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mercoledì 18 dicembre 2019

Il mito dell'innocenza: breve omaggio ad Anna Bravo



Mentre infuria la polemica tra Benedetta Tobagi e Adriano Sofri, in questi giorni successivi alle commemorazioni pubbliche del 50° anniversario della strage di Piazza Fontana a Milano, preme qui ricordare la scomparsa, pochi giorni prima del 12 dicembre, della storica torinese Anna Bravo, che nel saggio "Noi e la violenza. Trent’anni per pensarci" (2004), qui reperibile, aveva a suo tempo alimentato altrettanta polemica, affrontando il mito che l'estrema sinistra ha adottato per giustificare l'utilizzo delle violenza a seguito di quella strage. Riporto due frasi della mia doppia recenzione, Il rapporto della sinistra con la violenza dagli anni di piombo a oggi : al suo testo e al libro di Luigi Manconi (2008):
« La tesi giustificazionista della scelta violenta della "fine dell’innocenza" dopo la strage di Piazza Fontana, con la morte di Pinelli e l'accusa agli anarchici, scrive Anna Bravo che "è una verità parziale". La teoria dell'innocenza di chi reagisce violentemente all'ingiustizia della stage "di Stato", quella del “tutti colpevoli” per l'omicidio Calabresi, che può facilmente rovesciarsi in “nessun colpevole”, sono "costruzione in cui l’idealizzazione nostalgica e il desiderio di preservare un’autoimmagine positiva sono tenuti insieme da qualche vuoto di memoria."
Posizione analoga a quella di Luigi Manconi che della Stage di Piazza Fontana parla in termini di fattore di "accelerazione", di "precipitazione" verso l'uso della violenza: un "mito delle origini" quello dell'innocenza che nasconde in vero un'ovvietà: che negli anni Settanta sia mancato "Un pensiero originale sulla questione-violenza", scrive Manconi citando la Bravo ».

Un "pensiero originale" sulla violenza che ha poi provveduto lei a sviluppare aprendo la strada, sul solco di Primo Levi, a una contro-storia dei conflitti del XX secolo, dove è andata ad individuarvi le azioni di donne e uomini che hanno "risparmiato sangue": La conta dei salvati (2013). Una contro-storia di anti-eroi, resistenti alla deumanizzazione del nemico insita nei conflitti, che hanno provato in molte occasione a risparmiare il sacrificio delle vittime. Una prospettiva, la ricerca di Anna Bravo, che risulta un vero omaggio alle stesse vittime di Piazza Fontana e all'anarchico Pinelli.

sabato 31 agosto 2019

L'anti-eroe Antonio Iosa

Antonio Iosa e Luca Guglielminetti alla Casa delle Memoria di Milano il 20 gennaio 2016


"Carissimi tutti, 
questa mattina è venuto a mancare il nostro caro papà, Antonio Iosa, che avete conosciuto per il suo instancabile e straordinario impegno culturale, civile e sociale portato avanti con forza e tenacia fino alla fine da un attività lunga ben 60 anni con la Fondazione Carlo Perini e con l’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo. 
Il suo ultimo pensiero è stato quello di salutare e ringraziare tutti Voi per questi anni di amicizia e vicinanza sincera, ricordando strenuamente l’importanza della Memoria e della Legalità da trasmettere in particolare ai Giovani delle scuole. 
Questi erano diventati i cardini di quella che si può definire una vera e propria missione di Antonio “per non dimenticare le vittime del terrorismo e di stragi e per educare i Giovani alla Legalità, alla non violenza, al rispetto della Vita Umana”. 
Un caro saluti da Christian e Davide, i figli, e da Raffaella nostra mamma". 

Così è stata annunciata il 29 agosto 2019 la scomparsa di un'eroe civile col quale ho collaborato per 15 anni all'interno dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (Aiviter). In vero un "anti-eroe" delle non-violenza che ha speso la sua vita denuciando lo scandalo dell'assassinio politico. Per comprenderne il valore segnalo questa intervista pubblicata esattamente un anno fa sulla Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza (RCVS), che sono orgoglio di aver curato come suggello di un'amicizia franca e duratura.


lunedì 11 marzo 2019

RAN network Meeting in Italy



RAN network meeting: "Preventing and countering violent extremism and radicalisation Italy"


Thursday, 14th March 2019 h. 10.00-13.30

Università Cattolica, Largo A. Gemelli, 1 - Milano. Room G.016 Sala Maria Immacolata




mercoledì 22 agosto 2018

Libro dell'incontro. Il difficile confronto tra vittime e responsabili degli anni di piombo



Tre anni fa usciva il “Libro dell’incontro” (Il Saggiatore, 2015), il resoconto di un’esperienza di incontri, dialogo e giustizia riparativa fra un gruppo di vittime e di responsabili della lotta armata degli anni settanta in Italia, curato da tre mediatori: il padre gesuita Guido Bertagna, il criminologo Adolfo Ceretti e la giurista Claudia Mazzucato. Questa intervista costituisce un sorta di recensione critica di uno dei partecipanti a tale gruppo, Antonio Iosa, che ha prima promosso e poi abbandonato. Dall’intervista emergono limiti e difficoltà così come sono stati percepiti da una vittima del terrorismo durante il percorso svolto e che, dopo aver tenuto per sé queste riflessioni, ritiene oggi di doverle condividerle per aggiornare il dibattito su temi di grande interesse ed attualità che ci informano delle aspre problematiche collegate alla gestione della fine dei conflitti politici armati.
Il testo dopo aver girato in via informale è stato accettato e pubblicato sulla Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza (RCVS) Anno 12, Numero 2, Maggio-Agosto 2018, pp 87-91.

lunedì 22 maggio 2017

Caso Hosni: quando è l'accademia ad alimentare l'allarmismo

Il prof. Marco Lombardi, ha scritto un articolo per il sito del centro studi ITSTIME che dirige (http://www.itstime.it), a seguito dell'aggressione di Hosni alla stazione Centrale di Milano la scorsa settimana.

Nonostante l'amicizia con il professore e la stima verso le sue osservazioni più volte lette e ascoltate, non posso esimermi da un commento in termini tanto franchi quanto critici di quel testo.

Fin dalla premesse viene stravolto il concetto di terrorismo: se, infatti, fosse vero che "la prospettiva che tutti dobbiamo assumere è che un atto è di terrorismo per gli effetti che genera non per le ragioni che lo motivano", dovremmo considerare il più grave atto di terrorismo avvenuto in Italia negli ultimi anni quella bomba davanti alla scuola di Brindisi il 19 maggio 2012 che, oltre alla morte di una studentessa e al ferimento di 10 persone, creò un altissimo allarme sociale.
Gli effetti di un atto criminale li determinano in gran parte giornali e televisioni: da decenni è noto il rapporto simbiotico che unisce terrorismo e media. Sostenere che "indipendentemente dalle motivazioni di chi lo compie: se genera paura diffusa, e allarme, è terrorismo", cioè giudicare un atto dagli effetti è un prospettiva assai pericolosa (si veda anche la polemica negli USA dove i mass killing vengono paventati come terrorismo in base alla religione di chi li compie). Il terrorismo è sempre e solo motivato politicamente. Confonderlo con chi usa tecniche terroristiche per altri scopi (come nei casi di mafia o di soggetti psichiatrici…) è da rigettare in primis come dato scientifico e poi per l'inutile e dannoso allarmismo che crea.

Allarmismo che nell'articolo in oggetto è poi alimentato dall'insinuare il sospetto che le autorità, in particolare il Questore di Milano, abbiano pubblicamente sottostimato la gravità del caso Hosmi.
Il prof. Lombardi sa benissimo quali siano i numeri esigui della radicalizzazione violenta di matrice jihadista nel nostro paese. E' veramente curioso che denunci un atteggiamento cospiratorio delle istituzioni; per dimostrarne l'inconsistenza basta confrontarlo con gli ultimi casi di bombe di matrice anarco-insurrezionalistia, sui quali le cronache e le dichiarazioni istituzionali hanno dedicano lo spazio minimo del giorno per sparire in quelli successivi.
Se si tratta di una "strategia di contro-narrazione" istituzionale, come sostenuto nell'articolo, direi che è assolutamente corretta. Non è infatti contro-propaganda, ma consapevolezza dei rischi limitati: che di tratti di Hosni, dell'area informale anarchica o, aggiungiamo, di Casa Pound e altri centri sociali.

In ultimo, è da sottolineare l'uso, da parte del Diretto di ITSTIME, se non grave, assai leggero, di una nozione che non si sentiva da molto tempo, almeno nella letteratura scientifica.  Mi riferisco all'espressioni "non nascondeva la sua natura violenta" in relazione alla propaganda pro ISIS che Hosni postava su Facebook. Da 15 anni parliamo di processo di radicalizzazione violenta dei soggetti in via di reclutamento o reclutati. Risulata abbastanza strano un linguaggio che torna  ad una visione antropologica di soggetti con "natura violenta": Hosni ci è nato nato terrorista? Sono i suoi geni italo-tunisini? In quali discipline si parla ancora di soggetti con "natura violenta"?

Onestamente il caso Hosni, per quanto ne sappiamo fino ad oggi, dimostra solo una cosa, al netto delle speculazioni politiche: da una parte, un buon controllo del territorio e, dall'altra, una carenza di servizi sociali. Cioè, ancora una volta, buona sicurezza ma scarsa prevenzione della radicalizzazione violenza.

giovedì 5 gennaio 2017

Milano e prevenzione del terrorismo: corsi ai vigili nel piano anti-radicalizzazione



Milano come Rotterdam: corsi ai vigili e studenti arabi nel piano anti-radicalizzazione 

A febbraio il Comune di Milano farà partire un corso diretto a formare 300 vigili di quartiere per prevenire il rischio radicalizzazione islamica nei quartieri ad alta concentrazione musulmana, onde evitare quanto successo in Francia e in Belgio. A guidare i corsi, voluti dall’assessore alla Sicurezza, Carmela Rozza, ci sarà l’esperto antiterrorismo, ex magistrato e deputato dei Civici Innovatori, Stefano Dambruoso, che è anche autore di un disegno di legge in discussione al Parlamento per prevenire la radicalizzazione. In anteprima ci siamo fatti dire di cosa si tratterà 

(Servizio di Lucia Tironi Riprese di Fabio Lesmo)

Si veda anche

Formare la polizia municipale al contrasto della radicalizzazione

lunedì 26 dicembre 2016

Terrorismo internazionale: la continuità del ruolo italiano

L'uccisione a Milano di Anis Amri, non lontano da dove aveva sequestrato il camion col quale ha compiuto la strage al mercatino di Natale a Berlino, dimostra come il nostro paese sia utilizzato dal terrorismo islamista come supporto logistico. "Un’area di non operatività militare in cui c’è una base forte che garantisce le attività di sostegno e sussistenza delle azioni terroristiche", come lo definisce Ugo Maria Tassinari in una recente intervista.
Un ruolo, quello dell'Italia, che non può non rammentare quello analogo nel “lungo decennio” di terrorismo di matrice arabo-palestinese: il periodo tra i due attentati a Fiumicino del 17 dicembre 1973 e quello del 27 dicembre 1985. Un decennio raccontato in un recente documentario, significativamente intitolato "Il terrorismo dimenticato" e visionabile integralmente sul sito di RAI Storia qui.
Analogie da approfondire. A solo titolo di esempio: nella storia di Anis Amri la sua radicalizzazione avviene, almeno in parte a giudicare dalle cronche, nelle carceri italiane; così come non furono pochi a politicizzarsi e ad essere reclutati  in carcere nelle fila del terrorismo rosso durante gli Anni di piombo (Casare Battisti per citare solo il caso più famoso). Nel caso presentato nel suddetto documentario la testimonianza ci racconta la radicalizzazione in giovanissima età avvenuta nel campi profughi palestinesi; oggi i campi di addestramento dei bambini soldato dell'ISIS sono tristemente famosi.
Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis (Cicerone, De Oratore, II, 9, 36). Di fronte alle sfide attuali, che affrontino il terrorismo o le forme a monte di reclutamento e radicalizzazione violenta, tra le molte competenze necessarie ad un approccio olistico, il ruolo della storia rischia di essere sottovalutato. Si fatica spesso a separare le cifre di novità degli scenari della geopolitica e la lunga durata di certi fenomeni storici.


sabato 24 dicembre 2016

Polarizzazioni di Natale

Associare terrorismo e immigrazione, come nell'ultimo post di Beppe Grillo, o rilanciare politiche di lotta al terrorismo (alla Bush) che calpestino lo Stato di Diritto, come propone Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi, per fare solo due esempi, è il modo migliore per alimentare il fuoco di polarizzazioni, estemismi e radicalizzazioni violente. Tutto molto natalizio...

martedì 20 dicembre 2016

Formare la polizia municipale al contrasto della radicalizzazione


Presentato, questa mattina, con l'on. Stefano Dambruso, Questore alla Camera dei Deputati e consulente dell'Assessore alla sicurezza del Comune di Milano, il nuovo corso di formazione sulla prevenzione dell'estremismo e della radicalizzazione violenta al Centro di formazione della Polizia locale dell’Area Metropolitana di Milano.

sabato 5 novembre 2016

L'esperienza inglese di fuoriuscita dai gruppi fondamentalisti islamici


“Tavola rotonda: adesione e distacco dai fondamentalismi violenti”, presso la Casa della Memoria di Milano, con Stefano Dambruoso, Cristina Caparesi, Marta Serafini e la testimonianza di Omar Mulbocus, consulente presso la West London Initiative. Molbocus è un ex fondamentalista appartenente ad un gruppo radicale islamista londinese, uscitone, oggi è fra i più attivi mentori nell'ambito del programma "Channel" che in UK da anni ottiene risultati importanti nel recupero dei detenuti.

mercoledì 27 luglio 2016

Prevenzione della radicalizzazione jihadista a Milano

Sul Corsera di oggi Stefano Dambruoso prova a lanciare Milano un primo approccio alla prevenzione della radicalizzazione violenta sul modello europeo dal Radicalisation Awareness Network - RAN (RAN) con la nuova amministrazione di Sala, sulla scia di quanto avviato ad inizio d’anno alla Casa della Memoria di Milano (vedi qui e qui e il video integrale).


domenica 31 gennaio 2016

Isis e Islam nelle scuole: degli approcci




L'iniziativa promossa dalla Fondazione Corriere della Sera nell'autunno 2015 e  rivolta agli studenti delle scuole superiori (15-18 anni) di Milano, dal titolo L’Isis spiegato (non solo) ai ragazzi, è un buon esempio in negativo di come un approccio paternalista sia controproducente. I migliori giornalisti, i più preparati, non sono infatti i soggetti corretti ad affrontare nelle scuole i temi dell'Isis e delle sue relazioni con l'Islam e la sua storia.
I casi di proteste di studenti di religione islamica non sono infatti la spia di una generica difficoltà ad affrontare il tema, come sottolineano lo stesso Corriere qui e il magistrato Guido Salvini  sul Foglio qui, ma sono piuttosto la spia di un metodo errato e contro-producente, al di là dei buoni propositi.
In Europa il tema è affrontato da tempo, gli approcci sperimentati, discussi e resi pubblici: basta consultare la Collezione di buone pratiche dalla RAN che dal 2011 ha attivato gruppi di lavoro sui vari ambiti di intervento della prevenzione della radicalizzazione violenta che porta al terrorismo, facendo confrontare gli operatori che lavorano sul campo nei vari Stati membri,
In tale rete della Commissione Europea non mancano italiani e l'Italia, pur in ritardo in questo genere di interventi e politiche di prevenzione, sta comunque compiendo i primi passi. Esistono infatti già esperienze pilota locali che, insieme a quelle degli altri paesi, ci indicano la metodologia e l'approccio più efficace per gli intervenire nelle scuole.
Porto solo due esempi.
Dietro il termini di peer education c'è un pratica pedagogica molto potente, quella di utilizzare gli stessi studenti per formare i loro coetanei. Una esperienza recente a Lodi ci segnala il successo di un approccio che porta nelle classi gli stessi studenti, originari da famiglie di paese mussulmani, a parlare di Islam e terrorismo con i loro coetanei.
Il secondo esempio riguarda un secondo soggetto indicato ad intervenire e sono naturalmente gli insegnanti. Se si vogliono evitare tanto le discriminazioni islamofobiche, quanto le derive di radicalizzazione violenta tra i giovani studenti, il primo passaggio fondamentale riguarda una massiva formazione dei docenti. Quelli di tutti gli ordini e gradi perché servono competenze sia nella scuola primaria che permettano corretti approcci psicopedagogici  per formare identità emotive in grado di confrontarsi pacificamente con il diverso, sia didattiche nelle superiori che rafforzino le capacità di pensiero critico di fronte alla propaganda violenta e i tentativi di reclutamento via Web.
E' stato lanciato la settimana scorsa un tavolo di lavoro a Milano che si occupa di queste politiche e di questi interventi, in stretto contatto con le suddetta rete europea, l’amministrazione cittadina e i soggetti che a Milano e in Italia lavorano ai vari livelli sul problema. La Fondazione Corriere della Sera sarà sicuramente benvenuta.

martedì 19 gennaio 2016

Incontro sulla prevenzione della radicalizzazione a Milano

Rete locale di prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento a Milano

Milano - Casa della Memoria
Un'iniziativa prossa da Aiviter Lombardia, Comune di Milano, Fondazione Ethnoland, CoReIs.
Con l’obiettivo di avviare una tavolo di lavoro atto a definire una strategia di rafforzamento della comunità e della sua resilienza di fronte alla sfida dell’estremismo violento
MARTEDÌ 19 GENNAIO 2016 ORE 17,30
Con la partecipazione di:
Antonio Iosa (AIVITER Lombardia)
Luca Guglielminetti (ricercatore , RAN-CoE, e consulente AIVITER)
Marco Granelli (Assessore Sicurezza e Coesione Sociale),
Stefano Dambruosio (Deputato),
Fosca Nomis (Consigliere Comunale Torino),
Cristina Caparesi (EXIT snc, Udine),
Otto Bitjoka (Fondazione Ethnoland),
Abdal Sabur Turrini (COREIS),
Alessandro Burano (ISTIME),
casadellamemoria.it/
casamemoriamilano.org/
ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/networks/radicalisation_awareness_network/index_en.htm