domenica 11 novembre 2012

Counternarration for Counterterrorism (C4C): CVE project

Counternarration for Counterterrorism (C4C): abstract of the European project. The web platform THE TERRORISM SURVIVORS STORYTELLING ,GLOBAL PLATFORM FOR RESILIENCE STORIES AND RADICALISATION AWARENESS and the prevention work in the schools

lunedì 9 luglio 2012

Conferenza sulle vittime al Global Counter-Terrorism Forum di Madrid


Intervento italiano al Forum globale sulla lotta al terrorismo (GCTF) a Madrid del 9 luglio 2012

 
Il Presidente Aiviter, Dante Notaristefano, con il consulente Luca Guglielminetti, è intervenuto a Madrid lunedì 9 luglio alla Conferenza d’alto livello sulle Vittime del Terrorismo organizzata dal Forum globale sulla lotta al terrorismo (GCTF), dal Governo spagnolo e dalla Commissione europea (DG Home).


Ringrazio il Ministero degli Esteri Italiano, la Commissione Europea e il Global Counter Terrorism Forum per avermi nuovamente invitato dopo l’incontro del 19 settembre scorso a New York in occasione del X anniversario dell’attacco alle Twin Tower.

Il contributo che, come Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (AIVITER), vorremmo dare in questa Conferenza si esplica in alcune brevi considerazioni in merito alla bozza del Piano di Azione del GCTF per le Vittime del Terrorismo, alla luce di quasi 30 anni di attività del nostro sodalizio.
Il fatto che il nostro paese, come quello che ci ospita oggi, la Spagna, abbiano una lunga esperienza di terrorismo, nata fin quasi dalla metà del secolo scorso, ci ha consentito di maturare una esperienza ormai pluridecennale come organizzazione che, riunendo centinaia di vittime del terrorismo italiane, loro familiari e superstiti, ha cercato in forma mutualistica di fornire a tutti – pur tra moltissime difficoltà di ogni tipo – una risposta ai vari ordini di bisogni sociali e psico-sanitari.
Se oggi Italia e Spagna hanno tra le legislazioni nazionali più avanzate al mondo in favore delle vittime del terrorismo, nel nostro paese ciò è potuto avvenire grazie alla collaborazione attiva tra le due principali Associazioni italiane e le istituzioni legislative del Parlamento.
Lo Stato italiano è intervenuto dapprima con le leggi n.466/1980, n.302/1990, n.407/1998 e quindi con la legge n.206 del 3 agosto 2004 denominata “Nuove norme in favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice” che, con successive modificazioni, ci risulta essere la più organica e sistemica in Europa. La finalità nel suo complesso è di assicurare strumenti sempre attuali, più ampi ed adeguati di tutela e di sostegno alle vittime ed ai loro familiari. L’aspetto innovativo di tale legge è l’importante principio che riconosce e tutela, in aggiunta alla vittimizzazione primaria, cioè quella delle vittime dirette, anche la vittimizzazione secondaria, vale a dire che non solo tutte le vittime dirette, ma anche i loro stretti familiari (coniuge e figli) sono considerati vittime del terrorismo meritevoli di tutela e di alcuni specifici benefici.

Altro importante principio è quello che soggetti beneficiari sono i cittadini italiani, ma anche gli stranieri, senza alcuna distinzione, vittime di attentati terroristici avvenuti sul territorio italiano e i cittadini italiani per attentati avvenuti all’estero dal 1961.
Il tempo non mi consente di illustrare in dettaglio i vari benefici che tale legge fondamentale riconosce alle vittime e mi limito ad indicare che per le varie categorie sono previsti benefici economici, fiscali, assistenziali, pensionistici, indennitari, sanitari e giudiziari, oltre ad un significativo riconoscimento: il conferimento, da parte del Presidente della Repubblica, dell’onorificenza di “vittima del terrorismo” con la consegna di una medaglia d’oro agli invalidi in vita e, per i deceduti,alla vedova o ai figli.
In sostanza, quanto ho esposto ci consente di definirla una buona legge, anche se a nome delle vittime dobbiamo lamentare che rimangono ancora irrisolti diversi nodi sia interpretativi che attuativi per l’applicazione da parte degli Enti pensionistici degli importanti benefici previdenziali.

Per quanto concerne l’attività relativa alla valorizzazione della voce delle vittime e alla costruzione di reti di relazione tra le Associazioni di vittime di paesi diversi, alcune delle raccomandazioni contenute nel Piano di Azione del GCTF per le Vittime del Terrorismo sono già una realtà in Italia o in parte d’Europa.
Ad esempio, per aumentare la visibilità e l’influenza delle vittime del terrorismo sulla pubblica opinione, la nostra Associazione ha iniziato ad utilizzare internet da oltre dieci anni. Ha sviluppato un sito che tra l’altro presenta le storie di ciascuna delle oltre 400 vittime italiane. Un sito internet visitato da decine di migliaia di persone ogni mese. Più recentemente è approdata sui social network (Facebook e Vimeo), e sta inoltre predisponendo – destinata ai giovani nelle scuole secondarie – una attività di educazione alla cittadinanza attiva e alla cultura del dialogo e della non violenza.
Grazie alle politiche della Commissione Europea, avviate dopo le stragi alle stazioni di Madrid del 2004, lo scambio di esperienze in ogni campo con le Associazioni di vittime presenti nei diversi paesi d’Europa, è diventato una prassi consolidata, che ci ha permesso ad esempio di confrontare le differenti legislazioni nazionali, o le similitudini nei bisogni e nelle necessità di assistenza psicologica.

L’attività di prevenzione della radicalizzazione che porta al terrorismo è l’ultima frontiera che le vittime del terrorismo stanno affrontando. La loro testimonianza assurge ad un ruolo proattivo di contrasto e prevenzione alla cultura, al linguaggio, all’antropologia dei radicalismi. Un ruolo nuovo, quindi, rivolto al futuro: le memorie di un passato doloroso non sono più solo la celebrazione di un presente che ha vinto sul terrorismo, ma diventano un presidio permanente per evitare ritorni e combattere sul nascere le nuove insorgenze.
Ma non è possibile esimersi dal sottolineare che i vari ruoli che le vittime possono svolgere, diventano spesso delicati quando devono coordinarsi con gli organi degli Stati nazionali. E’ sempre stato delicato, e ancora si manifesta come tale, il rapporto tra le Associazioni delle vittime del terrorismo e gli organi delle amministrazioni pubbliche.
Se molti Stati riconoscono il loro dovere di risarcire le vittime del terrorismo, è pur vero che con quell’atto – almeno da un certo punto di vista – lo Stato ammette la sua responsabilità nella mancata prevenzione di quanto è avvenuto. Per non dire dei casi limite di quando pezzi o servizi dello Stato provvedono a fornire copertura agli autori responsabili degli attentati, magari con operazioni di depistaggio delle indagini giudiziarie, come purtroppo in alcune vicende si è verificato.

Le vittime cercano di capire o per trovare spiegazioni su quanto loro occorso o per dovere verso i loro cari assassinati e così seguono i processi, le varie commissioni di indagine, le notizie, e diventano i soggetti della società civile più avvertiti della natura profonda del terrorismo, che possono quindi, se adeguatamente supportati, svolgere una funzione di prevenzione importante verso il radicalismo e il terrorismo, ma le vittime sono avvertite anche delle ambiguità dello Stato, soprattutto quelle che si celano sotto la ‘Ragion di Stato’ con le relative prassi oscure che, seppur necessarie magari a garantire la sicurezza interna nazionale, lasciano comunque a volte seri dubbi su talune responsabilità degli organi dello Stato.
Da qui l’augurio che sia possibile distinguere bene e ragionare sugli obiettivi elencati nel Piano di Azione del GCTF per le Vittime del Terrorismo sceverando tra quelli da perseguire a livello di Stati nazionali e quelli che è importante siano delegati a livello di entità sovranazionali, come l’Unione Europea, le Nazioni Unite o il Global Counter Terrorism Forum.

Grazie delle vostra attenzione.

Dante Notaristefano, Presidente Aiviter

-> Versione francese

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Documenti emersi dalla Conferenza:

venerdì 15 giugno 2012

I Diritti Umani delle Vittime del Terrorismo

Relazione annuale presentata al Consiglio dei Diritti Umani dal nuovo Relatore Speciale, Ben Emmerson, sulla promozione e protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo.

domenica 3 giugno 2012

Il libro scandalo di Massimo Coco


Ricordare stanca, il libro di Massimo Coco, figlio del Procuratore Generale di Genova Francesco ucciso con la scorta dalla Brigate Rosse a Genova nel 1976, si presenta certamente anomalo nel panorama della letteratura dei figli degli anni '70, e in particolare quella che investe le vittime del terrorismo. Tale natura particolare, sono certo che assicuri a questo libro vita difficile, per non dire ostracismo, in un paese dove la polemica culturale è ingessata da vent'anni sugli stessi binari morti e dove sui temi del terrorismo vige un conformismo ferreo tra le parti. I supplementi dei quotidiani e le riviste letterarie si guarderanno bene dal recensirlo, anche se in vero Ricordare stanca chiude un ciclo di produzione editoriale: quello aperto nel 2006 da Giovanni Fasanella, con il suo I silenzi degli innocenti.

L'anomalia del libro si articola, da una parte, nell'approccio irriverente e sarcastico dell'autore verso quanto è stato scritto ed agito dai colleghi di disgrazia, in particolare dagli altri figli autori di libri e interpreti del ruolo di vittime del terrorismo; dall'altra nell'approccio laico, al confine con il paganesimo, verso i cosiddetti "ex terroristi" e "cattivi maestri".
Nel Capito 2 troviamo una caustica descrizione del modo in cui si articola il mondo delle vittime, superstiti e familiari, del terrorismo: "…la prima Grande Classificazione Organica di quella specie animal-umana denominata appunto "Vittime del Terrorismo". Un Victimarium che, parafrasando la tassonometria dantesca con i suoi 'gironi' e 'bolge', introduce la prima questione politicamente scorretta, con la macro divisione tra vittime di serie A (le VIPtime) e quelle di serie B (le vittime).
Al ciclo aperto da Fasanella con i ritratti paritetici ed orizzontali di una selezione di vittime del terrorismo e delle stragi, cui veniva restituita la parola dopo decenni di silenzio e sudditanza alla dittatura testimoniale degli ex terroristi, era seguita la produzione delle opere dei singoli: i figli o le figlie dei vari Calabresi, Tobagi, Rossa, Moro… Giunge adesso il libro di Massimo Coco a chiudere il ciclo, assumendosi la responsabilità di fare un bilancio agro-dolce di tale produzione editoriale con relativi risvolti pratici: le carriere dei singoli, ma soprattutto la loro diffusa attitudine a predicare e praticare la pacificazione con gli ex terroristi.

Su questo terreno si innesta la seconda peculiare anomalia del libro: la rivendicazione del diritto alla rabbia verso cotanta barbaria. Diritto tanto più reclamato in virtù del fatto che i responsabili materiali dell'omicidio del padre, Francesco Coco, non sono stati mai identificati dalla giustizia. Diritto al quale segue la legittima ricerca di vendetta: o quella civile costituita dalla applicazione della giustizia, o quella etica rappresentata dalla facoltà di cogliere ogni occasione per menare schiaffi morali ai cattivi maestri che ancora rivendicano la giustezza della causa per cui presero, od invitarono a prendere, in mano le armi.
Una vendetta, quella di Massimo Coco, che accoglie la cultura civile della non violenza ma che, nel contesto di un vita di musicista classico e rispettoso della Forza del destino, si configura come richiamo ad una laicità dai toni pagani che mal sopporta la retorica buonista, fatta di amore e pacificazione veicolati a piene mani e lacrime dalla VIPtime.

In conclusione, tutti i libri scritti dai figli delle vittime del terrorismo degli anni di piombo costituiscono in primis un omaggio affettuoso nei confronti dei padri uccisi e degli agli membri di famiglie spezzate (le madri vedove, i fratelli). Essi però formano un corpus letterario che nella sua pluralità di voci, sarebbe bene considerare tutte dotate di valore morale proprio ed autonomo. Un paese civile non avrebbe difficoltà ad accogliere tali differenze: uno ipocritamente cattolico, invece resterà scandalizzato.

venerdì 4 maggio 2012

L'insegnamento indiretto di Osama bin Laden

Sulle lettere di bin Laden, rese pubbliche nei giorni scorsi, vale la pena soffermarsi per un dettaglio che contiene un grande insegnamento, naturalmente indiretto, dato il soggetto (!).


I documenti personali di Osama bin Laden, rilasciati dalle forze armate statunitensi, rivelano quanto fosse considerato dannoso per Al-Qaeda la potenza della testimonianza dei sopravvissuti e delle vittime del terrorismo. Quando l'ex sceicco del terrore scrive: “Se gli affiliati di al-Qaida continuano a uccidere i civili musulmani, rovineranno [tutto] e allontaneranno le persone, che potrebbero essere convinte dai nemici...”, dimostra di temere che le storie delle vittime e l'impatto negativo degli attacchi sulla vita dei civili musulmani provochino nei potenziali seguaci di Al-Qaeda una grave perdita di “fede nella jihad" e di fiducia nel metodo terrorista.
Non è quindi un caso che sia a livello di Nazioni Unite che di Commissione Europea, la lotta al terrorismo e alle forme di radicalizzazione violenza sia ormai condotta non solo con i tradizionali strumenti militari e securitari, ma anche con quelli 'civili' costituti da quegli individui che sono stati vittime del terrorismo e che formano forse il gruppo più potente di messaggeri promotori di una contro-narrativa, attraverso le loro storie personali, che, opponendosi alla propaganda, parla a tutti della 'verità profonda' sul terrorismo.

Purtroppo nel nostro paese conosciamo le difficoltà, di molteplice natura, patite nel tempo dalla vittime del terrorismo e delle stragi, e in questi giorni che si avviano verso la Giornata delle Memoria a loro dedicata, il 9 maggio, penso sia importante che chi si rivolgerà loro a vario titolo, in discorsi e commemorazioni, sappia che, a fianco della retorica del “non dimenticare”, è possibile evocare una attività virtuosa con lo sguardo rivolto al futuro. Quella della testimonianza di sopravvissuti e vittime ha infatti un valore didattico di prevenzione della violenza estremeista di ogni matrice che merita forse più strumenti di comunicazione per l'oggi che monumenti per il passato.

martedì 28 febbraio 2012

Orgoglio infame: Barbara Balzerani su FB via Cattelan ed Erri De Luca


Un 'capolavoro' di Cattelan, al Guggenheim di New York, è il pretesto per l'ex brigatista Barbara Balzerani per vantarsi via FaceBook dell'eroica impresa di cui furono vittime Aldo Moro e gli uomini della sua scorta (della cui morte è responsabile insieme ad altre efferatezze) .... ancora dopo 35! 

La foto le è stata gentilmente segnalata da Erri De Luca, amico e sodale della ex capo colonna romana, uno scrittore che ha messo la retorica delle ingiustizia al servizio di tutte le malefatte del mondo salvo dimenticarsi della più infame: quella di chi uccide innocenti per un 'buona causa' di giustizia.

I fatti tragici che hanno portato l'Italia sull'orlo della più grave crisi istituzionale del dopoguerra, sono, nell'interpretazione di Cattelan, la 'lieta novella', un 'novello avvento': gli è bastato aggiungere la coda da cometa alla stella brigatista della famosa foto di Moro prigioniero, scelta, non a caso, dall'edizione dell'Avvenire. Immagino l'orgoglio 'cristiano' della brigatista e dello scrittore...

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Si veda anche il mio intervento  a Bruxelles il 9 marzo 2012 per la VIII Giornata Europea in Memoria delle Vittime del Terrorismo organizzata dalla Commissione Europea e la Rete Europea delle Vittime del Terrorismo (NAVT). 

giovedì 9 febbraio 2012

Genesi e considerazioni sul photoblog "Girls in revolt"

http://girlsandrevolts.tumblr.com/

Colpisce come spesso non sia noto quanto e dove tutto è iniziato.
I punti di inizio, geografici e temporali, in vero forse sono due: uno è la Tunisia quando, tra il dicembre del 2010 e il gennaio 2011, scoppia quella che è stata definita la Rivoluzione dei gelsomini (Jasmin revolution). Ma probabilmente c'è una antenata: la proteste post-elettorali del 2009-2010 in Iran, definite come Green revolution (Rivoluzione verde) o Sea of Green (traducibile come Mare di verde) a ricordare il colore della campagna elettorale del candidato sconfitto Mousavi, ma è stata definita anche come Persian Awakening (Risveglio persiano) o ancora come Twitter Revolution (Rivoluzione di Twitter).
Da queste due ondate di proteste è sorta e seguita la cosiddetta Primavera Araba, in Egitto, nello Yemen, nel Bahrain, e poi in forma drammaticamente bellica nella Libia di Gheddafi, fino alla Siria di questi giorni tragici nei quali la violenza brutale del regime continua a mietere vittime a centinaia, con le complicità infami di Russia e Cina.
Il movimento approda in Europa, a Madrid, il 15 Maggio 2011 con gli indignados / acampados / Democracia Real YA che si estende alle città spagnole e agli altri paese europei, specie quelli latini più colpiti dalla crisi (Grecia, Italia, Francia).
Il 17 settembre 2011, il movimento sbarca negli USA, Occupy Wall Street è la prima di una serie di occupy seguita dal nome di città degli Stati Uniti, del Canada, della Gran Bretagna e in Israele.
In parte disgiunto in parte collegato è la varietà di altri movimenti nelle altre aree del mondo.
In estremo oriente, nella Corea del Sud e nel Giappone, non stupirà che la tragedia del maremoto e dell'incidente nucleare di Fukushima, abbia caratterizzato il movimento sul tema “No nukes”. Un movimento certo antico di decenni, ma che in quei paesi ha avuto nel 2011 nuova grande linfa.
Più curioso il caso del Latinoamerica. Anche lì c'è stato un forte movimento che ha coinvolto le principali città di grandi paesi come il Brasile: quello delle marce delle prostitute, Marcha das Vadias, o Marcha de las Putas. Ma non si può non segnalare il movimento studentesco cileno. O quello “occupy” in paesi come il Porto Rico. O ancora quello delle prostitute in un paese come la Corea del Sud. Per non dire del colletivo femminista ukraino "Femen".
L'idea di “Girls in relvolt” nasce dall'intuizione che la cifra di questi movimenti sia la presenza e il ruolo della donne, in particolare delle giovani donne, con tutta la loro immanente bellezza.
Le ragazze e i temi femministi sono presenti in tutti questi movimenti, così come i social media su Internet e i cellulari sono la piattaforma e le peroferiche su cui si è veicola la comunicazione e, almeno in parte, la organizzazione di tutti questi movimenti.
Le donne, e il loro contributo di idee, di pace, di bellezza e di libertà, spariscono ed escono dalla scena politica quando la rivolta si trasforma in guerra, come è successo in Libia e come rischia di succedere adesso in Siria.
La cifra pacifica così come quella femminile, cui la prima è probabilmente debitrice, abbiamo l'impressione che permettano di connotare questi movimenti più come 'rivolte' che non come 'rivoluzioni'.
Rivolte in senso camusiano, con il senso del limite ben chiaro, in cui i 'no' sono temperati con dei 'sì'. In cui la tentazione nichilista e violenta è ultra minoritaria.
Rivolte anche per la loro evidente lontananza dai movimenti giovanili e rivoluzionari del XX secolo, dalle loro mitologie ed ideologie. Lo si vede anche nell'iconografia del movimento “occupy” che utilizza con grande ironia la grafica dell'avanduardia russo-sovietica degli anni '20/'30 o la maschera di Anonymus, cioè quella di un celebre fumetto, che ha di fatto sostituito il ritratto del Che, quello di un celebre rivoluzionario dei 'mitici' anni '60.

domenica 5 febbraio 2012

Terroristi, vittime e deontologia dei giornalisti: il caso Bianconi



LETTERA AL CORRIERE DELLA SERA.
                                                                                        
Quando il governo stava per approvare la fase due delle liberalizzazioni, abbiamo visto sui quotidiani l'intervento pronto e tempestivo dell'ordine dei giornalisti che temendo il provvedimento potesse interessarlo, dispensava esempi delle buone prassi di giornalismo emanate dal suo esistere. Saremmo allora curiosi di sapere che cosa farà l'ordine dei giornalisti nei confronti del giornalista del Corriere della Sera, Giovanni Bianconi, in relazione al suo articolo del 1 febbraio 2012, con il titolo : E l' ex brigatista rivendica il «diritto all'oblio».

Senza entrare neppure nel merito della turpe pretesa del brigatista di ieri, e oggi professore, che sia cancellata la memoria storica delle sue azioni compiute da terrorista, che contiene lo stesso senso di responsabilità del comandante Schettino della Concordia; il punto che qui vorremo sollevare è un altro e riguarda un dato di deontologia professionale a livello basico, almeno nei paesi anglosassoni, dell'attività giornalistica. Nell'articolo di Bianconi viene salvaguardato l'anonimato e il diritto alla privacy del terrorista e non quella della vittima!
Il nome del brigatista rosso Marcello Basili, viene nascosto dalla sue iniziali, mentre il nome della persona cui egli ha sparato, l'unica che - in quanto vittima - possegga il diritto alla riservatezza, viene tranquillamente pubblicato, temiamo senza la minima preoccupazione di chiedere all'interessato, D. G., se avesse piacere che il suo nome venisse ricordato in merito ad un episodio non certo piacevole.

In Inghilterra, o negli USA, il giornalista in questione temo correrebbe seri rischi di proseguire nella sua professione, in Italia non credo abbia nulla da temere. Mi smentisce, gentile Sergio Romano?

Luca Guglielminetti, consulente dell'Associazione Italiana Vittime del Terrorismo

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Nel merito della questione sollevata, segnalo il bell'intervento su questo blog di Enrico Pozzi

lunedì 23 gennaio 2012

Omaggio a Marshall McLuhan


21 luglio 2011

Oggi è il giorno che dovrebbe celebrare l'importanza dei mass media nella storia umana. Esattamente 100 anni fa nasceva infatti Marshall McLuhan,  e prima che scocchi la mezzanotte, un breve omaggio. La recensione della biografia scritta da D. Coupland: You Know Nothing of My Work! che ci ricorda come le scienze umane siano premessa indispensabile alla riflessione sulle tecnologie.

"One must remember that Marshall arrived at these conclusions not by hanging around, say, NASA or I.B.M., but rather by studying arcane 16th-century Reformation pamphleteers, the writings of James Joyce, and Renaissance perspective drawings. He was a master of pattern recognition, the man who bangs a drum so large that it’s only beaten once every hundred years.” ~ Douglas Coupland

Alla sua più famosa massima, oggi ne preferiamo una più amara e letteraria:
"Oggi i modelli di eloquenza non sono i classici, ma le agenzie pubblicitarie".

Sei mesi dopo proponiamo questo omaggio ispirato a “The Mechanical Bride” con una seconda massima: 
"Oggi il tiranno non governa più con il bastone o con il pugno di ferro ma, travestito da ricercatore di mercato, pascola il suo gregge sui sentieri della praticità e della comodità"





 

sabato 14 gennaio 2012

Terroristi e (in)giustizie



"C'è un'altra interessante differenza tra i terroristi del XIX secolo e dello del XX. I primi si aspettavano come un dato di fatto che sarebbero stati giustiziati o almeno che sarebbero stati condannati a lunghe pene detentive. Dall'altra i terroristi contemporanei hanno spesso sostenuto che nessuno aveva il diritto di punirli, che i terroristi avevano il diritto di attaccare, mentre lo stato e la società non avevano il diritto di difendersi. Di conseguenza pensano che i terroristi uccisi o imprigionati siano martiri. Molti gruppo terroristici chiedono di essere trattati prigionieri di guerra, ma negano allo stato il diritto di portarli davanti ad un tribunale come criminali di guerra per le loro indiscriminate uccisioni di civili." (Walter Laqueur, Il nuovo Terrorismo)

Oggi, in questo paese, che talune graduatorie - francamente ridicole ai tempi di internet - situano in una imbarazzate posizione nella graduatoria della libertà di stampa, abbiamo blogroll di (ex?) terroristi, con tanto di stellina rossa a 5 punte in 3D che ruota (dei vari Curcio, Persichetti & C.), che passano il loro tempo a lamentarsi del trattamento avuto dallo stato italiano, colpevole anche di gravi casi di torture su terroristi incarcerati.
Recriminare il fatto che lo stato non abbia trattato sempre in punta di diritto, di stato di diritto e di diritti umani, alcuni terroristi è il nucleo concettuale che finisce per giustificare la precedente azione omicida di tutti le bande brigatiste.
La tragica incorerenza di chiedere ad un stato un trattamento umanitario da parte di chi precedentemente non ha concesso nulla ai suoi cittadini inermi gambizzati o ammazzati per strada come cani, non è colta dagli interessati, ancora oggi a distanza di decenni dai fatti. Per costoro ci sono i loro martiri.
Un caso tra tutti, quella di Mara Cagol, cui recentemente si è giunti a dedicare un opera teatrale tratta dalle lettere che la ragazza prodigio delle prime BR mandava premurosa ai genitori. Cosa si può chiedere di più ad un topos letterario? La giovinetta ribelle, la causa giusta, la compagna del capo, le azioni temerarie, la morte tragica e pure le letterine alla mamma. Ci sono tutti gli ingredienti per presentare una romantica vita… immagino che vedremo presto anche il film, magari prodotto con soldi pubblici.
Così come non viene colta l'incoerenza che del fatto che in Francia, dove a centinaia i nostri terroristi hanno evitato di scontare la loro pena, ai loro (di) terroristi  - quandoescono dal carcere - viene fatto divieto di rilasciare una sola riga d'intervista. Nella patria dei lumi e dei diritti, agli ex terroristi francesi è riservato ben altro che le catene di blog, i libri, i film e i lavori nelle redazioni di giornali e case editrici. Per non dire del Brasile, la seconda patria di elezione per i nostri latitanti degli anni di piombo. Lì, dove Cesare Battisti è un addirittura esule politico, la situazione è tale per cui è stato certificato che la tortura di Stato è oggi assai superiore a quella del periodo delle giunte militari.
Infine, questi signori, che passano la loro vita a giustificare la morte data agli altri, con la complicità intellettuale degli stessi ambienti di un tempo (cui il sistema giudiziario non ebbe tempo di dedicarsi), omettono sistematicamente di ricordare che la maggior parte di loro, quando non sono latitanti fuori d'Italia, ha goduto di una legislazione premiale, la quale, se da una parte ha contributo alla sconfitta della loro follia criminale, dall'altra è stato un vero sopruso giuridico fatto alle vittime del terrorismo (Leonardo Sciascia disse a proposito: “Mi pare che il Parlamento, votando questa legge, si metta sotto i piedi sia i principi morali, sia il diritto”). Queste ultime hanno assai più motivi di dolersi del comportamento del nostro stato di quanto gli ex terroristi di lamentare un circoscritto numero di casi isolati di tortura, indegni di qualunque paese, certamente, ma che mai potranno fare del nostro paese di quegli anni nulla di sostanzialmente diverso da una delle 12 liberal-democrazie nel mondo uscite dal secondo dopoguerra.

domenica 8 gennaio 2012



Motivo della profonda radicalizzazione del mondo arabo che ha condotto molti giovani sulla strada del terrorismo, è stato ricercato nel fatto che negli ultimi quattro secoli gli arabi non abbiano prodotto alcuna invenzione degna di rilievo, connotando un declino che dai tempi d'oro del Califfato non si è più interrotto.
Un declino che potrebbe essere stato indotto dai tre secoli di ritardo con i quali gli arabi hanno introdotto il torchio tipografico e quindi la distribuzione libraria con i loro caratteri. Un ritardo che ha prodotto un dato impressionante: la quota dei libri stampati nei paesi arabi è pari allo 0,8 per cento della produzione mondiale, secondo il rapporto della Nazioni Unite 2002-2004.

Questi dati che troviamo ne "Il perdente radicale", cioè nel profilo che il poeta Hans Magnus Enzensberger tratteggia del soldato nazista di ieri e del terrorista kamikaze di oggi, potrebbe avere trovato una sbocco positivo, a scapito di un destino suicida per l'intera civiltà araba, nell'anno appena trascorso che si era inaugurato con la rivoluzione dei gelsomini in Tunisia.

Gli arabi, i loro giovani, le loro donne, potrebbero aver 'inventato' (con il sostegno dell'amminastrazione america e dei colossi del web) un modello di rivolta democratica caratterizzata da due novità assolute, in relazione tra loro: l'uso dei social network e, ancor più importante, l'assenza di leadership nei processi di governance in seno ai movimenti.
Il modello di utilizzo del web e dei social network, come Twitter o Facebook, ancora nel 2010 è stata la campagna elettorale di Obama. Ma tale modello reiterava ancora in fondo il rapporto televisivo di uno a tanti, seppur condito da molto feedback.
Il modello delle rivolte arabe è stato invece orizzontale, uno a uno: one2one. Una orizzontalità accentuata dell'assenza di leadership, che potrà costituire per alcuni un grave limite e per altri una opportunità, me che resta la vera innovazione dell'uso sociale della rete. L'invenzione che è stata copiata poi dai movimenti europei (Indignados) e USA (Occupy), così come a Mosca e ad Atene.

La rivista Time aquindi  dedicare la copertina per il 2011 ad un anonima rivoltosa, con tratti arabi: the protester. Potrebbe infatti trattarsi di una importante innovazione del mondo arabo, e qiù in generale mussulamano, dopo secoli, ma, se non adeguatamente sostenuta nel tempo dal mondo Occidentale, cioè l'Europa, oltre gli USA di Obama, potrebbe risultare un arma a doppo taglio.