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venerdì 30 agosto 2024

Convegno internazionale sull'ultima grande opera girardiana

Leggere Portando Clausewitz all'estremo: guerra e fine della storia in René Girard

Per seguire la diretta in streaming : https://unipd.zoom.us/j/84383251622?pwd=Rjhg3yOnCykZXoVX8GlYuhFZypUtZF.1#success

Abstract dell'intervento "Democratizzazione della violenza politica e liberazione della vittima".


L'evoluzione della violenza dalle guerre napoleoniche al terrorismo contemporaneo riflette forse una 'democratizzazione della violenza' politica (se la guerra è politica con altri mezzi, allora la politica democratica evolve in guerra democratica), in cui è riduttivo focalizzarsi solo su attori non statali (i rivoluzionali o i terroristi), nuove tecnologie, fine della guerra come istituzione, come fanno René Girard, Carl von Clausewitz, e anche Carl Schmitt. L'evoluzione dei conflitti comporta infatti che ogni cittadino possa diventare perpetratore o vittima di atti di violenza politica più o meno legittimi. Da porre in evidenza è come la vittimologia (Jan van Dijk, 2009)  abbia confermato la dimensione sacra della violenza e il ruolo del Cristianesimo presenti nel paradigma di Girard. Ma negli ultimi decenni il ruolo della vittima è stato sottoposta a critica dalle stesse vittime (del terrorismo) che hanno reclamato il diritto di sottrarsi dal ruolo religioso del capro espiatorio tra i due attori in conflitto, tipicamente stato e attore non statale, o di essere politicamente strumentalizzati dallo stato per le sue politiche di antiterrorismo o di memorializzazione dei conflitti con il terrorismo. Esemplare è il ruolo del comitato dei familiari dei rapiti del 7 ottobre, che nel contesto di un conflitto che sembra spingere all'estremo l'escalation bellica della risposta israeliana all'aggressione di Hamas, si pongono come attori politici terzi e con un'autonoma iniziativa diplomatica finalizzata a 'risparmiare sangue' (concetto di Anna Bravo, 2013).
Così, la vittima che si libera dall’etichetta di vittima, non è solo quella alle prese dal dilemma tra farsi milite che si vendica o buon cristiano che deve perdonare il perpetratore. Proprio come suggerisce Girard, in Achever Clausewitz, si deve stare nel conflitto svolgendo parimenti un ruolo di riconciliazione. Un ruolo che in ultima analisi ricorda a tutti l'umanità del nemico. Le vittime sono forse quelle che meglio possono interpretare tale ruolo da antieroi titolati a richiedere di risparmiare sangue? 



martedì 29 giugno 2021

Formazione sui diritti delle vittime del terrorismo

Corso di formazione del EU Centre of Expertise for Victims of Terrorism (EUCVT), istituito dalla Commissione europea, sui diritti della vittime del terrorismo per operatori italiani il 12 e 13 luglio 2021.

11 docenti per 48 partecipanti, operatori dal privato sociale, al corso coordinato da Luca Guglielminetti e Federico Mancini con la collaborazione dell'Associazione Leon Battista Alberti e i docenti provenienti dalla Magistratura dall’Università, dalla Rete Dafne, da Psicologi per i Popoli Torino, dall’Associazione delle vittime della strage di Piazza Fontana e dall’ANCI Piemonte.

  • Per info e registrazioni <luca.guglielmineti@gmail.com>

Formazione Sui Diritti Dell... by Luca Guglielminetti

domenica 6 dicembre 2020

Volontariato e vittime: i video del seminario

SEMINARIO "VOLONTARIATO E VITTIME: BINOMIO POSSIBILE", della CVRG Piemonte Valle d’Aosta Sabato 21 Novembre 2020. 

Programma completo: qui

giovedì 5 novembre 2020

Seminario su volontariato e vittime di reato

Il seminario online, indirizzato ai volontari della CVRG Piemonte Valle d’Aosta e del Coordinamento, nonché alla altre Conferenze regionali, a quella nazionale e agli interessati, ha un carattere informativo finalizzato a fornire un primo quadro sulle vittime di reato, presentando, da una parte, i loro numeri e tipologie, i loro diritti e bisogni, la loro percezione sociale e, dall'altra, le attività di alcune realtà territoriali che stanno fornendo loro sostegno e assistenza e introducendo forma di mediazione penale e giustizia riparativa.

SEMINARIO "VOLONTARIATO E VITTIME: BINOMIO POSSIBILE" on Scribd

giovedì 14 maggio 2020

La liberazione di Silvia Romano e l’eredità di Primo Levi




Quello che sta patendo Silvia Romano è definito in letteratura la “colpevolizzazione della vittima” (victim blaming) ed è una forma di vittimizzazione secondaria: prima la violenza fisica dei rapitori, poi quella verbale dell'opinione pubblica.

Aver assistito al meccanismo del capro espiatorio in questo periodo di lockdown da pandemia nei confronti dei vari segmenti sociali, "untori" del coronavirus, ci ha reso ancora più esercitati ad individuare colpevoli su cui scaricare i nostri risentimenti. "Abbiamo tutti meno soldi e li spendiamo per pagare un riscatto", sentiamo ripetere sui social, per fare un solo esempio.

È piuttosto paradossale il fatto che ci siamo trovati anche noi tutti rapiti ai nostri domicili nella più completa incertezza, con la necessità di inventarci qualcosa per sopravvivere e restare sani, soprattutto di mente, senza tuttavia riuscire ad attivare nei confronti di Silvia l'empatia, la capacità di immedesimarsi in un persona rapita per un periodo così lungo, un anno e mezzo (!). Anzi, come occorso nel caso di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due cooperanti poco più che ventenni partite alla volta della Siria e subito rapite il 31 luglio 2014, anche in questi giorni ci troviamo un quadro di “odio civile” in cui si sommano idiosincrasie politiche, religiose e sessuali.

Lo sforzo di intendere le vittime tutte uguali perché eguale è l'insensatezza e l'ingiustizia della violenza politica, ideologica, religiosa o di genere su di loro esercitata, è un passaggio culturale che a molti resta difficile compiere. Infatti, il biasimo della vittima si indirizza a seconda della parte politica a cui l'ascriviamo. Prendiamo per esempio lo scenario iracheno del 2004: quando il rapito è percepito come di destra, nel casi di Fabrizio Quattrocchi, si scateno il biasimo di certa sinistra; pochi mesi dopo, nel caso delle sue Simone, percepite come di sinistra, all'opposto si scatena il biasimo del fronte opposto. L'anno dopo, sempre in Irak, abbiamo assistito alla polarizzazione del biasimo incrociato in occasione della liberazione della giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena, durante il quale viene ucciso il funzionario del SISMI, Nicola Calipari.

Queste "minoranze rumorose" con le loro espressioni di biasimo non comprendono ciò che tutti i terroristi sanno benissimo: la vittima non deve essere compianta, non deve suscitare pietà o diventa emblema di martirio: bisogna che prima di tutto essa susciti orrore, se uccisa, o disprezzo, se sopravvive. La società civile ha sempre avuto difficoltà ad esprime pietà verso le vittime della violenza politica, se non è percepita come vicina alla propria/o parte/partito politica/o. Il prof. Angelo Ventura, tra i massimi storici del terrorismo italiano, nel 1986 così iniziò un suo intervento a Torino:
«Le vittime sono ingombranti. Gli studiosi delle forme di violenza politica conoscono bene la tendenza dell’opinione pubblica a criminalizzare la vittima, per rassicurarsi ed esorcizzare il pericolo, convincendosi che in fondo la vittima qualche cosa deve pur aver fatto per meritarsi la violenza. È questo uno dei principali effetti psicologici che intende ottenere il terrorismo, secondo un meccanismo già largamente sperimentato dallo squadrismo fascista e ora sistematicamente applicato dal terrorismo rosso e nero». 
Così ancora oggi, con il terrorismo jihadista scatta un meccanismo per cui pensiamo che "la vittima se l'è cercata". In politica nessuno è innocente, è il ragionamento sotteso, quindi se ti trovi nei guai qualche cosa avrai fatto per meritarti una ritorsione.

Di fronte a Silvia Romano liberata dai suoi sequestratari di al–Shabaab che si presenta al pubblico dei suoi concittadini italiani in abiti "islamici", il paragone virale che gira sui social recita: è come se un ebreo liberato uscisse dai campi di concentramento nazisti in divisa nazista. Il presunto scandalo è talmente stupito che non offende solo Silvia con il suo diritto di sopravvivere e affrontare il trauma con gli strumenti che ciascuna vittima di un rapimento è libera di scegliere nel contesto costrittivo e violento nella quale si ritrova, ma offende anche oltre 30 anni di eredità di pensiero di Primo Levi. In particolare il suo insegnamento sulla figura tragica del "salvato", il sopravvissuto che sopporta già di suo il peso della vergogna («la vergogna del sopravvivente»), l'onta delle sua collaborazione col carnefice e il senso di colpa verso i “sommersi”.

Taluno vorrebbe, infatti, che la (presunta) collaborazione di Silvia col nemico venga pagata con la vita o con almeno con l'accusa di favoreggiamento verso il terrorismo. Altri, dagli scranni in Parlamento, la definiscono “neo terrorista”.
Ecco, concludo chiedendo ai mittenti di avere il coraggio di girare il loro biasimo a Primo Levi e ai molti sopravvissuti dei campi di sterminio che si sono suicidati dopo essere stati liberati.

Dietro il victim blaming risulterà, così evidente, sorgere un reato preciso: l’istigazione al suicidio.


P.S. questo testo è un approfondimento delle dichiarazioni rilasciate ieri al quotidiano Avvenire qui
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Bibliografia

GUGLIELMINETTI L. (2019) La radicalizzazione pacifica delle vittime del terrorismo, in “TERRORISMO  Vittime contesti e resilienza”, EducCatt, Milano

GUGLIELMINETTI L. (2017) La percezione sociale delle vittime del terrorismo, in “Rassegna Italiana diCriminologia” (RIC), n. 4, pp. 269-276

LEVI P. (1986) I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino

VENTURA A. (1986) In Atti del Convegno “Lotta al terrorismo. Le ragioni e i diritti delle vittime”, tenutosi a Torino il 5 aprile del 1986 e pubblicati dall’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo, Torino

mercoledì 13 maggio 2020

Silvia e le vittime ferite due volte

 


Articolo Vincenzo R. Spagnolo mercoledì 13 maggio 2020 sul quotidiano Avvenire in merito alla vittimizzazione secondaria della cooperante Sivia Romano con le considerazioni e i precedenti di "victim blaming" di Luca Guglielminetti.



Versioni originali qui:
- http://avvenire.ita.app.newsmemory.com/?publink=0f8dc6928
- https://www.avvenire.it/attualita/pagine/silvia-e-le-vittime-ferite-due-volte

sabato 9 maggio 2020

9 Maggio: la pietas ieri e oggi





Questi giorni di lockdown, di reclusione in casa, sono corsi lungo gli stessi 55 giorni che nel 1978 accompagnarono gli italiani durante il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Allora c'era una sola alta personalità dello Stato rapita, oggi siamo stati tutti rapiti nei nostri domicili. Se allora l'angoscia e l'incertezza era in misura della capacità d'empatia di ciascuno, salvo la minoranza che plaudiva l'infame atto, oggi abbiamo vissuto tutti angoscia e incertezza su noi stessi e sui nostri "congiunti".  Il 9 maggio una famosa telefonata comunicava il luogo dove ritrovare il cadavere del presidente della Democrazia Cristiana: nel bagagliaio di una R4 rossa in via Caetani a Roma. Fù il momento della pietas che 30 anni dopo sarebbe diventato il Giorno della Memoria per ricordare tutte le centinaia di vittime itliane del terrorismo dell'età repubblicana.

Oggi, nonostante ci siano stati ripetuti appelli, non abbiamo avuto un momento ufficiale di pietas verso le vittime della pandemia. La parola è stata citata una sola volta in occasione di una delle conferenze stampa delle ore 18 della Protezione civile, ad Aprile, in occasione delle morte di un medico. Sia Conte che Mattarella, nelle loro comunicazioni, si sono limitati all'espressione di cordoglio e vicinanza alle vittime e alle loro famiglie. Il motivo risiede in uno standard della comunicazione durante le emergenze (risk communication), mutuata da quelle durante le guerre, secondo il quale l'espressione della pietà nei confronti delle vittime "fiaccherebbe il morale delle truppe". In caso di terrorismo o di pandemia, il morale dei cittadini. Il risultato è che le vittime vengono 'normalizzate'(*), ridotte a quei numeri quotidiani dai quali tutti possiamo prendere le distanze emotive che ci permettono di stare concentrati su quelle emozioni, l'angoscia e l'incertezza, che ci spingono a mantenere salde le regole: igieniche (lavarsi le mani), di salute pubblica (le mascherine) e di distanziamento sociale (restare a casa).

L'espressione della pietà verso le vittime di questa pandemia arriverà assai tardi, soprattutto quella verso tutte le vittime. L'espressione della pietà significa infatti riumanizzare le vittime dando loro dei nomi e cognomi e un minimo profilo biografico, così come aveva provveduto a fare la Presidenza della Repubblica quando, nel 2008 in occasione della secondo Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo, aveva pubblicato il libro con i loro profili, attentato per attentato.
Oggi già sappiamo che i numeri ufficiali di questa pandemia sono parziali, in quanto non includono le vittime non riconosciute "come morte da Covid-19" e quelle indirette: cioè i malati gravi non-Covid che non sono stati curati, quei malati cronici che avranno subito un impatto letale per l'interruzione delle cure e coloro che non avranno retto alla pressione mentale e sociale, suicidandosi. Determinare tutte le vittime sarà un'operazione che richiederà indagini statistiche e giudiziarie che, seppur siano già iniziate, hanno tempi lunghi.

L'esito finale sarà comunque parziale. Come per l'elenco ufficiale delle vittime del terrorismo contenuto nel libro del Quirinale, nel quale mancano le vittime italiane del terrorismo internazionale (si veda), così, anche se un giorno avremo l'elenco delle vittime italiane di questa pandemia, dobbiamo già sapere che mancheranno dei nomi. Il che significa che ci saranno famiglie che si sentiranno escluse del riconoscimento ufficiale e dalla pietas pubbliche. Se gli esclusi saranno troppi, i rischi sulla coesione non avranno un impatto diverso da quello, più facilmente immaginabile, prodotto dal lasciare indietro settori sociali nello sforzo pubblico di rilancio del lavoro e dell'economia.
Magari in tempi diversi, ma i fallimenti o i successi delle politiche di coesione sociale sono l'esito di investimenti corretti, inclusi quelli sulla pietas, cioè sulla ricostruzione di memorie collettive.

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(*) Si veda "Sulla rimozione delle vittime da coronavirus" del 10 marzo 2020

martedì 10 marzo 2020

Sulla rimozione delle vittime da coronavirus

On the removal of the victims from corona virus in Italian public speech


"Le verità troppo evidenti, e che dovrebbero esser sottintese, sono invece dimenticate", scriveva Alessandro Manzoni nella Storia della colonna infame. Non ce ne accorgiamo neppure: possiamo parlare di rimozione.

Si ammalano, senza sintomi, il segretario del PD o il presidente del Piemonte ed è subito diretta video e profluvio di messaggi di solidarietà. Se si ammala il vecchio con sintomi gravi e poi muore, resta anonimo, un numero privo di biografia pubblica e qualsiasi solidarietà.

La comunicazione mediatica ci permette di nasconderci dietro i numeri e il loro anonimato di mantenere un enorme distanza emotiva. I numeri sono astrazioni che ci aggiustiamo alla bisogna per evitare dissonanze cognitive.

Detto in modo brutale: non sappiamo nulla dei morti oggi, per non sapere domani, quando eventualmente ci troveremo al triage di un ospedale, che il nostro ricovero in terapia intensiva ha il costo della vita di un altro più anziano e malconcio di noi. Ammesso di non essere noi il sacrificabile… Un verità che richiede veramente una misericordia oltre le nostre umane possibilità.

Posta questa verità “troppo evidente”, che senza l'aura letteraria manzoniana mi rendo conto suoni d’angoscia pornografica, resta la responsabilità preventiva della comunicazione, oggi chiamata a ridurre l'impatto della pandemia. Sul sistema sanitario, certo, ma soprattutto sulla coscienza, cioè il Sé più profondo, di chi al triage quelle scelte deve compiere. Quando cioè il verbo ‘decidere’ assume l'origine del suo etimo: tagliare la testa alla vittima, scegliere chi vive e chi muore.

Per usare ancora le parole del Manzoni, "l’adoprar doppio peso e doppia misura" verso le vittime al quale stiamo assistendo, questa rimozione, è il punto esatto che indebolisce la comunicazione istituzionale. Quella che ci chiede di cambiare le nostre abitudini per contrastare la pandemia da coronavirus. Abbiamo il coraggio di misure coercitive che piegano libertà ed economia, ma manca quello per raccontare le storie dei nuovi Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora. Non siamo nel 1630, sappiamo che l'untore è una chimera, ma le vittime innocenti ci sono e le loro storie e visi anche. Sono queste storie e visi, con le loro forza emotiva, che possono smuoverci, spostarci da abitudini consolidate e metterci di fronte alle nostre dissonanze cognitive.

Sono queste storie e visi, cioè quanto oggi rimosso dai media, gli strumenti per superare la mancata percezione del rischio da parte di molti, troppi segmenti di popolazione, giovani ed adolescenti in particolare (si veda). Chiedere di assumersi responsabilità di fronte a pericoli invisibili, come il coronovirus o il cambiamento climatico, è la cosa più difficile dal punto di vista della psicologia della comunicazione, ma quella istituzionale intorno a questa emergenza non può davvero dipendere dal solo linguaggio neutro di virologi e medici o dai numeri snocciolati dalla protezione civile ogni sera. Lasciare le vittime alla dimensione aritmetica dei numeri non favorisce altro che la loro de-umanizzazione e lascia la collettività nell’angoscia anonima delle sue vittime.

Il biasimo verso gli incoscienti nulla ottiene, se non di gratificare chi lo esprime. Se viceversa si cercano cambiamenti d'abitudine drastici, allora smettiamo di obliterare le vittime e, lo dico con estrema crudezza, diamole in pasto, come un ostia, ai "poveri di spirito".

Non servirebbe solo per la resilenza nell'attualità, ma anche per il domani, quando questa ‘guerra’ sarà finita: sui militi ignoti o, in questo caso, i cives ignoti, non si costruisce il futuro di un paese.

 

Dehumanize Victims By Numbers

"Truths that are too obvious, and that should be implied, are instead forgotten", wrote Alessandro Manzoni in the History of Infamous Column (1843). We don't even realize it: we can talk about removal. 
The secretary of the Democratic Party (PD) or the president of Piedmont falls infected with coronavirus, without symptoms, and it is immediately video directed and profuse of messages of solidarity. If the old man falls ill with serious symptoms and then dies, he remains anonymous, a number without public biography and any solidarity. Media communication allows us to hide behind numbers and their anonymity to maintain an enormous emotional distance. Numbers are abstractions that we adjust to the need to avoid cognitive dissonance. Put brutally: we know nothing around the dead today, to don't know tomorrow, when we will eventually find ourselves in the triage of a hospital, that our hospitalization in intensive care has the cost of life of another older and battered than us. Admitted that we are not the expendable (the the sacrificial victim)... 
A truth that truly requires mercy beyond our human possibilities. Given this "too obvious" truth, that without Manzoni's literary aura I realize sounds of pornographic anguish, there remains the preventive responsibility of communication, today called to reduce the impact of the pandemic. On the health system, certainly, but above all on the conscience, that is the deepest Self, of those who have to make those choices in triage. That is, when the verb 'decide' assumes the origin of its etymology: to cut the victim's head off, to choose who lives and who dies. 
To use Manzoni's words again, "the double weight and double measure" towards the victims we are witnessing, this removal is the exact point that weakens institutional communication. The one that asks us to change our habits to fight the coronavirus pandemic. We have the courage of coercive measures that bend freedom and economy, but we lack the courage to tell the stories of the new Guglielmo Piazza and Giangiacomo Mora. 
We are not in 1630, we know that the anointer ("l'untore") is a chimera, but the innocent victims are there and their stories and faces also. These stories and faces, with their emotional strength, can move us, move us from established habits (bias) and put us in front of our cognitive dissonances. These stories and faces, i.e. what is now removed from the media, are the tools to overcome the lack of risk perception by many, too many segments of the Italian population, young people and adolescents in particular. 
Asking to take responsibility in the face of invisible dangers, such as coronovirus or climate change, is the most difficult thing from the point of view of communication psychology, but the institutional one around this emergency cannot really depend only on the neutral language of virologists and doctors or on the numbers pitted by the civil protection every evening. Leaving the victims to the arithmetic dimension of numbers only favours their de-humanization, leaving the community in the anonymous anguish of its victims. Blaming the unconscious - who is not following the rules of prudence -  achieves nothing except to gratify those who express it. If, on the other hand, drastic changes of habit/bias are sought, then let us stop obliterating the victims and, I say this with extreme cruelty, let us feed them, like a host, to the "poor of spirit". 
It is not only for resilience in current events, but also for tomorrow, when this 'war' will be over: the future of a country will not be built on the Unknown Soldier or, in this case, the Unknown Citizen.

venerdì 6 marzo 2020

Tra coronavirus e terrorismo, la nostra percezione sociale.


"I virus possono avere conseguenze più potenti di qualsiasi azione terroristica", ha detto il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Lo ha detto da Ginevra il giorno del mio compleanno, lo scorso 11 febbraio, quando al coronavirus è stato dato anche il nome proprio: COVID-19.

Effettivamente, come occorre di fronte ad un attentato terroristico (1), abbiamo messo in atto un primo meccanismo di 'difesa' sociale: la distanza. Quella che ci ha permesso di stare fermi (paralisi da paura?) a guardare la Cina, prima, la Corea e l'Iran, poi; così come l'Europa è stata a guardare l'Italia, e così come l'Europa orientale sta ora guardano l'Europa occidentale o come il Meridione d'Italia sta guardando il Settentrione. La propagazione virale segue un modello matematico che il terrorismo per fortuna non segue, ma il meccanismo di difesa che tutti mettiamo in atto è lo stesso: sono distante dal pericolo, quindi me ne frego.

Un secondo meccanismo di percezione sociale, analogo al terrorismo, è  quello del capro espiatorio. La vittima è colpevole, in questo caso la sua responsabilità è declinata nella forma dell'untore. E' troppo faticoso addentrarci nelle cause profonde della pandemia. Non ci interessa, è invece assai più semplice individuare uno stigma: il gruppo di appestati da cui stare alla larga. I cinesi prima, ora gli italiani, … e domani, chissà?

C'è un terzo livello di percezione per cui regge il paragone. Sono i media che ci raccontano o meno la storia del singolo contagiato, della vittima del virus, in base al suo status sociale. Finché sono vecchi cinesi o italiani, non abbiamo alcuna empatia: sono numeri senza storie, cioè degli sconosciuti. Ma se sono trovati positivi al virus un giovane, un consigliere comunale, un ministro, un famoso scrittore, allora sì, diventa legittimo raccontare la loro biografia. Così la morte 'mediatica', da virus o attentato, non riesce mai ad essere "'a livella" suggerita da Antonio de Curtis, in arte Totò, ma disegna invece le varie classi d'importanza delle vittime.

Questi modi di percepire non è detto debbano essere insiti nella nostra specie. Certamente, però, anche solo dover re-imparare a lavarsi bene le mani non induce ad ottimismo, ché la serietà è una fatica in vita; dopo, un traguardo garantito: "Nuje simmo serie... appartenimmo à morte!"


(1) Si veda il saggio La percezione sociale delle vittime del terrorismo (2017)

ENGLISH VERSION HERE

sabato 22 febbraio 2020

FUNZIONI DELL'ISTINTO DI CONSERVAZIONE DELLA VITTIMA DEL TERRORE









 









Lothar Knaak, 3.4.1925-18.8.2006, Ascona TI, Svizzera, psicopedagogo e psicoterapeuta.


FUNZIONI DELL'ISTINTO DI CONSERVAZIONE DELLA VITTIMA DEL TERRORE


Contributo1 al convegno "dalla parte della vittima" tenutosi a Milano, marzo 1978, realizzato dal Gruppo di Psicologia Giuridica (G.P.G.) della Facoltà di Medicina, Università degli Studi di Milano.
Lothar Knaak, Ascona

Esperienze

La mia esperienza personale quale vittima del terrore l'ho vissuta più di trent'anni fa, Quest'oggi sono stupito del comportamento inconscio, ma conseguente della «mia persona» durante i mesi ed anni critici della seconda guerra mondiale.
Mi sono salvato fuggendo da un Lager tipico per gli stati in guerra, e per mezzo di quest'atto d'autoliberazione ho potuto accettare il regime dei campi di profughi d'un paese non coinvolto nella guerra, con buon umore ed apprezzando il vantaggio d'un ambiente protettivo.
Ritengo quindi di parlare con cognizione di causa, trattando dell'istinto di conservazione tipico della vittima del terrore.
Parlavo tempo fa con un zoologo, il quale è stato aggredito in Kenia da un leone e ferito seriamente da una zampata e da un morso. Sulla scorta di questa sua esperienza egli affermava che le prede della belva non avvertono il dolore a causa della paralisi provocata dallo spavento.
E ciò è congruente con l'esperienza umana, riportandone però unicamente un aspetto, il quale indica che la fenomenologia della situazione psichica della vittima è pluriforme. La situazione singola ha un'altra dimensione nella realtà che non l'esperienza collettiva.
Le diverse situazioni nelle quali la vittima può venire a trovarsi variano, d'altra parte, a dipendenza delle condizioni preliminari. Si possono constatare per lo meno due categorie assai diverse fra di loro:
  1. la vittima di un arbitrio prevedibile e
  2. la vittima del caso.
Nella categoria A) vale come condizione preliminare l'arbitrio quale principio, come noi lo conosciamo quando si constata la presenza di un regime dispotico.
Si ha l'impressione che l'arbitrio - in questo caso prevedibile- del regime assoluto trovi la propria legittimazione nell'esistenza del Superiore assoluto. La legittimazione di quest'ultimo, a sua volta, risiede proprio nella sua superiorità, la quale diviene nel contempo anche la causa di un suo inevitabile declino.
Maggiore è il dominio del Superiore assoluto, tanto più legittimo è il dispotismo. Relativizzandosi questo imperativo assoluto, pure la Sua legittimazione viene posta in dubbio.
Ciò risulta confermato dalla curva del successo - ascendente e declinante - dei regimi assoluti, dall'Hitlerismo al fascismo ed al bolscevismo, i quali avevano derivato la loro legittimazione direttamente dall'identificarsi delle masse in un Ego collettivo. Le vittime di questi regimi erano estranee non solo perché indicate come tali, ma anche perché esse stesse erano coscienti della loro estraneità, per la quale avevano per di più anche buone motivazioni. E proprio per la presenza di queste motivazioni il loro rischio era calcolabile. Esse erano infatti coscienti del loro ruolo come vittime. L 'accettazione di questo ruolo accentuava la loro coscienza del proprio valore. Ciò le predestinava al martirio.
La vittima di una causa imprevista non risponde a queste caratteristiche mancando la condizione necessaria della situazione tirannica.
E con ciò siamo arrivati al caso B).
La situazione della persona alla quale viene all'improvviso imposto il ruolo della vittima, è indispensabile per qualificare l'atto terroristico, sia in una situazione di comune delinquenza, che di delitto politico.
Per dimostrare la situazione psichica della vittima ritorno all'esempio dello zoologo aggredito dalla belva. I paragoni che si possono fare con la situazione umana in frangenti analoghi sono parecchi.

Modelli di comportamento di base 

Dobbiamo partire dell'esistenza dei modelli di comportamento di base, i quali categorizzano l'essere umano, così che lo stesso si riconosce come singolo appartenente alla stessa specie, e ciò non nel senso morale, ma quale condizione preliminare biopsichica, di cui però fa parte anche la capacità umana di moralizzare.
La paralisi causata dallo spavento dimostra l'esistenza di riflessi dell'istinto di conservazione, i quali, in crisi estreme, entrano automaticamente in funzione. La priorità della conservazione è evidente. Si tratta di funzioni archetipiche, le quali sono legate all'istinto che tende alla salvaguardia delle funzioni elementari e condizionanti della vita stessa.
Tutte queste norme alla base di funzioni archetipiche sono forme primitive, reattive e involontarie, cioè di carattere infantile, a dipendenza del loro rango primitivo.
Così lo svolgimento del sentimento reattivo della vittima reinserisce il desiderio di protezione del bambino, specialmente in caso di sequestro.
Essa fa appello alla compassione, diventa inattiva e ripone la propria fiducia unicamente in un atteggiamento che provoca reazioni di protezione e di cura.
L'inattività mentale può regredire in tale situazione fino alla fase preorale del postpartum.
Quando la regressione dell'autoresponsabilità, fino al punto di un appello alla solidarietà che dovrebbe attivare la protezione, resta senza risposta valida, si risveglia il sentimento di vendetta.
Ne conseguono delusioni, sfiducia e depressioni fino ad una situazione estrema di letargia. Esistendo la possibilità di attivarsi predomina il sentimento di vendetta. La via attiva resta soprattutto aperta alla vittima abbandonata dell'aggressore subito dopo il reato. La vendetta può però svilupparsi in direzioni diverse.
Heinrich von Kleist2 nella sua novella a sfondo storico «Michael Kohlhaas», già nel 1810 ha descritto minuziosamente ed in modo psicologico, come, in seguito alla vittimizzazione, una vendetta possa svilupparsi quando l'ordine pubblico è troppo debole per poter garantire una giustizia riconoscibile.
La sindrome di Michael Kohlhaas (Michael-Kohlhaas-Syndrom) conferma il proprio significato anche nei nostri tempi moderni.
La situazione del diritto nella nostra società, non contempla le reazioni emotive quali le vendette, specialmente quando le stesse implicano una pianificazione relativamente a lunga scadenza.
Ne risulta il sentimento dell'impotenza, e proprio questo sentimento crea quella situazione patologica che conosciamo, sotto il nome di choc a distanza, dal nostro materiale clinico.
Essa è dominata della disperazione di chi si sente isolato.
Possiamo definire questo sentimento d'abbandono, con il conseguente rischio di un ripiegamento su se stessi, con il termine di autismofobia. Questa può anche rivelarsi sotto forma di reazione paradossale, nella quale viene, cambiato il bersaglio all'odio, quando la vittima si identifica cioè con gli aggressori.

L'identificazione della vittima con gli aggressori

Per questo fenomeno conosciamo parecchi esempi. Il caso più noto è forse quello di Patricia Hearst, figlia del ricchissimo editore statunitense Hearst. Altri esempi sono constatabili nel dramma dei sequestri aerei di Zerqa nel 1970 e nell'affare dei Molucchesi in Olanda nel 1977.
Inoltre il materiale statistico della "divisione ricerche sul terrorismo" della Rand Corporation di Santa Monica, che contiene i risultati delle ricerche su 47 uomini sequestrati e sopravvissuti (fine aprile 1978) conferma questo fenomeno, chiamiandolo "sindrome di Stoccolma" per il fatto che le ragazze tenute in ostaggio durante una rapina in banca a Stoccolma avevano stabilito ottime relazioni con i loro aggressori.
Analogo può essere pure considerato il fenomeno dei prigionieri russi, i quali combatterono - dopo essere stati fatti prigionieri - con le truppe Hitleriane nella seconda guerra mondiale.
Quando gli aggressori offrono alle vittime da loro sequestrate la possibilità di solidarizzare con loro trovandosi queste in una situazione di costrizione, esse ne fanno abitualmente uso.
Negli articoli delle riviste e degli ambienti pseudoscientifici piace parlare poi di «lavaggio del cervello» subito. Ma sappiamo che si tratta, invece, di esempi tipici del funzionamento degli istinti di conservazione.
La ragione per la quale la vittima s'identifica con la volontà dell'aggressore è da cercare unicamente nel rapporto di potere che si è venuto creando.
Nei casi qui menzionati è evidente che gli aggressori si sono dimostrati più potenti che non l'ambiente protettivo abitualmente garantito dall'ordine pubblico.
In tali situazioni la sequenza psichica segue evidentemente le motivazioni contenute nella legge sul funzionamento dei gruppi tripolari, quali sono state descritte da T .M. Mills3, nel 1954, e da A.F. Henry4 nel 1956, sulla base della sociologia di Georg Simmel5.
L 'azione dell'istinto di conservazione può allora indirizzarsi in due diverse direzioni:
  1. quella della vendetta;
  2. quella della conversione, cioè dell'identificazione con l'aggressore contro l'ordine della società, la quale non ha saputo garantire la protezione richiesta al momento del primo riflesso, provocato della paralisi dello spavento.
La regressione fino a funzioni infantili in questo secondo caso, può ad esempio significare la punizione dell'ambiente familiare troppo debole.
La situazione di terrore ha così un effetto di riorientamento, il quale può essere anche definito rieducazione per mezzo della costrizione.


Effetto educativo

Il drill nell'esercito, ad esempio, si serve di questo meccanismo, per ottenere una solidarizzazione con questa società forzata.
Lo stesso effetto ha, in modo involuto però, anche l'incarceramento punitivo.
Urie Bronfenbernner6 ha studiato i principi dell'educazione in due mondi diversi - negli Stati Uniti e nell'Unione Sovietica - esaminando dei bambini, con questo risultato: l'educazione negli stati di regime assoluto e di ideologia unica tende all'uniformità degli ideali per mezzo di una certa severità. L 'accettazione della concezione statale è in questi casi l'obiettivo dichiarato, che viene anche raggiunto, come possiamo constatare sulla base dell'esempio dell'Unione Sovietica e dei suoi satelliti, come pure nelle due Cine moderne, in modi diversi.
Il risultato è ordine e protezione per tutti, altamente apprezzati. La protezione conta in questi casi non solo nel suo aspetto esteriore, ma anche come un fattore sentito. Protezione significa accordo ritualizzato. Questi riti sono sempre stati punti fissi dell'orientamento mentale e del reciproco riconoscersi.
Tali possibilità dell'orientamento sulla base d'un codice del comportamento sono conosciute soprattutto dai giuristi, perché proprio una di queste possibilità, cioè la legge, sta alla base della loro professione.
Attualmente proprio nelle fasi di sviluppo dell'infanzia mancano questi supporti per la formazione di un obiettivo di vita. La pedagogia moderna nega infatti il loro valore umano. Il risultato è un completo disorientamento, a seguito del quale coloro che non fruiscono di un'educazione sembrano naufraghi in un mare senza rive e isole.
Condizioni simili creano la sensazione di essere abbandonati, soli ed isolati. Proprio in questa desolata situazione d'isolamento si trovano le vittime al momento del reato di cui sono oggetto, e non raramente anche gli aggressori.

Riepilogando:

Pensiamo di dover differenziare le vittime in almeno due categorie:
  1. a vittima dell'arbitrio prevedibile
  2. la vittima del caso,
Alla categoria A) possono essere ricondotte le vittime di regimi politici e quelle appartenenti ad una minoranza discriminata.
Alla categoria B) appartengono per contro le vittime di fatti singoli, cioè del caso.
La differenza è evidente. L'eroismo del martirio è una caratteristica del caso A), mentre che per contro la vittima di un imprevisto avvenimento fatale deve essere considerata nell'ambito del caso B). Particolarmente in questa seconda categoria si ritrovano e sono evidenti gli aspetti della sofferenza ed i riflessi dell'istinto di conservazione, i quali possono essere così compendiati :
  1. l'amnesia psichica parziale. per quanto concerne il momento del dramma dell'aggressione,
  2. il ripiego su funzioni della fase di sviluppo orale e preorale. (Specialmente in caso di sequestro),
  3. l'attivazione dei sentimenti di vendetta. (In particolar modo nel caso in cui la vittima viene abbandonata dall'aggressore subito dopo il reato),
  4. il cambiamento di direzione dell'odio e l'identificazione della vittima coll'aggressore. (Quando si ha, ad esempio, un sequestro politico).
In questo quadro il terrore politico, praticato da minoranze attive, può aver portato storicamente al rovesciamento del regimi al potere, senza tuttavia provocare cambiamenti nei meccanismi sociali di base.
I cambiamenti dì regime ad intervalli brevi negli stati sudamericani ne sono un esempio tipico. Altri stati sembrano più tradizionali, solo a causa degli intervalli più prolungati che intercorrono fra i singoli rovesciamenti dei regimi al governo. Nella sostanza però il loro sviluppo da regime a regime avviene secondo lo stesso principio. La vittima ha sempre li ruolo ignorato di mezzo del quale si serve l'aggressore per raggiungere la meta prefissata. Per il milite ignoto, vittima esemplare nell'ambito della categoria A), si trovano ovunque monumenti. La vittima sconosciuta, riconducibile al caso B) malgrado la sua maggiore importanza, sia in senso numerico come in quello della psicoigiene sociale, è per contro totalmente ignorata.

Possibilità di terapia

Per la terapia delle conseguenze, provocate dall'istinto di conservazione, la teoria della libido secondo la definizione di Freud7 non è applicabile; sono invece validi i meccanismi della egodefens e i criteri dell'organizzazione della persona negli strati del sé, ego e sovraego, i quali forniscono un solido fondamento per la spiegazione e la comprensione della natura umana. La teoria del senso di colpa per il doppio crimine di desiderio, la quale costituisce l'essenza del complesso edipico, non dimostra invece in tale circostanza una sua validità o utilità. Neppure applicabili per la psicoterapia dello choc a distanza, sono le categorie della psicologia individuale di A. Adler8, in quanto non si tratta di compensare un'insufficienza organica o psichica, quando una vittima si sente oggetto della violenza.
Anche i metodi i quali trasferiscono la colpa sulla generazione dei genitori secondo il sistema "ok" di Berne9, non offrono elementi utili per una terapia della vittima del terrore. La situazione problematica della vittima è riferibile per contro al contenuto delle psicoterapie centrate sulla violenza di Hedri10, o quella di liberazione spirituale di Schipkowensky11. Anche le terapie che centrano la loro applicazione sulla responsabilità di una morale comune, come ad esempio la logoterapia di V. Frankl12, o le terapie che offrono la possibilità della razionalizzazione in un concetto filosofico, elaborate da Boss e Condrau13 sulla base della filosofia esistenziale di Heidegger, possono aiutare nella situazione di disperazione della vittima. Le convinzioni religiose, soprattutto delle sette che tendono verso una marcata autodisciplina (oggi chiamata repressiva), servono alla vittima per la ricostruzione del suo «rifugio interno», sulla base del nucleo più personale, attraverso la convinzione di possedere una moralità superiore.
La vittima ha, per lo meno quale riflesso passeggero, come abbiamo visto, la tendenza a ritornare verso una fiducia infantile in una giustizia trascendentale.
La definizione della libido secondo C.G. Jung14 e le categorie di forma e dei dinamismi archetipici, come risultano dal confronto del contenuto dei sogni con le immagini dei miti e delle favole antiche e popolari, offrono una base per poter spiegare il contenuto dei sentimenti, degli impulsi e delle reazioni, istintive per la vittima della violenza casuale.
Nella terapia le due categorie della tipologia psicologica di Michael Balint15, l'oknophilia - cioè il legame col focolare - e la philobatia - cioè il piacere di avventurarsi in azioni rischiose -, si dimostrano utili in modo eccezionale.
L 'oknophilia, come tendenza di regressione, simbolizza la sicurezza che deriva dall'ambiente nel quale la persona trova la propria identità. L'ambiente è in realtà la zona allargata dell'ego, che circonda le condizioni familiari o del gruppo di carattere familiare come parte complessiva dell'ego singolo, cioè come espressione dell'ego sociale.
La philobatia, la «Angstlust» , invece, offre lo spazio necessario per le iniziative personali, che rendono la vita un'avventura, la quale conduce sempre oltre l'ambiente rassicurante, cioè al di là dell'oknophilia.
Nel caso di Patricia Hearst la relazione fra le due categorie si è sviluppata in modo tale, che essa ha regredito sulla base della motivazione oknophilistica fino a solidarizzare col gruppo del quale era rimasta vittima, trovando la sicurezza interazionale in questa sua pseudofamiglia. Sappiamo che in una certa fase limitata di maturazione questi «Bünde», cioè gruppi clandestini, si formano spontaneamente quale primo passo decisivo verso la emancipazione.
Il fenomeno è stato ben studiato e analizzato da Will Erich Peuckert16 nell'opera Geheimkulte (culti secreti) e da L. Knaak17 in Trotz, Protest, Rebellion (ostinazione, protesta, ribellione). ,
Nell'ambito di questa pseudofamiglia, la Hearst - nella sua fase regressiva - ha potuto prendere parte ad azioni terroristiche per soddisfare la sua rabbia, provocata soprattutto dal sentimento di completa impotenza personale di fronte alle azioni di violenza. Si tratta, in questo caso, di azioni di vendetta alla rovescia, cioè contro l'ambiente troppo debole per offrire la necessaria protezione. La spinta philobatica non ha trovato in questa sua situazione un altro campo d'azione.
La sofferenza psichica, (il panico dell'isolamento), della vittima può essere descritta nelle forme seguenti:
  • fobia di solitudine, come un tipo della claustrofobia,
  • autismofobia,
  • ansia di perdita dell'ambiente abituale, il quale è condizione di esistenza.
Una terapia di queste forme dello squilibrio psichico della vittima del terrore deve dunque basarsi sul principio della ricostruzione o restaurazione dell'«equilibrio prestabilito» , il cui concetto e metodo sono sviluppati dall'autore di queste riflessioni in un volume che sarà edito prossimamente.
Il metodo si basa soprattutto su meccanismi d'azione archetipica e sul dinamismo del movimento come espressione psichica, partendo dell'appetenza per la soddisfazione di certi bisogni del sentimento del valore proprio della persona.
L 'identità personale in questo concetto è superiore all'individualità, la quale è solo ipotetica già per la suddivisione degli strati dell'ego a seconda del loro valore, e per l'importanza della relazione col tu, che condiziona largamente la realtà dell'esistenza singola di ogni essere umano.

Bibliografia

  1. Edito nella collana di psicologia e criminale, diretta da Guglielmo Gulotta, da Giuffrè editore, Varese, 1980.
  2. Kleist H. von, Michael Kohlhaas (aus einer alten Chronik). Erzählung, Erstdruck im "Phöbius" Heft 6, Juni 1908, Hansa Verlag, München, 1977.
  3. MILLS T.M, The Coalition Pattern in the Three-Person Group. in: American Sociology Review, 1954, XIX.
  4. HENRY F., Affekt, lnteraktion und Delinquenz. in: Kölner Zeìtschrift für Soziologie und Sozialpsychologie, Sonderheft 2, Soziologie der Jugendkriminalität, 1957.
  5. SIMMEL G., The Triad. The sociology of Georg Simmel. Ed. by Wolff K.H., Glencoe, llIinois, 1920.
  6. BRONFENBRENNER U., Zwei Welten. Kinder in USA und USSR. Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart, 1972.
  7. FREUD S., Studienausgabe. Herausgegeben von A. Mitscherlich, S. Fischer Verlag, Frankfurt am Main, 1969.
  8. ADLER A., Praxis und Theorie der lndividuaipsychologie. München, 1923.
  9. BERNE E., Spiele der Erwachsenen. Psychologie der menschlichen Beziehung. Rowohlt, Hamburg, 1970.
  10. HEDRI A., Psychotherapie ohne Dogmatismus. Musterschmidt, Zürich, 1976.
  11. SCHIPKOWENSKY N., Iatrogenie oder befreiende Psychotherapie? Der psychische Einfluss des Arztes auf seinen Patienten. Schwabe & Co., Basel, Stuttgart, 1977.
  12. FRANKL V.E., Theorie und Therapie der Neurosen. Einführung in die Logotherapie und Existenzanalyse. Reinhardt, München, 1968.
  13. BOSS M., CONDRAU O., HICKLIN A., Leiben und Leben. Beiträge zur Psychosomatik und Psychotherapie. Benteli, Bern, 1977.
  14. JUNG C.G., Symbole der Wandlung. Rascher, Zürich, 1952; JUNG C.G., Das Unbewusste im normalen und kranken Seelenleben. Rascher, Zürich, 1929; JUNG C.G., KERENYI K., Einführung in das Wesen der Mythologie. Das göttliche Kind, das göttliche Mädchen, Rascher, Zürich, 1951.
  15. BALINT M., Angstlust und Regression. Beitrag zur Typenlehre. Klett, Stuttgart, 1959.
  16. PEUCKERT W.E., Geheimkulte. CarI Pfeffer, Heidelberg, 1951.
  17. KNAAK L., Trotz, Protest, Rebellion. Urform und Bedeutung des Nestzerstörungstriebes. Zürich, 1970.

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NOTA SUL COPYRIGHT
Il suddetto testo è stratto dal sito  originale dell'autore (reperibile qui http://home.datacomm.ch/lothar.knaak/Vittima/dalla_parte_della_vittima.html alla data di oggi). Trattandosi probabilmente di uno dei primi studi sulle vittime del terrore - terrorismo ed essendo parte di un libro introvabile, e presente su dominio internet svizzero in disuso, resta inteso che il © Lothar Knaak e questa copia è finalizzata solo alla salvaguardia e disposnibilità pubblica del testo. k 

sabato 31 agosto 2019

L'anti-eroe Antonio Iosa

Antonio Iosa e Luca Guglielminetti alla Casa delle Memoria di Milano il 20 gennaio 2016


"Carissimi tutti, 
questa mattina è venuto a mancare il nostro caro papà, Antonio Iosa, che avete conosciuto per il suo instancabile e straordinario impegno culturale, civile e sociale portato avanti con forza e tenacia fino alla fine da un attività lunga ben 60 anni con la Fondazione Carlo Perini e con l’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo. 
Il suo ultimo pensiero è stato quello di salutare e ringraziare tutti Voi per questi anni di amicizia e vicinanza sincera, ricordando strenuamente l’importanza della Memoria e della Legalità da trasmettere in particolare ai Giovani delle scuole. 
Questi erano diventati i cardini di quella che si può definire una vera e propria missione di Antonio “per non dimenticare le vittime del terrorismo e di stragi e per educare i Giovani alla Legalità, alla non violenza, al rispetto della Vita Umana”. 
Un caro saluti da Christian e Davide, i figli, e da Raffaella nostra mamma". 

Così è stata annunciata il 29 agosto 2019 la scomparsa di un'eroe civile col quale ho collaborato per 15 anni all'interno dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (Aiviter). In vero un "anti-eroe" delle non-violenza che ha speso la sua vita denuciando lo scandalo dell'assassinio politico. Per comprenderne il valore segnalo questa intervista pubblicata esattamente un anno fa sulla Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza (RCVS), che sono orgoglio di aver curato come suggello di un'amicizia franca e duratura.


domenica 16 dicembre 2018

Antonio Megalizzi che non è Sisto Malaspina: o della differenza di trattamento tra vittime

VITTIME E MEDIA

 

 Non è piacevole, in ogni attentato terroristico che coinvolga italiani, avere conferma puntuale delle mie osservazioni sulla percezione sociale delle vittime del terrorismo ( su Rassegna Italiana di Criminologia RIC, N.4 Dec 2017). 

Nell'attentato di Melbourne del 9 novembre scorso la notizia che sia rimasto colpito l'italiano Sisto Malaspina è durata poche ore ed è stata addirittura omessa in alcuni telegiornali nazionali; nel caso di Antonio Megalizzi abbiamo invece un'ampia copertura mediatica. 

Qui il brano che spiega il motivo della differenza di trattamento che alle vittime in generale non fa mai bene.



" (...) Riprendendo invece il tema della percezione degli attentati terroristici e le relative vittime da parte dell'opinione pubblica, ci sono altri aspetti, e altri ancora sono certo che mi saranno sfuggiti, tra i quali segnalo i limiti spaziali e temporali in cui si manifesta la solidarietà alle vittime: a) si svolge nella prima immediatezza dell’attentato, per scemare più o meno rapidamente ; b) è circoscritta geograficamente in un perimetro più o meno grande.

Il primo di questi fattori è la copertura mediatica temporale; l’attenzione dell’opinione pubblica dura fino quando giornali e televisioni ne parlano, ma non solo, l’eco permane anche in considerazione dalla personalità della vittima. Quando essa è un giornalista (pensiamo al rapimento dei reporter Giuliana Sgrena e Domenico Quirico, o alla redazione di Charlie Hebdo), una parte del mondo dell’informazione assurge, almeno temporaneamente, al ruolo di associazione delle vittime, attivandosi per le allargare la solidarietà nello spazio e nel tempo. Manifestazioni pubbliche e corali in molti paesi europei per un attentato sul suolo continentale ci sono state solo dopo Charlie Hebdo, nel gennaio 2015, anche se quell’attentato non è stato sicuramente il più grave inferto alla Francia o al nostro continente. Analogamente la reazione dei media verso i rapiti da organizzazioni terroristiche è asimmetrica rispetto alla richiesta di silenzio stampa che il governo richiede in tali circostanze: se il rapito è un giornalista la richiesta è attenuata o addirittura elusa, se non è giornalista, o in qualche modo esponente di un gruppo in grado di esercitare pressione sui media, la richiesta viene accondiscesa.

Un’altra osservazione empirica ci informa dello spazio; quanto più l’attentato è lontano dalla nostra area di prossimità, quella percepita dall’opinione pubblica dai confini nazionali ed europei, tanto meno si esprime solidarietà verso le vittime. Attentati che hanno colpito giovani vite, simili a quelli di Manchester (2017) o dell’isola di Utoya (2011), se accadono fuori dai confini europei hanno una minima eco sui media e sull’opinione pubblica. Con l’eccezione del rapimento di 276 ragazze nigeriane da parte dei Boko Haram nel 2014 che ha sollevato una vasta campagna in loro sostegno “BringBackOur Girls” partecipata da testimoni del calibro di Michelle Obama, la norma è rappresentata dal fallimento di rendere virale la solidarietà in fatti quali l’attentato al parco di Lahore in Pakistan nel 2016 che ha colpito 30 bambini tra le 72 vittime, o quello al campus universitario di Garissa in Kenia nel 2015 che ha ucciso 150 persone, in maggioranza studenti. Le stesse vittime italiane dei recenti attentati sono riconosciute in modo non dissimile, a seconda che l’attentato sia avvenuto geograficamente vicino o lontano. Vanessa Solesin, la studentessa veneziana uccisa al Bataclan di Parigi nel 2015 ha provocato maggiori partecipazioni di quelle, l’anno successivo, verso i nove italiani massacrati in un ristorante di Dacca, in Bangladesh. Il dato potrebbe essere avvalorato dalle metriche sui trend italiani degli hashtag su Twitter #PrayForParis e #PrayForDhaka." (...)

martedì 11 settembre 2018

Le vittime italiane del terrorismo rimosse: dal Sud America all'11 Settembre (BOZZA)


 
Consolato italiano di New York, targa commemorativa "in memoria delle vittime italiane o di origine italiana" dell'attentato alla Torri Gemelle

L’11/9 ITALIANO

All'inizio del 2011 l'associazione AIVITER (Associazione Italiana Vittime del Terrorismo) di Torino ricevette un e-mail che la invita a individuare i nomi degli italiani coinvolti nell'attentato alle Twin Tower di New York. Il suo autore presupponeva che non esistessero o fossero inventati. Si trattava infatti di un simpatizzate di quella teoria del complotto che sosteneva che l'11/9 fosse stata tutta una complessa messa in scena, compresi i nomi e i volti delle quasi 3000 vittime. Iniziai così delle ricerche su Internet nei mesi successivi.

Tranne quanto accertato dei cronisti italiani presenti a New York nelle primissime settime successive all'attentato, che presentano alcuni nomi e profili di vittime italiane, i dati ufficiali si fermano ad un numero, 10, sul quale caddero le parole dell'allora Ministro degli esteri Ruggiero. Prima quelle del 18 settembre 2001: "Sull'identità dei dieci il console mantiene il silenzio”; poi quelle del 27 settembre: “Ci sono stati tanti italo-americani. Poi ci sono 37 oriundi, di cui 27 con doppia nazionalità e 10 con passaporto solo italiano. I nomi debbono rimanere top secret perché così vogliono gli americani.”
Dopo queste date degli italiani spariscono. Restano solo le suddette tracce di alcune corrispondenze fino ad ottobre 2001, sulle quali è però difficile valutare l'affidabilità in termini di nazionalità tra italoamericano, oriundi e dotati di doppia cittadinanza o solo di quella italiana.
Non scioglie il problema neppure un video, scovato sul web, della cerimonia nella quale il Ministro degli Esteri Massimo D’Alema inaugurava nel 2007, al Consolato italiano di New York, una targa commemorativa "in memoria delle vittime italiane o di origine italiana". In quell’occasione si vedono dei famigliari, a turno, leggere una lista di 172 vittime, senza distinzione tra italiani ed italoamericani. Al termine della lettura, prima dell’intervento del ministro D’Alema, si assiste ad una drammatica scena della madre di una vittima il cui figlio, Arturo Angelo Sereno, lamenta non essere stato citato e quindi essere presente nell'elenco. Curiosamente le reiterate scuse per l’omissione non vengono da personale del Consolato, ma dal un parente di una vittima che assume su sé la responsabilità della stesura delle lista dei nomi.
Scoprirò poi, avendolo incontrato, che tale elenco era stato curato dal Cav. Giulio Picolli, cugino di una vittima diretta, che mi disse di averlo tratto dalla lista ufficiale di tutte le vittime del 9/11/2001 rilasciato dalle autorità statali di New York e pubblicato dal New York Times nel 2002. Tele lista però a me non risultava indicasse sempre le nazionalità delle vittime, sicuramente non quelle italiane, come del resto tutti i memoriali on-line, incluso quelle della CNN, che avevo consultato.

Quando nel settembre del 2011 mi recai al Consolato italiano di New York con l'allora presidente dell'associazione, Dante Notaristefano, riuscimmo ad ottenere un parziale chiarimento: informalmente ci dissero che il motivo della segretezza dei nomi dei cittadini italiani era dovuto ad aspetti legali verso i risarcimenti alle famiglie delle vittime. Il che poteva avere un fondamento dovuto al fatto che in Italia nel 2004 era stata nel frattempo approvata una legge in favore delle "vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice" che prevede risarcimenti e agevolazione di natura pensionistica e assistenziale anche per i cittadini colpiti fuori dall'Italia. L'Italia non voleva quindi caricarsi di ulteriori indennizzi per quei suoi cittadini che erano già stati risarciti dall'amministrazione americana con una legge del dicembre 2001 e che stanziava un milione e seicento mila dollari del governo federale per tutte le famiglie delle vittime.

Sta di fatto che quei nomi non sono a tutt'oggi chiaramente noti. Districarsi nella loro individuazione non è possibile neppure utilizzando quel memoriale ufficiale, 911MEMORIAL, sito internet inaugurato parallelamente a quello fisico costruito a Ground Zero, negli stessi giorni in cui mi trovavo a New York per il Decimo anniversario degli attentati. Esso, infatti, non riporta le nazionalità, ma solamente il luogo di nascita; e i nomi presenti sono quelli con i quali le famiglie hanno scelto di ricordare i loro cari che non necessariamente corrispondono con quelli anagrafici.
Da quel sito risulta che sono nati in Italia, coi loro nomi talvolta ‘americanizzati’:

1. Angelo Amaranto
August 1, 1941–September 11, 2001
Born in: Salerno, Italy
Lived in: Brooklyn, New York

2. Lucia Crifasi
May 27, 1950–September 11, 2001
Born in: Sicily, Italy
Lived in: Queens, New York

3. Anthony Luparello
November 24, 1938–September 11, 2001
Born in: Sicily, Italy
Lived in: Queens, New York

4. John Frank Rizzo
July 28, 1951–September 11, 2001
Born in: Vizzini, Italy
Lived in: Brooklyn, New York

5. John Talignani
August 31, 1927–September 11, 2001
Born in: Lentigione, Italy
Lived in: New Port Richey, Florida

6. Gino Luigi Calvi
July 27, 1967–September 11, 2001
Born in: Naples, Italy
Lived in: East Rutherford, New Jersey

7. Elvira Granitto
March 1, 1958–September 11, 2001
Born in: Naples, Italy
Lived in: The Bronx, New York

8. Felicia Hamilton
June 20, 1939–September 11, 2001
Born in: Nusco, Italy
Lived in: Queens, New York

9. Franco Lalama
June 18, 1956–September 11, 2001
Born in: Pacentru, Italy
Lived in: Nutley, New Jersey

10. Sean Gordon Corbett O'Neill
May 24, 1967–September 11, 2001
Born in: Rome, Italy
Lived in: Rye, New York

11. Palmina DelliGatti
August 30, 1968–September 11, 2001
Born in: Avellino, Italy
Lived in: Queens, New York

12. Gerard F. Rauzi
March 24, 1958–September 11, 2001
Born in: Cloz, Trento, Italy
Lived in: Floral Park, Long Island, New York

13. Dominick A. Pezzulo
August 15, 1965–September 11, 2001
Born in: Italy
Lived in: The Bronx, New York 

Altri nomi della lista "Picolli" sono qui

Le morali di questa storia.
La prima è la scelta dello Stato italiano di scaricare i suoi cittadini, non solo dal punto di vista dei risarcimenti di cui avevano, e hanno, diritto, ma relegandoli al rango di numeri. L’11 settembre 2008 al Palazzo del Quirinale, nel suo intervento in occasione della commemorazione del settimo anniversario, il Presidente Napolitano, si limita a ricordare: “Tra esse dieci persone con cittadinanza italiana o con doppia cittadinanza, 260 di origine italiana”.
La seconda è che nessun giornalista si sia fatto carico di questa lacuna per gli oltre 15 anni che ci separano oggi da quei fatti.  

Delle suddette difficoltà provai a partecipare anche l’allora direttore del quotidiano La Stampa, Mario Calabresi, figlio del commissario di polizia, Luigi, ucciso a Milano nel 1972 dopo una campagna d'odio che ha avuto come voci primaria i periodici Lotta Continua e l'Espresso e come base di sostenitori ben 800 intellettuali; ma l'autore di quello che è stato il libro di testimonianza più letto in Italia, Spostando la notte più in là (2007), non ebbe modo, voglia o interessa ad ascoltarmi, almeno in quell'occasione. Così nel decimo anniversario della strage, La Stampa pubblicò una sovra-copertina del giornale che presentava una paginata di volti e nomi estratti dalla vecchia lista del Cav. Picolli col suo carattere approssimativo e indistinto.

I due attori principali, l’uno istituzionale l’altro nel doppio ruolo di giornalista e familiare, che presiederanno la già menzionata prima cerimonia del 9 maggio 2008 al Quirinale per la Giornata in Memoria, Giorgio Napolitano e Mario Calabresi, in quell’atto di centralizzazione delle vittime del terrorismo nella storia repubblicana del dopoguerra, manifestarono, in almeno in quelle due occasioni, un disinteresse esplicito per quelle del nuovo terrorismo d’inizio millennio.
Non reputo che ci sia stata solo la volontà, meschina e piccola Ragion di Stato, di far risparmiare alle pubbliche finanze altri risarcimenti. Il disinteresse di Mario Calabresi nel 2011 e la contabilità numerica di Giorgio Napolitano nel 2008, esprimono primariamente la loro attenzione verso le vittime degli ‘Anni di Piombo’: sono solo loro a dover acquisire centralità. Le altre esulano da quell’agenda: bastano i numeri o dei nomi a caso.

La conferma di questa tesi emerge da un altro dettaglio legato sempre alle liste dei nomi nella prima cerimonie dedicate alle vittime del terrorismo, il 9 maggio 2008.
Tutti i nomi ufficiali delle vittime italiane sono elencati nella pubblicazione promossa dalla stessa Presidenza delle Repubblica Per le vittime del terrorismo nell'Italia repubblicana, qui consultabile,  edito dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato e presentata e distribuita al Quirinale nel 2008, ma tale pubblicazione non contiene esattamente l’elenco di tutte le vittime italiane del terrorismo. È l’evidente frutto di un accomodamento politico. Sono presenti nomi e omissioni di nomi che hanno una lettura politica assai chiara.
Da una parte sono inclusi alcuni attentati e omicidi condotti da organizzazioni non clandestine in un contesto di violenza politica di piazza sull’asse fascismo/antifascismo che non si configura come eversione contro lo Stato.
Dall’altra, mancano tutti i nomi delle vittime italiane coinvolti negli attentati del terrorismo internazionale: da quelle colpite nel nostro paese dal terrorismo di matrice arabo-palestinese e di altre, a quelle colpite fuori dall’Italia per mano di terrorismi di Stato e gruppi eversivi diversi.
Un esempio della prima fattispecie  è l’inserimento del nome del giovane Roberto Crescenzio, arso vivo da un attacco di bottiglie incendiare (‘molotov’) al bar Angelo Azzurro di Torino nel 1977 a margine di un corteo antifascista organizzata da sigle della sinistra extraparlamentare e che poco prima aveva cercato di assaltare la sede dell’MSI. Il bar era ritenuto un ritrovo di fascisti, ma il giovane Roberto era lì per caso: estraneo alla dinamica di vendette e ritorsioni tra gruppi di estrema sinistra e destra. Certamente l’orrore suscitato dalle fotografie dello studente lavoratore seduto fuori del bar con ustioni sul 90% del corpo, fu enorme non solo in città e l’associazione di Torino ha custodito la sua memoria nei 40 anni successivi. Purtuttavia né il gruppo responsabile del servizio d’ordine del corteo, Lotta Continua, né la sentenza del giudici in Corte d’Appello nel 1984, configuravano l’organizzazione e i fatti come terrorismo. 

Un esempio della seconda fattispecie, oltre quello degli italiani dell’11 settembre, è l’omissione del nome del piccolo Stefano Gaj Tachè, di due anni, rimasto ucciso, con 37 feriti, il 9 ottobre 1982 quando un commando palestinese, probabilmente per conto della fazione del gruppo guidato da Abu Nidal, attaccò la Sinagoga di Roma all’uscita delle famiglie al termine della celebrazione per la festività dello Sheminì Azzereth. Portavoce della sua memoria, in questo caso, è la Comunità ebraica di Roma che ancora 30 anni dopo, il 9 ottobre 2012, chiederà al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di ''rimuovere il segreto di Stato'' per le ''troppe ombre e dubbi'' sull'attentato. Sul sito internet della comunità ebraica di Roma, sempre nel 2012, si legge:
«Per non dimenticare il sacrificio di tante, troppe persone, da tempo è stato istituito l’elenco delle vittime italiane che viene letto il 9 maggio al Quirinale, in occasione del “Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi”. In questo elenco manca, inspiegabilmente, un bambino di due anni, Stefano Gaj Tachè (…)».

Ma il piccolo Stefano non è il primo né l’unica vittima dimenticata, anche solo limitandoci al terrorismo arabo-palestinese. Il 27 aprile1973 a Roma l'impiegato della compagnia israeliana EL AL, Vittorio Olivares, venne ucciso da un terrorista palestinese che lo aveva scambiato per il direttore della società aerea. E qualche mese dopo ci fu il primo dei due attentati all’aeroporto romano di Fiumicino, quello del 17 dicembre 1973 con 32 morti e 15 feriti, cui seguirà quello del 27 dicembre1985 con 15 morti. Un decennio raccontato in un recente documentario, significativamente intitolato "Il terrorismo dimenticato" e visionabile integralmente sul sito di RAI Storia qui.

Nel 2009 a Parigi avevo individuato delle vittime italiane ancor più dimenticate. Avendone conosciuto dei familiari, al rientro in Italia scrissi la seguente lettere al direttore de La Stampa, con in calce anche le loro firme e a quella di Sergio Bazzega anche lui presente a Parigi ed allora membro del direttivo dell’associazione torinese :
« [Gentile Mario Calabresi,]
Se non ci sbagliamo durante la visita nel nostro paese del colonnello Gheddafi lo scorso giugno, sulla stampa italiana tra gli atti terroristici riconducibile al suo regime, l’attentato al DC10 d’UTA è stato citato una sola volta da un solo quotidiano.
Nelle rare volte in cui questa strage viene ricordata ci si dimentica di dire che in quell’attentato, tra le 170 vittime di 18 nazionalità diverse, c'erano anche 10 cittadini italiani. Sabato scorso è caduto il 20° anniversario di quella strage, dimenticata in Italia: delegazioni di associazioni di vittime del terrorismo da tutta Europa si sono unite ai famigliari nella commemorazione al cimitero parigino di Père Lachaise dove c’è una stele che ricorda l’attentato con tutti i nomi delle vittime.
L’occasione è stata utilizzata anche per una riflessione comune sull’enorme apertura di credito rivolta al colonnello libico negli ultimi mesi dalla comunità internazionale e dalle Nazioni Unite.
Questi sono stati giorni di lutto, ma è difficile non notare che da parte dei vertici istituzionali alla retorica utilizzata oggi verso i nostri parà barbaramente uccisi in Afghanistan [nella missione Isaf], non sia corrisposta tre mesi fa una sola parola verso le vittime delle stragi compiute dal regime libico. La “realpolitik” è una prassi politica che non mettiamo certo qui in discussione, ma ciò non toglie che risulti incomprensibile il fatto che alla retorica della 'vittima del colonialismo' utilizzata a man bassa del colonnello libico, non sia stato possibile - in tutti questi anni - contrapporgli i crimini di Stato del suo regime che sono costati centinaia di vittime di tutto il mondo, tra le quali dei cittadini italiani.
Se ci permette di ricordali, su quel volo del 19 settembre 1989 c’erano: Marina Baraldini, 37 anni, Pietrino Bernardi, 56 anni, Stefano Cini, 24 anni, Gioacchino Diasio, 51 anni, Irene Pasqua in Feist, 26 anni, Marcello Ghirini, 36 anni, Ippolido Nievo, 62 anni, David Passigli, 31 anni, Kateleen Hilda Alvandian in Tolio, 39 anni e Mario Tolio, 52 anni.
[Grazie della sua corte attenzione,]
Olga Maiorana in Diasio, moglie di Gioacchino Diasio
Nicoletta e Francesco Diasio, figli di Gioacchino Diasio
Giorgio Bazzega, Direttivo Aiviter
Luca Guglielminetti, Relazioni Internazionali AIVITER»

Mario Calabresi pubblicò la lettera e aggiunse:
«Spero che questo spazio, seppur limitato, serva da parziale risarcimento per l’oblio che la politica italiana e i mezzi di comunicazione hanno riservato alle vittime dell’attentato del DC10 della compagnia francese Uta, esploso mentre stava sorvolando il deserto del Tenéré sulla rotta Brazzaville-Parigi. Il coinvolgimento del regime libico è stato provato da tempo, ma oggi molte ragioni - economiche, come di controllo dell’immigrazione illegale – sembrano impedire qualunque rispetto della memoria».

L’anno successivo, il 2010, le mie ‘scoperte’ su vittime e terrorismi dimenticati si allargarono fuori dall’Europa.

LATINO AMERICA

L'America latina è stata una delle aree nelle quali la guerra fredda ha preso le vesti di volta in volte di terrorismo rivoluzionario e di Stato. Tra gli effetti della rivoluzione castrista a Cuba del 1959, c'è stato infatti anche quello di creare un ponte all'URSS verso i paesi del Sud America scatenandovi una grande instabilità politica negli anni '60 e '70. Da una parte le varie avventure terroristiche, sotto forma di guerriglia rivoluzionaria urbana e rurale, venivano sostenute e finanziate dal regime comunista sovietico, attraverso l'isola caraibica, dando il via ad ogni sorta di rapina, violenza e attentati. Dall'altra gli USA intervenivano in forma eguale e contraria, non di rado aiutando colpi di stato da parte del potere militare, con il conseguente insorgere di regimi totalitari e relative pratiche di terrorismo di Stato.
Un caso paradigmatico, secondo lo storico Walter Laqueur, Il nuovo terrorismo (2002), è quello dell'Uruguay.
«I prototipi di questo nuovo terrorismo furono i Tupamaro dell'Uruguay. Erano emersi in un paese che per anni era stato il più progressista dell'America Latina e ancora negli anni '60 era tra i più liberali. I Tupamaros, che volevano un mutamento politico e sociale radicale, attirarono gli elementi migliori e più idealisti della giovane generazione e s'impegnarono in assalti alle banche e rapimenti, ma non in omicidi. All'inizio le loro attività ebbero successo dimostrando che un paese civile poteva essere facilmente destabilizzato. I Tupamaros ottennero l'attenzione dei media mondiali, ma in ultima analisi l'unico risultato delle loro operazioni fu la distruzione della libertà in un paese che, caso quasi unico nell'America Latina, aveva una tradizione democratica ininterrotta, per quanto imperfetta. La campagna di Tupamaros suscitò l'insorgere di una dittatura militare e distrusse il sistema democratico, provocando nel contempo la distruzione del loro stesso movimento».

I ruoli indiretti delle due superpotenze non lascia scampo a quasi nessuno dei paesi latinoamericani. Quando pensiamo alle loro vittime non dobbiamo dimenticarci che quei paesi, in primis l'Argentina, sono stati meta di quella emigrazione - dalla fine dell'800 all'inizio del 900 - che ha condotto almeno un paio di milioni di italiani in tutto il continente americano. Per la legge italiana i discendenti potevano facilmente richiedere la cittadinanza.
Questo significa che abbiamo vittime italiane, ed evidentemente soprattutto di origine italiana, su tutti i versanti che hanno connotato i tragici fatti di terrorismo e violenza politica in quei paesi. Tra questi proprio l'Argentina è un altro caso paradigmatico. Sui fatti di quel paese esiste una ricca letteratura per quanto concerne le vicende dei desaparecidos, i prigionieri politici che la dittatura militare del generale Vileda, incarcerava, tortura e uccideva fuori da ogni controllo e iter giudiziario.
Le vicende che hanno visto impegnate le Madri de Plaza de Mayo nel buio della dittatura argentina dal ‘76 all’ ’83, sono sicuramente un esempio di resistenza ad un regime che aveva inventato un agghiacciante fenomeno nuovo: i desaparecidos, gli scomparsi. Gli oppositori venivano prelevati a casa, sul luogo di lavoro, per la strada da uomini senza uniforme e scomparivano nel nulla: decine di migliaia di cui molti ancora oggi non si sa niente. Finivano in campo di detenzione clandestini e il modo di eliminarli, senza lasciare traccia del corpo, erano i famigerati “voli della morte”: ogni mercoledì un gruppo di persone, spesso giovani, venivano lanciati vivi dagli aerei nel Rio de la Plata e nelle profondità dell’oceano Atlantico.
La marcia delle madri, col fazzoletto bianco in testa e con le foto dei figli scomparsi, in Plaza de Mayo di fronte alla Casa Rosada, sede del Governo, è rimasto il simbolo positivo del periodo più buio della storia argentina recente. È un caso esemplare di lotta delle memoria dei familiari delle vittime contro un terrorismo di Stato, che non solo in argentina, aveva reinventato l’occultamento di cadavere nella pratica violenta di uno Stato.

Va tuttavia rammentato un altro pezzo di storia meno noto. L'ascesa al potere dei vari militari Videla, Massera e Agosti, non è stato un vezzo sadico della politica estera USA, come viene disegnato in molta pubblicistica italiana, ma anch'esso si inquadra, come per l'Uruguay, nel contesto della guerra fredda. Il periodo precedente alla dittatura quando - con tutti i limiti di un altro fenomeno politico singolare, il peronismo - l'Argentina era in regime di democrazia, almeno due organizzazioni terroristiche si muovevano sulla scena con rapimenti ed uccisioni indiscriminate a migliaia: quella dei montoneros (MPM) e quella del Ejército Revolucionario del Pueblo (ERP).
L'eco di tali misfatti arrivò anche in Italia quando fu rapito e poi ucciso il responsabile della Fiat in Argentina, Oberdan Guillermo Sallustro.

Nel gennaio 2010 incontrai Victoria Villarruel in occasione del VI Congreso Internacional sobre Víctimas del Terrorismo, organizzato da fondazione universitaria San Pablo CEU, a Salamanca: mi consegnò un Cdrom con la versione elettronica del libro Los otros Muertos, sottotitolo “Le vittime civili del terrorismo guerrigliero degli anni ’70” promosso dalla sua associazione Centro de Estudios Legales sobre el Terrorismo y sus Víctimas, CELTYV, e mi farà seguire, via email, un file con una lista provvisoria della vittime italiane o di origine italiana, colpite in quegli anni: un totale di 259 nomi tra prima e dopo il colpo di Stato del generale Vileda (consultabile qui).

Come sempre accade, l’opinione pubblica internazionale fece le sue scelte in base alle simpatie politiche: le vittime del golpe a scapito di quelle del terrorismo rosso, che sono state dimenticare e private di giustizia ancor più dei desaparecidos i cui responsabili militari subirono almeno dei processi: uno dei quali anche in Italia, proprio per via della cittadinanza delle vittime ‘scomparse’.
Anche nel caso delle vicende dell'America latina sono emerse graduatorie di memoria e quindi di valore attribuito alle diverse vittime: quelle dei movimenti ‘rivoluzionari’ filosovietici e quelle dei regimi militare filoamericani. A distanza di decenni la sperequazione continua, come dimostra la battaglia di Victoria in Argentina. Ancora una volta è la figlia di una vittima a provare a ‘riequilibrare la memoria’ pubblica di un paese. Ancora una volta altri nomi d’italiani e italoamericani che non interessano la politica e i media del nostro paese.

CONCLUSIONI

Come osserva Annalisa Tota che in La città ferita (2004) ha studiato l'attività di 'imprenditori della memoria' condotta dai famigliari della strage di Bologna del 2 agosto 1980, le assenza hanno un valore politico:  “una assenza di memoria, infatti è spesso un atto denso di significato politico ancor più della sua presenza”. Vale per i monumenti dedicate alle vittime nelle città, vale per i nomi citati nelle cerimonie e nelle pubblicazioni ufficiali, vale per gli elenchi omessi per un tempo determinato dai governi e si evidenzia esplicitamente quando a sparire, oltre il nome, è anche il corpo della vittima.
Quando all’inizio del 2011 mi trovai di fronte al problema di identificare i nomi delle vittime italiane dell’11 settembre, ero consapevole che nei 40 anni precedenti un numero di cittadini italiani era stato colpito da terrorismi di ogni matrice, dentro e fuori il nostro paese, la cui cifra non era lontana da quella dei presenti nell’elenco ufficiale. Colpite da ogni fronte: dall’Esercito segreto armeno (contro la sede della Turkish airlines a Roma il 10 marzo 1980), all’Armata rossa giapponese (contro il circolo della marina USA a Napoli il 14 aprile 1988), dai gruppi della guerriglia ai regimi militari sudamericani; dal GIA, Gruppo islamico armato, nell’Algeria del 1994 a quello anticastrista della Fondazione cubano-americana di Miami, a Cuba del 1997. Per giungere poi a quelle del post 11 settembre, a partire Maria Grazia Cutuli, giornalista Corriere della Sera, in Afghanistan, il 19 novembre 2001, fino a quelli più recenti al museo Bardo di Tunisi, a Parigi e Nizza.

La legge n. 206 del 3 agosto 2004 "Nuove norme a favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice" e la n. 56 del 4 maggio 2007 che istituisce il 9 maggio il Giorno della memoria “al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice”, riconoscono le vittime sia di attentati compiuti sul territorio nazionale che extranazionale, ma la lista del 2008, la pubblicazione del presidente Napolitano, che contiene anche i nomi ‘recenti’ delle vittime delle nuove BR (Biagi, D’Antona e Petri), non comprende quella marea di nomi che passando il tempo continuavano ad emergere da un passato non lontano e da luoghi remoti.
Qual è stato il criterio di inclusione ed esclusione?
La risposta più ovvia è che le esclusioni abbiano riguardato coloro che sono stati colpiti da terrorismi il cui obiettivo eversivo non fosse lo Stato italiano.
Ma non è evidentemente così, altrimenti ci sarebbe solo le vittime del terrorismo comunista e di una parte di quello neofascista, quando invece ci cono le vittime delle stragi che se non propriamente “di Stato”, sicuramente vedevano un ruolo attivo in parte dei suoi apparati, come mandanti o come deviatori degli accertamenti giudiziari. E poi le vittime della violenza politica ‘di piazza’ di organizzazioni che non avevano carattere clandestino e la cui finalità era di difesa militante da fascisti e antifascisti.
Il senso degli aggiustamenti e omissioni della lista presente nella pubblicazione del Quirinale del 2008 è stato quello di includere, solo, tutte quelle vittime, ‘attori passivi’ di una stagione precisa le cui istanze di memoria molteplici erano state portate avanti per decenni da associazioni di vittime e parti politiche, e i cui limiti era circoscritti a quelle che lo Stato italiano considerava un capitolo da chiudere: gli “Anni di piombo’. Con tutto il loro portato di estremismi violenti e ambiguità da parte degli ‘attori attivi’ con le relative ‘zone grigie” nello Stato come nella società civile. 
Le vittime prive di rappresentanza sociale o di rappresentanza troppo debole, sono state sacrificate all'obio.

Un’altra ragione risiede nello stato di sospensione in cui giacciono le vittime di conflitti non conclusi, come quello israelo-palestinese, o quelle verso quali le istituzione nazionali non state in grado di fornire un soluzione, un'exit strategy, una pacificazione. Sono questi i casi dell’Argentina, ma anche dell’Algeria, mentre quello più recento della galassia jihadista dall’11/9 in avanti, è di fatto ancora in corso.
  
Quella lista che stavo redigendo dei caduti italiani dei vari terrorismi omessi da quella ufficiale del Quirinale, stava assumendo quella dimensione di vertigine indagata da Umberto Eco (Bombiani, 2009). Era destinata ad essere sempre incompleta come è nella natura di tutte le liste che possono essere aggiornate, ridotte ed incrementate all'infinito. La si può consultare qui sul sito web di Aiviter, 'congelata' al 2015, quando è terminata la mia collaborazione con l'associazione. Ho quindi cercato ora di rendere ovvie le relazioni che tengono insieme i nomi di quella lista: una forma per scolpirli,  onorarli, per strapparli dall'oblio e per fornire alla loro morte un significato: almeno un minimo valore conoscitivo che ci informa sulle scelte, sempre politiche, degli attori istituzionali e sociali che ruotano intorno al fenomeno del terrorismo.