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giovedì 16 giugno 2016
ISLAM: RADICI, FONDAMENTI E RADICALIZZAZIONI VIOLENTE. Video della manifestazione finale
Dal canale youtube del Consiglio regionale del Piemonte:
Vedi per ulteriori info anche i post: qui e qui e sul sito dell'Associazione Leon Battista Alberti
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martedì 7 giugno 2016
venerdì 20 maggio 2016
Un comune impegno contro la radicalizzazione
Articolo stampa su La Voce del Popolo-Il nostro tempo del 20 maggio 2016 di presentazione della manifestazione "Scuola e resistenza alle narrazioni dello Stato Islamico e dell'islamofobia" che conclude il percorso didattico in 15 classi di scuole superiori nelle scuole della città metropolitana di Torino.
Resistere alle narrazioni dello Stato Islamico e dell’islamofobia
Da una parte l’uomo “nuovo”, purificatore del mondo, in rivoluzione permanente contro nemici disumanizzati da uccidere senza remora alcuna per ricostruire il Califfato. Dall’altra un’Europa ripiegata su se stessa presa tra l’incerta uscita da una lunga crisi economica e un continuo flusso di migranti e rifugiati che spinge alle sue porte.
In mezzo ci siamo noi, ma soprattutto i giovani europei, compresi i figlie e le figlie di migranti integrati di origine mussulmana, che si trovano in un flusso di narrazioni che oscilla tra la propaganda jihadista dello Stato Islamico e le espressioni pubbliche di paura dell’islamizzazione del nostro continente.
Per usare le parole del grande umanista franco-bulgaro Tzvetan Todorov: “Oggi l’islamofobia e il jihadismo si rafforzano vicendevolmente” . Di fronte a tale manicheismo è urgente resistere soprattutto negli spazi pubblici dove si formano i cittadini europei di domani, dove studiano i giovani che, come ci raccontano le cronache anche italiane, possiamo poi ritrovarci arruolati nelle file terroristiche nel ruolo di foreign fighter.
Come resistere? Con quali discorsi, valori e narrazioni?
Tzvetan Todorov, trova utile descrivere i profili di alcune figure dell’ultimo secolo: Resistenti, storie di donne e uomini che hanno lottato per la giustizia, come recita il titolo del suo ultimo saggio. Persone che hanno rifiutato di sottomettersi tanto all’aggressore che alla vendetta, come Etty Hillesum e Germaine Tillon contro il nazismo, Boris Pasternak e Alessandr Solženicyn contro lo stalinismo, Nelson Mandela e Malcom X contro la segregazione razziale, fino al pacifista israeliano David Shulman e Edward Snowden, l’informatico che ha svelato l’intrusione spionistica degli USA.
Un altro autore, Mario Giro, della Comunità di Sant’Egidio e oggi viceministro agli Esteri, ha trovato invece importante raccontare Noi terroristi, storie vere dal nord Africa a Charlie Hebdo. Le vicende dei ragazzi perduti, giovani di origine mussulmana nati e cresciuti in Europa, che a un certo punto si radicalizzano fino a diventare terroristi, come i fratelli Kouachi, Amedy Coulibaly, Kaled Kelkal insieme a quella di chi, come HM, a suo modo resistente, che giunto a Casablanca rinuncia a premere il grilletto di fronte agli occhi di alcuni bambini ebrei che lo osservano mentre si accinge ad aprire il fuoco su di loro.
Di fronte ai conflitti, al terrore, alla paura, ai discorsi ideologici, semplicistici e stereotipati, possiamo solo usare l’arma ragionevole della conoscenza, come quella fornita dai suddetti libri od altri recentemente presentati al Salone Internazionale del Libro di Torino, come quello del marito di una vittime dell’attentato al Bataclan, Antoine Leiris, che ha scritto Non avrete il mio odio.
Ma come raggiungere i giovani delle nostre scuole privi di conoscenze sulla cultura islamica, sui fenomeni globali di migrazione e quelli di radicalizzazione violenta, nonché dei complessi scenari dell’attuale politica internazionale?
Sul modello delle iniziative attuate in altri paesi e promosse, come buone pratiche, dalla Comunità Europea, con la sua rete sulla radicalizzazione (RAN), è stato avviato nel corso dell’ultimo anno scolastico un progetto di offerta formativa ad integrazione della didattica curricolare per le scuole secondarie della città metropolitana di Torino, intitolato “Islam: radici, fondamenti e radicalizzazione violente. Le parole e le immagini per dirlo.”
Promosso dall’associazione Leon Battista Alberti con la Commissione Legalità della Città di Torino, il CO.RE.IS. Comunità Religiosa Islamica, l’ASAI Associazione di Animazione Interculturale, l’ANPE Associazione Nazionale Pedagogisti, con la collaborazione del CE.SE.DI. e il supporto del Consiglio regionale del Piemonte, l’intervento ha inteso proprio chiarire ad alcune centinaia di studenti di una quindicina di classi, i fenomeni di radicalizzazione politica e ideologica quand’essi assumono la potenza devastante del terrorismo, e quelli speculari di xenofobia, razzismo e islamofobia verso i migranti e i rifugiati. Un confronto aperto con i giovani e i loro docenti partendo da coppie di parole chiave, ricorrenti nella carta stampata e sui mezzi di comunicazione più diffusi, intorno alle quali abbiamo sviluppato un ragionamento critico, storico e interculturale con l’ausilio di immagini e filmati.
I risultati di tale percorso didattico, compresa la restituzione degli studenti sotto forma di “contro narrative” frutto delle loro riflessioni, saranno presentati lunedì 30 maggio alle ore 14,30 nella sala del Consiglio regionale del Piemonte a palazzo Lascaris. Ai lavori, moderati dal presidente dell'Ordine dei giornalisti Alberto Sinigaglia, interverranno con le scuole il presidente del Consiglio regionale Mauro Laus, il Viceministro agli Esteri Mario Giro, il presidente della Comunità ebraica di Torino Dario Disegni, la consigliera delegata all’Istruzione della Città Metropolitana Domenica Genisio, lo storico Claudio Vercelli e Jalila Ferrero della Comunità Religiosa Islamica.
Luca Guglielminetti
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mercoledì 18 maggio 2016
lunedì 11 aprile 2016
È il bisogno di “appartenere” a spingere i giovani verso la jihad
Non il disagio sociale: molti terroristi erano ben integrati
da La Spampa del 11/04/2016
di Lorenzo Vidino
washington
Dopo gli attentati di Bruxelles, esattamente come quelli di Parigi, l’attenzione pubblica si è focalizzata sui quartieri a forte presenza musulmana delle città del Centro-Nord Europa, dalle banlieue parigine alla più centrale, ma altrettanto problematica Molenbeek. È stato detto che mancanza di integrazione, disoccupazione, criminalità e marginalizzazione sono le cause della radicalizzazione degli attentatori e di ampie sacche delle locali popolazioni musulmane. In realtà, per quanto questi fattori sociologici non vadano ignorati, un’analisi approfondita del background dei jihadisti europei e svariati studi sulla radicalizzazione effettuati negli ultimi anni portano a conclusioni diverse.
Il vice-primo ministro del Belgio Jan Jambon lo ha accennato in una recente intervista, affermando che solo un sesto dei jihadisti belgi proviene da famiglie che si trovano sotto la soglia di povertà. Non sorprende pertanto che il regista degli attentati di Parigi, Abdelhamid Abaaoud, avesse frequentato un prestigioso liceo privato di Bruxelles e avesse un padre che possedeva una piccola catena di negozi di abbigliamento. E se alcuni dei membri del network di Molenbeek avevano precedenti penali (cosa di per sé non sintomatica di mancata integrazione), altri avevano frequentato l’università e avevano buone carriere.
La situazione è simile in Francia. Dounia Bouzar, direttrice del Centro per la Prevenzione del Settarismo Islamico, ha recentemente pubblicato i risultati di un suo studio su 160 famiglie francesi che l’avevano contattata chiedendole aiuto per combattere la radicalizzazione dei loro figli. Il dato più eclatante: due terzi delle famiglie facevano parte della classe media. Inoltre, secondo un altro studio, il 23% dei jihadisti francesi in Siria sono convertiti, molti dei quali provenienti da buone famiglie del ceto medio e, in alcuni casi, dalle élites francesi. Un recente studio condotto dall’università Queen Mary di Londra su un amplio campione di giovani musulmani britannici ha dimostrato che i soggetti più a rischio di radicalizzazione sono giovani dai diciotto ai vent’anni ben istruiti e provenienti da famiglie benestanti che parlano inglese a casa: paradossalmente, quindi, più sono integrati più sono propensi alla radicalizzazione.
È quindi palese che fattori socio-economici, per quanto a volte rilevanti, non siano la chiave di volta per capire i processi di radicalizzazione. D’altronde, se fossero solo la povertà e la mancanza di integrazione a causare radicalismo, come mai solo una piccola, statisticamente insignificante parte della popolazione musulmana europea che vive in una situazione di disagio si radicalizza? Non ogni giovane musulmano di Molenbeek si è unito all’Isis. E come si spiega anche che molti casi di radicalizzazione esistono anche in paesi considerati (giustamente) modelli di integrazione quali Canada e Stati Uniti? Come si spiega, per esempio, la radicalizzazione dell’attentatore di San Bernardino, Syed Rizwan Farook, nato e cresciuto in ambiente middle class californiano, con una laurea e un buon lavoro? In realtà più della sociologia è forse la psicologia che ci aiuta a capire chi e perché diventa estremista. Il punto che sembra unire tutti questi soggetti è che tutti paiono alla ricerca qualcosa: un ideale, un senso di appartenenza, un’avventura. Come dice Ed Husein, un ex militante islamista nato e cresciuto a Londra, i jihadisti europei spesso «sono disillusi, non emarginati. Molti sono ben istruiti e con una buona famiglia. Ma cercano tutti dei valori o una ragione per la quale combattere, una causa per la quale poter morire». La mancata integrazione e la vita in un quartiere malfamato posso aiutare a creare questa disillusione, ma da soli non offrono una spiegazione concreta per illustrare un fenomeno così complesso come la radicalizzazione.
Il vice-primo ministro del Belgio Jan Jambon lo ha accennato in una recente intervista, affermando che solo un sesto dei jihadisti belgi proviene da famiglie che si trovano sotto la soglia di povertà. Non sorprende pertanto che il regista degli attentati di Parigi, Abdelhamid Abaaoud, avesse frequentato un prestigioso liceo privato di Bruxelles e avesse un padre che possedeva una piccola catena di negozi di abbigliamento. E se alcuni dei membri del network di Molenbeek avevano precedenti penali (cosa di per sé non sintomatica di mancata integrazione), altri avevano frequentato l’università e avevano buone carriere.
La situazione è simile in Francia. Dounia Bouzar, direttrice del Centro per la Prevenzione del Settarismo Islamico, ha recentemente pubblicato i risultati di un suo studio su 160 famiglie francesi che l’avevano contattata chiedendole aiuto per combattere la radicalizzazione dei loro figli. Il dato più eclatante: due terzi delle famiglie facevano parte della classe media. Inoltre, secondo un altro studio, il 23% dei jihadisti francesi in Siria sono convertiti, molti dei quali provenienti da buone famiglie del ceto medio e, in alcuni casi, dalle élites francesi. Un recente studio condotto dall’università Queen Mary di Londra su un amplio campione di giovani musulmani britannici ha dimostrato che i soggetti più a rischio di radicalizzazione sono giovani dai diciotto ai vent’anni ben istruiti e provenienti da famiglie benestanti che parlano inglese a casa: paradossalmente, quindi, più sono integrati più sono propensi alla radicalizzazione.
È quindi palese che fattori socio-economici, per quanto a volte rilevanti, non siano la chiave di volta per capire i processi di radicalizzazione. D’altronde, se fossero solo la povertà e la mancanza di integrazione a causare radicalismo, come mai solo una piccola, statisticamente insignificante parte della popolazione musulmana europea che vive in una situazione di disagio si radicalizza? Non ogni giovane musulmano di Molenbeek si è unito all’Isis. E come si spiega anche che molti casi di radicalizzazione esistono anche in paesi considerati (giustamente) modelli di integrazione quali Canada e Stati Uniti? Come si spiega, per esempio, la radicalizzazione dell’attentatore di San Bernardino, Syed Rizwan Farook, nato e cresciuto in ambiente middle class californiano, con una laurea e un buon lavoro? In realtà più della sociologia è forse la psicologia che ci aiuta a capire chi e perché diventa estremista. Il punto che sembra unire tutti questi soggetti è che tutti paiono alla ricerca qualcosa: un ideale, un senso di appartenenza, un’avventura. Come dice Ed Husein, un ex militante islamista nato e cresciuto a Londra, i jihadisti europei spesso «sono disillusi, non emarginati. Molti sono ben istruiti e con una buona famiglia. Ma cercano tutti dei valori o una ragione per la quale combattere, una causa per la quale poter morire». La mancata integrazione e la vita in un quartiere malfamato posso aiutare a creare questa disillusione, ma da soli non offrono una spiegazione concreta per illustrare un fenomeno così complesso come la radicalizzazione.
sabato 26 marzo 2016
Prevenzione della radicalizzazione violenta
Termine abusato da giornali, politici e commentatori, in questo
intervento di 5 minuti si chiarisce a quali politiche e programmi ci si
riferisce in Europa e nel mondo quando si parla di processo di
radicalizzazione violenta che può trasformare un giovane in un
terrorista e i campi di intervento delle sua prevenzione.
Prevenzione della radicalizzazione violenta. Di cosa stiamo parlando? from Luca Guglielminetti on Vimeo.
Prevenzione della radicalizzazione violenta. Di cosa stiamo parlando? from Luca Guglielminetti on Vimeo.
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domenica 20 marzo 2016
CVE: il ritardo italiano alla prevenzione soft del terrorismo
"Salah è stato ritrovato a casa sua, a Bruxelles. Da mesi l'Italia dice
che accanto a una risposta credibile sul piano securitario l'Europa deve
avere una strategia sui temi cultura, periferie, educazione. Per ogni
euro investito in sicurezza, un euro investito in cultura. Siamo
convinti che questa proposta italiana debba diventare legge anche in
Europa", dice Renzi. Forse è il contrario: in Europa già si fa...
Mia intervista sull'Avvenire 20 Marzo 2016
Mia intervista sull'Avvenire 20 Marzo 2016
domenica 6 marzo 2016
SICUREZZA PARTECIPATA TRA LIBERTÀ E LEGALITÀ
Il tema della sicurezza si declina
nel pubblico dibattito in due forme: o come parole tecniche di esperti o
come divaricazione manichea tra primato della libertà e quello della
protezione.
A
seconda del campo di applicazione, il primato delle dell’una o
dell’altro assume valenze politiche opposte: di fronte la guerra al
terrorismo è di sinistra difendere le libertà individuali, là dove è di
destra limitarle in nome delle sicurezza dei cittadini; mentre di fronte
agli incidenti sul lavoro è di destra la libertà di imprendere senza
troppi vincoli, là dove è di sinistra limitarla per salvaguardare la
salute dei lavoratori.
In
altri campi, la parola è affidata al linguaggio, apparentemente neutro,
degli specialisti delle varie forme di sicurezza: il tecnico di
sicurezza militare o di intelligence, oppure il tecnico di sicurezza
informatica o di impianti industriali che presentano scenari e soluzione
dei quali solo una minoranza di pubblico non sprovveduto coglie il
senso politico sotteso.
Intorno
alla sicurezza si gioca in vero una delle partite più importanti del
discorso pubblico, in quanto essa sottende una delle più potenti
emozioni umane, comune a tutti i cittadini-elettori: la paura con i suoi
derivati di ansia, stress e preoccupazione.
L’approccio
ideologico è quello oggi dominante con le sue metafore semplicistiche:
di fronte a migranti e rifugiati si invocano o i muri o i ponti.
Buonismo imbelle e cieco egoismo si fronteggiano sui molti temi legati
alla sicurezza portando spesso le discussioni all’immobilismo o a scelte
irrazionali dai risultati disastrosi.
Se
la politica si presenta spesso lenta nell’affrontare i mutamente della
società dell’informazione, quando si tratta di sicurezza, aggiunge il
termine emergenza e accelera verbalmente e spesso concretamente i suoi
atti. La politica reagisce cioè come la fisiologia umana ha insegnato al
cervello: di fronte al pericolo serve una reazione immediata difensiva,
senza pensarci troppo. Ma la paura diventa quasi sempre un pericolo per
coloro che la provano.
Questa
dinamica, ci spiegano l’antropologia e le neuroscienze, è legata alle
necessità di sopravvivenza delle nostra specie quando l’uomo viveva in
tutt’altro contesto ambientale. Funzione bene ancora oggi di fronte ai
disastri naturali, dove un’efficiente protezione civile è sufficiente,
ma serve uno sforzo “contro-natura”, tanto logico quanto razionale, per
invertire la tempistica, o almeno rallentare il tempo delle decisioni,
per evitare alla paura di giocare il ruolo di sentimento dominante nello
scenario politico quando ci troviamo di fronte ai pericoli sociali.
Quelli con i tratti umani del terrorista, del migrante, dello “zingaro” o
quelli criminali della gang, del racket, dell’imprenditore senza
scrupoli, o di forze di sicurezza inadeguate, sistemi giudiziari
inefficaci o sistemi di sorveglianza invasivi.
La
società civile dovrebbe allora farsi carico di creare spazi dove
rallentare il tempo della riflessione intorno ai temi della sicurezza,
per favorire scambi, discussioni, proposte e progetti che abbiano quanto
più possibile un fondamento razionale, laico e scientifico, che
risponda alle esigenze specifiche nel territorio nella consapevolezza
dei dibattiti e delle pratiche europee e internazionali sui temi della
sicurezza e della sua difficile relazione con le libertà e le forme di
legalità.
Servirebbero
quindi spazi di pubblica discussione e proposta la cui attrezzatura
metodologica sia quella di socializzare i linguaggi specialistici,
confrontare le prassi e gli approcci, privilegiare gli interventi di
prevenzione delle cosiddette “emergenze”, rendere partecipe la
cittadinanza su politiche che non possono essere più relegate ai
populismi mediatici o alle segrete stanze degli organi di sicurezza.
lunedì 22 febbraio 2016
martedì 19 gennaio 2016
Incontro sulla prevenzione della radicalizzazione a Milano
Rete locale di prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento a Milano
casamemoriamilano.org/
ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/networks/radicalisation_awareness_network/index_en.htm
Milano - Casa della Memoria
Un'iniziativa prossa da Aiviter Lombardia, Comune di Milano, Fondazione Ethnoland, CoReIs.
Con l’obiettivo di avviare una tavolo di lavoro atto a definire una strategia di rafforzamento della comunità e della sua resilienza di fronte alla sfida dell’estremismo violento
MARTEDÌ 19 GENNAIO 2016 ORE 17,30
Con la partecipazione di:
Antonio Iosa (AIVITER Lombardia)
Luca Guglielminetti (ricercatore , RAN-CoE, e consulente AIVITER)
Marco Granelli (Assessore Sicurezza e Coesione Sociale),
Stefano Dambruosio (Deputato),
Fosca Nomis (Consigliere Comunale Torino),
Cristina Caparesi (EXIT snc, Udine),
Otto Bitjoka (Fondazione Ethnoland),
Abdal Sabur Turrini (COREIS),
Alessandro Burano (ISTIME),
casadellamemoria.it/Un'iniziativa prossa da Aiviter Lombardia, Comune di Milano, Fondazione Ethnoland, CoReIs.
Con l’obiettivo di avviare una tavolo di lavoro atto a definire una strategia di rafforzamento della comunità e della sua resilienza di fronte alla sfida dell’estremismo violento
MARTEDÌ 19 GENNAIO 2016 ORE 17,30
Con la partecipazione di:
Antonio Iosa (AIVITER Lombardia)
Luca Guglielminetti (ricercatore , RAN-CoE, e consulente AIVITER)
Marco Granelli (Assessore Sicurezza e Coesione Sociale),
Stefano Dambruosio (Deputato),
Fosca Nomis (Consigliere Comunale Torino),
Cristina Caparesi (EXIT snc, Udine),
Otto Bitjoka (Fondazione Ethnoland),
Abdal Sabur Turrini (COREIS),
Alessandro Burano (ISTIME),
casamemoriamilano.org/
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domenica 13 dicembre 2015
Contro gli integralismi. I ruoli di Italia ed Europa
Rielaborazione del post "Di fronte la strage di Parigi: The soft (power) is the hardest": permalink
Da "La Voce del Popolo" del 13 dicembre 2015, p. 20
Da "La Voce del Popolo" del 13 dicembre 2015, p. 20
domenica 29 novembre 2015
domenica 15 novembre 2015
Di fronte la strage di Parigi: The soft (power) is the hardest
The soft (power) is the hardest in counter violent radicalisation,
cioè intervenire nelle fasi (e nei luoghi) del processo di
radicalizzazione violenta jihadista precedenti a quelle finali in cui la
violenza diventa pratica concreta, come accaduto a Parigi nella strage
del 13 Novembre, è quanto tentano di fare molti paesi europei, e la
Commissione Europea consiglia, usando strumenti che preventivamente
intervengano sulle persone e nelle comunità, fornendo ad esempio
consapevolezza e informazioni alle famiglie e agli opinion leader locali e religiosi, programmi di deradicalizzazione nelle prigioni, o di rafforzamento del pensiero critico nelle scuole.
Assistiamo invece alla retorica che prova a rassicurare l'opinione pubblica con lo stato d'emergenza, la chiusura delle frontiere e il presidio militare quando proprio il carattere indiscriminato degli obbiettivi colpiti negli attentati terroristici di Parigi dimostrano che non ci sono più obbiettivi sensibili. Il rischio oggi è che la reazione irrazionale e liberticida abbia conseguenze politiche che potrebbero minare la stessa unità europea, invece di rafforzarla come servirebbe più che mai, soprattutto in politica estera.
L'analisi migliore che si può leggere in questi giorni è quella, su Limes o sull'Huffington Post, scritta da Mario Giro, della Comunità di Sant'Egidio e Sottosegretario del Ministero degli Affari Esteri: "Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo (…) In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti.
L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco."
Di fronte al fenomeno della radicalizzazione violenta dell'islam: "Ci impressionano i temi nichilisti di questi giovani terroristi, la mancanza assoluta del valore della vita - propria e degli altri. Così come ci scandalizza la crudeltà e l'orrore nel dare la morte." Allora in Europa: "Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. (…) occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile. Mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che bramerebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Le immagini del britannico che spinge la ragazza velata sotto la metro di Londra fanno il gioco di Daesh."
La politica di prevenzione sociale e culturale con i suoi strumenti "soft" che intervengono alle radici del fenomeno terrorstico è quanto è mancato in Francia e manca in paesi come il nostro. Entrambi i paesi, infatti, giunti in ritardo solo quest'anno, dopo i fatti di "Charlie Hebdo", ad attivare qualche politica in tal senso, hanno un vizio: sono gestite dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni nazionali precipuamente preposte alla lotta al terrorismo tenendo fuori istituzioni locali e società civile.
Gli esempi nord europei e gli approcci suggeriti dal Summit della Casa Bianca sul CVE o dal Global CounterTerrorism Forum (GCTF), trovano difficoltà ad applicarsi, con rare eccezioni, nei paesi latini. Il presupposto corretto di partenza delle politiche di contrasto della radicalizzazione è che "l'intelligence , la forza militare, e l'applicazione della legge da sole non risolverà - e quando abusato possono infatti esacerbare - il problema dell'estremismo violento" . I tre pilastri in questo caso sono:
- Costruzione di sensibilizzazione sui processi di radicalizzazione violenza e di reclutamento;
- Contrastare le narrazioni estremiste, come la promozione on-line di contro narrazioni promosse dalla società civile;
- Valorizzare gli sforzi delle comunità locali che intervengono consentendo di interrompere il processo di radicalizzazione prima che un individuo si impegni in attività criminali.
( si veda Dei diversi approcci di prevenzioni del terrorismo)
La società civile e le amministrazioni locali possono quindi giocare un ruolo attivo - al di là dei momenti di solidarietà, di mobilitazione e di commemorazione - come era già capitato a Torino del corso degli ‘anni di piombo’ quando autorità locali (Regione, Città Quartieri), sindacati, partiti e scuole erano state partecipi dell’opera di isolamento del terrorismo eversivo con la sua propaganda e la pedagogia dei suoi cattivi maestri.
Oggi lo scenario è diverso e gli attori da coinvolgere sono sicuramente anche altri, a partire dalle comunità islamiche, ma gli studi sociali e psicologici ci forniscono nuove analisi e strumenti (sui processi di radicalizzazione e di de-radicalizzazione) che ci permettono di individuare una più ampia platea di soggetti da includere nell’attività di consapevolezza, formazione e prevenzione: famiglie, insegnanti e tutti coloro che sono potenzialmente in contatto con soggetti o gruppi a rischio.
Una stretta collaborazione tra le Autorità nazionali coinvolte su questo terreno (cioè i ministeri di Interni, Difesa, Giustizia, Esteri ed Educazione) con l'Europa (si veda la rete RAN) e con la società civile e le amministrazioni locali è l'unica strada che nei tempi medio lunghi possono assicurare ai nostri paesi di mantenere la loro identità liberale, democratica e pluralista di fronte alla dottrina nichilista del "martirio" che abbiamo visto all'opera a Parigi.
Assistiamo invece alla retorica che prova a rassicurare l'opinione pubblica con lo stato d'emergenza, la chiusura delle frontiere e il presidio militare quando proprio il carattere indiscriminato degli obbiettivi colpiti negli attentati terroristici di Parigi dimostrano che non ci sono più obbiettivi sensibili. Il rischio oggi è che la reazione irrazionale e liberticida abbia conseguenze politiche che potrebbero minare la stessa unità europea, invece di rafforzarla come servirebbe più che mai, soprattutto in politica estera.
L'analisi migliore che si può leggere in questi giorni è quella, su Limes o sull'Huffington Post, scritta da Mario Giro, della Comunità di Sant'Egidio e Sottosegretario del Ministero degli Affari Esteri: "Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo (…) In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti.
L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco."
Di fronte al fenomeno della radicalizzazione violenta dell'islam: "Ci impressionano i temi nichilisti di questi giovani terroristi, la mancanza assoluta del valore della vita - propria e degli altri. Così come ci scandalizza la crudeltà e l'orrore nel dare la morte." Allora in Europa: "Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. (…) occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile. Mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che bramerebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Le immagini del britannico che spinge la ragazza velata sotto la metro di Londra fanno il gioco di Daesh."
La politica di prevenzione sociale e culturale con i suoi strumenti "soft" che intervengono alle radici del fenomeno terrorstico è quanto è mancato in Francia e manca in paesi come il nostro. Entrambi i paesi, infatti, giunti in ritardo solo quest'anno, dopo i fatti di "Charlie Hebdo", ad attivare qualche politica in tal senso, hanno un vizio: sono gestite dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni nazionali precipuamente preposte alla lotta al terrorismo tenendo fuori istituzioni locali e società civile.
Gli esempi nord europei e gli approcci suggeriti dal Summit della Casa Bianca sul CVE o dal Global CounterTerrorism Forum (GCTF), trovano difficoltà ad applicarsi, con rare eccezioni, nei paesi latini. Il presupposto corretto di partenza delle politiche di contrasto della radicalizzazione è che "l'intelligence , la forza militare, e l'applicazione della legge da sole non risolverà - e quando abusato possono infatti esacerbare - il problema dell'estremismo violento" . I tre pilastri in questo caso sono:
- Costruzione di sensibilizzazione sui processi di radicalizzazione violenza e di reclutamento;
- Contrastare le narrazioni estremiste, come la promozione on-line di contro narrazioni promosse dalla società civile;
- Valorizzare gli sforzi delle comunità locali che intervengono consentendo di interrompere il processo di radicalizzazione prima che un individuo si impegni in attività criminali.
( si veda Dei diversi approcci di prevenzioni del terrorismo)
La società civile e le amministrazioni locali possono quindi giocare un ruolo attivo - al di là dei momenti di solidarietà, di mobilitazione e di commemorazione - come era già capitato a Torino del corso degli ‘anni di piombo’ quando autorità locali (Regione, Città Quartieri), sindacati, partiti e scuole erano state partecipi dell’opera di isolamento del terrorismo eversivo con la sua propaganda e la pedagogia dei suoi cattivi maestri.
Oggi lo scenario è diverso e gli attori da coinvolgere sono sicuramente anche altri, a partire dalle comunità islamiche, ma gli studi sociali e psicologici ci forniscono nuove analisi e strumenti (sui processi di radicalizzazione e di de-radicalizzazione) che ci permettono di individuare una più ampia platea di soggetti da includere nell’attività di consapevolezza, formazione e prevenzione: famiglie, insegnanti e tutti coloro che sono potenzialmente in contatto con soggetti o gruppi a rischio.
Una stretta collaborazione tra le Autorità nazionali coinvolte su questo terreno (cioè i ministeri di Interni, Difesa, Giustizia, Esteri ed Educazione) con l'Europa (si veda la rete RAN) e con la società civile e le amministrazioni locali è l'unica strada che nei tempi medio lunghi possono assicurare ai nostri paesi di mantenere la loro identità liberale, democratica e pluralista di fronte alla dottrina nichilista del "martirio" che abbiamo visto all'opera a Parigi.
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giovedì 8 ottobre 2015
Islam e radicalizzazioni informare per prevenire nelle scuole di Torino
ISLAM: RADICI, FONDAMENTI E RADICALIZZAZIONI VIOLENTE
Le parole e le immagini per dirlo
Promosso da: Commissione Legalità della Città di Torino con le Associazioni:
CO.RE.IS. Comunità Religiosa Islamica, ASAI Associazione di Animazione
Interculturale, ANPE Associazione Nazionale Pedagogisti, LBA Leon Battista Alberti,
in collaborazione con il CE.SE.DI.
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martedì 28 luglio 2015
Torino prima città con una piano di prevenzione della radicalizzazione violenta?
The city of Turin may soon activate a network of early prevention of radicalization and violent extremism on the European model of RAN. Press article on the daily "La Voce del Tempo": Against Terror, the Radicalization Awareness Network
La città di Torino potrebbe attivare presto una rete di prevenzione della radicalizzazione e dell'estremismo violento sul modello europea della RAN.
Articolo su "La Voce del Tempo" Contro il terrore la ‘Rete di sensibilizzazione al problema della radicalizzazione’
La città di Torino potrebbe attivare presto una rete di prevenzione della radicalizzazione e dell'estremismo violento sul modello europea della RAN.
Articolo su "La Voce del Tempo" Contro il terrore la ‘Rete di sensibilizzazione al problema della radicalizzazione’
sabato 30 maggio 2015
Memoria Futura: gli “Anni di Piombo” nelle scuole
TGRPiemonte Edizione delle 14.00 del 30 maggio 2015.
Servizio sul progetto didattico dell'Aiviter (Associazione Italiana Vittime del Terrorismo) nelle scuole del Piemonte. Terza edizione 2014/2015 di "Memoria futura. Leggere gli ‘Anni di Piombo’ per un domani senza violenza”. La presentazione e premiazione dei lavori degli studenti nell'Aula del Consiglio regionale del Piemonte a Torino, avvenuta il 29 maggio 2014.
Si veda http://www.cr.piemonte.it/web/comunicati-stampa/comunicati-stampa-2015/390-maggio-2015/3708-memoria-futura-studiare-il-terrorismo-a-scuola
Servizio sul progetto didattico dell'Aiviter (Associazione Italiana Vittime del Terrorismo) nelle scuole del Piemonte. Terza edizione 2014/2015 di "Memoria futura. Leggere gli ‘Anni di Piombo’ per un domani senza violenza”. La presentazione e premiazione dei lavori degli studenti nell'Aula del Consiglio regionale del Piemonte a Torino, avvenuta il 29 maggio 2014.
Si veda http://www.cr.piemonte.it/web/comunicati-stampa/comunicati-stampa-2015/390-maggio-2015/3708-memoria-futura-studiare-il-terrorismo-a-scuola
Educare al pensiero critico: le vittime del terrorismo nelle scuole from Luca Guglielminetti on Vimeo.
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lunedì 6 aprile 2015
Preventing Radicalisation. Role of the European Commission, the RAN and the Projects
Preventing Radicalisation. Role of the European Commission. Radicalisation Awareness Network - RAN and European projects on the topic: included Counter-narration for Counter-terrorism - C4C
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sabato 21 marzo 2015
sabato 10 gennaio 2015
La solidarietà per lobby e quella che serve di fronte al terrorismo
E' probabilmente banale sottolineare il fatto che non tutte le vittime
di un attentato terroristico siano uguali. Il dato è risultato evidente
in questi 3 giorni di angosce e smarrimento provenienti dalla Francia
che hanno chiamato l'Europa in una gara di solidarietà che durerà almeno
fino a domenica, quando a Parigi si svolgerà la manifestazione contro
il terrorismo con la presenza dei Primi ministri di molti paesi.
La campagna "Je suis Charlie", l'hashtag record su Twitter, non evidenzia una improvvisa sensibilità verso il problema del terrorismo e delle sue vittime. La rivista satirica "Charlie Hebdo", già in crisi economica, era prodotto editoriale di nicchia noto a una piccola elité francese ed Europea. Quanto ha colpito ed emozionato profondamente è certamente stato assistere alla strage di una intera redazione giornalistica, espressione delle più larga concezione della libertà di opinione e stampa, quella della satira sacrilega. Occorre però aggiungere che l'ampia solidarietà sui social media e nelle manifestazioni di piazza, soprattutto fuori la Francia, è il risultato della mobilitazione di chi si è sentito più esposto e che ha la forza comunicativa per produrla, cioè i giornalisti, cioè i colleghi delle vittime. La categoria professionale in vero più colpita a livello di occidentali dalla furia terrorista islamista degli ultimi mesi.
La strage di Athoca a Madrid del 2004 che uccise 191 persone e provocò 2.057 feriti, non suscitò analoga solidarietà a livello europeo, come pure gli attacchi a Londra del 7 luglio 2005. Non parliamo poi degli attentati che occorrono quotidiani fuori dall'Europa; relegati ai margini delle notizie dall'estero, quasi assenti dai tg, salvo che non sia colpito un occidentale, la qual cosa garantisce i titoli di apertura per un giorno.
In Italia poi, solo per fare un esempio, quasi nessuno ha aderito nei mesi scorsi alla mobilitazione internazionale contro i Boko Haram, quella per cui nomi noti - a partire da Malala - accanto a giovani e studenti si fotografavano con il cartello #brinkbackourgirls in solidarietà alle oltre duecento studentesse ancora oggi in ostaggio dei fondamentalisti. Gli stessi che in questi stessi giorni hanno raso al suolo una città intera, trucidando un numero di persone incerto tra le centinaia e le migliaia. Gli stessi che hanno colpito anche le ultime due vittime italiane: gli ingenieri Lamolinara e Trevisan.
L'ordine degli ingenieri non ha certo appeal comunicativo e quindi i nostro due italiani giacciono nell'oblio.
Benvengano certo e comunque le iniziative di solidarietà, anche se funzionano a corrente alterna, ma occorre cogliere la disfunzione della loro parzialità perché il risultato dovrebbe essere già ben noto sulla scorta della storia nei nostri anni di piombo. Per decenni l'estrema sinistra ha coltivato i suoi morti, così l'estrema destra i suoi. Ci sono voluti 40 e lo sforzo delle associazioni delle vittime ( e del Presidente Napolitano) per iniziare a restituire agli italiani tutte le vittime senza distinzioni.
Queste ore dimostrano come ci sia ancora moltissimo da lavorare per fare comprendere che il terrorismo chiunque colpisce fisicamente in vero colpisce sempre il corpo vivo della società nella sua interezza.
Fare distinzioni tra le vittime dei terrorismi, attribuire valori diversificati, simbolici o meno, è quanto di più dannoso si possa fare per alimentare il circolo vizioso vittimistico dove ognuno conta, onora e ricorda i suoi morti e favorisce così un memoria divisiva, con la possibile gravissima scia vendicativa di terrorismo e violenza politica che ne può derivare.
Il salto culturale da compiere è quindi quello di considerarle tutte alla stessa stregua, chiunque esse siano o siano state, qualunque sia la matrice del terrorismo che le ha colpite. Questo è niente altro. Questo il punto fermo da cui partire per ogni ragionamento successivo che possa fornire alla società civile quella consapevolezza, quelle "armi razionali" dentro i rigorosi confini dello Stato di diritto, per affrontare il terrorismo senza cadere preda di sindrome paranoiche, securitarie e populiste.
Basterebbe pensare non che siamo tutti uguali, ma che che lo diventiamo tutti di fronte alla morte portata in nome di idee.
L'unico hashtag possibile sarebbe Je sui une victime du terrorisme, ogni volta che qualcuno viene colpito, seguito dal nome ancora meglio. Un'utopia impraticabile, come un'utopia la pace in terra, ma un segnale forte di civiltà sì.
La campagna "Je suis Charlie", l'hashtag record su Twitter, non evidenzia una improvvisa sensibilità verso il problema del terrorismo e delle sue vittime. La rivista satirica "Charlie Hebdo", già in crisi economica, era prodotto editoriale di nicchia noto a una piccola elité francese ed Europea. Quanto ha colpito ed emozionato profondamente è certamente stato assistere alla strage di una intera redazione giornalistica, espressione delle più larga concezione della libertà di opinione e stampa, quella della satira sacrilega. Occorre però aggiungere che l'ampia solidarietà sui social media e nelle manifestazioni di piazza, soprattutto fuori la Francia, è il risultato della mobilitazione di chi si è sentito più esposto e che ha la forza comunicativa per produrla, cioè i giornalisti, cioè i colleghi delle vittime. La categoria professionale in vero più colpita a livello di occidentali dalla furia terrorista islamista degli ultimi mesi.
La strage di Athoca a Madrid del 2004 che uccise 191 persone e provocò 2.057 feriti, non suscitò analoga solidarietà a livello europeo, come pure gli attacchi a Londra del 7 luglio 2005. Non parliamo poi degli attentati che occorrono quotidiani fuori dall'Europa; relegati ai margini delle notizie dall'estero, quasi assenti dai tg, salvo che non sia colpito un occidentale, la qual cosa garantisce i titoli di apertura per un giorno.
In Italia poi, solo per fare un esempio, quasi nessuno ha aderito nei mesi scorsi alla mobilitazione internazionale contro i Boko Haram, quella per cui nomi noti - a partire da Malala - accanto a giovani e studenti si fotografavano con il cartello #brinkbackourgirls in solidarietà alle oltre duecento studentesse ancora oggi in ostaggio dei fondamentalisti. Gli stessi che in questi stessi giorni hanno raso al suolo una città intera, trucidando un numero di persone incerto tra le centinaia e le migliaia. Gli stessi che hanno colpito anche le ultime due vittime italiane: gli ingenieri Lamolinara e Trevisan.
L'ordine degli ingenieri non ha certo appeal comunicativo e quindi i nostro due italiani giacciono nell'oblio.
Benvengano certo e comunque le iniziative di solidarietà, anche se funzionano a corrente alterna, ma occorre cogliere la disfunzione della loro parzialità perché il risultato dovrebbe essere già ben noto sulla scorta della storia nei nostri anni di piombo. Per decenni l'estrema sinistra ha coltivato i suoi morti, così l'estrema destra i suoi. Ci sono voluti 40 e lo sforzo delle associazioni delle vittime ( e del Presidente Napolitano) per iniziare a restituire agli italiani tutte le vittime senza distinzioni.
Queste ore dimostrano come ci sia ancora moltissimo da lavorare per fare comprendere che il terrorismo chiunque colpisce fisicamente in vero colpisce sempre il corpo vivo della società nella sua interezza.
Fare distinzioni tra le vittime dei terrorismi, attribuire valori diversificati, simbolici o meno, è quanto di più dannoso si possa fare per alimentare il circolo vizioso vittimistico dove ognuno conta, onora e ricorda i suoi morti e favorisce così un memoria divisiva, con la possibile gravissima scia vendicativa di terrorismo e violenza politica che ne può derivare.
Il salto culturale da compiere è quindi quello di considerarle tutte alla stessa stregua, chiunque esse siano o siano state, qualunque sia la matrice del terrorismo che le ha colpite. Questo è niente altro. Questo il punto fermo da cui partire per ogni ragionamento successivo che possa fornire alla società civile quella consapevolezza, quelle "armi razionali" dentro i rigorosi confini dello Stato di diritto, per affrontare il terrorismo senza cadere preda di sindrome paranoiche, securitarie e populiste.
Basterebbe pensare non che siamo tutti uguali, ma che che lo diventiamo tutti di fronte alla morte portata in nome di idee.
L'unico hashtag possibile sarebbe Je sui une victime du terrorisme, ogni volta che qualcuno viene colpito, seguito dal nome ancora meglio. Un'utopia impraticabile, come un'utopia la pace in terra, ma un segnale forte di civiltà sì.
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domenica 5 febbraio 2012
Terroristi, vittime e deontologia dei giornalisti: il caso Bianconi
LETTERA AL CORRIERE DELLA SERA.
Quando il
governo stava per approvare la fase due delle liberalizzazioni, abbiamo visto
sui quotidiani l'intervento pronto e tempestivo dell'ordine dei giornalisti che
temendo il provvedimento potesse interessarlo, dispensava esempi delle buone
prassi di giornalismo emanate dal suo esistere. Saremmo allora curiosi di
sapere che cosa farà l'ordine dei giornalisti nei confronti del giornalista del
Corriere della Sera, Giovanni Bianconi, in relazione al suo articolo del 1
febbraio 2012, con il titolo : E l' ex brigatista rivendica il «diritto all'oblio».
Senza
entrare neppure nel merito della turpe pretesa del brigatista di ieri, e oggi
professore, che sia cancellata la memoria storica delle sue azioni compiute da
terrorista, che contiene lo stesso senso di responsabilità del comandante
Schettino della Concordia; il punto che qui vorremo sollevare è un altro e
riguarda un dato di deontologia professionale a livello basico, almeno nei
paesi anglosassoni, dell'attività giornalistica. Nell'articolo di Bianconi
viene salvaguardato l'anonimato e il diritto alla privacy del terrorista e non
quella della vittima!
Il nome del
brigatista rosso Marcello Basili, viene nascosto dalla sue iniziali, mentre il
nome della persona cui egli ha sparato, l'unica che - in quanto vittima -
possegga il diritto alla riservatezza, viene tranquillamente pubblicato,
temiamo senza la minima preoccupazione di chiedere all'interessato, D. G., se
avesse piacere che il suo nome venisse ricordato in merito ad un episodio non
certo piacevole.
In
Inghilterra, o negli USA, il giornalista in questione temo correrebbe seri
rischi di proseguire nella sua professione, in Italia non credo abbia nulla da
temere. Mi smentisce, gentile Sergio Romano?
Luca Guglielminetti, consulente dell'Associazione
Italiana Vittime del Terrorismo
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Nel merito della questione sollevata, segnalo il bell'intervento
su questo blog di Enrico Pozzi
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