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giovedì 14 maggio 2020

La liberazione di Silvia Romano e l’eredità di Primo Levi




Quello che sta patendo Silvia Romano è definito in letteratura la “colpevolizzazione della vittima” (victim blaming) ed è una forma di vittimizzazione secondaria: prima la violenza fisica dei rapitori, poi quella verbale dell'opinione pubblica.

Aver assistito al meccanismo del capro espiatorio in questo periodo di lockdown da pandemia nei confronti dei vari segmenti sociali, "untori" del coronavirus, ci ha reso ancora più esercitati ad individuare colpevoli su cui scaricare i nostri risentimenti. "Abbiamo tutti meno soldi e li spendiamo per pagare un riscatto", sentiamo ripetere sui social, per fare un solo esempio.

È piuttosto paradossale il fatto che ci siamo trovati anche noi tutti rapiti ai nostri domicili nella più completa incertezza, con la necessità di inventarci qualcosa per sopravvivere e restare sani, soprattutto di mente, senza tuttavia riuscire ad attivare nei confronti di Silvia l'empatia, la capacità di immedesimarsi in un persona rapita per un periodo così lungo, un anno e mezzo (!). Anzi, come occorso nel caso di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due cooperanti poco più che ventenni partite alla volta della Siria e subito rapite il 31 luglio 2014, anche in questi giorni ci troviamo un quadro di “odio civile” in cui si sommano idiosincrasie politiche, religiose e sessuali.

Lo sforzo di intendere le vittime tutte uguali perché eguale è l'insensatezza e l'ingiustizia della violenza politica, ideologica, religiosa o di genere su di loro esercitata, è un passaggio culturale che a molti resta difficile compiere. Infatti, il biasimo della vittima si indirizza a seconda della parte politica a cui l'ascriviamo. Prendiamo per esempio lo scenario iracheno del 2004: quando il rapito è percepito come di destra, nel casi di Fabrizio Quattrocchi, si scateno il biasimo di certa sinistra; pochi mesi dopo, nel caso delle sue Simone, percepite come di sinistra, all'opposto si scatena il biasimo del fronte opposto. L'anno dopo, sempre in Irak, abbiamo assistito alla polarizzazione del biasimo incrociato in occasione della liberazione della giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena, durante il quale viene ucciso il funzionario del SISMI, Nicola Calipari.

Queste "minoranze rumorose" con le loro espressioni di biasimo non comprendono ciò che tutti i terroristi sanno benissimo: la vittima non deve essere compianta, non deve suscitare pietà o diventa emblema di martirio: bisogna che prima di tutto essa susciti orrore, se uccisa, o disprezzo, se sopravvive. La società civile ha sempre avuto difficoltà ad esprime pietà verso le vittime della violenza politica, se non è percepita come vicina alla propria/o parte/partito politica/o. Il prof. Angelo Ventura, tra i massimi storici del terrorismo italiano, nel 1986 così iniziò un suo intervento a Torino:
«Le vittime sono ingombranti. Gli studiosi delle forme di violenza politica conoscono bene la tendenza dell’opinione pubblica a criminalizzare la vittima, per rassicurarsi ed esorcizzare il pericolo, convincendosi che in fondo la vittima qualche cosa deve pur aver fatto per meritarsi la violenza. È questo uno dei principali effetti psicologici che intende ottenere il terrorismo, secondo un meccanismo già largamente sperimentato dallo squadrismo fascista e ora sistematicamente applicato dal terrorismo rosso e nero». 
Così ancora oggi, con il terrorismo jihadista scatta un meccanismo per cui pensiamo che "la vittima se l'è cercata". In politica nessuno è innocente, è il ragionamento sotteso, quindi se ti trovi nei guai qualche cosa avrai fatto per meritarti una ritorsione.

Di fronte a Silvia Romano liberata dai suoi sequestratari di al–Shabaab che si presenta al pubblico dei suoi concittadini italiani in abiti "islamici", il paragone virale che gira sui social recita: è come se un ebreo liberato uscisse dai campi di concentramento nazisti in divisa nazista. Il presunto scandalo è talmente stupito che non offende solo Silvia con il suo diritto di sopravvivere e affrontare il trauma con gli strumenti che ciascuna vittima di un rapimento è libera di scegliere nel contesto costrittivo e violento nella quale si ritrova, ma offende anche oltre 30 anni di eredità di pensiero di Primo Levi. In particolare il suo insegnamento sulla figura tragica del "salvato", il sopravvissuto che sopporta già di suo il peso della vergogna («la vergogna del sopravvivente»), l'onta delle sua collaborazione col carnefice e il senso di colpa verso i “sommersi”.

Taluno vorrebbe, infatti, che la (presunta) collaborazione di Silvia col nemico venga pagata con la vita o con almeno con l'accusa di favoreggiamento verso il terrorismo. Altri, dagli scranni in Parlamento, la definiscono “neo terrorista”.
Ecco, concludo chiedendo ai mittenti di avere il coraggio di girare il loro biasimo a Primo Levi e ai molti sopravvissuti dei campi di sterminio che si sono suicidati dopo essere stati liberati.

Dietro il victim blaming risulterà, così evidente, sorgere un reato preciso: l’istigazione al suicidio.


P.S. questo testo è un approfondimento delle dichiarazioni rilasciate ieri al quotidiano Avvenire qui
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Bibliografia

GUGLIELMINETTI L. (2019) La radicalizzazione pacifica delle vittime del terrorismo, in “TERRORISMO  Vittime contesti e resilienza”, EducCatt, Milano

GUGLIELMINETTI L. (2017) La percezione sociale delle vittime del terrorismo, in “Rassegna Italiana diCriminologia” (RIC), n. 4, pp. 269-276

LEVI P. (1986) I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino

VENTURA A. (1986) In Atti del Convegno “Lotta al terrorismo. Le ragioni e i diritti delle vittime”, tenutosi a Torino il 5 aprile del 1986 e pubblicati dall’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo, Torino

mercoledì 13 maggio 2020

Silvia e le vittime ferite due volte

 


Articolo Vincenzo R. Spagnolo mercoledì 13 maggio 2020 sul quotidiano Avvenire in merito alla vittimizzazione secondaria della cooperante Sivia Romano con le considerazioni e i precedenti di "victim blaming" di Luca Guglielminetti.



Versioni originali qui:
- http://avvenire.ita.app.newsmemory.com/?publink=0f8dc6928
- https://www.avvenire.it/attualita/pagine/silvia-e-le-vittime-ferite-due-volte

venerdì 17 novembre 2017

Carlo Casalegno e la zona grigia




Il 16 novembre 1977, le Brigate Rosse colpirono il vicedirettore del quotidiano La Stampa, Carlo Casalegno. Lo sorpresero sotto il portone di casa a Torino e lo ferirono con quattro colpi di pistola in pieno volto che il 29 novembre 1977 risultarono letali.
Qurantanni dopo, in questi giorni, non sono mancati articoli di commemorazione di questo grande editorialista, già partigiano del movimento Gustizia e Libertà.

Nessuno però ha ricordato alcuni dettagli successivi a quella storia. Qui se ne elencano alcuni.

Trent'anni dopo, nel 2007, il giornalista Riccardo Chiaberge, allora nella redazione del giornale torinese, scrive le seguenti parole su il Sole24Ore (1):

«Nel marasma postmoderno della mostra sugli anni Settanta alla Triennale di Milano, tra fumetti di Vampirella, filmati di Pasolini, partite Italia-Germania e pantaloni a zampa di elefante, una delle poche sale che merita una sosta è quella dove stanno appese, come lenzuola al sole, le prime pagine dei giornali con i fatti salienti dell’epoca, dalle contestazioni degli autonomi, a Lama, al caso Moro. C’è naturalmente, il Giornale del 3 giugno 1977 con l’attentato a Indro Montanelli (manca invece il Corriere che aveva omesso nel titolo il nome del gambizzato) e c’è la Stampa di giovedì 17 novembre che annuncia l’agguato Br a Carlo Casalegno (sarebbe morto tredici giorni dopo, al termine di un’atroce agonia). Non c’è, né ci poteva essere, perché ben custodito negli archivi del quotidiano, un antefatto di quel barbaro assassino, che forse merita di essere richiamato alla memoria a trent’anni di distanza.

Due mesi prima, nella notte del 18 settembre, una bomba molotov viene lanciata contro lo stabilimento della Stampa. I volantini dei terroristi sono espliciti: “Riflettano prima di stendere l’ultimo pezzo. I giornalisti sappiano che d’ora in poi sapremo alzare il tiro”.

La risposta del direttore Arrigo Levi non si fa attendere: l’editoriale del giorno successivo, oltre a denunciare questo clima di intimidazione, chiama in causa Lotta Continua come movimento in qualche modo fiancheggiatore del partito armato. Non sono tesi nuove, Casalegno nella sua rubrica da mesi batteva cocciutamente su quel tasto, additando complicità e connivenze. Ma la presa di posizione di Levi non è condivisa da una parte del corpo redazionale.

Il mugugno si condensa in un documento di censura al direttore, in nome della libertà di espressione e del distinguo, allora in voga, tra parole e pallottole. Lo firmano molti simpatizzanti della sinistra extraparlamentare ma anche qualche redattore ingenuamente (o stupidamente) garantista, tra cui il sottoscritto. La rivolta sfocia in un’assemblea tumultuosa, cui partecipa, incupito e taciturno, lo stesso Casalegno. Ma dopo l’ennesima filippica di uno dei ribelli, il vicedirettore scatta in piedi e abbandona la sala, lui di solito così compassato, gridando: “Siete una manica di stronzi!”. Ci sarebbe voluta la Nagant di Raffaele Fiore, due mesi dopo, per farci aprire finalmente gli occhi. È vero, eravamo degli stronzi, o forse degli imbecilli.

L’insubordinazione verso il direttore ci sembrava un gesto più chic, più “libertario” dell’intransigenza contro i terroristi. Personalmente, non ho mai smesso di pentirmi di aver firmato quel documento.

E gli altri della lista?
Coraggio, colleghi, se ci siete, battete un colpo». 

Non mi risulta che altri suoi colleghi abbiano battuto colpi nel decennio successivo...
Questo outing politico del giornalista Chiaberge evidenzia due aspetti.

Come i simpatizzanti di organizzazioni terroristiche abbiano giocato un ruolo, per altro non sempre quantificabile, all’interno dei media - come risultò anche dalle indagini sull’assassinio del giornalista Walter Tobagi del Corriere della Sera (2) - e quindi nella percezione del terrorismo da parte dell'opinione pubblica, ed in particolare delle vittime che giudicavano lontane dalle loro posizioni politiche.

Il je m’accuse fu scritto in un periodo non casuale, quello in cui lo Stato italiano iniziava ad investire sulla centralità della vittime del terrorismo. Il 2007 è infatti l’anno in cui viene istituita dal Parlamento italiano la Giornata delle Memoria dedicata alle vittime del terrorismo il 9 maggio.

Ne I sommersi e i salvati c'è un capitolo intitolato La zona grigia tra i più importanti e significativi del capolavoro di Primo Levi (1986). In questo ci informa sul particolare che lo spazio tra la categoria delle vittime e dei carnefici non sia vuoto, bensì «costellato di figure turpi o patetiche (a volte posseggono le due qualità ad un tempo) che è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana». Si tratta, come noto, delle varie forme di collusione o di acquiescenza tra vittime e oppressori: i Kapo, i Prominenten, e tutte le altre figure del privilegio nel Lager nazisti e nei ghetti ebraici.
Il terrorismo condotto da organizzazioni non statali non presenta questa forma di collusione, ma è comunque dotato di una zona grigia, più o meno grande. L'autore stesso del concetto, lo suggerisce alla fine dal capoverso in cui lo presenta:
«La zona grigia della “protekcja” e della collaborazione nasce da radici molteplici. (…) Questo modo di agire è noto alle associazioni criminali di tutti i tempi e luoghi, è praticato da sempre dalla mafia, e tra l'altro è il solo che spieghi gli eccessi, altrimenti indecifrabili, del terrorismo italiano degli anni '70» (3).

Marcello Maddalena, magistrato a Torino durante gli ‘anni di piombo’, al convegno dello stesso anno (1986) del libro di Levi, promosso dall'Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (Aiviter), precisa:

«Non ci si deve dimenticare della cultura di quel periodo, degli insegnanti e degli ‘insegnamenti’ di quel periodo. Ricorderò ancora quanto, proprio in quegli anni bui, ebbe a dire al riguardo in un convegno di “operatori” italiani e tedeschi del diritto, un sociologo tedesco, Kilmansegg. (…) In quel convegno si parlava della RAF in Germania e delle B.R. in Italia ed una delle constatazioni emergenti da quel dibattito fu che il fenomeno del terrorismo rosso era assai più isolato in Germania che non in Italia, nel senso che in Italia si era creata, attorno al terrorismo rosso, una atmosfera culturale sostanzialmente favorevole o comunque “propiziatrice”: (...) una “moda” o una “corrente” culturale molto diffusa, soprattutto in ambienti intellettual-borghesi, tale da farvi allignare e prosperare il verbo dei terroristi» (4).

Nella stessa occasione, Angelo Ventura (1986), professore a Padova e storico (tra i massimi studiosi del terrorismo italiano), apre il suo intervento denunciando il comportamento del quotidiano torinese:
«Ma avete visto come la "Stampa" ha annunciato - solo stamane, troppo tardi - questo convegno, in tre righe anodine e ben nascoste in mezzo agli altri annunci. Che vergogna, il giornale di Casalegno!».

Decenni dopo il giornalista Massimiliano Griner (2014) scrive un libro dal titolo La zona grigia e sottotitolo: "Intellettuali, professori, giornalisti, avvocati, magistrati, operai. Una certa Italia idealista e rivoluzionaria", per i tipi di Chiarelettere. Sono alcune storie dei personaggi che hanno aderito, fiancheggiato, simpatizzato o accettato il terrorismo eversivo di sinistra e che, con le loro complicità indirette o scoperte, hanno reso possibile l'ampiezza, l'intensità e la durata del terrorismo del caso italiano. Durata che si è protratta indirettamente, sotto forma di obliterazione e ‘silenziamento’ delle vittime (5), per i due decenni successivi alla fine degli ‘anni di piombo’, convenzionalmente collocata il 17 Aprile del 1988 con l’assassinio del senatore Roberto Ruffilli a Forlì.

Il concetto di zona grigia amplia la descrizione e la portata dei fattori sociali e mediatici che aumentano la percezione nell'opinione pubblica che ci sia una qualche responsabilità delle vittime alimentando il distacco emotivo da loro, un “allontanamento dalla memoria”, il cui esito conseguente è l’isolamento sociale che la vittima subisce.

 L. G.


(1) Chiaberge R. (2007). Contrappunto, Il Sole-24Ore Domenica 4 novembre 2007, http://coaloalab.altervista.org/quei-giornalisti-contro-casalegno/ (vista il 15/09/2017)
(2) Brambilla M. (2010). L' eskimo in redazione. Quando le Brigate Rosse erano «Sedicenti». Ares
(3) Levi P. (1986). I sommersi e i salvati, Torino: Einaudi. pp. 29-30
(4) Atti del Convegno "Lotta al terrorismo. Le ragioni e i diritti delle vittime", Torino, 1986, p.41
(5) Particolarmente significato il racconta del giornalista Giovanni Fasanella, autore con Antonella Grippo (2006) de I silenzi degli innocenti., BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, delle difficoltà riscontrate con gli editori, nel suo intervento a Torino in occasione del Convegno europeo Aiviter: "Narrazioni contro il terrore - La voce delle vittime europee del terrorismo: problemi e sfide", 4 Novembre 2011:  https://vimeo.com/31958027 (vista il 15/09/2017)

martedì 26 settembre 2017

Social Perception of the Victims of Terrorism

Draft essay for the Italian review "Rassegna Italiana di Criminologia".

Abstract

Only in the last decade - since the establishment of the Memorial Day for the victims of terrorism  in 2007 -  arises the growing centrality of the victims in the Italian debate. The essay tries to explain the reasons for this delay, thirty years from the so called  'lead years' (1969-1987), and the various problems of social perception of the victims of this particular crime. Starting from the personal experience of the author, the Aiviter association's documentation, and the scarcity of scientific literature available, various forms of double victimization and victim blaming are highlighted and got in touch with mass-media, politics and the difficulty of exiting the conflict, because a lack of reconciliation process.


venerdì 2 gennaio 2015

"Se la sono cercata" o del victim blaming



"Se la sono cercata…"!
Questo il concetto ricorrente di moltissimi commenti sui social network sia nell'immediatezza del rapimento che a seguito del video diffuso a Capodanno che ritrae le due volontarie italiane rapite in Siria, Greta e Vanessa.
Molti poi giungono l'insulto, altri si preoccupano dei costi per il contribuente dell'eventuale pagamento del riscatto, altri parteggiano apertamente per i terroristi che le tengo sequestrate.
E' un meccanismo vecchio: lo si chiami victim blaming o doppia vittimizzazione. Funzionava già al tempo del rapimento Giacomo Metteotti, nel1924. Ha funzionato ai tempi di Aldo Moro (1978). Indimenticabili i casi di Giorgio Ambrosoli (Andreotti usò l'esatta dizione), ma quante altre volte: i contractors italiani in Irak, i reporter italiani rapiti in giro per il mondo. Negli anni '60 era di moda anche nelle aule di tribunale nei processi per stupro.
In sovrappiù, in Italia il fenomeno si arricchisce di un doppio binario: si usa biasimare la vittima a seconda della parte politica. Se sono di sinistra e il rapito è percepito come di destra, o viceversa, se sono di destra è il rapito viene percepito di sinistra.
Lo sforzo di intendere le vittime tutte uguali perché eguale è l'insensatezza e l'ingiustizia della violenza politica, ideologica, religiosa o di genere su di loro esercitata, è un passaggio culturale che ai più resta difficile compiere, ancora in questo inizio 2015. Non stiamo a ripetere il vetusto "pietà l'è morta", ma prendiamo atto di una diffusa deficienza di riflessione sulla violenza, trasversale a quasi tutte le aree politico culturali.