direttiva, ma anche quando la Commissione Europea ha istituito, negli ultimi due anni, un “Centro di competenza dell’UE per le vittime del terrorismo – EUCVT”(*) per offrire competenza, orientamento e sostegno alle autorità nazionali e alle organizzazioni di assistenza alle vittime del terrorismo, le prime, le autorità italiane, cioè i ministeri di Interni e Giustizia, sono state completamente latitanti. Ho potuto constatalo direttamente quando, nel corso del 2021, mi sono trovato nel ruolo di funzionario nazionale della formazione per l'Italia del Centro EUCVT. Al corso organizzato sui diritti delle vittime del terrorismo nelle Direttive europee hanno preso parte esclusivamente soggetti del volontariato e del privato sociale: i centri della Rete Dafne, le Misericordie e gli psicologi dell’emergenza.

Il 3 febbraio 2015, durante il messaggio al Parlamento seguito al giuramento per l'elezione a Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha ricordato un attentato terroristico:
«(L'Italia) ha pagato, più volte, in un passato non troppo lontano, il prezzo dell'odio e dell'intolleranza. Voglio ricordare un solo nome: Stefano Taché, rimasto ucciso nel vile attacco terroristico alla Sinagoga di Roma nell'ottobre del 1982. Aveva solo due anni. Era un nostro bambino, un bambino italiano».
Ora che sta terminando il settennato, l’Italia si trova in una paradossale situazione verso il resto dell’Europa. Infatti, se un attentato come quello alla Sinagoga di Roma, che con il lancio di bombe a mano e uso di mitra comportò anche il ferimento di 37 persone, si ripetesse oggi (sia mai, naturalmente!), i diritti ad una pronta ed immediata informazione e assistenza alle vittime sarebbero gli stessi del 1982, cioè nessuno.  
In Francia, ad esempio, subito dopo un attacco terroristico che ha colpito un gran numero di persone, viene attivata la cellula interministeriale per l'informazione pubblica e il sostegno alle vittime ("Cellule Interministérielle d'Information du Public et d'Aide aux victimes" - C2IPAV Infopublic). Il “C2IPAV Infopublic” collabora strettamente con le autorità locali e le organizzazioni locali di supporto alle vittime per creare un centro di accoglienza familiare (“Centre d’Accueil des Familles” - CAF), che funziona come un unico luogo fisico in cui vittime e familiari ricevono informazioni sui loro diritti e questioni procedurali sui vari servizi di supporto e assistenza riabilitativa a loro disposizione. Negli ultimi 4 anni questi ‘CAF’ francesi hanno accolto oltre 700 vittime e sopravvissuti di attentati.

Nella situazione italiana, tutto appare non solo retaggio dei faticosi decenni occorsi alle vittime del terrorismo per aver riconosciuti i loro primi diritti nel 2004, con la legge n. 206, ma è oltremodo paradossale alla luce del fatto che in Parlamento giace proprio una proposta di legge, la n. 2935, di riforma di quella legge del 2004 e anche il quel testo è assente il recepimento della Direttiva.

Insomma, il disinteresse del côté politico è inversamente proporzionale all’interesse di chi nella società civile si occupa di vittime, giustizia e riabilitazione psicosociale. Eppure l’utilità fondamentale di avere un pronto intervento che informi e supporti le vittime, i superstiti e i loro familiari, risiede nella necessità di una cura che quanto prima è avviata, quanto più evita un aggravarsi del quadro psico-traumatico e psicosociale dei soggetti coinvolti in un attentato terroristico. La letteratura scientifica in materia conferma, cioè, l’utilità di un tale diritto europeo.

Chissà che Mattarella o qualche "responsabile" in Parlamento non abbia voglia di spendere qualche parola in supplenza di quelle omesse dal resto dei decisori politici italiani? Del resto “il prezzo dell’odio e dell’intolleranza” si può risarcire proprio garantendo i diritti alle vittime di odio e intolleranza.

sabato 4 settembre 2021

SEMINARIO SUI DIRITTI EUROPEI ED ITALIANI DELLE VITTIME DEL TERRORISMO



Programma seminario sui diritti delle vittime del terorrismo



Le finalità del seminario online del 24 Settembre 2021, dedicato ai decisori politici, sono quelle di informare e discutere:

Da una parte, sulla normativa europea in materia di diritti delle vittime e di quelle del terrorismo in particolare, cioè le direttive 2012/29 e 2017/541, che promuove:
a) il diritto di ottenere informazioni, fin dal primo contatto con un’autorità competente, su ogni pertinente questione giuridica, pratica o finanziaria; b) diritti di accesso ai servizi di assistenza alle vittime, gratuiti e operanti nell’interesse della vittima, prima, durante e, per un congruo periodo di tempo, dopo il procedimento penale; c) i diritti procedurali che garantiscono che ogni vittima abbia accesso alla giustizia; d) diritti a misure destinate a proteggere le vittime del terrorismo e i loro familiari da vittimizzazione secondaria e ripetuta, intimidazione e ritorsioni, rischio di danni emotivi o psicologici e protezione della loro vita privata; e) servizi di sostegno che comprendano un’assistenza riservata, gratuita e facilmente accessibile per le richieste di indennizzo, incluse le vittime transfrontaliere.

Dall’altra, sulla riforma della legge n. 206 del 2004, attraverso la proposta di legge n. 2935 presentata il 10 Marzo 2021: “Modifiche alla legge 3 agosto 2004, n. 206, e altre disposizioni in materia di benefìci in favore delle vittime del terrorismo, che vuole: 
a) uniformare la platea dei beneficiari dei benefìci semplificando nel contempo le procedure per la loro concessione; b) dare piena attuazione alla rivalutazione integrale degli importi dei trattamenti economici (cosiddetta « clausola oro »); c) uniformare i criteri di valutazione attraverso il riconoscimento del danno biologico e morale per gli invalidi a causa di attentati avvenuti e valutati successivamente alla data del 26 agosto 2004; d) prevedere che sia definita con decisione amministrativa la concessione dei principali benefìci di legge; e) estendere a tutte le vittime italiane civili di attentati compiuti all’estero e ai loro familiari i benefìci previsti per le vittime dell’attentato terroristico di Dacca del 1° luglio 2016; f) uniformare le diverse categorie di vittime ai fini del riconoscimento dei diversi benefìci.

Intervengono: Aleksandra Ivankovic di Victim Support Europe, Luca Guglielminetti dell'Associazione Leon Battista Alberti, Federico Mancini di Rete Dafne Torino, Mariavaleria del Tufo, docente di Diritto penale presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e membro di Rete Dafne Italia, gli on. Andrea De Maria e Andrea Giorgis,  ePaolo Bolognesi, presidente dell’Unione stragi ed ex parlamentare.


  • Registrazioni entro il 17 Settembre 2021 qui: https://forms.gle/CofRBoj1kvWpjbio7
  • Aggiornamento: Il seminario è stato annullato per assenza di decisori politici interessati
  • domenica 13 giugno 2021

    Prevenzione degli estremismi violenti: sfide, pratiche e politiche da Torino ai livelli nazionale ed europeo

    In vista dei lavori della conferenza del 22 giugno 2021 del Tavolo di lavoro multi-agenzia per la prevenzione degli estremismi violenti della Città di Torino, una intervista a Luca Guglielminetti, RAN Ambassador in Italia a "Fino a prova contraria" - Blog - L’Espresso -13 Giugno 2021.

     "Prevenzione degli estremismi violenti: sfide, pratiche e politiche da Torino ai livelli nazionale ed europeo".


    Programma (click per ingrandire)

    lunedì 2 marzo 2020

    Tavolo di lavoro multiagenzia sulla prevenzione a Torino: le linee guida

    La Città di Torino sarà presto la prima italiana ha dotarsi di politiche di prevenzione e contrasto agli estremismi violenti, sul modello multi-agenzia delle migliori esperienze europee e con l'approccio promosso dal Radicalisation Awareness Network (RAN).
    Pur in assenza di una strategia nazionale, la collaborazione locale tra istituzioni, società civile e ricerca ha permesso, dopo 5 anni, di giungere a questo primo obiettivo con la possibilità di estenderlo ad altre città italiane e scalarlo per rilanciare l'attività parlamentare e governativa in materia.
    Qui sono reperibili le Linee guida allegate alla mozione.





    Il pool di esperti del Comitato scientifico che ha elaborato le linee guida per le azioni sociali ed educative per il contrasto agli estremismi violenti

    Crediti: qui

    sabato 22 febbraio 2020

    Dai discorsi d'odio al disimpegno dai gruppi estremisti violenti




    Nell’ottica di chi si occupa di contrasto e prevenzione dell’estremismo violento, la dimensione dei discorsi di incitamento all’odio rappresenta un ampio sottoinsieme che interseca i fenomeni di radicalizzazione violenta.

    Le recenti politiche, promosse in molti paesi e dalle organizzazioni internazionali, che vanno sotto il nome di contrasto e prevenzione dell’estremismo violento (P/CVE) sono finalizzate a promuove gli sforzi degli attori, pubblici e privati, delle comunità locali che intervengono consentendo di interrompere il processo di radicalizzazione violenta o prima che un individuo si impegni in attività criminali, o dopo per agevolarne il disimpegno dalla violenza e il reinserimento sociale.

    Nate a seguito degli attentati dell’11 settembre, negli USA, e quelli di Londra del 7 luglio 2005, in Europa, tali politiche, e i relativi programmi e strategie, focalizzate per lungo tempo sulle forme di radicalizzazione jihadista, si sono opportunamente evolute, in particolare nel nord Europa, verso un approccio che intervenisse verso ogni forma di estremismo violento, cioè al di là della matrice ideologica/religiosa che alimenta i gruppi organizzati che esercitano violenza.

    In questo contesto, il problema dei discorsi di incitamento all’odio, così come le propagande dei gruppi estremisti, sono un’espressione di quella che viene definita radicalizzazione cognitiva, o coinvolgimento (involvement) in una “causa”. Si tratta della prima fase di un processo cui possono seguire, per un’esigua minoranza di soggetti, la radicalizzazione comportamentale, o mobilitazione (engangement) in un gruppo estremista violento, e poi, nella maggioranza dei casi, la fase di de-radicalizzazione, o disimpegno (disengangement) o uscita (exit) dal gruppo.

    I confini tra chi esercita, individualmente o in gruppo, violenza verbale nei discorsi d’odio, e chi arriva poi ad esercitare quella fisica, o a farsi reclutare in un gruppo che la esercita, sono sicuramente complessi: variano le forme e i gradi di violenza fisica, così come i contesti geo-politici nei quali la si esercita, che possono richiedere valutazioni di legittimità, come nei casi di insurrezioni contro regimi illiberali. Senza entrare nel merito del difficile equilibrio tra il monopolio dell’uso della forza dello Stato e lo Stato di diritto che mitiga gli abusi del primo, quello che sappiamo per certo è che il fenomeno della radicalizzazione si presenta sempre come reciproco, tra gruppi polarizzati o parti in conflitto, come ad esempio ci ricorda Tzvetan Todorov (2016) quando scrive che: «Oggi l’islamofobia e il jihadismo si rafforzano vicendevolmente». Quello che sappiamo è che solo un’esigua minoranza giunge dal discorso d’odio al reclutamento e all’esercizio della violenza: per la grande maggioranza maschi di età compresa tra l’adolescenza e il decennio dei 20 anni.

    Come è possibile intervenire con questi giovani?

    Se ACSMOS col progetto “Contro l’odio” ha tentato di fornire una risposta ai problemi legati alla presenza di odio sul web, ora Benvenuti in Italia, con il progetto “Exit Europe” prova ad intervenire sul campo sostenendo un percorso di “uscita” di chi, avendo aderito ad un gruppo estremista, voglia uscirne prima di far danni a se stesso e ad altri. Un progetto europeo che vede l’esperienza dei paesi nordici approdare in Italia con l'obiettivo di contribuire anche nel nostro paese al disimpegno dei giovani da gruppi estremisti violenti attraverso un programma integrato di de-radicalizzazione e reinserimento sociale, che vede la collaborazione locale di istituzioni ed altre organizzazioni della società civile.

    Luca Guglielminetti, coordinatore e valutatore locale del progetto europeo “Exit Europe”

    Si veda: 
     

    venerdì 18 ottobre 2019

    Un esercito di scimmie europee


    Cinque anni fa un articolo pubblicato da Nature* ha posto fine ad una decennale querelle sugli scimpanzé, sancendo che aveva ragione l’antropologa Jan Goodall la quale, alla fine degli anni sessanta, scoprì che i primati più vicini a noi sono una specie intrinsecamente violenta, capaci di portare avanti guerre e genocidi contro i membri della loro stessa specie.
    Un violenza interna al gruppo, ma soprattutto tra gruppi in cui la guerra si configura come la migliore strategia per gli individui e per i gruppi per assicurarsi la propria proliferazione, secondo una logica piuttosto banale: se lo scontro si prefigura tra gruppi di pari dimensioni, ovvero forza, la violenza viene solo minacciata e mimata, se invece sono asimmetrici il più grande non esita ad esercitarla sul minore.
    Oggi non è diverso.
    Cinque anni fa il mondo intero temeva che un piccolo gruppo di scimmie jihadiste potesse crearsi la sua riserva di raccolta frutta, che oggi chiamo Stato, in quell'area delle mezzaluna fertile che i loro progenitori utilizzavano per uscire dall'Africa e raggiungere Asia ed Europa.
    Gli interventi dei gruppi di scimmie assai potenti, che una volta chiamavamo imperi, ha impedito loro di realizzare il loro sogno.
    Oggi un altro piccolo gruppo di scimmie curde che sperava di costruirsi la sua piccola riserva nel Rojava e che si erano prestati ad uno degli imperi per la guerra contro il gruppo jihadista, si trova travolto dal potente gruppo turco (probabilmente aspirante impero) e mollati dal precedente alleato.
    Cinque anni fa le scimmie d'Europa hanno avuto paura di essere invase da milioni di scimmie che scappavano dalla guerra e hanno rifornito di frutta il potente gruppo turco affinché se le tenesse lui.
    Oggi le scimmie d'Europa piangono per la scimmie del Rojava e inveiscono contro la nuova guerra voluta dal capo di quelle turche, temendo altresì che il primo gruppo di scimmie jihadiste rialzi la testa.
    Morale.
    Le scimmie di tutto il mondo possono ben vedere come quelle europee siano false e ipocrite. Eppure basterebbe che si costruissero un loro esercito per diventare un gruppo di scimmie tra le più potenti al mondo.
    Peccato che costruire imperi non sia giudicato dalla scimmie europee una gran virtù…
    §§

     

    About an Army of European Monkeys 

    (editorial in the form of a fable)

    Five years ago, an article published by Nature* put an end to a a decades of disputes about chimpanzees, stating that anthropologist Jan Goodall was right. At the end of the 1960s, she discovered that the primates closest to us are an intrinsically violent species, capable of waging wars and genocide against members of their own species.
    An internal violence within the group, but above all between groups in which the war is configured as the best strategy for individuals and groups to ensure their proliferation, according to a rather banal logic: if the clash is foreshadowed between groups of equal size, or force, the violence is only threatened and mimicked, if instead they are asymmetrical the largest does not hesitate to exercise it on the smallest.

    Today, it is no different.

    Five years ago, the whole world feared that a small group of jihadist monkeys could create their own fruit-picking reserve, which today we call State, in that area of the Fertile Crescent that all our ancestors used to get out of Africa and reach Asia and Europe.
    The interventions of very powerful groups of monkeys, which we once called empires, prevented them from realising their dream.

    Today another small group of Kurdish monkeys who hoped to build their own small reserve in the Rojava and who had lent themselves to one of the empires for the war against the Jihadist group, find themselves overwhelmed by the powerful Turkish group (probably an aspiring empire) and left by the previous ally.

    Five years ago, the monkeys of Europe were afraid of being invaded by millions of monkeys fleeing the war and supplied the powerful Turkish group with fruit so that they could keep and sustain them.

    Today, the monkeys of Europe weep for the monkeys of the Rojava and rage against the new war wanted by the leader of the Turkish ones, also fearing that the first group of jihadist monkeys will raise its head.

    Moral.

    Monkeys all over the world can clearly see how European monkeys are false and hypocritical. Yet it would be enough for them to build their own army to become one of the most powerful groups of monkeys in the world.
    It's a pity that building empires is not judged by European monkeys to be a great virtue...
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    domenica 28 ottobre 2018

    Il ritardo italiano nella prevenzione della radicalizzazione: la resilienza

    Tratto da Quaderni di Benvenuti in Italia, n. 12/2018 che contiene gli atti del Convegno di Studi "Islam e prevenzione dei radicalismi: nuove strategie e best practices" svoltosi a Roma presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati, il 30 maggio 2017.

    giovedì 26 luglio 2018

    RADICALISATI-OFF


    RADICALISATI-OFF: Strumenti e approcci dell’educazione non formale per prevenire i processi di giovanile.
    “Radicalisati-OFF: Tools and Approaches of Non Formal Education to Prevent Radicalisation of Young People”

    Dal 29 luglio al 3 agosto il Centro Studi Sereno Regis di Torino  ospitia il seminario internazionale, sostenuto dal programma europeo Erasmis+.
    Aprirò i lavori discutendo, con i partecipanti da 10 paesi europei diversi, il tema "What is radicalisation: from perceptions to theories".

    Ulteriori informazioni qui

    giovedì 26 aprile 2018

    Progetto Liaise 2: Autorità locali contro l'estremismo violento

    "Prevenire e combattere la radicalizzazione a livello locale", versione italiana del manuale pubblicato nel quadro del progetto europeo LIAISE 2 cordinato dalla rete europea EFUS (European Forum for Urban Security). 
    Il primo manuale in lingua italiana che presenta gli interventi atti a stimolare la creazione di partenariati locali per rafforzare la resilienza degli individui e dei gruppi contro il rischio di radicalizzazione violenta.

    Scaricabile qui se non si visualizza sotto

    giovedì 29 marzo 2018

    Più grave oggi il ritardo italiano sulla prevenzione della radicalizzazione

    Da oltre 4 anni si parla di prevenzione della radicalizzazione violenta, almeno qui dal post "Softpower nella prevenzione del terrorismo: il divario europeo" e ancora oggi l'Italia è praticamente l'unico paese europeo privo di un strategia nazionale di prevenzione in materia.
    L'unica forma attuata fino ad oggi riguarda le espulsioni del Ministero degli Interni, ma al di là della loro efficacia (dubbia sui tempi lunghi), non è una pratica applicabile ai cittadini italiani: che siano convertiti o le seconde generazioni di giovani figli o figlie di migranti da paesi a maggioranza musulmana.

    La precedente legislatura è terminata senza l'approvazione della proposta di legge in materia di prevenzione della radicalizzazione, così come senza quella sullo ius soli:  Fine legislatura senza jus soli né lotta alla radicalizzazione. Il perché. 
    I due recenti casi di Foggia e Torino che hanno coinvolto due italiani:  "il cattivo maestro" Habdel Rahman, 58enne manipolatore di giovani cervelli dai 4 ai 10 anni, e il giovane Elmahdi Halili, già arrestato per aver per primo tradotto in italiano un documento dell'ISIS, hanno aggiornato l'allarme terrorismo e pongono con urgenza un problema. Infatti, seppur la minaccia del terrorismo jihadista abbia ancora una dimensione relativa in confronto ad altri paesi europei e le nostra capacità investigative abbiano dimostrata grande abilità nel contrastare sul piano della prevenzione gli atti di terrorismo, in prospettiva, si pone seriamente il problema dei giovani italiani in fase di radicalizzazione. 

    Non si può non osservare che i bambini coinvolti nelle nelle lezioni di odio di Habdel Rahman siano delle vittime, al pari di quelli che, nello Stato Islamico, erano normalizzati alla violenza e alla deumanizzazione dei nemici. Non si può neppure non osservare come Elmahdi Halili già arrestato nel 2015 appena studente, non abbia avuto alcuna opportunità di recupero in un programma di de-radicalizzazione.
    Col passare del tempo non si potrà continuare a non mettere in campo politiche e personale specialistico per far fronte tanto alle giovani vittime dei cattivi maestri che a chi è in fase di radicalizzazione, quando non ha ancora agito alcuna violenza.

    Questo il senso di poche battute recepite dal TG3 nazionale delle ore 19 di ieri 28 marzo...



    TG3 del 28.3.2018: L'arresto di Halili e il ritardo italiano su prevenzione radicalizzazione from Kore on Vimeo.







    venerdì 15 dicembre 2017

    La prevenzione della radicalizzazione tra le nuove generazioni

    Convegno internazionale
    LA PREVENZIONE DELLA RADICALIZZAZIONE
    TRA LE GIOVANI GENERAZIONI
    Prevenire dal basso la radicalizzazione e l’esclusione sociale: il punto di vista dei giovani

    22 gennaio 2018 | Dipartimento di Giurisprudenza – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia | Via San Geminiano 3, Modena

    domenica 3 dicembre 2017

    Interview on prevent & counter radicalisation


    My interview podcast to the Australian SBS radio on prevent & counter radicalisation (P/CVE) in Italy.
    (In Italian for the Italo-Australian people)


    Today Global Mail focuses on the radicalisation of young people that eventually can lead to terrorism attacks all over the world. Jolanda Pupillo talks about it with Luca Guglielminetti, a former member of the European Commission's Radicalisation Awareness Network (RAN).

    venerdì 1 dicembre 2017

    Come si diventa terroristi?



    PODCAST: Come si diventa terroristi?

    Jolanda Pupillo ne parla con Luca Guglielminetti, membro della RAN, la Radicalisation Awareness Network della Commissione europea per il contrasto al terrorismo nonchè ex consulente dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo. 

    domenica 19 novembre 2017

    Politiche di prevenzione e contrasto agli estremismi violenti




    Il Centro Interculturale della Città di Torino, in collaborazione con la Fondazione Benvenuti In Italia, organizza una serie di incontri sul tema delle radicalizzazioni e delle politiche di prevenzione e contrasto agli estremismi violenti.

    Non si nasce terroristi, né si tratta di pazzi o di emarginati sociali allo sbando. Dalle analisi più recenti sono invece stati tratti dei modelli che ci descrivono la pluralità di concause e gli stadi successivi per cui un soggetto si radicalizza fino a giungere a reclutarsi in una organizzazione estremista violenta.
    Da questi modelli sono nate politiche di prevenzione e contrasto al fenomeno che utilizzano un approccio soft e coinvolgono la società civile, affiancando gli strumenti e i soggetti securitari tipici della lotta al terrorismo.

    Qui la pagine evento su FB

    domenica 27 agosto 2017

    Paradosso siriano e foreign fighter: il nodo di quello che è terrorismo



    La doppia emergenza costituta l'una del flusso immigratoria e l'altra dal terrorismo internazionale, si ritrovano spesso legate dal concetto giuridico di cittadinanza. Se intorno alla prima suonano domande relativi a quali migranti abbiano diritto di acquisire la cittadinanza, su quale base ottenerla, il sangue o il suolo, e in che tempi. La domande intorno al terrorismo riguardano quello strumento di contrasto costituito dal privare il terrorista della cittadinanza.
    L'ex presidente francese François Hollande aveva annunciato di voler attuare tale misura nell'interesse della sicurezza nazionale, dopo gli attacchi su Parigi del 13 dicembre 2015. L'Olanda l'ha recentemente attuata per quei cittadini dotati di doppia cittadinanza, così come Israele già da tempo.

    Privando della cittadinanza nazionale il terrorista originario di altro paese e dotato anche della cittadinanza originaria, l'intento dello Stato è quello di rendere più difficile il rientro di quei suoi cittadini diventati combattenti all'estero (foreign fighter). Privati della cittadinanza del paese occidentale "ospitante", il foreign fighter si ritrova perseguitato non solo dalle leggi di contrasto al terrorismo, ma anche di quelle di contrasto all'immigrazione illegale.

    Quei terroristi che esercitano il crimine fuori dal contesto nazionale presentano però, al di là che abbiano o meno una doppia cittadinanza, un problema di legittimità di grande rilievo per il paese che vuole incriminarli. Il reato si compie infatti fuori della legittima competenza territoriale.

    Se "capitani di ventura" e mercenari esistono da tempi lontani, altri combattenti non sono stati mossi dal "vil denaro", ma da "nobili ideali". Basti pensare a quel nostro padre della patria che si chiama Garibaldi, che prima e dopo le guerre italiane, inclusa la famosa Spedizione dei Mille, combatté in Sud America e in Francia. O ai fuoriusciti sotto il fascismo che andarono a combattere nella Guerra di Spagna, prima di unirsi alla Resistenza italiana. O ancora quei giovani italiani che recentemente sono andati a combattere con i curdi siriani del Rojava contro l'IS.

    In base a quelle diritto un Stato persegue legalmente un suo cittadino che combatte in uno scenario bellico nel quale non è coinvolto e parte in causa?

    La risposta la troviamo nell'ultimo decreto antiterrorismo, il decreto legge 18 febbraio 2015, n. 7, convertito nella legge 17 aprile 2015, n. 43 intitolato "Misure urgenti per il contrasto del terrorismo, anche di matrice internazionale": nella partecipazione ad un conflitto all'estero a sostegno di organizzazioni terroristiche.
    Quindi i giovani dell'area antagonista anarchica dei centri sociali che vanno in Rojava non infrangono la legge, mentre chi si unisce allo Stato Islamico, sì.

    Il carattere equivoco intorno all'uso della connotazione di "terrorismo", si palesa bene in questa circostanza specifica.


    Da una parte non si nota che chi va a combattere fuori con gruppi legittimi, al suo rientro sa usare le armi e potrebbe essere tentato di utilizzarle in Italia, come hanno fatto i reduci delle campagne in Sud America e in Spagna in occasione dell'Unità d'Italia e della Resistenza.
    Dall'altra non si nota che il movente di molte adesioni all'IS, uno dei "nobili ideali", è quello di combattere un regime, quello siriano di Assad, a sua volta promotore di un terrorismo di Stato. Quello che ha assunto una nuova ignobile forma segnalata da John Horgan in Psicologia del terrorismo, costituita dal colpire selettivamente bambini: 11.000 quelli uccisi dal regime solo dall'inizio del conflitto alla fine del 2013 (Oxford Reseach Group).

    Il paradosso siriano è che non è rimasto nessuno a combattere legittimamente il terrorismo di Stato di Assad. Ad eccezione di qualche bombardamento made in USA, chi lo fa è oggi ricondotto alla causa del jihadismo globale. Quale argomento migliore per la sua causa della rinuncia occidentale a combattere uno Stato terrorista vero, dopo le accuse false al leader iracheno Saddam Hussain all'origine dell'instabilità geopolitica di quell'area?