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giovedì 30 aprile 2020

CONSIDERAZIONE SUL SUPPORTO AGLI OPERATORI PSICO-SOCIALI IN PRIMA LINEA NELLA PANDEMIA DA COVID-19

La sfida dell'incertezza totale nelle relazioni. 

Nel quadro dell'attività di "Support the Supporters" del progetto “ICS- INSIEME CONTRO LA SOLITUDINE” finanziato dalla Compagnia di San Paolo (si veda Covid-19: Assistenza psicologica a Torino), questo testo costituisce la premessa delle linee guida per gli operatori in prima linea per il sostegno psicologico a cittadini e operatori sanitari della città metropolitana di Torino di fronte ai problemi di salute mentale durante la pandemia da coronavirus.

giovedì 19 marzo 2020

Coping For Coronavirus Without Memory : an Urgent Challange

Mental Health and Coronavirus -  from CNN website

 

FROM CONFIRMATION BIAS TO MENTAL TIME TRAVEL


The human brain is not wired to think in exponential terms. Here is a thought experiment to make the point:
"If I asked you to go out your front door and take 30 steps, I'll bet you could guess about where you'd end up, without even taking that short walk.It's a simple linear step-by-step experience you've done a thousand times. But, what if I told you to take 30 exponential steps. That is to say, double the size of your step each time. 1 + 2 + 4 + 8 + 16 + 32 + 64... etc... If you took 30 exponential steps out of your front door, where do you think you'd end up? The answer? You'd go around the earth 26 times!"

This cognitive limit is what determined all the delays of governments in activating prevention measures facing with the mathematical extension of the pandemic.
The prevention of any danger lies in the rare ability to get out of the confirmation bias, that is, that human cognitive phenomenon for which people tend to move within an area delimited by their acquired convictions.
This, however, cannot be a justification: we can well imagine that intelligence and scientists have warned the political decision-makers about this bias. But the brains of the latter have not responded and have postponed the most urgent containment measures: the cases of Donald Trump and Boris Johnson are only the most striking.
I have already written (here) the reasons why it is appropriate for all of them to apologise publicly and take the opportunity to anticipate regret for the mistakes they will make during this pandemic crisis.

Now is the time to worry about another cognitive limit: whose scientists call  'mental time travel', more correctly future-oriented mental time travel (FMTT) when we imaginatively ‘pre-experiences’ future events (Michaelian et al. 2016, Michaelian, Kourken & Perrin, Denis. 2017. Memory as mental time travel).

We speculate about how our lives would become different, for better and for worse, to help us make important decisions. Whether the future in question is five hours from now or five years from now, research shows that we mentally project ourselves forward in time roughly once every 15 minutes that we’re awake.
Our brains allow us to visualize what we will do in the future by tapping into a function as important as our memories. It is our memorized experiences that we re-explore every day to make the most usual decisions about the near daily future. So, on the contrary, Alzheimer’s patients, who likewise often lose access to so many of their life memories, also have great difficulty describing in any detail what they might do in the future.

Now, the point is that in the face of this pandemic we have no experience and no memories to help us visualise our future in the medium-long term.

Psychologists can provide us with a series of tips to prevent fear, anger, stress in our new daily lives as prisoners at home, in these quarantines, whether voluntary or compulsory: maintain certain habits and schedules, alternate physical activity and leisure, do not follow the news too much, do not lose sleep, do not abuse drugs and psychotropic drugs, talk to friends with smarphone apps, and so on.
These are the recommendations of the World Health Organization (WHO) itself, but soon it will be not only a matter of help for coping with stress because the main fact remains that we have no experience of epidemics or wars that we can recall from the bank of our memories, to face the near future in medium-long term scenarios in the context of the present COVID-19 pandemic, in which, moreover, it is difficult to predict even its epidemiological trend.

Should the restrictive social containment measures - the lockdown - in Italy last too long, the risk is that emergency psychologists and social workers find themselves without answers: this is the challenge to which all the human sciences must respond urgently in the coming weeks and months. To find ways to provide answers to those who are providing mental health support to the affected populations: a range of victims that is perhaps unprecedented.


See also: Main Dangerous Bias in Social Perception During Terrorism and Pandemic
and  Pandemic Risk Communication: The Anticipated Regret,  Dehumanize Victims By Numbers
  Coronavirus: The Social Perception Of Risk


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Affrontare il Coronavirus senza memoria: una sfida urgente


DALLA DISTORSIONE COGNITIVA AL VIAGGIO NEL TEMPO MENTALE

Il cervello umano non è programmato per pensare in termini esponenziali. Ecco un esperimento mentale per chiarire il punto:
Se ti chiedessi di uscire di casa e fare 30 passi, scommetto che potresti indovinare dove finiresti, senza nemmeno fare una breve passeggiata. È una semplice esperienza lineare e graduale che hai fatto mille volte. E se ti dicessi di fare 30 passi esponenziali. Vale a dire, raddoppiare la dimensione del passo ogni volta. 1 + 2 + 4 + 8 + 16 + 32 + 64 ... ecc ... Se facessi 30 passi esponenziali fuori dalla porta di casa, dove pensi che finiresti? La risposta? Faresti il giro della terra per 26 volte!

Questo limite cognitivo, è quello che determinato tutti i ritardi dei governi nell'attivare le misure di prevenzione all'estendersi matematico della pandemia.
La prevenzione di qualunque pericolo risiede nella rara capacità di uscire dai confirmation bias, cioè quel fenomeno cognitivo umano per il quale le persone tendono a muoversi entro un ambito delimitato dalle loro convinzioni acquisite.
Questa, tuttavia, non può essere una giustificazione: possiamo infatti ben immaginare che l'intelligence e gli scienziati abbiano avvisato i decisori politici a proposito di questo bias. Ma i cervelli di questi ultimi non hanno risposto e hanno posticipato le misure di contenimento più urgenti: i casi di Trump e Johnson sono solo i più eclatanti.

Sul perché convenga a tutti loro scusarsi pubblicamente e cogliere l'occasione per dispiacersi in anticipo degli errori che commetteranno durante questa crisi pandemica, ho già scritto qui.

Adesso è il momento di preoccuparci di un altro limite cognitivo: quello che gli scienziati chiamano 'viaggio nel tempo mentale', più correttamente, viaggi nel tempo mentale orientati al futuro (FMTT) quando noi immaginiamo eventi futuri come 'pre-esperienze'. (Michaelian et al. 2016 and Michaelian, Kourken & Perrin, Denis. 2017. Memory as mental time travel).

Noi speculiamo su come le nostre vite sarebbero diverse, nel bene e nel male, per aiutarci a prendere decisioni importanti. Sia che il futuro in questione sia tra cinque ore o tra cinque anni, la ricerca mostra che ci proiettiamo mentalmente in avanti nel tempo all'incirca una volta ogni 15 minuti dacché siamo svegli.  I nostri cervelli ci permettono di visualizzare cosa faremo in futuro attingendo ad una funzione importante come le nostre memorie. Sono le nostre esperienze memorizzate che ri-esploriamo tutti giorni per prendere le decisioni più abituali sul futuro prossimo quotidiano.  Per cui, all'opposto,  i malati di Alzheimer, che spesso perdono l'accesso a così tanti dei loro ricordi di vita, hanno anche grandi difficoltà a descrivere in dettaglio cosa potrebbero fare in futuro.

Ora, il punto è che di fronte a questa pandemia non abbiamo esperienze e memorie che ci aiutino a visualizzare il nostro futuro a medio lungo termine.

Gli psicologi possono fornire una serie di consigli per prevenire la paura e la rabbia nella quotidianità delle nostre nuove vite di reclusi in casa, in queste quarantene, volontarie o obbligate che siano: mantenere alcune abitudini ed orari, alternare attività fisica e svaghi, non seguire troppo le notizie, non perdere sonno, non abusare di droghe e psicofarmaci, parlare con gli amici con le app. Sono le raccomandazioni della stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ma presto non sarà solo una questione di aiuto per affrontare lo stress perche resta il dato che non abbiamo esperienza di epidemie o di guerre che possiamo richiamare dalla banca delle nostre memorie, per affrontare il futuro prossimo in scenari a medio-lungo termine, nel contesto della presente pandemia da COVID-19, nella quale, per altro, è difficile pronosticare anche solo il suo andamento epidemiologico.

Se le misure restrittive di contenimento sociale dovessero in Italia durare per un periodo troppo lungo, il rischio è che gli psicolgi dell'emergenza e gli  operatori sociali si trovino senza risposte: questa è la sfida a cui tutte le scienze umane devono rispondere con urgenza nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Trovare il modo di dare risposte a coloro che forniscono sostegno alla salute mentale delle popolazioni colpite: una gamma di vittime che forse non ha precedenti.


mercoledì 18 marzo 2020

Pandemic Risk Communication: The Anticipated Regret

THE PSYCHOLOGY OF RISK by Glynis M. Breakwell, Cambridge University Press, 2014

This aspect of the social perception of risks is useful to public institutions not only when they have to communicate effectively the social measures to contain the coronavirus pandemic, but also when they make mistakes in managing this huge emergency.

We are seeing that containment measures have been communicated on many occasions as suggestions, first, and as obligations, later, but without relying on "anticipated regret", which would have accelerated the adoption of the same measures by citizens.

State power - we see it in Italy at every daily press conference on updates about the evolution of the pandemic - tends to communicate in an increasingly reticent way. Fatally, when faced with a new risk as COVID-19, mistakes are made, and those who have to manage the risks try to evade or minimize them, under the pretext of not frightening public opinion. A more effective communication strategy would perhaps be better to give priority to feeling regret for mistakes made now and in the future.
The fear of public opinion would be tempered by trust in the public institutions, because trust is a stronger feeling capable of taming fear better than the uncertainty of a reticent communication that would like to reassure.

To give a 'heavy' example, try to imagine the plight of governments in the post-pandemic period when they will be asked to account for citizens who died without being treated for CODID-19, due to lack of public health or lack of medical staff or lack of places in intensive care hospital wards. 
The wounds and trauma in the memories of conflicts (and this pandemic is claimed as a war) may be healed in advance if both citizen and states have nowaday the courage to anticipate the apology for mistakes in their behavior or in public emergency managment. 


*See also Main Dangerous Bias in Social Perception During Terrorism and Pandemic
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Comunicazione del rischio pandemico: il rimpianto anticipato

"Un altro motore emotivo per la stima e la prevenzione del rischio è il rimpianto. Il rimpianto è l'emozione di sentirsi così, per un evento o per una perdita. Spesso è associato al sentirsi pentiti - desiderare di non aver fatto qualcosa o sentirsi tristi per aver fatto qualcosa. Il rimpianto è tipicamente un'emozione che opera a posteriori: la cosa che dà inizio all'emozione è già accaduta. Tuttavia, i ricercatori che hanno studiato la percezione e l'assunzione di rischi hanno osservato che il rimpianto può funzionare in prospettiva. Parlano di "rimpianto anticipato". Le persone sono motivate ad evitare certi rischi perché anticipano che rimpiangeranno in seguito se si sono fatti da loro coinvolgere." (The Psychology of risk, Glynis M. Breakwell, Cambridge University Press, 2014)
Questo aspetto del percezione sociale dei rischi è utile alle istituzioni pubbliche non solo quando devono comunicare efficacemente le misure sociali di contenimento della pandemia, ma anche in occasione degli errori da loro compiuti nella gestione di questa enorme emergenza.

Stiamo vedendo che le misure di contenimento sono stati in molte occasioni comunicate come suggerimenti, prima, e come obblighi, successivamente, ma senza far leva sul "rimpianto anticipato", un fattore che avrebbe accelerato l'adozione delle stesse misure da parte dei cittadini

Il potere statale, lo vediamo in Italia ad ogni conferenza stampa quotidiana sugli aggiornamenti dell'evoluzione della pandemia, tende a comunicare in modo sempre più reticente. Fatalmente di fronte ad un rischio nuovo si compiono degli errori, e chi deve gestire i rischi cerca di eluderli o minimizzarli, con il pretesto di non spaventare l'opinione pubblica. Un strategia di comunicazione più efficace farebbe forse meglio a privilegiare il dispiacere per i gli errori compiuti presenti e futuri.
La paura dell'opinione pubblica sarebbe temperata dalla fiducia nelle istituzioni, perché la fiducia è un sentimento più forte, capace di domare meglio la paura, rispetto all'incertezza di una comunicazione reticente che vorrebbe tranquillizzare.

Per fornire un esempio 'pesante', provate ad immaginare la condizione dei governi nel post pandemia quando sarà chiesto loro conto dei cittadini che sono morti senza essere stati curatati dal CODID-19, per carenza di sanità pubblica o per carenza di personale o per mancanza di posti nei reparti ospedalieri di terapia intensiva. 
Le ferite e i traumi nelle memorie dei conflitti (e questa pandemia è rivendicata come una guerra) possono essere guariti in anticipo se sia i cittadini che gli Stati hanno oggi il coraggio di anticipare le scuse per gli errori nei loro comportamenti o nella gestione pubblica dell'emergenza.  
 

venerdì 12 aprile 2019

TERRORISMO. Vittime contesti e resilenza

Copertina della monografia dei Quaderni di Psicologia dell’emergenza editi da EDUCatt

TERRORISMO. Vittime contesti e resilienza 

(di prossima pubblicazione) 

 

INDICE
  • PSICOLOGIA DEL TERRORISMO: ACCANTO AI SOPRAVVISSUTI
  • TERRORISMO, GUERRA PSICOLOGICA E PSICOLOGIA PER LA PACE (Fabio Sbattella) 
  • LA RADICALIZZAZIONE PACIFICA DELLE VITTIME DEL TERRORISMO (Luca Guglielminetti) 
  • A CONTATTO CON LE VITTIME (Maria Teresa Fenoglio)
  • L’ATTENTATO TERRORISTICO AL MUSEO DEL BARDO A TUNISI, SOSTEGNO ALLE VITTIME E RESILIENZA COMUNITARIA (Maria Teresa Fenoglio)
  • ORGANIZZARE RESILIENZA: PROFESSIONI IN CAMPO (Tiziana Celli) 
  • LA PAURA NELLE MENTI: GLI INCIDENTI DI PIAZZA SAN CARLO A TORINO (Maria Teresa Fenoglio)
  • BIBLIOGRAFIA

(anteprima)
PSICOLOGIA DEL TERRORISMO: ACCANTO AI SOPRAVVISSUTI (Fabio Sbattella)

Riprende, con questo testo, la pubblicazione dei Quaderni di Psicologia dell’Emergenza. Si tratta di un progetto scientifico e culturale promosso dall’Unità di Ricerca in Psicologia dell’Emergenza (1), una struttura universitaria impegnata da anni nella formazione, nella ricerca scientifica e anche nella realizzazione di progetti operativi sul campo.
Obiettivo della collana è quello di mettere a disposizione concetti, conoscenze e metodologie efficaci per i professionisti, per gli studenti in formazione, per la comunità scientifica e più in generale per tutti coloro che sono impegnati in quelle operazioni di prevenzione, soccorso e ricostruzione che sono legate ad incidenti singoli, disastri complessi e catastrofi (Sbattella 2009).
Si tratta dunque di un servizio culturale e scientifico, radicato nel mondo delle idee, ma nello stesso tempo fortemente orientato al lavoro operativo e professionale sul campo. Senza opportune mappe concettuali, il “fare” che caratterizza ogni emergenza rischia, infatti, di trasformarsi in un insieme di acting out ciechi e pericolosi. Senza la possibilità di riflettere, rileggere, ripensare e discutere le esperienze vissute, inoltre, ogni sfida sul campo rimane un’occasione perduta, rispetto alla possibilità di capire qualcosa di più relativamente alla natura dell’Uomo, ai suoi limiti e alle sue potenzialità in contesti estremi. Teoria e pratica dunque, sono intese, in questa prospettiva, come componenti inscindibili dello stesso percorso. Fermarsi dunque per esaminare pericoli, valutare rischi, ascoltare aspettative, ansie e immaginazioni significa “fare” psicologia dell’emergenza in termini di prevenzione, cioè incidere sulla realtà, affinché le emergenze non accadano, oppure affinché i loro danni siano mitigati. Offrire poi strumenti teorici e metodologici per riflettere e comunicare emozioni o complessità, serve a facilitare la formazione umana e professionale, al fine di essere efficaci durante i momenti più caldi delle emergenze sul campo. Infine, offrire parole e gesti adeguati per nominare l’indicibile, condividere le esperienze, rielaborare le memorie traumatiche e aprire speranza al futuro è da noi ritenuto un lavoro essenziale e qualificante per ogni operatore del post emergenza. Prevenire, soccorrere e ricostruire: queste sono in sintesi le tre grandi finalità del lavoro in emergenza. Esse coinvolgono anche la psicologia, sia dal punto di vista teorico che operativo.

Il nostro contributo si sviluppa, in questo settore, nella direzione di esplorare, documentare e comprendere tutti processi psichici che si intrecciano prima durante e dopo ogni emergenza. Processi percettivi, emotivi, mnestici, decisionali, comunicativi e relazionali che permettono ai protagonisti umani di resistere agli eventi avversi o, in alcuni casi, si intrecciano fino a causare quelle sofferenze che alcuni di noi chiamano di interesse clinico. Ci interessa dunque comprendere come la mente ragiona, si attiva e si ferma, si dissocia, si difende o si riorganizza e come decide prima, durante e dopo le crisi, intendendo con questo termine ogni cambiamento ambientale rapido, improvviso e devastante. Ci interessa anche capire come potrebbero funzionare le menti dei diversi attori coinvolti nei differenti contesti emergenziali, se fossero opportunamente sostenute da altre menti, da tecnologie adeguate o habitus mentali e culturali acquisiti ad hoc. In altre parole, la ricerca si apre verso la messa a punto di metodologie di intervento e di formazione innovative, andando al di là della descrizione dell’esistente. La mente umana è protagonista di ogni emergenza in vari modi e a vari livelli. Abbiamo capito in questi anni di ricerca ed intervento che la mente umana non solo “reagisce” (o meglio “risponde”) agli eventi critici generati da un ambiente (naturale o antropico) esterno a sé. In buona parte è proprio lei che definisce le emergenze come tali, le costruisce, le enfatizza o le diffonde. Un’emergenza, infatti, è sempre per noi una condizione psichica, un modo di leggere la realtà di cui si è protagonisti e con la quale strettamente si interagisce (Sbattella e Tettamanzi 2019). Ciò che ci interessa, inoltre, è comprendere e descrivere non solo ciò che accade alla mente individuale, ma anche a quella gruppale e collettiva, alla mente organizzativa e a quella comunitaria. Si tratta di livelli di organizzazione mentale a cui ogni singola persona partecipa in ogni istante e che influenzano ricordi, percezioni, interpretazioni e, ultimamente, anche le scelte operative e i comportamenti di interi gruppi e generazioni.

All’interno di questa prospettiva, il presente testo rappresenta un contributo cruciale. Discutere infatti dei processi psichici che si intrecciano attorno agli eventi drammatici del terrorismo significa affrontare i danni causati intenzionalmente da menti umane sulle menti e sui corpi di altri esseri umani. Come cercheremo di discutere nel primo capitolo, gli atti terroristici costituiscono una categoria molto peculiare dell’ampia gamma di atti violenti e distruttivi di cui l’essere umano è capace. Si tratta di azioni progettate con lucidità e intelligenza, animate da rancore e disprezzo della vita e mirate intenzionalmente a diffondere emozioni negative oltre che morte; finalizzate a sconvolgere intere comunità oltre che uccidere e danneggiare singole persone. Obiettivo di questo quaderno è quello di offrire alcune piste di lettura psicologica di questo fenomeno e nello stesso tempo quello di trarre da queste tragiche esperienze alcune conoscenze importanti sulla mente umana e le sue possibilità.
In linea con le scelte di fondo dell’Unità di ricerca, abbiamo cercato di raccogliere saggi provenienti da due fronti diversi, tra loro complementari. Da un lato vi è la riflessione teorica e la ricerca fenomenologica, dall’altro l’ascolto e l’analisi delle esperienze sul campo.

Il testo si apre così con un capitolo che discute le definizioni di terrorismo come parte delle strategie belliche. Si cercherà di evidenziare, in queste pagine, come l’obiettivo della guerra condotta con strategie terroristiche sia per sua natura mirata a destabilizzare gli equilibri psichici dei singoli e delle comunità, sollecitando reazioni, pensieri ed emozioni potenzialmente disadattativi. In particolare, sarà discusso come le diverse caratteristiche degli atti e delle metodologie terroristiche sviluppino potenzialmente impatti diversi. Tali caratteristiche, di conseguenza, sfidano in modo differenziato gli operatori impegnati nel costruire pace e tutti coloro che sono chiamati a difendere la salute mentale all’interno di contesti conflittuali.
Nel secondo capitolo, Luca Guglielminetti propone alcune riflessioni importanti, maturate come consulente dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (Aiviter), come membro del direttivo del Gruppo Italiano di Studio del Terrorismo (GRIST) e del Radicalisation Awareness Network (RAN) della Commissione europea. Si tratta di uno sguardo articolato e innovativo, in grado di collegare episodi e fenomeni diversi tra loro, nella lunga storia del terrorismo. In particolare, esso offre strumenti per connettere la psicologia delle vittime e psicologia dei terroristi. Paura,
vergogna, senso di impotenza, desiderio di rivalsa e di giustizia, possono concatenarsi fino ad alimentare la spirale della violenza. Solo una presa di coscienza forte dei nessi profondi che legano la psicologia dei sopravvissuti a quella dei carnefici può permettere di spezzare i circuiti della violenza. La radicalizzazione pacifica delle vittime del terrorismo viene così presentata come una via costruttiva, da contrapporre ai fenomeni di radicalizzazione violenta, che nutre le fila dei terroristi.
Nel terzo capitolo è riportato il contributo teorico della Prof.ssa Maria Teresa Fenoglio, docente di Psicologia dell’emergenza presso l’Università degli Studi di Torino. Come fa anche Guglielmetti, Fenoglio saggiamente collega i fenomeni più recenti ed eclatanti con le ferite lasciate in Italia dagli anni di piombo: anni di tensione, stragismo e terrorismo. La riflessione sul presente si nutre delle esperienze passate ed in particolare delle molte analisi e dibattiti che è stato possibile sviluppare in anni di contrasto alle strategie del terrore in Italia. Come avviene nel primo capitolo e come accade in realtà in tutto il testo, il focus rimane sulla psicologia delle vittime (dirette ed indirette) e non su quella dei terroristi. Tale è infatti la scelta operata in questa raccolta: comprendere i loro vissuti e bisogni in primo luogo. Fenoglio sviluppa il discorso poi presentando in capitoli successivi due recenti esperienze sul campo e dunque offrendo al lettore la possibilità di esaminare testimonianze di sopravvissuti e case history. Sono così descritti e discussi gli interventi psicologici realizzati a Torino a favore delle vittime e dei familiari dell’attacco al Museo del Bardo e successivamente dei feriti del 3 giugno 2017, in Piazza San Carlo. Due episodi tra loro assai diversi. Nel primo, un gruppo di turisti di 10 nazioni diverse, tra cui un folto gruppo di torinesi, è stato oggetto di uno spietato attacco armato in Tunisia. Nel secondo, una folle enorme e festante ha reagito disperatamente ad un pericolo oscuro, nei giorni successivi a gravi fatti terroristici accaduti in Europa. In entrambi i casi, alcune équipe di psicologi professionisti sono scese in campo, interagendo in modo integrato con le altre forze del soccorso e proponendo metodologie d’intervento diverse. Sono dunque presentate le loro esperienze, evidenziando vissuti emotivi, aspetti organizzativi e tecniche di intervento. Il dramma dell’attacco al museo del Bardo è anche discusso da un altro punto di vista.
Tiziana Celli, psicologa esperta di organizzazioni, discute l’episodio dal punto di vista dell’organizzazione dei soccorsi psicologici. Avendo avuto modo di collaborare direttamente con i colleghi tunisini, l’esperienza descritta permette di avere uno spaccato del modello francese di intervento in questi contesti, nonché una testimonianza internazionale di come il dolore sia pervasivo in ogni contesto culturale. Accanto a riflessioni ed analisi mirate alla realtà tunisina, queste pagine permettono di entrare nei diversi livelli di complessità che ogni dramma umano, internazionale e mediatico porta con sé. Testimonianze e report diretti, consentono nel suo lavoro, come in quello di Fenoglio, di esaminare materiali di prima mano, non solo relativi alle testimonianze dei sopravvissuti, ma anche a quelle dei soccorritori. Anche questi ultimi, infatti, sono parte della psiche collettiva perturbata dall’emergenza. Per quanto più preparati all’impatto di molti comuni cittadini, la disponibilità all’accoglienza empatica, che li caratterizza per statuto, non può non partecipare degli stessi processi psichici in cui sono coinvolte le persone che sono soccorse.

In sintesi dunque, questo testo propone una selezione accurata di contributi qualificati, tra loro strettamente interconnessi. Ci auguriamo che da questa lettura possano nascere ulteriori spunti di discussione e ricerca ed anche linee guida per efficaci interventi formativi e operativi sul campo. La ricca bibliografia che conclude il volume vuole essere una proposta per ulteriori approfondimenti, consapevoli che la ricerca e il dibattito in questo settore non può che essere in continuo sviluppo.

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(1) https://progetti.unicatt.it/progetti-milan-psicologia-dell-emergenza-home;
https://it-it.facebook.com/psicologia.emergenza/