lunedì 8 settembre 2014

Luci ed ombre nel dibattito sul terrorismo italiano

Giovanni Mario Ceci. Il terrorismo italiano. Storia di un dibattito. Carocci editore, 2014.


Premessa
Sono in autostrada diretto all'aereoporto di Malpensa per volare in Danimarca, alla radio, su RADIO3, sento la presentazione di un libro fresco di stampa con l'intervista al suo autore che dice più o meno: "non ci crederà ma uno dei filoni di ricerca più promettenti è quello delle memorie dei familiari delle vittime del terrorismo". Attivo la mia attenzione e mi registro il nome: Giovanni Mario Ceci e il titolo del suo libro che ricostruisce e presenta il trentennale dibattito accademico sul terrorismo italiano nell'ambito delle scienze storico-sociali. Ad Aahrus mi accolgono i professori Anna Cento Bull e Lorenzo Cecchini per due giorni di lavori presso la locale università e subito racconto loro della trasmissione chiedendo se avessero notizie di questo nuova pubblicazione. Anna mi risponde di aver ricevuto una email dall'autore che le scrive di aver dato ampio risalto al suo lavoro.
In effetti nelle pagine finali del penultimo capitolo sul dibattito recente a proposito dei "tentativi di elaborare categorie concettuali in grado di fornire un'interpretazione complessiva delle stagione terroristica" si possono leggere due nomi: "Autori di queste riflessioni sono soprattutto due dei più acuti interpreti degli ultimi anni della recente storia nazionale, Anna Cento Bull e Marc Lazar".
Purtroppo però l'Autore si è perso l'ultimo lavoro di Anna Cento Bull, "Ending Terrorism in Italy", uscito presumibilmente quando aveva già terminato la sua ricerca. Un vero peccato perché avrebbe potuto chiarire meglio alcuni prospettive sul futuro degli studi che nel capitolo sulle considerazioni finali restano appena delineate e in un paio di casi, omesse.

Andando per punti, faccio seguire le mie considerazioni da questa mia particolare postazione che da una parte mi ha portato a collaborare da 15 anni con l'Associazione italiana vittime del terrorismo (Aiviter) e da tra 3 a con la rete RAN della DG Home della Commissione Europea sui temi della radicalizzazione violenta, e dall'altra mi riconduce agli studi di storia con Franco Venturi, di anni assai più lontani.

Dibattito accademico e dibattito pubblico.
Ero interdetto dal sottotitolo. Mi domandavo, ma quale dibattito? In vero, il termine dibattito è inteso dall'Autore, ed in ambito accademico, come quello 'virtuale' tra libri scientifici: l'eredità e le critiche che ogni studioso porta rispetto a quelli che lo hanno preceduto. L'Autore stesso parla di un ricco "dibattito propriamente scientifico sul terrorismo italiano", ma osserva: "tuttavia, sino ad oggi, esso è stato quasi del tutto ignorato e mai riconosciuto".
Un filone di ricerca che aggiungerei è, allora, proprio quello di analizzare il rapporto tra dibattito accademico e quello pubblico a livello di quotidiani e media. In questi ultimi trenta anni l'attenzione dei media è sempre stata essenzialmente verso quelle pubblicazioni non scientifiche: dalla "memorialistica armata" degli ex terroristi alla saggistica dietrologica incentrata su teorie del complotto. Gli inserti letterari al massimo hanno recensito romanzi sugli anni di piombo. Anche quando hanno recensito saggi non mi risulta si siano mai sviluppati dibattiti e polemiche. Vige ancora un clima ipocrita per cui tutti meritano una recensione, ma il diritto di replica e polemica, in ambito appunto accademico, è questione dalla quale direttori di giornali e responsabili culturali si tengono alla larga.
In epoca di internet le cose sono cambiate, ma solo in apparenza: qualche polemiche può nascere on line in rete, ma l'eco non approda sui media tradizionali.
Il caso più recente riguarda Alessandro Orsini, ricercatore nella nuova generazione citato dall'Autore per la sua monografia sulle BR, e che ho invitato più volte ad iniziative di Aiviter e della RAN, il quale è stato violentemente attaccato utilizzando però una sua più recente pubblicazione su Gramsci e Turati. La polemica si è scatena on line, ma quando due recensione sono apparsa, una positiva su "la Repubblica" a firma di Roberto Saviano, l'altra negativa da parte dell'esponente delle vecchia generazione sessantottina, Angelo d'Orsi, su "La Stampa", nessuna replica è seguita, se non il silenzio.

Deficit storici e studiosi embedded.
Avendo scritto tre anni e mezzo fa un post intitolato, in modo un po' avventato, "L’accademia italiana di fronte agli anni di piombo",  la lettura del libro di Giovanni Mario Ceci mi ha fornito alcune (s)consolanti conferme. Infatti nonostante il profluvio di pubblicazioni sul fenomeno terroristico italiano, l'Autore rimarca il fatto che gli storici hanno avuto nel dibatto "un ruolo decisamente minore", come del resto anche a livello internazionale. Inoltre, molti lavori tanto storici che nelle scienze sociali, sopratutto quali realizzati 'a caldo', ma in generale quelli prodotti della generazione che vissuto i fatti di cui scrive, erano talvolta viziati da "pregiudizi legati alle culture politiche di appartenenza di ciascun studioso".
Ceci, in ambito di studi internazionali, utilizza il termine di studiosi 'embedded' quando sono sospetti di essere privi di una autonomia critica in quanto legati in maniera troppo stretta agli organi di governo (di difesa o intelligence). Per l'Italia, l'Autore è più cauto, ma si potrebbe ben parlare di studiosi embedded nella galassia delle sinistra, del PCI in moltissimi casi. Le ricerche sul terrorismo, per altro quasi tutte assai valide, del Centro studi Cattaneo furono finanziate dalla Regione Emilia Romagna. Gli studiosi dell'Università di Torino, da Tranfaglia a Bravo, erano parte del sistema PCI/CGIL e i loro lavori nascevano talvolta addirittura in seno alla "Sezioni Problemi dello Stato" del PCI prima ancora che all'Università.
Traspare abbastanza chiaramente che molte di quelle analisi, in particolare quelle 'monocausali', sono reperti oggi privi di ogni utilità interpretativa in quanto frutto avvelenato di teoremi politici a priori del fenomeno, anche se per alcuni di loro, specie la versione più complottistica della teoria del "doppio Stato", conta ancora oggi una discreta fortuna tra alcuni giovani ricercatori, epigoni della tradizione marxista.

Nel panorama degli studi italiani verrebbe quasi da tracciare una geopolitica: le ricerche italiane pare abbiano 4 punti di propagazione: Torino, Bologna, Padova e Roma. Ci sono delle peculiarità nelle ricerche sorte in ciascuno di tali centri? Lo accenno solo come ulteriore suggestione per ricerche future.

Le vittima, ovvero la storia al contrario e il ruolo rimosso.
Nell'introduzione e nelle conclusioni trovo quello che avevo ascoltato alla radio: a seguito dell'istituzione della giornata delle memoria dedicata alla vittime del terrorismo (nel 2007) "Negli ultimi anni, nel discorso pubblico si è dato in effetti sempre più spazio al punto di vista delle vittime, che rapidamente è divenuto significativamente un terreno d'elezione anche per l'editoria". E di studi su memoria, contromemoria e conflitti di memoria che prendono in oggetto sia le "politiche della memoria che il ruolo delle associazioni dei familiari delle vittime", sia "quell'insieme di libri, testimonianze, analisi della generazione i cui genitori sono stati vittime di azioni terroristiche".

Non era probabilmente compito di tale saggio sottolineare un aspetto storico che riguarda le vittime, ma siccome si configura come opposto rispetto a quello storiografico occorso alle vittime della Shoa, vale la pena introdurlo come ulteriore filone di ricerca.
Come sottolineai in un mio intervento a Bruxelles nel 2011: "Tzvetan Todorov ci ricorda che la base di ogni ricerca storica è la sistemazione curata e completa dei fatti, come il “Memoriale dei deportati ebrei” redatto in Francia da Serge Klarsfedl che documenta con estrema semplicità i nomi, i luoghi, le date di nascita. Questa attività risponde innanzitutto a una prima necessità: restituire dignità a tutte le vittime."
Il paradosso risiede nel fatto che fino al 2007 non c'è stato alcun elenco delle vittime del terrorismo; e a tutt'oggi manca un elenco esaustivo dei feriti e delle vittime italiane del terrorismo internazionale.
Se il libro di Donatella delle Porta, "Cifre crudeli", riporta i dati quantitativi fino al 1982, i nomi delle vittime individuali, i feriti e quelle dei casi di terrorismo internazionale non appaiono fino al 2001 quando tale attività ha iniziato a svolgerla Aiviter, sul suo sito internet.

Il secondo paradosso è relativo al valore pedagogico della testimonianza delle vittime. L'identità europea delle generazioni postbelliche si è formata sulle testimonianze dei sopravvissuti alla Shoa, che le hanno vaccinato - seppur non nella completa totalità -  dai virus fascisti, nazionalisti e razziali, mentre in Italia solo quest'anno si è giunti ad un protocollo tra Ministero dell'Istruzione ed associazioni delle vittime, per pianificare delle attività nelle scuole sul tema del terrorismo. In questi trent'anni solo l'iniziativa dei singoli e delle associazioni ha visto alterni e disomogenei interventi nelle scuole per portare testimonianza sui fatti e su un fenomeno assente dai programmi scolastici. Una testimonianza quella delle vittime, cui sfugge tuttora ai più, il valore di prevenzione dei processi di radicalizzazione che può svolgere se articolata con metodo e programmi bene definiti.

Questa paradossi sono figli di un fattore che si comprendono dalla lettura del saggio "Ending Terrorism in Italy", di Anna Cento Bull e Philip Cooke (Routledge, 2013) - qui recensito - nel quale viene ben delineata "la "strategia dell’amnesia" portata avanti dallo Stato Italiano". Il concetto che Ceci accenna nel suo saggio solo come "il rischio di un possibile 'oblio', se non addirittura di una vera e propria rimozione collettiva del ricordi degli "anni di piombo.", riferendosi a De Luna e Grevi, nel saggio inglese di Cento Bull viene analizzato come frutto di una strategia che dalle leggi premiali su pentiti e dissociati è proseguita in quel processo di conciliazione con i terroristi svolto nell'ombra, con l'ausilio delle Chiesa e delle organizzazioni cattoliche, lasciando le vittime prive di ruoli nell'exit strategy condotta dallo Stato. Una strategia che spiega bene le "ferite aperte", di cui peraltro Ceci è ben consapevole, la povertà del lavoro storiografico sulle vittime e la mancata attribuzione di un ruolo sociale e pedagogico a queste ultime.

Le due omissioni e un vulnus.
Quello che nel saggio di Cento Bull e Cook è segnalata come una delle piste di ricerca più interessante, cioè quella sul ruolo della Chiesa e delle associazioni cattoliche nella fase di uscita dal terrorismo, è una delle omissioni del capitolo finale.
L'altra è quella relativa al terrorismo internazionale in Italia durante gli anni di piombo. A fronte di qualche ricerca su fatti specifici, come l'attacco palestinese all'Achille Lauro, anche in quel settore è tutto da costruire. A partire da quello basico sopraricordato: i nomi e i fatti.

Infine un vulnus: la ricerca spagnola. Dal punto di vista della valorizzazione delle vittime come fonti storiche e attori sociali dotati di una autonomia politica e di una valore civile di contrasto al terrorismo, il vulnus del saggio è rappresentato dalla assenza del panorama della ricerca storico-sociale spagnola sul terrorismo.
Gli studi spagnoli sull'ETA e le sue vittime e quelli comparativi Italia/Spagna/Irlanda del Nord, come quello di Rogelio Alonso, o della ricercatrice italiana in Spagna Agata Serranò (1), (ma anche  lo stesso "Ending Terrorism in Italy") avrebbero probabilmente permesso all'Autore di ampliare ulteriormente le prospettive del capito conclusivo, soprattutto in relazione alle vittime.

Studiosi vittime
E' vero che l'indice dei nomi, anche al netto di quelli non italiani, è pur sempre molto ampio, ma non posso non notare che 4 autori scientifici (cioè al netto della memorialistica, come nei casi Rossa, Calabresi e Tobagi, etc.) sono vittime del terrorismo: Angelo Ventura, Guido Petter, Giovanni Moro e Carol Beebe Tarantelli.

Angelo Ventura è giustamente posto in grande risalto. Egli è il primo nome che si incontra della rassegna di Ceci, ma anche alla sua fine, nel bilancio, quando riconosce chi ha maggiormente contribuito a connotare la complessità del fenomeno terroristico: "come hanno dimostrato con chiarezza nei loro lavori Ventura, della Porta, Drake e Weinberg, i principali protagonisti del dibattito".
Mi permetto di aggiungere una notazione metodologica che avevo colto subito nei testi di Angelo Ventura quando la raccolta dei suoi contributi 'a caldo' fu edita da Donizzetti nel 2010 con il titolo: "Per una storia del terrorismo italiano", utilizzando le parole di Sergio Luzzato nella sua recensione sul Domenicale del Sole24Ore, :
"….i saggi di Angelo Ventura colpiscono per la capacità del professore universitario di farsi – a ridosso degli eventi, anzi dentro, quando il terrorismo rosso ancora non apparteneva al passato – una sorta di "storico del presente". Ci sono, negli studi pubblicati da Ventura trent'anni fa e raccolti ora da Donzelli, sollecitazioni di metodo e abbozzi di analisi di cui si potrà fare tesoro nel momento in cui si vorrà ricostruire compiutamente la storia del terrorismo italiano. A cominciare dall'idea che tale storia richieda (parole del 1984) «una lettura globale», dove le imprese del terrorismo rosso vengano studiate contestualmente alle imprese del terrorismo nero, alle trame eversive dei poteri occulti, ai rapporti con la criminalità organizzata, ai collegamenti internazionali sia dei terroristi sia dei servizi segreti.
C'è poi l'aureo principio per cui la storia del partito armato, in quanto storia "normale" di un movimento politico, va ricostruita anzitutto studiando, "banalmente", gli individui che lo hanno promosso, le idee che essi hanno elaborato, i gruppi che li hanno sostenuti sul campo.
Angelo Ventura studia i rivoluzionari italiani del Sessantotto e dintorni alla maniera in cui un maestro degli studi novecenteschi di storia, Franco Venturi, era andato studiando i rivoluzionari del Sette o dell'Ottocento, i giacobini francesi, i populisti russi: cioè a prescindere da ogni sociologismo, guardando agli uomini in carne e ossa, ai loro materiali di lavoro e di lotta, alle loro azioni o realizzazioni concrete. Insomma praticando una storia (diceva Venturi, in polemica con tante bardature di metodo o di pseudo-metodo) «senza additivi»: nomi, luoghi, date..."

Mi sembra opportuno qui segnalare un testo poco noto del professore padovano: quello del suo intervento in occasione del primo convegno promosso Aiviter a Torino nel 1996, "Lotta al terrorismo. Le ragioni e i diritti delle vittime". Raccolta di atti che abbiamo recentemente reso di libero accesso in rete, pubblicandone la versione digitale.
Quell'intervento è stato oggetto di riflessioni dell'Aiviter ancora recentemente utilizzate sul caso Sofri.

Guido Petter, anch'egli vittima di una violenta aggressione a Padova, ha il merito di aver gettato negli studi psicologici una prima analisi, in analogia con Gabriele Calvi, sulle caratteristiche di quella "costellazione" che oggi viene chiamata processo di radicalizzazione e che non pare avere avuto aggiornamenti in anni recenti nel nostro paese.

Sul valore del pamphlet di Giovanni Moro sugli anni Settanta non ho nulla da aggiungere al giusto rilievo che Ceci gli attribuisce. Non conosco invece il lavoro scientifico di Carol B. Tarantelli.

Conclusione
Anticipo le scuse a Giovanni Mario Ceci per il modo poco ortodosso di recensire un lavoro che merita sicuramente grande attenzione e più accurate modalità. Mi auguro che questo saggio sia di vero stimolo ed apertura a future proficue ricerche, come del resto è nelle intenzioni esplicite del suo Autore.


(1) Serranò A., Le armi razionali contro il terrorismo contemporaneo: la sfida delle democrazie di fronte alla violenza terroristica, Giuffrè Editore, 2009

martedì 26 agosto 2014

Terrorismo, sicurezza, post-conflitto... irrisolto!

Daniele Salerno, Terrorismo, sicurezza, post-conflitto. Studi semiotici sulla guerra al terrore. Libreriauniversitaria.it edizioni, 2012.

Il saggio, come definito nella sua introduzione, intende "analizzare il conflitto come un macro-testo che «traduce e interpreta altri testi di una data cultura» (Demaria 2006, p. 55) e che costringe a ridefinire l’idea, per esempio, di comunità, nazione, identità, guerra o nemico".
Questa analisi si svolge su alcuni documenti specifici: da una parte, "la guida spirituale degli attentatori dell’11 settembre, un testo ritrovato in due copie nella valigia del leader del gruppo terroristico e nella macchina di uno degli attentatori", quale esempio di "manipolazione ideologica della memoria culturale" della tradizione islamica; e, dall'altra, i manifesti pubblici affissi nella metropolitana di Londra a seguito degli attentati del 7 luglio 2005, per "un’analisi dei discorsi della sicurezza, cercando di farne emergere la struttura narrativa, i percorsi valoriali e ideologici e le potenziali derive a cui essi si prestano perseguendo l’obiettivo di “difendere la società”."
Il percorso si conclude sul tema della “fine”: come la guerra al terrore sta “andando a finire” dopo i primi quattro anni di amministrazione Obama, che hanno cercato di spostare il discorso pubblico dalla guerra al terrore di Bush, all'apertura verso l'islam che è culminata con la "primavera araba".

Due punti di questa saggio sono di grande interesse. Da una parte l'analisi della "guida spirituale" degli attentatori del 11/9, concepita come una "tecnologia del sé" per costruire un martire: un soggetto di una entità trascendente, ispirato dal timor di Dio, cui è offerta la possibilità di diventare a propria volta origine della paura per gli Occidentali ("la forza dei credenti consiste nel fatto che sono in condizione e capaci di superare la propria paura della morte. Con questa assenza di paura un combattente islamico insegna la paura alla civiltà occidentale", da H. Kippenberg 2004). Dall'altra, l'analisi delle "deriva paranoica" che l'apparato di sicurezza costruisce coinvolgendo i cittadini nel tentativo di prevenire e contrastare nuovi attentati che giunge al paradosso di stimolare i cittadini ad un atteggiamento paranoico analogo a quello degli stessi terroristi: tutti a sorvegliarsi reciprocamente. L'anonimo cittadino invitato a segnalare ogni indizio di pericolo di attentato finisce per assomigliare al terrorista che a sua volta sorveglia per cercare di pianificare i suoi attentati.

La risposta al tema dalla fine, tre anni dopo la scrittura del saggio, è sotto gli occhi di tutte: le speranza della primavera araba sono state sostituite dall'incubo del Califfato dell'Is. Il tentativo di Obama di attenuare la retorica della guerra al terrore favorendo, dopo il discorso al Cairo "A New Beginnig" nel 2009, "la nuova santa alleanza tra Mela e Mezzaluna" - quella cioè politico-tecnologica che univa la nuova amministrazione USA, le aziende tecnologiche che con i loro hardware portatili e software network and social oriented, e le popolazioni arabe - è fallito.
Oggi possiamo dire che gli errori precedenti (dai sostegni occidentali ai vari rais nordafricani alla guerra in Iraq) erano troppo gravidi di conseguenze per poter agevolare un processo di democratizzazione che portasse al successo i giovani arabi in rivolta.
L'argine artificiale al fondamentalismo islamico rappresentato dai regimi di Mubarak, Gheddafi & c. ha lasciato strascichi tali da non permettere alle nuove forze di superare la prova della maggioranze nelle prime libere elezioni che sono seguite. Su tali rivoluzioni, infatti, la memoria delle vittime islamiste, represse dai vari rais, ha sovrastato la volontà di modernizzazione, rimasta minoranza.
La possibilità di giungere ad un post-conflitto nella guerra al terrorismo post 11/9 è quindi venuta meno: il cambio di narrativa sul mondo mussulmano di Obama non è bastato. L'eco delle narrazioni della vendetta del gruppo "etnico vittima" ha di gran lunga sovrastato quello delle parole e dei propositi del "new beginning" giunte all'orecchio delle nuove generazioni arabe.

In mezzo a tutto ciò una Europa quasi immobile, incerta tra gli affanni di una crisi sempre più depressiva e la paura di trovarsi presto i "mori" alle porte della Spagna.

sabato 26 luglio 2014

Relazione Metodologia del Progetto Europeo C4C

IL TEST DI UTILIZZO DELLA PIATTAFORMA DEL PROGETTO C4C (COUNTERNARRATION FOR COUNTERTERRORISM) CON IL GRUPPO TARGET. 
METODOLOGIA, DIDATTICA E RISULTATI ALLA SCUOLA "ALBE STEINER" DI TORINO


English version

mercoledì 21 maggio 2014

Aarhus University: After Terrorism: Thuth, Justice and Memory in Italy

La recensione del libro "Ending Terrorism in Italy" di cui si è discusso è qui


Conferenza con Anna Cento Bull e Luca Guglielminetti

Anna Cento Bull, Professoressa di Italian History and Politics presso l’Università di Bath, ha recentemente pubblicato il libro “Ending Terrorism in Italy” (Routledge 2013), scritto da Philip Cooke, che racconta il modo in cui l’Italia è uscita dagli “anni di piombo” (1969-1985). Luca Guglielminetti è il rappresentante dell’Associazione italiana vittime del terrorismo (Aiviter), una delle più grandi associazioni di vittime del terrorismo in Italia, fondata nel 1985 da Maurizio Puddu, un sopravvissuto ad un attacco delle Brigate Rosse nel 1977. Aiviter lotta per i diritti delle vittime e promuove attivamente cerimonie di commemorazione, nella convinzione che il ricordo di questo passato è un dovere collettivo. La presentazione sarà seguita da una discussione e dalle domande del pubblico.


lunedì 12 maggio 2014

"L'Europa contro il terrorismo". Intervento del 12 maggio 2014



A partire dai fatti degli anni di piombo, dalle testimonianze dei figlie e delle figlie delle vittime del terrorismo, di cui ci parlerà il professor Maida nella sua lectio magistralis, oggi saranno presentati i risultato di due percorsi didattici e metodologici in parte diversi, “Memoria futura. Leggere gli ‘Anni di Piombo’ per un domani senza violenza”, il primo,  e il progetto europeo C4C “The Terrorism Survivors Storytelling. Piattaforma globale per le storie di resilienza e sensibilizzazione al problema della radicalizzazione”, il secondo, ma entrambi convergenti nelle loro finalità. 
Lavorare sulla storia del terrorismo e la testimonianza delle vittime con il fine di non fare solo storia contemporanea nelle scuole, ma anche educazione alla cittadinanza, alla cultura democratica del pluralismo, della non violenza. Un’educazione civica per la far crescere il pensiero critico verso le varie forme di propaganda della violenza politica. Una crescita della consapevolezza dei rischi insiti nei processi di radicalizzazione che possono condurre al terrorismo e rovinare la vita di giovani. Un’educazione sorretta da una pedagogia delle tolleranza contro quella dell’intolleranza: cioè la paziente e difficile cultura delle mediazioni e del riformismo in opposizione alle facili scorciatoie del ‘tutto subito e guai a chi si mette di mezzo’.
Si tratta di un percorso educativo tutt’altro che facile: i ruoli dei giocatori nei fatti di terrorismo, a parte le vittime, non sono mai limpidi: i terroristi, le istituzioni  statali, la politica, i servizi segreti interni e stranieri giocano funzioni diverse e complesse che non seguono schemi banali e o logiche manichee. E’ facile perdersi nel groviglio di interessi e lasciarsi andare a giudizi superficiali. In questo percorso didattico abbiamo quindi privilegiato presentare quello che è il risultato fattivo più rilevante del terrorismo: quello di colpire uccidere o ferire persone che sono sempre degli innocenti. Smascherare quello che si cela dietro le propaganda: gli ideali politici, nazionali o religiosi e la giustizia acclamati che si risolvono nell’atto vigliacco - concreta ‘banalità del male’ - di mettere bombe o sparare a cittadini inermi.
Due progetti presenti nella collezione di buone pratiche per la prevenzione della radicalizzazione violenta, pubblicato dalla rete RAN della CommissioneEuropea. Un’Europa che, seppur ultimamente talvolta critica, ha il merito di aver colto, prima dell’Italia, l’importante ruolo che le vittime e le loro associazioni posso svolgere nella prevenzione del terrorismo.
Due progetti che si sono rivolti a tipologie di scuole diverse con classi e studenti di età diverse, ma accomunati dal fatto di chiede a tutti i giovani coinvolti di fare uno sforzo per comprendere il fenomeno per poi farne oggetto di una loro valutazione e riflessione. Delle valutazioni che talvolta non possono che restare degli interrogativi. Riflessioni che in alcuni casi abbiamo chiesto fossero comunicate con gli strumenti della cultura giovanile, della musica e dei video clip, in modo che colpissero più i loro coetanei che non noi o gli insegnanti.
Rinnovo i ringraziamenti, da parte dei componenti il gruppo scuola di Aiviter, agli enti che ci hanno sostenuto e agli insegnanti e agli studenti tutti che hanno condiviso con noi una parte di questo anno scolastico, augurandoci di proseguire il lavoro nei prossimi, essendo - con un po’ di orgoglio - consapevoli che una migliore qualità democratica del nostro paese passa anche da progetti come questi.

sabato 10 maggio 2014

L'Europa contro il terrorismo, gli studenti di Torino



Tra i lavori presentati dagli studenti della manifestazione questo sul backstage delle lavorazioni all'Istituto "Abe Steiner" di Torino nell'ambito del progetto europeo Counter-narrative for Counter-terrorism - C4C http://www.c4c-project.org



venerdì 25 aprile 2014

Il processo di radicalizzazione violenta del movimento No Tav


"Giudici popolari sotto scorta, in un clima che ricorda quello degli anni di piombo: è con queste premesse che si aprirà a Torino, il prossimo 22 maggio, il processo che vede come imputati i quattro No Tav accusati di terrorismo". E' questa la notizia dei giornali degli ultimi giorni che seguono le vicende intorno alla grande opera in Val Susa, in un clima sempre più pesante. C'è un giornalista pedinato, videosorvegliato e schedato e un collega dello stesso giornale che firma appelli per i quattro imputati. Ci sono i lavoratori delle imprese del cantiere i cui nomi e indirizzi vengono pubblicati su volantini e giornali che invitano gli adepti ad integrare completare i dati raccogliendo altre informazioni; ci sono le prese di posizione di partiti ed istituzioni che hanno toni sempre più duri e allarmati. Una lunga escaltion fatta di serie di minacce ed intimidazioni ad amministratori, giudici, imprenditori e politici nella quale è difficile distinguere la parte pacifica del movimento No Tav, che appare come involontario ‘brodo di coltura’ dalla parte più radicalizzata dei gruppi violenti. I fatti relativi al processo sono le bombe molotov lanciate a pochi metri dal tunnel, dove erano al lavoro gli operai, i cui fumi provocati dall'incendio di un generatore causarono principi di intossicazione tra i lavoratori, bloccati nella galleria. I quattro inquisiti quali responsabili dei fatti vengono dai centri solidali e l'accusa della procura torinese nei loro confronti è assai grave: quella di terrorismo. Tale accusa è il fulcro delle polemiche più feroci di questi ultimi mesi e l'origine di profonde spaccature nel PD, nell'ANPI, nei sindacati e nella sinistra in generale.

Qualche settimana fa, in occasione di un intervento pubblico dell'ex Procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, contestato da una manifestazione fuori dalla sede della circoscrizione in cui si svolgeva, ho provato ad imbastire il seguente ragionamento. Caselli stesso, ritenuto dai contestatore No Tav ispiratore dell'accusa di terrorismo nel processo in oggetto, aveva riconosciuto nel suo intervento che la tipologia di violenza politica che si esprime nel movimento contro l'alta velocità non è paragonabile con le bande armate degli anni di piombo, e da lì sono partito per far presente che negli ultimi anni, come denunciato in piena solitudine da Pietro Ichino e dall'Associazione Italiana Vittime del terrorismo, si è assistito ad un curioso esito processuale in almeno due casi: nel 2012 la sentenza della Cassazione contro le nuove Brigate Rosse aveva incredibilmente limitato la contestazione agli imputati al solo reato di «associazione sovversiva», assolvendoli dall’accusa di finalità terroristiche. Lo stesso è capitato l'anno scorso con la sentenza della Corte d’Assise di Roma che, dopo nove anni di processo, ha assolto dall’accusa di finalità terroristiche i due carcerieri dalle Falangi verdi di Maometto nel rapimento di quattro italiani in Irak nel 2004 in cui morì Fabrizio Quattrocchi.
Di fronte ad una tendenza a limitare la finalità di terrorismo in casi in cui sono coinvolti gruppi espressamente terroristi, è ragionevole domandarsi perché inserirla tra i capi di accusa ai 4 esponenti di centro sociali. Per quanto grave sia l'atto compiuto nel cantiere della TAV, una siffatta accusa - che rischia di decadere tra qualche anno in Appello o in Cassazione, come per altro capitato nel processo ai primi anarchici coinvolti in attentati in Val Susa venti anni fa - ottiene più probabilmente il risultato di radicalizzare ulteriormente il movimento No Tav. Alimenta cioè un processo di vittimizzazione, che nel mondo degli studi sul terrorismo è ben conosciuto, che costituisce la benzina con la quale i gruppi alimentano il grado di violenza della propria radicalizzazione fino a sfociare nel terrorismo vero e proprio.
Se negli anni ’70 i fenomeni violenti furono spesso sottovalutati nel loro evolversi verso il terrorismo, oggi non abbiamo una agire parallelo tra gruppi terroristi e organizzazioni estremiste che fomentano la piazza. Abbiamo solo le seconde, per fortuna. Abbiamo cioè un processo di radicalizzazione in corso, con i vari step che da un generico antagonismo procedere per estremizzazioni e violenze successive, ma che non è giunto al suo ultimo gradino, il terrorismo. Al terrorismo si giunge quando le persone radicalizzate entrano in clandestinità, per esempio, e delle persone di un centro sociale non sono in clandestinità.
Tutto questo per sottolineare che se poi spuntano, com’è capitato a metà febbraio di questo anno, lettere come il documento firmato Nuclei Operativi Armati (Noa), che annuncia «la lotta armata di liberazione», la «lotta di liberazione contro il Tav» e un «tribunale rivoluzionario» che «condanna a morte» alcune persone ritenute «responsabili della repressione in atto», tale pericolosa dinamica potrebbe non essere solo l’approdo naturale di una minoranza del movimento che decide di passare alla minaccia terroristica, ma anche il risultato di una carenza: 1) di cultura della politica sul processi di radicalizzazione; 2) degli interventi delle autorità nella prevenzione del terrorismo; 3) di riflessione della Magistratura per uniformare i criteri di valutazione sull’uso della “finalità di terrorismo”.

L’allarmismo che scaturisce dal clima violento ed intimidatorio creatosi in Val Susa, da una parte, e dalla risposta dello Stato che mette in campo l’accusa di terrorismo, dall’altra, richiederebbe un grande senso di responsabilità tra le parte, il movimento No-Tav, la magistratura, la politica in modo da elidere alibi e utili ipocrisie e cercare di riportare il conflitto sulla TAV a livello accettabile.

Il processo di radicalizzazione violenta del movimento No Tav



"Giudici popolari sotto scorta, in un clima che ricorda quello degli anni di piombo: è con queste premesse che si aprirà a Torino, il prossimo 22 maggio, il processo che vede come imputati i quattro No Tav accusati di terrorismo". E' questa la notizia dei giornali degli ultimi giorni che seguono le vicende intorno alla grande opera in Val Susa, in un clima sempre più pesante. C'è un giornalista pedinato, videosorvegliato e schedato e un collega dello stesso giornale che firma appelli per i quattro imputati. Ci sono i lavoratori delle imprese del cantiere i cui nomi e indirizzi vengono pubblicati su volantini e giornali che invitano gli adepti ad integrare completare i dati raccogliendo altre informazioni; ci sono le prese di posizione di partiti ed istituzioni che hanno toni sempre più duri e allarmati. Una lunga escaltion fatta di serie di minacce ed intimidazioni ad amministratori, giudici, imprenditori e politici nella quale è difficile distinguere la parte pacifica del movimento No Tav, che appare come involontario ‘brodo di coltura’ dalla parte più radicalizzata dei gruppi violenti. I fatti relativi al processo sono le bombe molotov lanciate a pochi metri dal tunnel, dove erano al lavoro gli operai, i cui fumi provocati dall'incendio di un generatore causarono principi di intossicazione tra i lavoratori, bloccati nella galleria. I quattro inquisiti quali responsabili dei fatti vengono dai centri solidali e l'accusa della procura torinese nei loro confronti è assai grave: quella di terrorismo. Tale accusa è il fulcro delle polemiche più feroci di questi ultimi mesi e l'origine di profonde spaccature nel PD, nell'ANPI, nei sindacati e nella sinistra in generale.

Qualche settimana fa, in occasione di un intervento pubblico dell'ex Procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, contestato da una manifestazione fuori dalla sede della circoscrizione in cui si svolgeva, ho provato ad imbastire il seguente ragionamento. Caselli stesso, ritenuto dai contestatore No Tav ispiratore dell'accusa di terrorismo nel processo in oggetto, aveva riconosciuto nel suo intervento che la tipologia di violenza politica che si esprime nel movimento contro l'alta velocità non è paragonabile con le bande armate degli anni di piombo, e da lì sono partito per far presente che negli ultimi anni, come denunciato in piena solitudine da Pietro Ichino e dall'Associazione Italiana Vittime del terrorismo, si è assistito ad un curioso esito processuale in almeno due casi: nel 2012 la sentenza della Cassazione contro le nuove Brigate Rosse aveva incredibilmente limitato la contestazione agli imputati al solo reato di «associazione sovversiva», assolvendoli dall’accusa di finalità terroristiche. Lo stesso è capitato l'anno scorso con la sentenza della Corte d’Assise di Roma che, dopo nove anni di processo, ha assolto dall’accusa di finalità terroristiche i due carcerieri dalle Falangi verdi di Maometto nel rapimento di quattro italiani in Irak nel 2004 in cui morì Fabrizio Quattrocchi.
Di fronte ad una tendenza a limitare la finalità di terrorismo in casi in cui sono coinvolti gruppi espressamente terroristi, è ragionevole domandarsi perché inserirla tra i capi di accusa ai 4 esponenti di centro sociali. Per quanto grave sia l'atto compiuto nel cantiere della TAV, una siffatta accusa - che rischia di decadere tra qualche anno in Appello o in Cassazione, come per altro capitato nel processo ai primi anarchici coinvolti in attentati in Val Susa venti anni fa - ottiene più probabilmente il risultato di radicalizzare ulteriormente il movimento No Tav. Alimenta cioè un processo di vittimizzazione, che nel mondo degli studi sul terrorismo è ben conosciuto, che costituisce la benzina con la quale i gruppi alimentano il grado di violenza della propria radicalizzazione fino a sfociare nel terrorismo vero e proprio.
Se negli anni ’70 i fenomeni violenti furono spesso sottovalutati nel loro evolversi verso il terrorismo, oggi non abbiamo una agire parallelo tra gruppi terroristi e organizzazioni estremiste che fomentano la piazza. Abbiamo solo le seconde, per fortuna. Abbiamo cioè un processo di radicalizzazione in corso, con i vari step che da un generico antagonismo procedere per estremizzazioni e violenze successive, ma che non è giunto al suo ultimo gradino, il terrorismo. Al terrorismo si giunge quando le persone radicalizzate entrano in clandestinità, per esempio, e delle persone di un centro sociale non sono in clandestinità.
Tutto questo per sottolineare che se poi spuntano, com’è capitato a metà febbraio di questo anno, lettere come il documento firmato Nuclei Operativi Armati (Noa), che annuncia «la lotta armata di liberazione», la «lotta di liberazione contro il Tav» e un «tribunale rivoluzionario» che «condanna a morte» alcune persone ritenute «responsabili della repressione in atto», tale pericolosa dinamica potrebbe non essere solo l’approdo naturale di una minoranza del movimento che decide di passare alla minaccia terroristica, ma anche il risultato di una carenza: 1) di cultura della politica sul processi di radicalizzazione; 2) degli interventi delle autorità nella prevenzione del terrorismo; 3) di riflessione della Magistratura per uniformare i criteri di valutazione sull’uso della “finalità di terrorismo”.

L’allarmismo che scaturisce dal clima violento ed intimidatorio creatosi in Val Susa, da una parte, e dalla risposta dello Stato che mette in campo l’accusa di terrorismo, dall’altra, richiederebbe un grande senso di responsabilità tra le parte, il movimento No-Tav, la magistratura, la politica in modo da elidere alibi e utili ipocrisie e cercare di riportare il conflitto sulla TAV a livello accettabile.

martedì 11 marzo 2014

EUROPE AGAINST TERRORISM: THE GLANCE OF THE VICTIM

 


By Cecilia Malmström – European Commissioner for Home Affairs


«Behind the images revealing the horror of terrorism, there is human tragedy, innocent people whose lives have been destroyed, families broken. There is the solitude of the victims and the meaning of their suffering, but also the solidarity and their hope for justice and recognition.

On this particular day, we stand together against terror: to ensure that those who have lost their lives to senseless acts of violence are not forgotten and that their memories are kept alive; to help survivors cope with what happened to them and their loved ones; to spread messages of non-violence and reconciliation; to prevent such tragedy from ever occurring again.

Victims of terrorism can help us in this daunting task. They are strong actors against extremists and to prevent vulnerable individuals to resort to violence. Their voices must be heard.

The exhibition “Europe against terrorism – The Glance of the Victim” financed by the European Commission is one of the contribution that victims can make to strengthen civil society attention towards the victims. The exhibition, initiated by the Miguel Angel Blanco Foundation, in partnership with the French and Italian Associations for Victims of terrorism (AFVT and AIVITER) is the first European exhibition on photos on terrorism in Europe from the point of view of the victims».


Participaron en la inauguración de la exposición fotográfica:

  • Marimar Blanco. Presidenta de la Fundación Miguel Ángel Blanco.
  • Luca Guglielminetti. Representante de la Asociación Italiana de Víctimas del Terrorismo –AIVITER.
  • Guillaume Denoix de Saint Marc. Presidente de la Asociación Francesa de Víctimas del Terrorismo – AFVT.
  • Francisco Fonseca. Director de la Representación de la Comisión Europea en España.
  • Don Luis Aguilera. Subsecretario de Interior.
  • Don Salvador Victoria. Consejero de Presidencia y Justicia de la Comunidad de Madrid.
  • Doña Ana Botella. Alcaldesa de Madrid.

Discurso de Luca Guglielminetti en el acto inaugural


Gracias por su acogida y buenas tardes a todos Comienzo este breve discurso con las palabras que Maurizio Puddu el fundador de la Asociación Italiana de víctimas del terrorismo escribió en 1998 y que quedan recogidas en esta exposición.  
“Sin duda, el terrorismo se extenderá a escala internacional. Nos veremos obligados a convivir con él como nueva forma de guerra. Tenemos que estar preparados para afrontar esta nueva forma de emergencia y evitar encontrarnos sin medios de prevención y respuesta, como nos ocurrió en Italia en los años de plomo".  
Ese período histórico, entre 1969 y 1986 en que Italia fue devastada por una actividad terrorista con más de 400 asesinatos, más de 2.000 heridos en más 14.000 actos de violencia. Estas palabras se demostraron proféticas. Porque efectivamente la sospecha de nuestro primer presidente Puddu se hizo real. Tras los atentados en los EEUU del 11 de septiembre de 2001 y  en Europa el 11 de marzo de 2004 fuimos conscientes de no estar suficientemente preparados para hacer frente a la terrible emergencia provocada por el "terrorismo internacional”.  

Hoy, nos esforzamos por computar los innumerables ataques terroristas que se perpetran a diario en tantos puntos del planeta. Nuestra solidaridad y nuestros sentimientos hacia las víctimas han de desafiar a la insoportable frecuencia con que se cometen los actos terroristas y la distancia geográfica que nos separa de estos eventos horribles.  Por eso, la opción de las instituciones europeas de apoyar a las víctimas del terrorismo y fortalecer sus asociaciones como forma prevención y respuesta a la violencia son un paso trascendental y en la dirección correcta. Este es un mensaje importante para todos los países.  

La mirada y la voz de las víctimas recogidas en proyectos de carácter cultural como el que esta exposición representa, son un punto de apoyo esencial en la lucha contra el terrorismo. Ayer, en la Oficina de Representación de la Comisión Europea, en uno de los videos producidos por jóvenes estudiantes de una escuela en Turín, escuchamos a Vittorio Musso herido en un ataque terrorista en 1979: "Ni Adenauer, ni Schuman utilizaron el terrorismo o la violencia para resolver problemas y crear la Unión Europea".  

Las víctimas del terrorismo con sus palabras y actos encarnan los ideales europeos de democracia, solidaridad y respeto al Estado de derecho que esta exposición tan bien refleja.  Gracias por su amable atención 



MORE INFO HERE

lunedì 10 marzo 2014

Stop Terrorism: video by students for a communication campaign



Demo spot for a campaign in favor of the victims of terrorism, by the students working group Dimmito, Porcu, Boscolo, Guerri e Fathi. 2BV class of the Institute "Abe Steiner" in Torino (Italy), in the framework of the European project C4C http://www.c4c-project.org.
That video has been presented at X European Day on Remembrance of Victims of Terrorism in Madrid #11M

venerdì 7 marzo 2014

X European Day on Remembrance of Victims of Terrorism

Il 10 e 11 marzo si svolgeranno a Madrid le celebrazioni della X Giornata Europea in ricordo delle vittime del terrorismo, organizzate dalla Commissione Europea e delle Associazioni delle Vittime del terrorismo.
AIVITER parteciperà con una delegazione composta anche da: Giampaolo Giuliano, Massimo Coco, Luca Guglielminetti e dalla preside, un professore e due studenti dell’Istituto “Abe Steiner” di Torino, che con Aiviter stanno lavorando al progetto europeo “Contro-narrativa per la lotta al terrorismo” (C4C)


mercoledì 15 gennaio 2014

giovedì 5 dicembre 2013

"Ending Terrorism in Italy" recensione italiana

Recensione di "Ending Terrorism in Italy": un libro che fornisce un contributo fondamentale per il passato e il futuro del nostro paese, analizzando come sia stata condotta e gestita la lotta al terrorismo sul piano legislativo e politico e le relative conseguenze che hanno reso problematica la chiusura della sua stagione, in particolare sotto il profilo dei due attori principali: i terroristi e le loro vittime.