venerdì 25 aprile 2014

Il processo di radicalizzazione violenta del movimento No Tav


"Giudici popolari sotto scorta, in un clima che ricorda quello degli anni di piombo: è con queste premesse che si aprirà a Torino, il prossimo 22 maggio, il processo che vede come imputati i quattro No Tav accusati di terrorismo". E' questa la notizia dei giornali degli ultimi giorni che seguono le vicende intorno alla grande opera in Val Susa, in un clima sempre più pesante. C'è un giornalista pedinato, videosorvegliato e schedato e un collega dello stesso giornale che firma appelli per i quattro imputati. Ci sono i lavoratori delle imprese del cantiere i cui nomi e indirizzi vengono pubblicati su volantini e giornali che invitano gli adepti ad integrare completare i dati raccogliendo altre informazioni; ci sono le prese di posizione di partiti ed istituzioni che hanno toni sempre più duri e allarmati. Una lunga escaltion fatta di serie di minacce ed intimidazioni ad amministratori, giudici, imprenditori e politici nella quale è difficile distinguere la parte pacifica del movimento No Tav, che appare come involontario ‘brodo di coltura’ dalla parte più radicalizzata dei gruppi violenti. I fatti relativi al processo sono le bombe molotov lanciate a pochi metri dal tunnel, dove erano al lavoro gli operai, i cui fumi provocati dall'incendio di un generatore causarono principi di intossicazione tra i lavoratori, bloccati nella galleria. I quattro inquisiti quali responsabili dei fatti vengono dai centri solidali e l'accusa della procura torinese nei loro confronti è assai grave: quella di terrorismo. Tale accusa è il fulcro delle polemiche più feroci di questi ultimi mesi e l'origine di profonde spaccature nel PD, nell'ANPI, nei sindacati e nella sinistra in generale.

Qualche settimana fa, in occasione di un intervento pubblico dell'ex Procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, contestato da una manifestazione fuori dalla sede della circoscrizione in cui si svolgeva, ho provato ad imbastire il seguente ragionamento. Caselli stesso, ritenuto dai contestatore No Tav ispiratore dell'accusa di terrorismo nel processo in oggetto, aveva riconosciuto nel suo intervento che la tipologia di violenza politica che si esprime nel movimento contro l'alta velocità non è paragonabile con le bande armate degli anni di piombo, e da lì sono partito per far presente che negli ultimi anni, come denunciato in piena solitudine da Pietro Ichino e dall'Associazione Italiana Vittime del terrorismo, si è assistito ad un curioso esito processuale in almeno due casi: nel 2012 la sentenza della Cassazione contro le nuove Brigate Rosse aveva incredibilmente limitato la contestazione agli imputati al solo reato di «associazione sovversiva», assolvendoli dall’accusa di finalità terroristiche. Lo stesso è capitato l'anno scorso con la sentenza della Corte d’Assise di Roma che, dopo nove anni di processo, ha assolto dall’accusa di finalità terroristiche i due carcerieri dalle Falangi verdi di Maometto nel rapimento di quattro italiani in Irak nel 2004 in cui morì Fabrizio Quattrocchi.
Di fronte ad una tendenza a limitare la finalità di terrorismo in casi in cui sono coinvolti gruppi espressamente terroristi, è ragionevole domandarsi perché inserirla tra i capi di accusa ai 4 esponenti di centro sociali. Per quanto grave sia l'atto compiuto nel cantiere della TAV, una siffatta accusa - che rischia di decadere tra qualche anno in Appello o in Cassazione, come per altro capitato nel processo ai primi anarchici coinvolti in attentati in Val Susa venti anni fa - ottiene più probabilmente il risultato di radicalizzare ulteriormente il movimento No Tav. Alimenta cioè un processo di vittimizzazione, che nel mondo degli studi sul terrorismo è ben conosciuto, che costituisce la benzina con la quale i gruppi alimentano il grado di violenza della propria radicalizzazione fino a sfociare nel terrorismo vero e proprio.
Se negli anni ’70 i fenomeni violenti furono spesso sottovalutati nel loro evolversi verso il terrorismo, oggi non abbiamo una agire parallelo tra gruppi terroristi e organizzazioni estremiste che fomentano la piazza. Abbiamo solo le seconde, per fortuna. Abbiamo cioè un processo di radicalizzazione in corso, con i vari step che da un generico antagonismo procedere per estremizzazioni e violenze successive, ma che non è giunto al suo ultimo gradino, il terrorismo. Al terrorismo si giunge quando le persone radicalizzate entrano in clandestinità, per esempio, e delle persone di un centro sociale non sono in clandestinità.
Tutto questo per sottolineare che se poi spuntano, com’è capitato a metà febbraio di questo anno, lettere come il documento firmato Nuclei Operativi Armati (Noa), che annuncia «la lotta armata di liberazione», la «lotta di liberazione contro il Tav» e un «tribunale rivoluzionario» che «condanna a morte» alcune persone ritenute «responsabili della repressione in atto», tale pericolosa dinamica potrebbe non essere solo l’approdo naturale di una minoranza del movimento che decide di passare alla minaccia terroristica, ma anche il risultato di una carenza: 1) di cultura della politica sul processi di radicalizzazione; 2) degli interventi delle autorità nella prevenzione del terrorismo; 3) di riflessione della Magistratura per uniformare i criteri di valutazione sull’uso della “finalità di terrorismo”.

L’allarmismo che scaturisce dal clima violento ed intimidatorio creatosi in Val Susa, da una parte, e dalla risposta dello Stato che mette in campo l’accusa di terrorismo, dall’altra, richiederebbe un grande senso di responsabilità tra le parte, il movimento No-Tav, la magistratura, la politica in modo da elidere alibi e utili ipocrisie e cercare di riportare il conflitto sulla TAV a livello accettabile.

Il processo di radicalizzazione violenta del movimento No Tav



"Giudici popolari sotto scorta, in un clima che ricorda quello degli anni di piombo: è con queste premesse che si aprirà a Torino, il prossimo 22 maggio, il processo che vede come imputati i quattro No Tav accusati di terrorismo". E' questa la notizia dei giornali degli ultimi giorni che seguono le vicende intorno alla grande opera in Val Susa, in un clima sempre più pesante. C'è un giornalista pedinato, videosorvegliato e schedato e un collega dello stesso giornale che firma appelli per i quattro imputati. Ci sono i lavoratori delle imprese del cantiere i cui nomi e indirizzi vengono pubblicati su volantini e giornali che invitano gli adepti ad integrare completare i dati raccogliendo altre informazioni; ci sono le prese di posizione di partiti ed istituzioni che hanno toni sempre più duri e allarmati. Una lunga escaltion fatta di serie di minacce ed intimidazioni ad amministratori, giudici, imprenditori e politici nella quale è difficile distinguere la parte pacifica del movimento No Tav, che appare come involontario ‘brodo di coltura’ dalla parte più radicalizzata dei gruppi violenti. I fatti relativi al processo sono le bombe molotov lanciate a pochi metri dal tunnel, dove erano al lavoro gli operai, i cui fumi provocati dall'incendio di un generatore causarono principi di intossicazione tra i lavoratori, bloccati nella galleria. I quattro inquisiti quali responsabili dei fatti vengono dai centri solidali e l'accusa della procura torinese nei loro confronti è assai grave: quella di terrorismo. Tale accusa è il fulcro delle polemiche più feroci di questi ultimi mesi e l'origine di profonde spaccature nel PD, nell'ANPI, nei sindacati e nella sinistra in generale.

Qualche settimana fa, in occasione di un intervento pubblico dell'ex Procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, contestato da una manifestazione fuori dalla sede della circoscrizione in cui si svolgeva, ho provato ad imbastire il seguente ragionamento. Caselli stesso, ritenuto dai contestatore No Tav ispiratore dell'accusa di terrorismo nel processo in oggetto, aveva riconosciuto nel suo intervento che la tipologia di violenza politica che si esprime nel movimento contro l'alta velocità non è paragonabile con le bande armate degli anni di piombo, e da lì sono partito per far presente che negli ultimi anni, come denunciato in piena solitudine da Pietro Ichino e dall'Associazione Italiana Vittime del terrorismo, si è assistito ad un curioso esito processuale in almeno due casi: nel 2012 la sentenza della Cassazione contro le nuove Brigate Rosse aveva incredibilmente limitato la contestazione agli imputati al solo reato di «associazione sovversiva», assolvendoli dall’accusa di finalità terroristiche. Lo stesso è capitato l'anno scorso con la sentenza della Corte d’Assise di Roma che, dopo nove anni di processo, ha assolto dall’accusa di finalità terroristiche i due carcerieri dalle Falangi verdi di Maometto nel rapimento di quattro italiani in Irak nel 2004 in cui morì Fabrizio Quattrocchi.
Di fronte ad una tendenza a limitare la finalità di terrorismo in casi in cui sono coinvolti gruppi espressamente terroristi, è ragionevole domandarsi perché inserirla tra i capi di accusa ai 4 esponenti di centro sociali. Per quanto grave sia l'atto compiuto nel cantiere della TAV, una siffatta accusa - che rischia di decadere tra qualche anno in Appello o in Cassazione, come per altro capitato nel processo ai primi anarchici coinvolti in attentati in Val Susa venti anni fa - ottiene più probabilmente il risultato di radicalizzare ulteriormente il movimento No Tav. Alimenta cioè un processo di vittimizzazione, che nel mondo degli studi sul terrorismo è ben conosciuto, che costituisce la benzina con la quale i gruppi alimentano il grado di violenza della propria radicalizzazione fino a sfociare nel terrorismo vero e proprio.
Se negli anni ’70 i fenomeni violenti furono spesso sottovalutati nel loro evolversi verso il terrorismo, oggi non abbiamo una agire parallelo tra gruppi terroristi e organizzazioni estremiste che fomentano la piazza. Abbiamo solo le seconde, per fortuna. Abbiamo cioè un processo di radicalizzazione in corso, con i vari step che da un generico antagonismo procedere per estremizzazioni e violenze successive, ma che non è giunto al suo ultimo gradino, il terrorismo. Al terrorismo si giunge quando le persone radicalizzate entrano in clandestinità, per esempio, e delle persone di un centro sociale non sono in clandestinità.
Tutto questo per sottolineare che se poi spuntano, com’è capitato a metà febbraio di questo anno, lettere come il documento firmato Nuclei Operativi Armati (Noa), che annuncia «la lotta armata di liberazione», la «lotta di liberazione contro il Tav» e un «tribunale rivoluzionario» che «condanna a morte» alcune persone ritenute «responsabili della repressione in atto», tale pericolosa dinamica potrebbe non essere solo l’approdo naturale di una minoranza del movimento che decide di passare alla minaccia terroristica, ma anche il risultato di una carenza: 1) di cultura della politica sul processi di radicalizzazione; 2) degli interventi delle autorità nella prevenzione del terrorismo; 3) di riflessione della Magistratura per uniformare i criteri di valutazione sull’uso della “finalità di terrorismo”.

L’allarmismo che scaturisce dal clima violento ed intimidatorio creatosi in Val Susa, da una parte, e dalla risposta dello Stato che mette in campo l’accusa di terrorismo, dall’altra, richiederebbe un grande senso di responsabilità tra le parte, il movimento No-Tav, la magistratura, la politica in modo da elidere alibi e utili ipocrisie e cercare di riportare il conflitto sulla TAV a livello accettabile.

martedì 11 marzo 2014

EUROPE AGAINST TERRORISM: THE GLANCE OF THE VICTIM

 


By Cecilia Malmström – European Commissioner for Home Affairs


«Behind the images revealing the horror of terrorism, there is human tragedy, innocent people whose lives have been destroyed, families broken. There is the solitude of the victims and the meaning of their suffering, but also the solidarity and their hope for justice and recognition.

On this particular day, we stand together against terror: to ensure that those who have lost their lives to senseless acts of violence are not forgotten and that their memories are kept alive; to help survivors cope with what happened to them and their loved ones; to spread messages of non-violence and reconciliation; to prevent such tragedy from ever occurring again.

Victims of terrorism can help us in this daunting task. They are strong actors against extremists and to prevent vulnerable individuals to resort to violence. Their voices must be heard.

The exhibition “Europe against terrorism – The Glance of the Victim” financed by the European Commission is one of the contribution that victims can make to strengthen civil society attention towards the victims. The exhibition, initiated by the Miguel Angel Blanco Foundation, in partnership with the French and Italian Associations for Victims of terrorism (AFVT and AIVITER) is the first European exhibition on photos on terrorism in Europe from the point of view of the victims».


Participaron en la inauguración de la exposición fotográfica:

  • Marimar Blanco. Presidenta de la Fundación Miguel Ángel Blanco.
  • Luca Guglielminetti. Representante de la Asociación Italiana de Víctimas del Terrorismo –AIVITER.
  • Guillaume Denoix de Saint Marc. Presidente de la Asociación Francesa de Víctimas del Terrorismo – AFVT.
  • Francisco Fonseca. Director de la Representación de la Comisión Europea en España.
  • Don Luis Aguilera. Subsecretario de Interior.
  • Don Salvador Victoria. Consejero de Presidencia y Justicia de la Comunidad de Madrid.
  • Doña Ana Botella. Alcaldesa de Madrid.

Discurso de Luca Guglielminetti en el acto inaugural


Gracias por su acogida y buenas tardes a todos Comienzo este breve discurso con las palabras que Maurizio Puddu el fundador de la Asociación Italiana de víctimas del terrorismo escribió en 1998 y que quedan recogidas en esta exposición.  
“Sin duda, el terrorismo se extenderá a escala internacional. Nos veremos obligados a convivir con él como nueva forma de guerra. Tenemos que estar preparados para afrontar esta nueva forma de emergencia y evitar encontrarnos sin medios de prevención y respuesta, como nos ocurrió en Italia en los años de plomo".  
Ese período histórico, entre 1969 y 1986 en que Italia fue devastada por una actividad terrorista con más de 400 asesinatos, más de 2.000 heridos en más 14.000 actos de violencia. Estas palabras se demostraron proféticas. Porque efectivamente la sospecha de nuestro primer presidente Puddu se hizo real. Tras los atentados en los EEUU del 11 de septiembre de 2001 y  en Europa el 11 de marzo de 2004 fuimos conscientes de no estar suficientemente preparados para hacer frente a la terrible emergencia provocada por el "terrorismo internacional”.  

Hoy, nos esforzamos por computar los innumerables ataques terroristas que se perpetran a diario en tantos puntos del planeta. Nuestra solidaridad y nuestros sentimientos hacia las víctimas han de desafiar a la insoportable frecuencia con que se cometen los actos terroristas y la distancia geográfica que nos separa de estos eventos horribles.  Por eso, la opción de las instituciones europeas de apoyar a las víctimas del terrorismo y fortalecer sus asociaciones como forma prevención y respuesta a la violencia son un paso trascendental y en la dirección correcta. Este es un mensaje importante para todos los países.  

La mirada y la voz de las víctimas recogidas en proyectos de carácter cultural como el que esta exposición representa, son un punto de apoyo esencial en la lucha contra el terrorismo. Ayer, en la Oficina de Representación de la Comisión Europea, en uno de los videos producidos por jóvenes estudiantes de una escuela en Turín, escuchamos a Vittorio Musso herido en un ataque terrorista en 1979: "Ni Adenauer, ni Schuman utilizaron el terrorismo o la violencia para resolver problemas y crear la Unión Europea".  

Las víctimas del terrorismo con sus palabras y actos encarnan los ideales europeos de democracia, solidaridad y respeto al Estado de derecho que esta exposición tan bien refleja.  Gracias por su amable atención 



MORE INFO HERE

lunedì 10 marzo 2014

Stop Terrorism: video by students for a communication campaign



Demo spot for a campaign in favor of the victims of terrorism, by the students working group Dimmito, Porcu, Boscolo, Guerri e Fathi. 2BV class of the Institute "Abe Steiner" in Torino (Italy), in the framework of the European project C4C http://www.c4c-project.org.
That video has been presented at X European Day on Remembrance of Victims of Terrorism in Madrid #11M

venerdì 7 marzo 2014

X European Day on Remembrance of Victims of Terrorism

Il 10 e 11 marzo si svolgeranno a Madrid le celebrazioni della X Giornata Europea in ricordo delle vittime del terrorismo, organizzate dalla Commissione Europea e delle Associazioni delle Vittime del terrorismo.
AIVITER parteciperà con una delegazione composta anche da: Giampaolo Giuliano, Massimo Coco, Luca Guglielminetti e dalla preside, un professore e due studenti dell’Istituto “Abe Steiner” di Torino, che con Aiviter stanno lavorando al progetto europeo “Contro-narrativa per la lotta al terrorismo” (C4C)


mercoledì 15 gennaio 2014

giovedì 5 dicembre 2013

"Ending Terrorism in Italy" recensione italiana

Recensione di "Ending Terrorism in Italy": un libro che fornisce un contributo fondamentale per il passato e il futuro del nostro paese, analizzando come sia stata condotta e gestita la lotta al terrorismo sul piano legislativo e politico e le relative conseguenze che hanno reso problematica la chiusura della sua stagione, in particolare sotto il profilo dei due attori principali: i terroristi e le loro vittime.

giovedì 21 novembre 2013

“Figli delle vittime. Gli anni settanta, le storie di famiglia”: appunti di una fonte

Quasi due anni fa, si segnalava che per la prima volta la ricerca accademica, a distanza di oltre 30/40 anni dai fatti, iniziava a studiare il terrorismo considerando rilevante e utile al suo lavoro la testimonianza delle sue vittime (vedi L’accademia italiana di fronte agli anni di piombo).

Sui tre casi a me direttamente conosciuti, due lavori sono già stati recentemente pubblicati: da una parte, “Figli delle vittime. Gli anni settanta, le storie di famiglia” a cura di Maurizia Morini edito in Italia da Aliberti; dall’altra, “Ending Terrorism in Italy” di Anna Cento Bull e Philip Cooke, edito nel Regno Unito da Routledge.

Il primo unisce ricercatori italiani e francesi: Antonio Canovi, Charlotte Moge, Ilaria Vezzani, Jean-Claude Zancarini, Maurizia Morini che gravitano intorno alla École Normale Supérieure de Lyon. Il risultato sono 5 brevi saggi sulle narrazioni delle vittime del terrorismo ( di cui uno dedicato invece alle vittime della mafia), in particolare di figli e figlie delle vittime, e il loro ruolo testimoniale, insieme a quello della loro associazioni, nella difficile ricostruzione degli anni settanta del XX secolo.
A parte il capitolo sulle testimonianze dei figli di vittime per mafia, che pare fuori luogo, gli altri saggi seppur coerenti sul piano tematico, presentano una certa diversità di approccio, tanto interpretativo che metodologico.

Il primo capito “Familismo morale e richiesta di storia”, sottolinea il capovolgimento del concetto di “familismo amorale”, cioè la tipicità italiana di anteporre l’interesse familistico a quello verso le istituzioni  e il bene pubblico, in quanto l’attività delle associazione e i libri delle vittime si fondano “su valori di vita civile condivisa, di aspirazione alla giustizia e alla verità, punti fondamentali per l’esistenza di una società civile...”. E’ giustamente sottolineato che ”le memorie dei familiari delle vittime e il lavoro delle associazioni hanno fornito elementi che hanno consentito di non dimenticare e di cominciare a elaborare una memoria collettiva… a far nascere un desiderio di verità che si auspica diventi desiderio di storia comune condivisa”.

Il secondo capitolo di Ilaria Vezzani, presentando una cronologia dei fatti dal 1969 al 1982, fornisce una loro interpretazione che contiene analisi abbastanza discutibili, a partire da quella nota - in voga tra molti ex terroristi rossi e insegnanti ‘democratici’ - che  la scelta terroristica dei militanti di sinistra fosse collegata/giustificata dalla strategia delle tensione, delle bombe nere e le paure di un golpe fascista. Mentre l’autrice, partendo da Pasolini, si sofferma sui fatti violenti del dopoguerra e negli anni ’60 propedeutici ai progetti eversivi  della destra neofascista, nulla riporta dei fatti violenti e delle riflessioni ‘rivoluzionarie’  che avvenivano a sinistra, ad esempio con la rivista Quaderni rossi e quelle che seguirono fino al ’68, propedeutici alla nascita del brigatismo, le cui motivazioni e giustificazioni sono espressi chiaramente, col rigore del marxismo leninismo,  nella sterminata pubblicistica delle Brigate Rosse (e non vi è motivo di dubitare che dissimulassero delle paure da  ‘buoni democratici’). Va inoltre rilevato come le testimonianze di alcuni dei fondatori delle Br - in particolare quella di Alberto Franceschini raccolta da Giovanni Fasanella ( ‘Cosa sono le Br’ - Rizzoli editore) - contraddicano completamente la tesi di Vezzali.

Il terzo capito di Maurizia Morini è una comparazione dei “lessici familari” delle narrazione contenute nei recenti  libri di: Giovanni Berardi, Mario Calabresi, Andrea Casalegno,  Silvia Giralucci, Agnese, Giovanni e Maria Fida Moro, Eugenio Occorsio, Sabina Rossa (con Giovanni Fasanella), Benedetta Tobagi e Alberto Torregiani. Il risultato delle comparazione delle storie di questi figli delle vittime del terrorismo è una analisi corretta, ma modesta che meritava probabilmente maggiore approfondimento e spazio. E’ inoltre rimasta priva, in quanto usciti successivamente,dei libri di Luca Tarantelli e, soprattutto, di Massimo Coco che si presenta certamente come anomalo in quel panorama (vedi la recensione “Gli anni di piombo e la forza del destino”)

Concludo sull’ultimo capitolo, scritto da Antonio Canovi, nel quale, però, devo precisare subito che sono ‘parte in causa’ in quanto una delle fonti orali di quel saggio dedicato alle tre realtà associative delle vittime in Italia: la Casa della Memoria di Brescia, l'Associazione tra i familiari delle vittime della stage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, e l’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (Aiviter).
Intervistato il giorno in cui scrivevo il post sull’accademia e gli anni di piombo, ad ottobre del 2012 ricevetti dall’autore la bozza definitiva del saggio. Pochi giorni dopo risposi scrivendo una lunga lettera il cui incipit è il seguente: “….mi vedo obbligato a svolgere una serie di osservazioni al saggio che mi avete gentilmente anticipato. Osservazioni che sinceramente non mi sarei mai aspettato di dover stendere e che mi indurranno a dover valutare se accordarvi l'utilizzo delle parti a me relative.
Non lo accordai, così nel libro compaio come fonte orale, ma la mia oralità è assente esplicitamente e resa talvolta implicita, talvolta curiosamente imputata a fattore trasversale delle tre associazioni. Ma non desidero addentrarmi troppo nel merito di quella polemica. Sottolineo solo che il risultato è ambiguo quanto basta. Già l’originale del saggio in bozza, e quindi l'intenzione dell'autore, era incentrata all'80% sull'Associazione di Bologna, questo è ancora più evidente nella versione finale pubblicata. Il tutto senza in vero nulla aggiungere all'esautivo saggio, già edito 10 anni fa, di Anna Lisa Tota, La città ferita.
Il saggio si conclude, in modo esemplificativo, presentando il testo integrale del manifesto commemorativo della strage alla stazione di Bologna,  per il 2 agosto 2012. Questo l’incipit a caratteri maiuscoli: “La strategia delle stragi dal dopoguerra ad oggi ha impedito all’Italia di diventare una democrazia compiuta. E’ nel cuore torbido delle istituzioni che vanno cercati i mandanti”. Conclusione davvero curiosa di un raccolta di saggi indirizzati alle narrazioni dei figli delle vittime degli anni ’70. Le testimonianze di quegli anni le hanno fatte i figli delle vittime del terrorismo rosso (e in un solo caso nero, non stragista, come Occorsio), come si evince dallo stesso capitolo terzo del libro, ma a Bologna sembrano più interessati a tutto il dopoguerra italiano, disegnato come un Stato inquinato da un cuore torbido. Mancava solo che aggiungessero “da attaccare”, per avere lo slogan brigatista che svela l’equivoco di fondo del saggio di Antonio Canovi e l'interpretazione  faziosa del secondo capito di Ilaria Vezzani.

Di tutt’altro spessore il saggio di Anna Cento Bull. Prossimamente

sabato 12 ottobre 2013

La Rete Ran Vvt a Roma

La Rete di sensibilizzazione al problema della radicalizzazione - RAN, isitutita dalla Commissione Europea. La “Voce delle Vittime del Terrorismo” (VVT) è uno dei gruppi di lavoro della RAN e si riunirà a Roma presso l'Università di Tor Vergata il 15 e 16 Ottobre 2013.

mercoledì 26 giugno 2013

Dopo il caso Delnievo, la prevenzione verso il rientro dei combattenti in Siria



Qualche giorno fa è giunta in Italia la notizia di un nostro connazionale morto in Siria, combattendo con l'ala oltranzista della ribellione contro il regime di Bashar al-Assad. "Giuliano Delnevo, 23enne genovese, si era convertito all'islam nel 2008. Di famiglia non musulmana, si era avvicinato alla causa probabilmente grazie alla predicazione online, in un percorso che lo aveva portato alla radicalizzazione e ad avvicinarsi a gruppi estremisti." (vedi la sua storia qui)
Giampiero Massolo, direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) sottolinea come l'Italia non sia un "bacino di reclutamento", ma che il rischio di una radicalizzazione autonoma sia pur sempre presente. Il vero problema non è infatti l’uscita di italiani verso la Siria, ma soprattutto il rientro di cittadini europei, o meno, che dalla Siria rientreranno in futuro in Europa, molti dei quali passando dall’Italia.
Il punto critico, su cui si sono allertate alcune nazioni europee, i loro ministri degli Interni e la Commissione Europea è infatti il numero crescente di combattenti stranieri (foreign fighters) in Siria: il 90% arriva da paesi come Libano, Yemen e dal Nord Africa, il 10% arriva invece proprio dall’Europa. La vera preoccupazione è connessa ai rischi del loro rientro nei rispettivi paesi di questo 10% e di una parte del restante 90% come migranti. Un parte di loro, potrebbe infatti rappresentare un serio pericolo per la sicurezza interna ai vari paesi UE, trattandosi di soggetti, non solo radicalizzati, ma dotati di una esperienza fattiva di combattimento che può trasferirsi nei nostri paesi.
Si tratta allora di attivare delle misure preventive rivolte ad una adeguata formazione verso tutti coloro che lavorano alle frontiere, in modo particolare alle nostre complicate frontiere, come Lampedusa. Gli stessi cittadini europei infatti non potrebbero tornare nei rispettivi paesi per via legale, essendo molti già conosciuti come espatriati in Siria.
Tali misure preventive riguardano una attività di formazione atta a fornire una piena consapevolezza di questa pericolo ai soggetti coinvolti a vario titolo nelle attività di frontiera e immigrazione: dalla polizia al personale sanitario e di soccorso, dalle ONG che svolgono attività di accoglienza e supporto ai migranti, ai leader delle comunità locali e a quelli religiosi.
La "Rete sulla consapevolezza dei problemi della radicalizzazione" (RAN), istituita dalla Direzione Generale Affari interni della Commissione Europea, sta raccogliendo proposte e progetti concreti per attivare tali misure preventive. C’è da augurarsi che il nostro governo le faccia poi proprie non contando solo sulle sue ottime capacità di intelligence, che per altro, fino ad oggi, ci hanno messo al riparo da attentati terroristici di matrice jihadista.

domenica 26 maggio 2013

Il professore e il terrorista: la strana congiunzione Chomsky-Adebolajo

"Aprile di solito è un buon mese nel New England, l’inverno allenta la sua presa e appaiono i primi segni della primavera. Ma non quest’anno. Boston è stata sconvolta dall’attentato alla maratona del 15 aprile e dalle tensioni della settimana successiva. Molti miei amici erano al traguardo quando le bombe sono esplose. Altri abitano vicino al posto in cui è stato catturato Dzhokhar Tsarnaev, il secondo attentatore. Il giovane agente di polizia Sean Collier è stato ucciso davanti al mio ufficio. A noi occidentali privilegiati non succede spesso di vedere cose che molti altri, per esempio gli abitanti di un villaggio dello Yemen, vivono ogni giorno." Scrive Noam Chomsky commentando l'attentato alla maratona di Boston.
A confermare questa osservazione dell'illustre insegnante di linguistica al Mit di Boston, sono giunte un mese dopo da Londra le parole dal 28enne Michael Adebolajo, il cittadino britannico di origine nigeriana convertitosi all’Islam nel 2001, che dopo l’omicidio del soldato Lee Rigby, si confessa con le mani sporche di sangue davanti ad una telecamera dichiarando: «Mi scuso con le donne che hanno dovuto assistere a questo oggi, ma nella nostra terra le donne devono vedere le stesse cose». (guarda il video)

La giustificazione dei fatti da parte del professor Chomsky e del terrorista Adebolajo collimano: l'orrore visivo osservabile nel villaggio dello Yemen o nelle terre della Nigeria giustifica la reazione (terroristica) che vuole presentare il medesimo raccapricciante spettacolo nelle città dell'Occidente.

Questo argomenta conferma l'assunto che il terrorismo si prefigge di raccontare le sue storie non attraverso lo sguardo delle vittime, ma attraverso quello degli spettatori.*
Nel racconto del terrorista è importante rimarcare che la vittima non è quella appena ammazzata, nel caso di Londra visibile a terra pochi metri dietro Michael Adebolajo mentre spiega di fronte ad una telecamera il motivo del suo gesto agli spettatori, ma è il suo gruppo 'etnico' che rappresenza le istanze di altre vittime.

Il 'trucco' narrativo presupposto di tali storie risiede nel fatto che istintivamente il lettore di Chomsky e l'ascoltatore di Adebolajo reputino:
1) che le violenze nello Yemen e nella Nigeria siano responsabilità tutte occidentali.
2) Che l'inizio della spirale delle violenza risieda nel 'peccato originale' dell'Occidente che dal colonialismo arriva alla guerra al terrorismo lanciata da Bush jr. dopo l'11/9.
3) Che la vittima più debole abbia qualche ragione a cercare una vendetta disperata.

Chi si prende la fatica di controllare le origini e le cause delle violenze in Yemen e in Nigeria?
Chi conosce a fondo la storia di quei due paesi lontani?
Chi si chiede se l'intervento occidentale nei paesi arabi o africani alimenti in ogni caso più violenza, o se sia peggiore la soluzione del non intervento, come in Siria?

Il paradosso è che il vecchio professore americano abbia ceduto alla logica narrativa in cui è caduto il giovane terrorista britannico. La logica per cui non la vittima reale, ma un gruppo 'etnico' che in nome delle vittima si 'vittimizza' e cerca un nemico, vero o presunto che sia, al quale chiedere conto e sul quale vendicarsi.

La stessa logica, seppur con storia capovolta, è stata utilizzata da Bush quando ha vittimizzato l'America del post 11 settembre e ha lanciato la guerra al terrorismo. Opzione che non era certo quella espressa dai sopravvissuti e dai familiari dei 3000 morti degli attentati, ma del quale il presidente USA ha voluto farsi interprete, alimentando  così, a sua volta, una barbarica spirale di vendette e contro-vendette (oltre ad aver minato il fragile terreno delle garanzie e delle libertà democratiche).

Tale logica è stata finalmente spezzata dal presidente Obama pochi giorni fa, dichiarando terminata la guerra al terrorismo, ma di fatto era già cambiata durante il suo primo mandato nelle politiche di antiterrorismo della sua amministrazione. Come quando, ad esempio, sui siti web jihadisti il Dipartimento di Stato aveva sostituito la propaganda delle loro narrazioni con i dati sulle loro vittime, dai quali si comprendeva bene che i loro attentati terroristici colpivano essenzialmente solo altri mussulmani.

Il terrorismo si contrasta dunque restando sul terreno dello Stato di diritto, ma dal punto di vista narrativo, oltre che etico e civile, opponendo allo sguardo avvilito e terrorizzato dello spettatore, quello della vittima 'vera': quella di cui possono farsi interpreti solo i sopravvissuti o i familiari, e nessun altro (!): sia questi un capo dello stato, un esimio professore, o un giovane radicalizzato.

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*Si veda: Terrorism, Media, and the Ethics of Fiction a cura di Philipp Schweighauser, Peter Schneck, p. 42

lunedì 13 maggio 2013

Premiati gli studenti del progetto in memoria delle vittime del terrorismo

Leggi articolo: "Premiati gli studenti del progetto in memoria delle vittime del terrorismo e lectio magistralis del prof. Orsini"

Torino, 2 maggio 2013.
Lectio magistralis del prof. Alessandro Orsini, a Palazzo Lascaris, nella sede del Consiglio regionale del Piemonte, prima della premiazione degli studenti, del liceo Alfieri, che hanno partecipato con successo al programma didattico, "Memoria Futura: da ieri a domani - ricordare per saper vedere". Prima della presentazione dei lavori da parte degli studenti, il vicepresidente del Consiglio regionale, Roberto Placido, ha ricordato l'importanza dell'attività dell'Associazione italiana vittime del terrorismo (Aiviter).
Interviste Alessandro Orsini, docente universitario e Dante Notaristefano presidente Aiviter

domenica 21 aprile 2013

La casta ieri e oggi, tra sinistra storica e terroristi

Il ceto politico è diventato una casta senza ricambio e senza rapporti di vissuto personale con la vita di lavoro. Una casta che vive di sogni e di parole, ma che non conosce la vita né la società reali. Una casta di privilegiati per i quali il peso di un lavoro produttivo, di una disoccupazione, di problemi di indigenza non protetta da solide amicizie politiche e legami, favorisce le astrazioni più totali. Astrazioni che in alcune menti di livello (pochissime e per lo più di provenienza dal mondo del lavoro) producono proposte o, quanto meno capacità critiche, ma che nella generalità dei casi non producono nulla e nei casi peggiori producono criminalità: bianca (corruzione) e rossa (sangue).
Non si tratta di una citazione da Antonio Stella né da qualche grillo o grillino. Il concetto di astrazione non sarebbe alla portata intellettuale di nessuno dei recenti moralizzatori anticasta. Non si tratta neppure di una frase scritta negli ultimi 5 o 10 anni. Siamo in tutt’altro contesto storico e di discorso da quello che si può immaginare. Siano nel 1987, il suo autore è Sergio Lenci, il testo è tratto dalle sue memorie intitolate “Colpo alla nuca”:

Venerdì 2 maggio 1980: siamo nel pieno degli anni di piombo e quattro terroristi di Prima Linea irrompono nello studio di Sergio Lenci, architetto romano specializzato in edilizia carceraria. Gli mettono un cerotto sulla bocca, lo trascinano in bagno, lo spingono sul pavimento tra il water e il lavandino e gli sparano un colpo mortale: una pallottola sola, calibro nove, dritta alla nuca. Ma Lenci miracolosamente sopravvive, con la pallottola per sempre conficcata nella testa e con un grande desiderio: capire il perché del terrorismo e il senso, se esiste, della violenza quale forma di lotta. Le sue memorie registrano il tormento di chi dapprima si chiede "perché io?", poi soltanto "perché?". Ma il terrorismo non dà risposte. Neppure gli incontri in carcere con Giulia Borelli, unica donna del commando, offriranno una giustificazione plausibile al calvario fisico e morale che Lenci è stato condannato a vivere.
Tale memoriale presentato al Premio di Pieve Santo Stafano (Arezzo) dedicato a diari, memorie ed epistolari, fondato da Saverio Tutino, vince l’edizione 1987 e viene pubblicato dagli Editori Riuniti. Poi resta per due decenni un testo difficilmente reperibile e viene riedito da “il Mulino” solo nel 2010. Nel frattempo Lenci è purtroppo morto nel 2001.
Il brano sopra riportato è un inciso che compare come riflessione conclusiva, in una pagina di diario datata 25 aprile 1987, che commenta gli articoli apparsi sul n.1 della rivista MicroMega. Le ragioni della sinistra” dello stesso anno e dedicati a rendicontare il secondo di due seminari che si sono tenuti al carcere di Rebibbia, tenuti da Gino Giugni, Giuliano Amato, Norberto Bobbio e Carol Beebe Tarantelli con un gruppo di terroristi tra i quali Azzolini, Bignami, D’Elia, Franceschini ed altri.
La frase che procede tale inciso poneva infatti un interrogativo retorico su “come mai questi giovani (oggi non più tanto giovani) ex terroristi continuino quasi maniacalmente a occuparsi di politica, non come un cittadino comune, ma come interlocutori privilegiati del potere.” Poi prosegue: “Mi sembra di capire che essi continuino quella prassi della politica come professione, come lavoro, che è una caratteristica della nostra repubblica di oggi”. E conclude: “Può apparire paradossale, ma non credo che lo sia: la società delle aree omogenee e dei collettivi carcerati (quelle in cui si organizzavano gli ex terroristi dissociati, n.d.a.) è, in piccolo, speculare a quella dei partiti, una società assistita, non produttiva, con legami non chiari con il mondo del lavoro”.
Il testo di Lenci, la seconda vittima del terrorismo a scrivere le sue memorie dopo Mario Sossi, tra le innumerevoli denuncie che contiene di grandissimo interesse, presenta questa acuta analogia che serve a gettare luce su aspetti rilevanti ancora oggi, a distanza di 25 anni dalle sue parole.
Nel caso specifico, il ruolo politico di primo piano giocato dai terroristi anche quando diventati ex (prima in carcere e poi da uomini liberi in seno a organizzazioni ed associazioni politiche quando non direttamente alle istituzioni locali e nazionali) è una denuncia che non ha il solo carattere etico che recita: queste persone prima combattevano lo Stato e ora vi collaborano senza avere detto tutta la verità sulle loro storie di terroristi e quindi senza rispetto verso le legittime aspettative delle loro vittime. Lenci entra anche nel merito squisitamente politico-sociale relativo al professionismo del ceto politico, caratteristica che permea la sinistra storica italiana, di ieri e di oggi, sia nella sua classe dirigente di partito che in quegli elementi deviati che sono i terroristi o ex tali*. 
Questo è solo un saggio della profondità delle varie analisi contenute nel testo di Sergio Lenci le quali sono una vera miniera che ancora deve essere finita di esplorare. Molte di queste analisi riguardano l’ambiguo atteggiamento tenuto dagli ex terroristi, da ufficiali e magistrati dello Stato, da dirigenti del PCI e PSI. 

P. S. (2017) il mantenimento di un 'engangement' politico dei 'former', cioè degli ex terroristi, è stato osservato anche in quello più recente di matrice jihadista. Questo dato, che sottolinea la natura squisitamente politica dei vari terrorismi, necessità di essere osservato anche da un'ottica opposta a quelle di Sergio Lenzi: l'impegno politico degli ex terroristi italiani 'dissociati' o di quelli 'jihadisti' di molti paesi, almeno in alcuni casi, si è esplicato in attività sociali, talvolta nello stesso contesto carcerario, finalizzate al recupero e al disengangement dalla violenza o deradicalizzazione.


*Si tratta di un tema sul quale di recente ha riflettuto Miguel Gotor (filologo, poi storico, successivamente editorialista di "la Repubblica" e di Italiani/Europei, infine parlamentare dell'area di Bersani) in senso opposto: individuando una parentela tra "odio di classe" delle terroristi rossi di ieri e l'antipolitica e l'odio verso la casta di oggi (in "Memoriale della Repubblica")