In occasione del lancio delle rete RAN nel settembre 2011, paragonai la
narrativa delle vittime del terrorismo a quella dei sopravvissuti dei
campi di concentramento nazisti. L'insieme delle testimonianza dei
sopravvissuti, succedutesi nel secondo dopoguerra, tra pubblicazioni ed
interviste audiovisive, costituiscono un corpus letterario dotato di un
carattere fondante dei valori dell'edificio europeo che in quel periodo
prendeva avvio grazie all'opera dei vari Monet, Shumann, Adenauer, De
Gasperi.
Tale corpus possiamo considerarlo anche come forma
di contro narrazione rispetto alla propaganda fascista, razzista,
nazionalista e sciovinista che si era dispiegata tra le due guerre in
molti paesi europei. L'intento reiterato di tanti testimoni
dell'olocausto era infatti: “racconto oggi perché non si ripeta domani”.
Oggi, a distanza di decenni, nonostante le
molte iniziative didattiche che ancora si attuano nelle scuole di tutta
Europa per rendere vivo il monito di quelle testimonianze, sappiamo che
quel corpus non ha impedito che gruppi e singoli si facessero interpreti
attivi, e spesso violenti, di nuove forme eredi di fascismo o razzismo.
Ma, d'altra parte, anche se non è possibile misurare quanto quel corpus
e la sua di diffusione tra i giovani europei - pensiamo alla lettura
del diario di Anna Frank, per fare un solo esempio - abbia funzionato in
termini di prevenzione, è innegabile che esso abbia svolto un ruolo
pedagogico determinante nella formazione culturale e nelle capacità
critiche di intere generazioni, largamente immuni da virus totalitari e
xenofobi.
L'ipotesi che formulai in
quell'occasione fu che le vittime delle terrorismo con le loro
testimonianze possano svolgere un ruolo analogo nel contesto attuale dei
pericoli di radicalizzazione violenta in Europa.
Quali le differenza, quali le analogie tra le due narrative? L'ipotesi è confermata? A quali condizioni?
Tra le analogie ne segnalo tre.
La
prima è che da parte delle vittime del terrorismo è fatto proprio lo
stesso approccio descritto da Primo Levi in relazione alle vittime
dell’Olocausto verso i loro carnefici: “Né perdono, né vendetta, ma
giustizia”.
La seconda, l'obbligo, seppur spesso assai
faticoso, di testimoniare. Tzvetan Todorov insegna che quando gli
avvenimenti vissuti dall’individuo o dal gruppo sono di natura
eccezionale o tragica, il diritto di ricordare e di testimoniare diventa
un dovere. Un dovere al quale le vittime del terrorismo raramente si
sottraggono nelle scarse occasioni loro offerte.
La terza
il valore e il limite di tale testimonianza. E’ sempre Primo Levi che ci
insegna che non spetta alle ex vittime di capire i propri assassini. Le
loro testimonianze costituiscono solo una parte delle fonti utili per
ricostruire la storia e comprendere la verità dei fatti, ma possiedono
un valore etico e morale che è imprescindibile ad un pedagogia
indirizzata alla tolleranza e alla convivenza civile democratica e non
violenta.
Passo ora alle differenze.
La più evidente è quella quantitativa: un numero minore di vittime segue evidentemente un corpus minore di opere.
C'è
poi la diversificazione geografica e temporale dei fatti di terrorismo
che spaziano dagli anni '60 del XX secolo ad oggi in aree diverse, con
intensità e caratteristiche proprie.
La differenza che però
mi interessa sottolineare è quella che rende più problematica la
narrativa delle vittime del terrorismo nei confronti dei fruitori delle
loro testimonianze.
Tale differenza, risiede nella natura
stessa del fenomeno che sfugge ad una lettura immediata e ad una
interpretazione manichea. Non è un caso che sia quasi un secolo che la
comunità internazionale cerca una definizione condivisa che definisca in
modo univoco il terrorismo.
Le vittime del terrorismo sono
vittime, infatti, di un fenomeno di non facile interpretazione da parte
della società e della pubblica opinione, per il carattere equivoco
della sua comunicazione e quello indiretto dei suoi metodi di agire. Un
fenomeno nel quale il movente degli atti è giustificato dagli autori con
cause "buone" o in risposta a gravi ingiustizie patite, mentre il suo
agire si indirizza con violenza, nella maggioranza dei casi, verso
soggetti completamente casuali, o debolmente connessi alle presunte
responsabilità addebitate loro dagli autori.
In sintesi, i
piani di lettura del fenomeno sono molteplici e non tutti espliciti, e
questa peculiarità non facilità il riconoscimento delle vittime come
parte 'positiva' del conflitto nella quale identificarsi da parte del
corpo della società. Una parte di questo resta infatti coinvolto nella
propaganda e individua come eroe, il terrorista; un'altra parte resta
neutrale al conflitto, interdetta dalla complessità ed opacità dei
molteplici interessi delle parti in gioco.
Allora,
se il superstite della barbarie nazifascista, nel suo narrare, descrive
e mette in guardia dalla banalità del male, per usare la definizione di
Hanna Arendt, in un contesto che è estremo, per violenza organizzata,
ma lineare per i ruoli delle parti (chi sono i responsabili, chi le
vittime, chi i soggetti che hanno aiutato le vittime, chi quelli che
hanno aiutato i carnefici…); la vittima del terrorismo, dal canto suo,
deve descrivere un male che si manifesta attraverso un atto che
comunica, oltre un terrore diffuso, un messaggio il cui destinatario non
è sempre chiaramente identificabile o univoco, e i cui attori, ad
eccezione delle vittime stesse, agiscono in un contesto geopolitico
internazionale nel quale sono portatori di molteplici interessi, taluni
palesi altri occulti.
Prendiamo il caso di ETA in Spagna.
Qualcuno può negare che la Francia, paese confinante con i Paesi Baschi,
abbia avuto un atteggiamento univoco e trasparente verso i terroristi
dell' ETA che agivano di nascosto nel suo territorio? Una delle prime
lezioni apprese dalle vittime del terrorismo italiane, fin dagli anno
'80, è che il terrorismo, anche quello che può sembrare il più locale ed
endogeno, è sempre un fenomeno internazionale.
Ancora più
difficile da raccontare è il contesto degli attentati di matrice
jihadista con la sua rete di cellule che si interseca in una fitta e
opaca rete di relazioni geopolitiche, la cui complessità è incomparabile
con la semplicità dello schema in campo durante la Seconda Guerra
mondiale: con le Potenze dell'asse, da una parte, e le Nazioni Alleate,
dall'altra.
Questa differenza, che evidenzia la
complessità che la narrazione delle vittime del terrorismo deve
affrontare per descrivere il contesto nel quelle si sono trovati a
subire la violenza e il dolore, trova un soluzione proprio nel livello
sovranazionale, come quello europeo, che svincoli in qualche modo, i
fatti e il loro valore morale, dalla contingenza politica nazionale,
dove rischiano di restare chiusi in letture sterili o strumentali, e
così depotenziate del loro valore morale e pedagogico.
Pensiamo
alla situazioni delle vittime dell'attentato dell'11 Marzo 2004 alle
stazioni di Madrid. Ricorderete che il giorno stesso si affrontarono due
ipotesi diverse sulla responsabilità di quella strage, quella dell'Eta e
quella Jihadista, avanzate in modo politicamente strumentale dai due
maggiori partiti spagnoli in funzione delle imminenti elezioni
parlamentari e in relazione al loro diverso atteggiamento di fronte
all'intervento nella guerra in Iraq e di fronte al separatismo Basco. In
questo modo le vittime potevano osservare che il loro dolore non aveva
un valore di per sé, assoluto, ma acquisiva un valore relativo in
funzione dell’ideologia in nome della quale erano state attaccate.
E'
quindi solo da un livello sovranazionale che possono giungere a
maturazione le condizione di premessa che affidano valore alla
testimonianza delle vittime del terrorismo. Il primo passo in questo
senso è stata l'istituzione della Giornata Europea in Memoria delle
Vittime del terrorismo introdotta dal Europarlamento nel 2004 e il
documento di lavoro della Commissione Europea del 2005 intitolato "Lotta
al terrorismo. Un memoriale dedicato alle vittime del terrorismo" il
cui incipit recita: "Quando un cittadino della UE è vittima del
terrorismo è l'intera comunità dei cittadini dell'Unione ad esterne
vittima". Questi due atti sono stato il prologo alle attività che si
sono succedute negli anni successivi, e che attraverso progetti e reti
sostenute e finanziate dalla Commissione, hanno permesso alle vittime e
alle loro organizzazioni di maturare una analisi sempre più approfondita
delle criticità e delle potenzialità delle loro voce.
Un
primo quadro delle condizioni per cui la voce delle vittime può
diventare una contro narrazione efficace, analoga a quelle dai reduci
della Shoah, sono contenute nel
documento con le raccomandazioni preparate del
nostro gruppo di lavoro in seno alla RAN.
Ma la più importante è presente anche nel '
Discussion paper'
di domani, laddove si richiede supporto per le vittime del terrorismo.
Tale supporto va inteso come necessità di elevare il loro status sociale
e morale, con politiche che, favorendo un percorso di resilienza,
valorizzi e potenzi l'autorevolezza della loro voce e testimonianza di
fronte alla pubblica opinione. Queste politiche di supporto, a livello
locale, nazionale ed europeo, sono quindi una precondizione perché la
voce delle vittime del terrorismo acquisti il valore e la forza di una
contro narrativa dotata di valore pedagogico nella prevenzione del
radicalismo violento tra i giovani e gli studenti, da una parte, e
capace di contrastare le differenti forme di propaganda con i loro
messaggi di distruzione, odio, razzismo e intolleranza, dall’altra.
Grazie della vostra attenzione.