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giovedì 14 marzo 2024

Orientarsi di fronte alle guerre

Di fronte a guerre che coinvolgono sempre più direttamente l’Europa e l’Italia, siamo sopraffatti da un senso d’impotenza che ci rende passivi fruitori di un mare d’informazioni. 

Un mare nel quale l’unica libertà concessa sembrerebbe essere quella di poter scegliere quale propaganda seguire, per poterci ritrovare - in una “bolla” o “camera dell’eco” (echo-chambers) - insieme ad altri, dalla “parte giusta”. 

Chi voglia sottrarsi a queste bolle, cariche di pregiudizi di conferma, si pone il problema di come approcciarsi in maniera vigile e consapevole ai mezzi e alle fonti di informazione e di analisi.

Esattamente a queste persone - psicologi dell’emergenza, operatori sociali, umanitari e di pace, studenti, ma anche a chiunque sia interessato - si rivolge l’incontro on-line:

 ”Orientarsi. La guerra, l’informazione, gli inganni.” 

il 27 Marzo alle ore 21, on line su Zoom al seguente link:

 https://unipd.zoom.us/j/87366408059?pwd=SzlvYlJTVU1IRXA2OWhMR2x3VGdxdz09



Orientarsi di fronte le guerre


venerdì 1 marzo 2024

Narrazioni diversive

Intorno alle teorie del complotto, loro natura, utilizzo e fine. Se ne discute alla libreria torinese Il Ponte sulla Dora con l'autore, Tobia Savoca, e con Enrico Manera - giovedì 7 Marzo ore 18.30.






venerdì 10 aprile 2020

Una strada che si chiama metanoia

In qualsiasi situazione di pericolo, paura e ansia prolungata vorremmo rivolgerci a qualcuno che possa aiutarci, fornendoci rassicurazioni e certezze, infondendoci fiducia e coraggio. Lo fanno i bambini verso i genitori, lo fanno anche i cittadini verso i governanti.
Come avviene anche a chiunque volesse oggi chiedere aiuto al suo amico, al suo terapeuta o alla sua guida spirituale o ai numeri verdi di supporto psicologico, di fronte a questa pandemia accade di trovarsi di fronte all'altro senza che questi possa fornire risposte completamente soddisfacenti. Questo perché - sia questi il genitore in presenza, il governante in tv o chiunque altro dall'altra parte del telefono/pc/tablet - egli si trova in vero nella nostra stessa situazione.
Questi 'altri' cui ci rivolgiamo possono provare a dissimulare raccontando bugie pietose o ragionevoli consigli sulla scorta del poco di veramente noto (serve mantenere la distanza sociale), ma nulla che possa veramente comunicare sicurezza, certezza, fiducia e coraggio.

A meno che… noi richiedenti aiuto non si riesca ad imboccare una strada che si chiama metanoia. Non è un astratto cambio di narrativa calato dall'alto, come quello proposto da alcuni appelli che girano in questi giorni. Non basta un artificio retorico per uscire dai limiti delle possibilità di comprensione da parte dell’intelletto umano per rientravi in una nuova più 'alta' comprensione. Non è neppure mistica o pratica religiosa.
Si tratta invece di un gioco linguistico: riconfigurare il significato delle parole in modo che acquistino una senso e un movimento (una "vita activa", per dirla con Hannah Arendt) in questo nuovo contesto.

"La metanoia non è solo un problema di comprensione, ma sposta un rapporto esistente tra pensiero e mondo. Solo nel linguaggio il mondo si presenta al nostro pensiero; tra linguaggio e mondo non c'è differenza fondamentale per ostacolare il pensiero. Esprimere un nuovo pensiero significa anche inventare sempre un nuovo gioco linguistico adeguato a quel pensiero. Il linguaggio opera una differenziazione del rapporto tra pensiero e mondo. Il linguaggio non è arbitrario, per quanto tale arbitrarietà possa sembrare ovvia ai teorici contemporanei del linguaggio. Al contrario, ogni parte del linguaggio è legata a un sistema in continuo sviluppo. Il linguaggio sviluppa la nostra comprensione del mondo nello stesso modo e nella stessa misura in cui continua a svilupparsi. Il principio del linguaggio non è l'arbitrarietà, ma la contingenza. Il linguaggio, in altre parole, si sviluppa all'interno di un quadro di possibilità in continuo cambiamento costituito dai suoi legami con il pensiero e con il mondo. Ecco perché le possibilità di una nuova comprensione sono immediatamente legate alla ricerca o all'invenzione di un nuovo linguaggio." (Avanessian A., Hennig A., 2014)



Esattamente quando assistiamo a cambiamenti epocali radicali, quando crolla il mondo, la metanoia interviene con la sua funzione poietica del linguaggio.

Sul piano politico del post-pandemia da Covid-19, al momento non posso che semplificare con questa metafora presente nella prefazione del libro: (noi) "il pedone potrà fare una mossa all'interno degli scacchi che si mangi altri pedoni, regine, re, cavalli, torri e alfieri con le loro opposizioni ed infinite lotte, portando ad una partita completamente nuova con pezzi diversi, modi diversi di muoversi, modi diversi di essere colpiti, e" ...un nuova scacchiera!


lunedì 5 giugno 2017

Marshall McLuhan, il terrorismo come teatro


"Era il febbraio 1978 - l’Italia era in piena emergenza terrorismo e poche settimane dopo avrebbe vissuto il rapimento e la barbara uccisione (dopo 55 giorni di prigionia) di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse - quando il sociologo canadese ed esperto di comunicazione Marshall McLuhan rilasciò un’intervista a Il Tempo in cui invitava a far calare il buio totale sugli uomini del Terrore."
Così il Tempo ripresenta l'intervista sulla quale si può ben riflettere ancora oggi.

McLuhan, partendo dalla considerazione che lo scopo primario delle azioni terroristiche è raggiungere la massima pubblicità attraverso i media per intimorire ed educare, illustrava con lucidità che «il terrorismo è una forma di teatro: dando coverage (ndr, copertura mediatica) al terrorista gli si offre un palcoscenico e un copione».


Sono stati fatti tentativi di imporre il silenzio stampa, sia negli Anni di piombo che successivamente, e ancora oggi, nei casi di rapimento.
Utilizzare il silenzio in una società aperta non è però possibile, e neppure eticamente accettabile. Nell'epoca dei social media poi risulta semplicemente impossibile censurare alcunché, almeno fino a quando alla Rete sia garantita una certa neutralità.
Certamente tg che 24 ore su 24 replicano le immagini di una strage mettendo intorno qualche analisi stringata, quando non superficiale, dai tempi  televisivi o dagli spazi di testo dei social, è un evidente vantaggio per gli autori dell'attentato.

L'osservazione successiva - "la polizia per prima avrebbe il dovere di mettere il blackout su tutte quelle notizie e informazioni che possono comunque aiutare, direttamente o indirettamente, i nemici dello Stato" - è stata da allora praticata dalle forze di sicurezza, ma con gravi e frequenti "buchi". Talvolta clamorosi come recentemente nel dopo-Manchester, con tanto di incidente diplomatico UK-USA per la fuga di notizie passate dagli inglesi agli americani.
Dopo ogni attentato abbiamo la cantilena politica della mancata prevenzione per carenza di collaborazione tra i servizi di intelligence dei vari paesi, ma non è difficile comprendere che le diverse nazioni, coi loro servizi, hanno interessi talvolta diversi e divergenti, anche quando 'cugine' e alleate, e anche di fronte alle sfida dei terrorismi.

Più interessante il consiglio ulteriore di McLuhan che segue: "Dico di più: visto lo sviluppo che sta prendendo il terrorismo politico, proprio grazie all’uso spregiudicato e intelligente che sa fare dei media, sarebbe il caso che i governanti ricorressero ad una sorta di contro informazione, volutamente vaga e in certi casi addirittura falsa per sconvolgere i piani dei terroristi."
Tale consiglio fu forse preso in considerazione poche settimane dopo la sua uscita nell'intervista su Il Tempo: il falso comunicato n. 7 della Brigate Rosse che annuncia l'avvenuta esecuzione di Moro, il cui corpo si sarebbe trovato nel lago della Duchessa. Secondo alcuni un esperimento di psicologia sociale per testare l'effetto sull'opinione pubblica dell'annuncio della morte dello statista democristiano. 
Certamente è stato preso alla lettera dopo il più clamoroso attentato di questo secolo: nella "War on Terror" successiva all'11 settembre 2001, con le famose bugie di Bush e Blair sulle armi di distruzione di massa nel'Irak di Saddam Hussein.
In questo secondo caso sappiamo che non hanno sconvolto affatto i piani dei terrorismi, anzi: senza la preventiva destabilizzazione dell'Irak sarebbe stato probabilmente impossibile vedere l'insorgere dell'IS, o Daesh, nelle forme e dimensioni che conosciamo.

Tutto ciò, in vero, non è responsabilità di McLuhan: il consiglio era in fondo ingenuo. La dinamica della contro-informazione non era proprio una novità degli anni '70 del '900. Il rapporto tra le propagande nelle guerre, come nei conflitti terrorismi/Stati, è assai più complesso e antico.

L'intuizione però forse più feconda del pensatore canadese è la metafora teatrale del rapporto tra terrorismo e media. Già dagli anni '80 gli studiosi iniziarono giustamente  a parlare di rapporto simbiotico tra i due termini.


Quanto però vorrei qui sottolineare è l'utilità di estendere, la metafora della "forma di teatro", dal concetto di terrorismo a tutti i conflitti. Nel senso che, da un certo punto di vista, tutti i poteri, contro-poteri inclusi, sono rappresentazioni. Rappresentazioni teatrali dotate di narrative da propagare/propagandare, con i mezzi di comunicazione a disposizione, per convincere noi a giocare il nostro ruolo "in commedia", che diventa "in tragedia" quando il conflitto è violento.
Interesse dei promotori dei conflitti è attirare la maggior parte degli attori nel proprio campo, spingerci a schierarsi in modo manicheo. Ci sono ruoli da coprire a disposizione per tutti, su entrambi i fronti: dal militante da tastiera a quello con le armi.
Il fattore chiave è proprio la comunicazione: intorno al terrorismo, e ai vari conflitti, avviene sempre una guerra di parole, uno scontro di narrative con le loro verità e bugie.
Quello che conta allora, in ultima analisi, è quali voci scegliamo di ascoltare per farci la nostra idea di quello che ci succede interno e provare, se  è il caso, a cambiare il copione e il ruolo propinatoci.

venerdì 12 maggio 2017

Presentazione dei video degli studenti su Islam, migrazioni e terrorismi

 

Un momento della premizione degli studenti all'aula magna dell'Avogadro a Torino nella manifestazione "Narrazioni alternative su Islam, migrazioni e terrorismi".


Qui uno dei video realizzati e presentati:
Messaggio degli studenti dalla classe 5^A del Liceo Berti di Torino a.s. 2016/2017, nel quadro del corso:

"ISLAM: RADICI, FONDAMENTI E RADICALIZZAZIONI VIOLENTE. Le parole e le immagini per dirlo"
Promosso dal'Associazione Leon Battista Alberti con la CO.RE.IS. Comunità Religiosa Islamica, l'ASAI Associazione di Animazione Interculturale, la collaborazione del CE.SE.DI. e il sostegno della Compagnia di San Paolo.

English translation: "Violence is the last refuge of the incapable."

Ulteriori informazioni: kore.it/Associazioni/islam.html

martedì 31 maggio 2016

Scuola e resistenza alle narrazione dell'ISIS e dell'islamofobia


Messaggi degli studenti dalle classi partecipanti nell' a.s. 2015/2016 al corso: "ISLAM: RADICI, FONDAMENTI E RADICALIZZAZIONI VIOLENTE. Le parole e le immagini per dirlo"
Promosso da: Commissione Legalità della Città di Torino con le Associazioni: CO.RE.IS. Comunità Religiosa Islamica, ASAI Associazione di Animazione Interculturale, ANPE Associazione Nazionale Pedagogisti, LBA Leon Battista Alberti, in collaborazione con il CE.SE.DI. e il sostegno del Consiglio regionale del Piemonte.


Ulteriori informazioni: http://www.koinetwork.org/associazioni/islam.html

venerdì 20 maggio 2016

Un comune impegno contro la radicalizzazione



Articolo stampa su La Voce del Popolo-Il nostro tempo del 20 maggio 2016 di presentazione della manifestazione "Scuola e resistenza alle narrazioni dello Stato Islamico e dell'islamofobia" che conclude il percorso didattico in 15 classi di scuole superiori nelle scuole della città metropolitana di Torino.



Resistere alle narrazioni dello Stato Islamico e dell’islamofobia

Da una parte l’uomo “nuovo”, purificatore del mondo, in rivoluzione permanente contro nemici disumanizzati da uccidere senza remora alcuna per ricostruire il Califfato. Dall’altra un’Europa ripiegata su se stessa presa tra l’incerta uscita da una lunga crisi economica e un continuo flusso di migranti e rifugiati che spinge alle sue porte.
In mezzo ci siamo noi, ma soprattutto i giovani europei, compresi i figlie e le figlie di migranti integrati di origine mussulmana, che si trovano in un flusso di narrazioni che oscilla tra la propaganda jihadista dello Stato Islamico e le espressioni pubbliche di paura dell’islamizzazione del nostro continente.
Per usare le parole del grande umanista franco-bulgaro Tzvetan Todorov: “Oggi l’islamofobia e il jihadismo si rafforzano vicendevolmente” . Di fronte a tale manicheismo è urgente resistere soprattutto negli spazi pubblici dove si formano i cittadini europei di domani, dove studiano i giovani che, come ci raccontano le cronache anche italiane, possiamo poi ritrovarci arruolati nelle file terroristiche nel ruolo di foreign fighter.
Come resistere? Con quali discorsi, valori e narrazioni?
Tzvetan Todorov, trova utile descrivere i profili di alcune figure dell’ultimo secolo: Resistenti, storie di donne e uomini che hanno lottato per la giustizia, come recita il titolo del suo ultimo saggio. Persone che hanno rifiutato di sottomettersi tanto all’aggressore che alla vendetta, come Etty Hillesum e Germaine Tillon contro il nazismo, Boris Pasternak e Alessandr Solženicyn contro lo stalinismo, Nelson Mandela e Malcom X contro la segregazione razziale, fino al pacifista israeliano David Shulman e Edward Snowden, l’informatico che ha svelato l’intrusione spionistica degli USA.
Un altro autore, Mario Giro, della Comunità di Sant’Egidio e oggi viceministro agli Esteri, ha trovato invece importante raccontare Noi terroristi, storie vere dal nord Africa a Charlie Hebdo. Le vicende dei ragazzi perduti, giovani di origine mussulmana nati e cresciuti in Europa, che a un certo punto si radicalizzano fino a diventare terroristi, come i fratelli Kouachi, Amedy Coulibaly, Kaled Kelkal insieme a quella di chi, come HM, a suo modo resistente, che giunto a Casablanca rinuncia a premere il grilletto di fronte agli occhi di alcuni bambini ebrei che lo osservano mentre si accinge ad aprire il fuoco su di loro.
Di fronte ai conflitti, al terrore, alla paura, ai discorsi ideologici, semplicistici e stereotipati, possiamo solo usare l’arma ragionevole della conoscenza, come quella fornita dai suddetti libri od altri recentemente presentati al Salone Internazionale del Libro di Torino, come quello del marito di una vittime dell’attentato al Bataclan, Antoine Leiris, che ha scritto Non avrete il mio odio.
Ma come raggiungere i giovani delle nostre scuole privi di conoscenze sulla cultura islamica, sui fenomeni globali di migrazione e quelli di radicalizzazione violenta, nonché dei complessi scenari dell’attuale politica internazionale?
Sul modello delle iniziative attuate in altri paesi e promosse, come buone pratiche, dalla Comunità Europea, con la sua rete sulla radicalizzazione (RAN), è stato avviato nel corso dell’ultimo anno scolastico un progetto di offerta formativa ad integrazione della didattica curricolare per le scuole secondarie della città metropolitana di Torino, intitolato “Islam: radici, fondamenti e radicalizzazione violente. Le parole e le immagini per dirlo.”
Promosso dall’associazione Leon Battista Alberti con la Commissione Legalità della Città di Torino, il CO.RE.IS. Comunità Religiosa Islamica, l’ASAI Associazione di Animazione Interculturale, l’ANPE Associazione Nazionale Pedagogisti, con la collaborazione del CE.SE.DI. e il supporto del Consiglio regionale del Piemonte, l’intervento ha inteso proprio chiarire ad alcune centinaia di studenti di una quindicina di classi, i fenomeni di radicalizzazione politica e ideologica quand’essi assumono la potenza devastante del terrorismo, e quelli speculari di xenofobia, razzismo e islamofobia verso i migranti e i rifugiati. Un confronto aperto con i giovani e i loro docenti partendo da coppie di parole chiave, ricorrenti nella carta stampata e sui mezzi di comunicazione più diffusi, intorno alle quali abbiamo sviluppato un ragionamento critico, storico e interculturale con l’ausilio di immagini e filmati.
I risultati di tale percorso didattico, compresa la restituzione degli studenti sotto forma di “contro narrative” frutto delle loro riflessioni, saranno presentati lunedì 30 maggio alle ore 14,30 nella sala del Consiglio regionale del Piemonte a palazzo Lascaris. Ai lavori, moderati dal presidente dell'Ordine dei giornalisti Alberto Sinigaglia, interverranno con le scuole il presidente del Consiglio regionale Mauro Laus, il Viceministro agli Esteri Mario Giro, il presidente della Comunità ebraica di Torino Dario Disegni, la consigliera delegata all’Istruzione della Città Metropolitana Domenica Genisio, lo storico Claudio Vercelli e Jalila Ferrero della Comunità Religiosa Islamica.
Luca Guglielminetti

domenica 31 gennaio 2016

Isis e Islam nelle scuole: degli approcci




L'iniziativa promossa dalla Fondazione Corriere della Sera nell'autunno 2015 e  rivolta agli studenti delle scuole superiori (15-18 anni) di Milano, dal titolo L’Isis spiegato (non solo) ai ragazzi, è un buon esempio in negativo di come un approccio paternalista sia controproducente. I migliori giornalisti, i più preparati, non sono infatti i soggetti corretti ad affrontare nelle scuole i temi dell'Isis e delle sue relazioni con l'Islam e la sua storia.
I casi di proteste di studenti di religione islamica non sono infatti la spia di una generica difficoltà ad affrontare il tema, come sottolineano lo stesso Corriere qui e il magistrato Guido Salvini  sul Foglio qui, ma sono piuttosto la spia di un metodo errato e contro-producente, al di là dei buoni propositi.
In Europa il tema è affrontato da tempo, gli approcci sperimentati, discussi e resi pubblici: basta consultare la Collezione di buone pratiche dalla RAN che dal 2011 ha attivato gruppi di lavoro sui vari ambiti di intervento della prevenzione della radicalizzazione violenta che porta al terrorismo, facendo confrontare gli operatori che lavorano sul campo nei vari Stati membri,
In tale rete della Commissione Europea non mancano italiani e l'Italia, pur in ritardo in questo genere di interventi e politiche di prevenzione, sta comunque compiendo i primi passi. Esistono infatti già esperienze pilota locali che, insieme a quelle degli altri paesi, ci indicano la metodologia e l'approccio più efficace per gli intervenire nelle scuole.
Porto solo due esempi.
Dietro il termini di peer education c'è un pratica pedagogica molto potente, quella di utilizzare gli stessi studenti per formare i loro coetanei. Una esperienza recente a Lodi ci segnala il successo di un approccio che porta nelle classi gli stessi studenti, originari da famiglie di paese mussulmani, a parlare di Islam e terrorismo con i loro coetanei.
Il secondo esempio riguarda un secondo soggetto indicato ad intervenire e sono naturalmente gli insegnanti. Se si vogliono evitare tanto le discriminazioni islamofobiche, quanto le derive di radicalizzazione violenta tra i giovani studenti, il primo passaggio fondamentale riguarda una massiva formazione dei docenti. Quelli di tutti gli ordini e gradi perché servono competenze sia nella scuola primaria che permettano corretti approcci psicopedagogici  per formare identità emotive in grado di confrontarsi pacificamente con il diverso, sia didattiche nelle superiori che rafforzino le capacità di pensiero critico di fronte alla propaganda violenta e i tentativi di reclutamento via Web.
E' stato lanciato la settimana scorsa un tavolo di lavoro a Milano che si occupa di queste politiche e di questi interventi, in stretto contatto con le suddetta rete europea, l’amministrazione cittadina e i soggetti che a Milano e in Italia lavorano ai vari livelli sul problema. La Fondazione Corriere della Sera sarà sicuramente benvenuta.

giovedì 8 ottobre 2015

Islam e radicalizzazioni informare per prevenire nelle scuole di Torino

ISLAM: RADICI, FONDAMENTI E RADICALIZZAZIONI VIOLENTE
Le parole e le immagini per dirlo


Promosso da: Commissione Legalità della Città di Torino con le Associazioni:
CO.RE.IS. Comunità Religiosa Islamica, ASAI Associazione di Animazione
Interculturale, ANPE Associazione Nazionale Pedagogisti, LBA Leon Battista Alberti,
in collaborazione con il CE.SE.DI.
Corso per le scuole superiori dell'area metropolitana torinese. Dal catalogo CE.SE.DI. per l'a.s. 2015/2016: http://www.cittametropolitana.torino.it/cms/ifp/cesedi/attivita-2015-2016


domenica 17 maggio 2015

Dalla Repubblica del dolore ad una Repubblica resiliente

"No, anche il Presidente Grasso con le lacrime agli occhi nel su discorso, mi sono detto nell'aula del Senato il 9 maggio scorso, in occasione del Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi". Così mi racconta al telefono il figlio di una vittima, frustrato da questa esibizione del dolore che stenta ad evolversi in qualcosa di positivo che guardi avanti.

Un termine chiave utile a spiegare il tono commovente preminente nella maggioranza degli interventi, la fornisce uno degli stessi interventi che si sono succeduti in tale occasione: quello di Carol Beebe Tarantelli, la vedova dell'economista Ezio, ucciso dalla BR nel 1985. Carol è una psicanalista e nella prima parte del suo intervento ripete più volte il termine 'trauma'. E' il termine corretto che aiuta ad interpretare le variegate reazioni che le vittime e la società civile hanno di fronte ai fatti di terrorismo con la relativa gestione delle loro memorie e narrazioni.


Carol Beebe Tarantelli - Memoria e trauma from Luca Guglielminetti on Vimeo.

Raccontare la memoria di un trauma, per chi lo ha vissuto sulla propria pelle, è contemporaneamente traumatico e salutare. Non a caso la principale attività terapeutica è quella dell'ascolto in luogo protetto che chiede alla vittime o al sopravvissuto di raccontare o scrivere delle sua esperienza. Solo dopo questa fase catartica del racconto, quest'ultimo può diventare discorso e memoria pubblica, con il suo valore civile e pedagogico. 

La stragrande maggioranza delle vittime degli 'Anni di piombo' non ha avuto però assistenza psicologica per superare il trauma. Solo nell'ultimo decennio è stata loro offerta la possibilità di avvalersi di centri specialisti, da una parte, e di intervenire nel dibattito pubblico, dall'altra. 

Un secondo concetto che aiuta a definire il processo narrativo che dall'espressione del dolore passa a quello propositivo di memoria pubblica civile, dotata di un valore pedagogico, è quello di 'resilienza'. In psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. Le decine di libri, documentari, siti web, e mostre con le voci delle vittime pubblicati e prodotti nell’ultimo decennio sono segni di una resilienza sempre più diffusa da parte di un gruppo traumatizzato che è stato in silenzio e isolato, o poco ascoltato, per decenni. Quanto maggiormente questa capacità di resilienza crescerà, tanto diminuirà l'impatto del dolore, lasciando vieppiù crescere nelle vittime la capacità di costruire storia e memoria, di portare valori positivi di giustizia e verità, di presentarsi come esempi e testimoni dei danni del terrorismo e della violenza politica. 

La "Repubblica del dolore", denunciata dallo storico Giovani De Luna, di cui si lamentava la stessa vittima che ho sentito di ritorno dalla cerimonia di Roma, potrebbe essere un passaggio obbligatorio per l'incapacità trasversale della politica e delle sue culture di far fronte ai traumi della storia del nostro paese. Ma quel dolore, se è vero che non può scomparire completamente, può stemperarsi mano a mano che diventa discorso pubblico fino a farsi antidoto, portatore di storia e memoria condivisa, quando entra nelle scuole, nelle carceri, e forse anche quando prova a dialogare con gli ex terroristi per verificare le forme di mediazione e di giustizia riparativa promosse dai recenti studi di criminologia e vittimologia.

sabato 9 maggio 2015

Se il racconto dei sopravvissuti al terrorismo è scuola di civiltà



Dall'Avvenire del 9 maggio 2015. Le voci, le testimonianze, le memorie e le narrazioni delle vittime del terrorismo. Il progetto europeo Counter-nattarive for Counter-terrorism - C4C




« Voglio raccontarvi la mia storia....».

Seduti in circolo, alcuni ragazzi ascoltano un coetaneo rievocare la tragedia che lo ha ferito nel corpo e nell'anima. Mentre ascoltano, riflettono: e se quell'orrore capitasse a me o a un mio fa-miliare? «La memoria può essere usata, e in alcuni Paesi già lo è con efficacia, per prevenire fenomeni di radicalizzazione e di terrorismo...», spiega lo studioso Luca Guglielminetti, di ritorno da un convegno dell'Onu in Giordania. Torinese, responsabile di un gruppo di lavoro della rete Ue per la sensibilizzazione in materia di radicalizzazione (Ran), collabora da anni con l'associazione Aiviter. Raccontare è una risorsa importante, argomenta, «già dopo l'attentato, perché ha un valore curativo che può aiutare a superare, attraverso la rielaborazione dei fatti, i trauma subito dai sopravvissuti e dai familiari. E lo è in una seconda fase, quando dà pubblica voce ai cittadini colpiti, trasformando una vicenda dimenticata in una storia nazionale condivisa». Nell'ultimo decennio, ragiona Guglielminetti, «c'è stata anche in Italia un'esplosione di narrazioni delle vittime: decine di libri, documentari, siti web e mostre. Una corrente di letteratura, divenuta un tema di ricerca nel mondo accademico, quasi come le vicende occorse ai sopravvissuti dei campi di concentramento nazisti. Questa nuova narrativa - osserva - può svolgere un ruolo rilevante di fronte alla propaganda insidiosa e mortifera dei vari terrorismi, compresa quella del sedicente Stato islamico».

Negli ultimi anni l'Europa ha investito nel finanziare progetti di narrativa: in Spagna, Francia, Olanda, Regno Unito, Austria ci sono iniziative che utilizzano la voce autorevole e forte delle vittime. Anche in Italia si è da poco conclusa la fase pilota del progetto CAC (Contro-narrativa per la lotta al terrorismo), che ha sviluppato una sito web multilingue intitolato The Terrorism survivors storytelling, piattaforma globale per le storie di resilienza e sensibilizzazione al problema della radicalizzazione". Contiene centinaia di testimonianze digitalizzate di vittime da tutto il mondo e una metodologia di utilizzo pratico con giovani e studenti e può essere usato on line per l'attività didattica. Il test in una scuola di Torino, spiega Guglieminetti, «ha dato ottimi risultati. La testimonianza delle vittime ha un grande valore pedagogico per il rafforzamento del pensiero critico dei giovani, della consapevolezza dei rischi insiti nel terrorismo e dei valori democratici del dialogo, della legalità e della cittadinanza attiva». (V.R.S.)


sabato 22 novembre 2014

Intervento workshop finale del progetto Counternarrative for Counterterrorism C4C





(saluti e ringraziamenti)

Partirei con una suggestione. Se l'esplosione di testimonianze delle vittime del terrorismo italiane, con i libri e documentari di o su di loro, ha coinciso con un periodo che ha visto approdare al Parlamento italiano la legge sui dritti delle vittime (2004) e l'istituzione della Giornata delle memoria a loro dedicata (2007), si potrebbe dire che progetti come questo, o quello di cui si occupa Stéphane Lacombe, entrambi promossi dalle associazioni italiana e francese, sono il frutto dell'istituzione di analoga giornata dedicata alle vittime del terrorismo varata dal Parlamento europeo un mese dopo la strage alla stazione di Atocha a Madrid del 2004 che ha aperto la strada ai successivi bandi della Commissione, in particolare della DG Home: quella che ha finanziato C4C.

La periodizzazione delle testimonianze e del loro ruolo potrebbe però avere anche una lettura diversa. Potrebbe infatti riecheggiare quanto occorso ai testimoni della Shoah. Seguendo il tracciato delineato da Annette Wieviorka, in L'età del testimone, da una prima fase nell'immediatezza dei fatti, peraltro con un impatto assai limitato sul grande pubblico e sugli studi storici, è seguita l'esplosione a seguito del processo Eichmann a Gerusalemme nel 1961 quando i testimoni cominciano ad acquisire uno status sociale preciso che è stato poi a sua volta stabilizzato ed alimentato da televisione e cinema, fino a giungere alla Visual History Foundation di Spielberg con il suo immenso archivio audiovisivo di interviste, ma passando da un altro processo storico, quello Papon in Francia del 1997, nel quale avviene il passaggio di testimone alla generazione successiva, quella delle figlie e dei figli.

Se osserviamo le vittime del terrorismo italiano possiamo notare molte analogie: un quantità scarsa di testimonianza nell'immediatezza dei fatti, quelle dirette di Sossi e di Lenci, la raccolta del giornalista Gigi Moncalvo, gli atti del convegno Aiviter cui seguirà, a fine anni '80, quello di Gemma Calabresi.

La disattenzione verso tali testimonianze è provata non solo dalla scarsissima circolazione di tali testi, ma anche da un fatto che abbiamo acclarato pochi giorni fa. Nel 1989 quando la RAI trasmette un dossier giornalistico di successo, e diventato poi libro, La notte della Repubblica di Sergio Zavoli, non appare nessuna testimonianza delle vittime, seppure la redazione della trasmissione ne avesse raccolte alcune in audio. Questa la scoperta recente in occasione dell'intervista a Vittorio Musso, ferito da Prima Linea nell'attacco alla SAA di Torino nel 1979, condotta da una ricercatrice danese.

Anche in questo caso abbiamo, come per i testi della Shoa, un decennio in cui non appaiono più testimonianze, gli anni '90. In quel decennio si affermano come unici testimoni degli anni di piombo esclusivamente gli ex terroristi, con la sola particolarità dell'uscita del film "La seconda volta" di Calopresti in cui per la prima volta il personaggio principale è una vittima del terrorismo (ispirata a Lenci e a Musso).

Le vittime riappaiono pubblicamente ad inizio anni 2000, dopo gli attentati dell'11 settembre e la comparsa delle nuove BR che tornano ad uccidere in Italia.

Lo stesso Sergio Zavoli con Olga D'Antona, inaugura la nuova stagione nel 2004, cui daranno grande impulso i documentari trasmessi da Giovanni Minoli su RAI Educational e Storia. Dal 2006 in avanti si susseguono i libri di Torregiani, la raccolta di interviste dei giornalisti Fasanella, Arditti e Telese. E poi i libri di figlie e figli: Calabresi, Tobagi e Casalegno, fino a quelli più recenti di Giralucci, Coco e Tarantelli, solo per citarne alcuni. Ai quali si aggiungono documentari, mostre e fiction Tv, come quella trasmessa a gennaio scorso dalla RAI, Gli anni spezzati.

A metà del decennio scorso, appaiono anche due riflessioni originali, da ricercatori provenienti dall'area di Lotta Continua, che per la prima volta si distaccano con coraggio dalla lettura benevola e giustificazionista per quanto riguarda fatti di cui sono stati soggetti nella loro militanza politica giovanile. Oltre alla generale denuncia della carenza di riflessione sull’uso della violenza in politica contro lo Stato e l’avversario politico, che ha caratterizzato le loro storie e quelle di quasi tutte le culture e sub-culture politiche italiane, in particolare sulle vittime di tale violenza i due autori fanno affermazioni che voglio integralmente riportare.

Luigi Manconi, sociologo e oggi presidente della Commissione parlamentare straordinaria sui diritti umani, nel suo saggio del 2008 Terroristi italiani. Le Brigate rosse e la guerra totale 1970-2008, proponendo un progetto di commissione parlamentare di studio e di alto livello che raccolga le storie dei vari attori di quelle vicende, in seno al quale dare alle vittime un ruolo pubblico "altissimo e determinante", scrive:

"Le vittime e i familiari delle vittime, dunque, come protagonisti di quell'opera di ricostruzione storico-politica, di cui rappresenterebbero l'elemento cruciale e ineludibile, il "fattore umano" non cancellabile. Da ciò potrebbe discendere una intensa funzione pedagogica, un forte ruolo testimoniale, un denso significato di ammonimento: e la continuità non dimettibile di un messaggio della memoria".

Anna Bravo, docente di Storia sociale all'Università di Torino e studiosa di Primo Levi, pochi anni prima, in una intervista alla rivista Lo Straniero, sottolinea:

"Quello che mi indigna è il fascino che i reduci del terrorismo sembrano esercitare sui media. Su di loro si scrivono libri, si fanno film, si pubblicano loro interviste. E sono per lo più povere cose, parole di aspiranti caporali. Sulle vittime invece, quasi silenzio. Eppure sono molto più “interessanti” Guido Rossa, Bachelet, Casalegno che non i loro assassini – dico interessanti proprio nel senso di narrativamente ricchi, non nel senso di umanamente nobili. Credo che in nessun altro periodo si sia dato tanto spazio ai “cattivi” e così poco alle loro vittime."

Il carattere pedagogico da una parte e la qualità narrativa dall'altra, vengo per la prima riconosciuti.

Nel frattempo però il ruolo delle testimonianze viene problematizzato in forma anche assai critica. E' la stessa storica francese Annette Wieviorka che pone i problema del contrasto tra la storia scritta dalle vittime/testimoni e quella scritta dagli storici, per quanto riguarda la Shoa. Certamente le testimonianze non sono storicamente precise e attendibili, ma come precisa Tzvetan Todorov, nella prefazione a I sommersi e i salvati:

"La semplice memoria del male non è sufficiente a prevenirne il ritorno; bisogna che il richiamo del male sia sempre accompagnato da una interpretazione e da istruzioni per l'uso; ed è proprio quello che ci offre Levi nei Sommersi e i salvati. Levi non si accontenta di rievocare gli orrori del passato, ma si interroga - a lungo, con pazienza - sui significati che tali orrori hanno oggi per noi".

Il valore della testimonianza ha quindi un peso pedagogico, non tanto dal punto di vista storico, quanto piuttosto come lettura del passato con gli occhi di oggi e di fronte alle sue sfide che ripresentano il male.

In occasione della VII Giornata Europea in ricordo delle Vittime del terrorismo, l’11 marzo 2011 a Bruxelles cercai di precisare:

"…se risulta assai sospetta la verità rivelata da un ex terrorista, anche quando questo si fosse pentito o dissociato dalla sua precedente attività omicida, pure l’attività di testimonianza delle vittime ha dei limiti verso la verità. E’ sempre Primo Levi che ci insegna che non spetta alle ex vittime di capire i propri assassini.

Il valore delle testimonianze delle vittime, in relazione alla necessità di fornire senso ai fatti, di svelarne la verità, risiede infatti nel terzo termine: il dialogo. La verità si svela cioè quando la testimonianza della vittima diventa dialogo con qualcuno che interroga o interagisce. Si tratta dunque di una pratica intersoggettiva e non referenziale, non lontana dal dialogo socratico.

Una pratica attiva di confronto che risponde, inoltre, a quel bisogno sociale diffuso che non si accontenta della giustizia, cioè di punire, ma che vuole scoprire perché il crimine è stato commesso e da quali cause sia stato generato per cercare di prevenirne altri."


Il ruolo educativo di tali testimonianze, che è stato al centro del progetto C4C, non è quindi né astratta ricerca di pacificazione, e neppure fissa commemorazione di fatti tragici, ma dinamico e concreto disvelamento di verità relative ma certamente indispensabili affinché la società civile, e in particolare i suoi giovani, possa condividere il senso delle ferite che il terrorismo ha inferto al suo corpo, aiutandola ad interpretare i fatti e le sfide dell'attualità, di cui discuteremo domani.

Al dialogo con gli studenti, abbiamo aggiunto anche "spunti interpretativi ed istruzioni per l'uso", per usare i termini di Tzvetan Todorov, che costituiscono la parte metodologica del progetto C4C, di cui ci parleranno Luca Toselli e Mirinella Principiano.


(Ora mi limiterò a presentare il percorso logico che ha sotteso l’articolazione del progetto C4C con l’ausilio di qualche slides).