Tra i lavori presentati dagli studenti della manifestazione questo sul backstage delle lavorazioni all'Istituto "Abe Steiner" di Torino nell'ambito del progetto europeo Counter-narrative for Counter-terrorism - C4C http://www.c4c-project.org
sabato 10 maggio 2014
L'Europa contro il terrorismo, gli studenti di Torino
Tra i lavori presentati dagli studenti della manifestazione questo sul backstage delle lavorazioni all'Istituto "Abe Steiner" di Torino nell'ambito del progetto europeo Counter-narrative for Counter-terrorism - C4C http://www.c4c-project.org
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venerdì 25 aprile 2014
Il processo di radicalizzazione violenta del movimento No Tav
"Giudici popolari sotto scorta, in un clima che ricorda quello degli
anni di piombo: è con queste premesse che si aprirà a Torino, il
prossimo 22 maggio, il processo che vede come imputati i quattro No Tav
accusati di terrorismo". E' questa la notizia dei giornali degli
ultimi giorni che seguono le vicende intorno alla grande opera in Val
Susa, in un clima sempre più pesante. C'è un giornalista pedinato,
videosorvegliato e schedato e un collega dello stesso giornale che firma
appelli per i quattro imputati. Ci sono i lavoratori delle imprese del
cantiere i cui nomi e indirizzi vengono pubblicati su volantini e
giornali che invitano gli adepti ad integrare completare i dati
raccogliendo altre informazioni; ci sono le prese di posizione di
partiti ed istituzioni che hanno toni sempre più duri e allarmati. Una
lunga escaltion fatta di serie di minacce ed intimidazioni ad
amministratori, giudici, imprenditori e politici nella quale è difficile
distinguere la parte pacifica del movimento No Tav, che appare come
involontario ‘brodo di coltura’ dalla parte più radicalizzata dei gruppi
violenti. I fatti relativi al processo sono le bombe molotov lanciate a
pochi metri dal tunnel, dove erano al lavoro gli operai, i cui fumi
provocati dall'incendio di un generatore causarono principi di
intossicazione tra i lavoratori, bloccati nella galleria. I quattro
inquisiti quali responsabili dei fatti vengono dai centri solidali e
l'accusa della procura torinese nei loro confronti è assai grave: quella
di terrorismo. Tale accusa è il fulcro delle polemiche più feroci di
questi ultimi mesi e l'origine di profonde spaccature nel PD, nell'ANPI,
nei sindacati e nella sinistra in generale.
Qualche settimana fa, in occasione di un intervento pubblico dell'ex Procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, contestato da una manifestazione fuori dalla sede della circoscrizione in cui si svolgeva, ho provato ad imbastire il seguente ragionamento. Caselli stesso, ritenuto dai contestatore No Tav ispiratore dell'accusa di terrorismo nel processo in oggetto, aveva riconosciuto nel suo intervento che la tipologia di violenza politica che si esprime nel movimento contro l'alta velocità non è paragonabile con le bande armate degli anni di piombo, e da lì sono partito per far presente che negli ultimi anni, come denunciato in piena solitudine da Pietro Ichino e dall'Associazione Italiana Vittime del terrorismo, si è assistito ad un curioso esito processuale in almeno due casi: nel 2012 la sentenza della Cassazione contro le nuove Brigate Rosse aveva incredibilmente limitato la contestazione agli imputati al solo reato di «associazione sovversiva», assolvendoli dall’accusa di finalità terroristiche. Lo stesso è capitato l'anno scorso con la sentenza della Corte d’Assise di Roma che, dopo nove anni di processo, ha assolto dall’accusa di finalità terroristiche i due carcerieri dalle Falangi verdi di Maometto nel rapimento di quattro italiani in Irak nel 2004 in cui morì Fabrizio Quattrocchi.
Di fronte ad una tendenza a limitare la finalità di terrorismo in casi in cui sono coinvolti gruppi espressamente terroristi, è ragionevole domandarsi perché inserirla tra i capi di accusa ai 4 esponenti di centro sociali. Per quanto grave sia l'atto compiuto nel cantiere della TAV, una siffatta accusa - che rischia di decadere tra qualche anno in Appello o in Cassazione, come per altro capitato nel processo ai primi anarchici coinvolti in attentati in Val Susa venti anni fa - ottiene più probabilmente il risultato di radicalizzare ulteriormente il movimento No Tav. Alimenta cioè un processo di vittimizzazione, che nel mondo degli studi sul terrorismo è ben conosciuto, che costituisce la benzina con la quale i gruppi alimentano il grado di violenza della propria radicalizzazione fino a sfociare nel terrorismo vero e proprio.
Se negli anni ’70 i fenomeni violenti furono spesso sottovalutati nel loro evolversi verso il terrorismo, oggi non abbiamo una agire parallelo tra gruppi terroristi e organizzazioni estremiste che fomentano la piazza. Abbiamo solo le seconde, per fortuna. Abbiamo cioè un processo di radicalizzazione in corso, con i vari step che da un generico antagonismo procedere per estremizzazioni e violenze successive, ma che non è giunto al suo ultimo gradino, il terrorismo. Al terrorismo si giunge quando le persone radicalizzate entrano in clandestinità, per esempio, e delle persone di un centro sociale non sono in clandestinità.
Tutto questo per sottolineare che se poi spuntano, com’è capitato a metà febbraio di questo anno, lettere come il documento firmato Nuclei Operativi Armati (Noa), che annuncia «la lotta armata di liberazione», la «lotta di liberazione contro il Tav» e un «tribunale rivoluzionario» che «condanna a morte» alcune persone ritenute «responsabili della repressione in atto», tale pericolosa dinamica potrebbe non essere solo l’approdo naturale di una minoranza del movimento che decide di passare alla minaccia terroristica, ma anche il risultato di una carenza: 1) di cultura della politica sul processi di radicalizzazione; 2) degli interventi delle autorità nella prevenzione del terrorismo; 3) di riflessione della Magistratura per uniformare i criteri di valutazione sull’uso della “finalità di terrorismo”.
L’allarmismo che scaturisce dal clima violento ed intimidatorio creatosi in Val Susa, da una parte, e dalla risposta dello Stato che mette in campo l’accusa di terrorismo, dall’altra, richiederebbe un grande senso di responsabilità tra le parte, il movimento No-Tav, la magistratura, la politica in modo da elidere alibi e utili ipocrisie e cercare di riportare il conflitto sulla TAV a livello accettabile.
Qualche settimana fa, in occasione di un intervento pubblico dell'ex Procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, contestato da una manifestazione fuori dalla sede della circoscrizione in cui si svolgeva, ho provato ad imbastire il seguente ragionamento. Caselli stesso, ritenuto dai contestatore No Tav ispiratore dell'accusa di terrorismo nel processo in oggetto, aveva riconosciuto nel suo intervento che la tipologia di violenza politica che si esprime nel movimento contro l'alta velocità non è paragonabile con le bande armate degli anni di piombo, e da lì sono partito per far presente che negli ultimi anni, come denunciato in piena solitudine da Pietro Ichino e dall'Associazione Italiana Vittime del terrorismo, si è assistito ad un curioso esito processuale in almeno due casi: nel 2012 la sentenza della Cassazione contro le nuove Brigate Rosse aveva incredibilmente limitato la contestazione agli imputati al solo reato di «associazione sovversiva», assolvendoli dall’accusa di finalità terroristiche. Lo stesso è capitato l'anno scorso con la sentenza della Corte d’Assise di Roma che, dopo nove anni di processo, ha assolto dall’accusa di finalità terroristiche i due carcerieri dalle Falangi verdi di Maometto nel rapimento di quattro italiani in Irak nel 2004 in cui morì Fabrizio Quattrocchi.
Di fronte ad una tendenza a limitare la finalità di terrorismo in casi in cui sono coinvolti gruppi espressamente terroristi, è ragionevole domandarsi perché inserirla tra i capi di accusa ai 4 esponenti di centro sociali. Per quanto grave sia l'atto compiuto nel cantiere della TAV, una siffatta accusa - che rischia di decadere tra qualche anno in Appello o in Cassazione, come per altro capitato nel processo ai primi anarchici coinvolti in attentati in Val Susa venti anni fa - ottiene più probabilmente il risultato di radicalizzare ulteriormente il movimento No Tav. Alimenta cioè un processo di vittimizzazione, che nel mondo degli studi sul terrorismo è ben conosciuto, che costituisce la benzina con la quale i gruppi alimentano il grado di violenza della propria radicalizzazione fino a sfociare nel terrorismo vero e proprio.
Se negli anni ’70 i fenomeni violenti furono spesso sottovalutati nel loro evolversi verso il terrorismo, oggi non abbiamo una agire parallelo tra gruppi terroristi e organizzazioni estremiste che fomentano la piazza. Abbiamo solo le seconde, per fortuna. Abbiamo cioè un processo di radicalizzazione in corso, con i vari step che da un generico antagonismo procedere per estremizzazioni e violenze successive, ma che non è giunto al suo ultimo gradino, il terrorismo. Al terrorismo si giunge quando le persone radicalizzate entrano in clandestinità, per esempio, e delle persone di un centro sociale non sono in clandestinità.
Tutto questo per sottolineare che se poi spuntano, com’è capitato a metà febbraio di questo anno, lettere come il documento firmato Nuclei Operativi Armati (Noa), che annuncia «la lotta armata di liberazione», la «lotta di liberazione contro il Tav» e un «tribunale rivoluzionario» che «condanna a morte» alcune persone ritenute «responsabili della repressione in atto», tale pericolosa dinamica potrebbe non essere solo l’approdo naturale di una minoranza del movimento che decide di passare alla minaccia terroristica, ma anche il risultato di una carenza: 1) di cultura della politica sul processi di radicalizzazione; 2) degli interventi delle autorità nella prevenzione del terrorismo; 3) di riflessione della Magistratura per uniformare i criteri di valutazione sull’uso della “finalità di terrorismo”.
L’allarmismo che scaturisce dal clima violento ed intimidatorio creatosi in Val Susa, da una parte, e dalla risposta dello Stato che mette in campo l’accusa di terrorismo, dall’altra, richiederebbe un grande senso di responsabilità tra le parte, il movimento No-Tav, la magistratura, la politica in modo da elidere alibi e utili ipocrisie e cercare di riportare il conflitto sulla TAV a livello accettabile.
Il processo di radicalizzazione violenta del movimento No Tav
"Giudici popolari sotto scorta, in un clima che ricorda quello degli
anni di piombo: è con queste premesse che si aprirà a Torino, il
prossimo 22 maggio, il processo che vede come imputati i quattro No Tav
accusati di terrorismo". E' questa la notizia dei giornali degli
ultimi giorni che seguono le vicende intorno alla grande opera in Val
Susa, in un clima sempre più pesante. C'è un giornalista pedinato,
videosorvegliato e schedato e un collega dello stesso giornale che firma
appelli per i quattro imputati. Ci sono i lavoratori delle imprese del
cantiere i cui nomi e indirizzi vengono pubblicati su volantini e
giornali che invitano gli adepti ad integrare completare i dati
raccogliendo altre informazioni; ci sono le prese di posizione di
partiti ed istituzioni che hanno toni sempre più duri e allarmati. Una
lunga escaltion fatta di serie di minacce ed intimidazioni ad
amministratori, giudici, imprenditori e politici nella quale è difficile
distinguere la parte pacifica del movimento No Tav, che appare come
involontario ‘brodo di coltura’ dalla parte più radicalizzata dei gruppi
violenti. I fatti relativi al processo sono le bombe molotov lanciate a
pochi metri dal tunnel, dove erano al lavoro gli operai, i cui fumi
provocati dall'incendio di un generatore causarono principi di
intossicazione tra i lavoratori, bloccati nella galleria. I quattro
inquisiti quali responsabili dei fatti vengono dai centri solidali e
l'accusa della procura torinese nei loro confronti è assai grave: quella
di terrorismo. Tale accusa è il fulcro delle polemiche più feroci di
questi ultimi mesi e l'origine di profonde spaccature nel PD, nell'ANPI,
nei sindacati e nella sinistra in generale.
Qualche settimana fa, in occasione di un intervento pubblico dell'ex Procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, contestato da una manifestazione fuori dalla sede della circoscrizione in cui si svolgeva, ho provato ad imbastire il seguente ragionamento. Caselli stesso, ritenuto dai contestatore No Tav ispiratore dell'accusa di terrorismo nel processo in oggetto, aveva riconosciuto nel suo intervento che la tipologia di violenza politica che si esprime nel movimento contro l'alta velocità non è paragonabile con le bande armate degli anni di piombo, e da lì sono partito per far presente che negli ultimi anni, come denunciato in piena solitudine da Pietro Ichino e dall'Associazione Italiana Vittime del terrorismo, si è assistito ad un curioso esito processuale in almeno due casi: nel 2012 la sentenza della Cassazione contro le nuove Brigate Rosse aveva incredibilmente limitato la contestazione agli imputati al solo reato di «associazione sovversiva», assolvendoli dall’accusa di finalità terroristiche. Lo stesso è capitato l'anno scorso con la sentenza della Corte d’Assise di Roma che, dopo nove anni di processo, ha assolto dall’accusa di finalità terroristiche i due carcerieri dalle Falangi verdi di Maometto nel rapimento di quattro italiani in Irak nel 2004 in cui morì Fabrizio Quattrocchi.
Di fronte ad una tendenza a limitare la finalità di terrorismo in casi in cui sono coinvolti gruppi espressamente terroristi, è ragionevole domandarsi perché inserirla tra i capi di accusa ai 4 esponenti di centro sociali. Per quanto grave sia l'atto compiuto nel cantiere della TAV, una siffatta accusa - che rischia di decadere tra qualche anno in Appello o in Cassazione, come per altro capitato nel processo ai primi anarchici coinvolti in attentati in Val Susa venti anni fa - ottiene più probabilmente il risultato di radicalizzare ulteriormente il movimento No Tav. Alimenta cioè un processo di vittimizzazione, che nel mondo degli studi sul terrorismo è ben conosciuto, che costituisce la benzina con la quale i gruppi alimentano il grado di violenza della propria radicalizzazione fino a sfociare nel terrorismo vero e proprio.
Se negli anni ’70 i fenomeni violenti furono spesso sottovalutati nel loro evolversi verso il terrorismo, oggi non abbiamo una agire parallelo tra gruppi terroristi e organizzazioni estremiste che fomentano la piazza. Abbiamo solo le seconde, per fortuna. Abbiamo cioè un processo di radicalizzazione in corso, con i vari step che da un generico antagonismo procedere per estremizzazioni e violenze successive, ma che non è giunto al suo ultimo gradino, il terrorismo. Al terrorismo si giunge quando le persone radicalizzate entrano in clandestinità, per esempio, e delle persone di un centro sociale non sono in clandestinità.
Tutto questo per sottolineare che se poi spuntano, com’è capitato a metà febbraio di questo anno, lettere come il documento firmato Nuclei Operativi Armati (Noa), che annuncia «la lotta armata di liberazione», la «lotta di liberazione contro il Tav» e un «tribunale rivoluzionario» che «condanna a morte» alcune persone ritenute «responsabili della repressione in atto», tale pericolosa dinamica potrebbe non essere solo l’approdo naturale di una minoranza del movimento che decide di passare alla minaccia terroristica, ma anche il risultato di una carenza: 1) di cultura della politica sul processi di radicalizzazione; 2) degli interventi delle autorità nella prevenzione del terrorismo; 3) di riflessione della Magistratura per uniformare i criteri di valutazione sull’uso della “finalità di terrorismo”.
L’allarmismo che scaturisce dal clima violento ed intimidatorio creatosi in Val Susa, da una parte, e dalla risposta dello Stato che mette in campo l’accusa di terrorismo, dall’altra, richiederebbe un grande senso di responsabilità tra le parte, il movimento No-Tav, la magistratura, la politica in modo da elidere alibi e utili ipocrisie e cercare di riportare il conflitto sulla TAV a livello accettabile.
Qualche settimana fa, in occasione di un intervento pubblico dell'ex Procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, contestato da una manifestazione fuori dalla sede della circoscrizione in cui si svolgeva, ho provato ad imbastire il seguente ragionamento. Caselli stesso, ritenuto dai contestatore No Tav ispiratore dell'accusa di terrorismo nel processo in oggetto, aveva riconosciuto nel suo intervento che la tipologia di violenza politica che si esprime nel movimento contro l'alta velocità non è paragonabile con le bande armate degli anni di piombo, e da lì sono partito per far presente che negli ultimi anni, come denunciato in piena solitudine da Pietro Ichino e dall'Associazione Italiana Vittime del terrorismo, si è assistito ad un curioso esito processuale in almeno due casi: nel 2012 la sentenza della Cassazione contro le nuove Brigate Rosse aveva incredibilmente limitato la contestazione agli imputati al solo reato di «associazione sovversiva», assolvendoli dall’accusa di finalità terroristiche. Lo stesso è capitato l'anno scorso con la sentenza della Corte d’Assise di Roma che, dopo nove anni di processo, ha assolto dall’accusa di finalità terroristiche i due carcerieri dalle Falangi verdi di Maometto nel rapimento di quattro italiani in Irak nel 2004 in cui morì Fabrizio Quattrocchi.
Di fronte ad una tendenza a limitare la finalità di terrorismo in casi in cui sono coinvolti gruppi espressamente terroristi, è ragionevole domandarsi perché inserirla tra i capi di accusa ai 4 esponenti di centro sociali. Per quanto grave sia l'atto compiuto nel cantiere della TAV, una siffatta accusa - che rischia di decadere tra qualche anno in Appello o in Cassazione, come per altro capitato nel processo ai primi anarchici coinvolti in attentati in Val Susa venti anni fa - ottiene più probabilmente il risultato di radicalizzare ulteriormente il movimento No Tav. Alimenta cioè un processo di vittimizzazione, che nel mondo degli studi sul terrorismo è ben conosciuto, che costituisce la benzina con la quale i gruppi alimentano il grado di violenza della propria radicalizzazione fino a sfociare nel terrorismo vero e proprio.
Se negli anni ’70 i fenomeni violenti furono spesso sottovalutati nel loro evolversi verso il terrorismo, oggi non abbiamo una agire parallelo tra gruppi terroristi e organizzazioni estremiste che fomentano la piazza. Abbiamo solo le seconde, per fortuna. Abbiamo cioè un processo di radicalizzazione in corso, con i vari step che da un generico antagonismo procedere per estremizzazioni e violenze successive, ma che non è giunto al suo ultimo gradino, il terrorismo. Al terrorismo si giunge quando le persone radicalizzate entrano in clandestinità, per esempio, e delle persone di un centro sociale non sono in clandestinità.
Tutto questo per sottolineare che se poi spuntano, com’è capitato a metà febbraio di questo anno, lettere come il documento firmato Nuclei Operativi Armati (Noa), che annuncia «la lotta armata di liberazione», la «lotta di liberazione contro il Tav» e un «tribunale rivoluzionario» che «condanna a morte» alcune persone ritenute «responsabili della repressione in atto», tale pericolosa dinamica potrebbe non essere solo l’approdo naturale di una minoranza del movimento che decide di passare alla minaccia terroristica, ma anche il risultato di una carenza: 1) di cultura della politica sul processi di radicalizzazione; 2) degli interventi delle autorità nella prevenzione del terrorismo; 3) di riflessione della Magistratura per uniformare i criteri di valutazione sull’uso della “finalità di terrorismo”.
L’allarmismo che scaturisce dal clima violento ed intimidatorio creatosi in Val Susa, da una parte, e dalla risposta dello Stato che mette in campo l’accusa di terrorismo, dall’altra, richiederebbe un grande senso di responsabilità tra le parte, il movimento No-Tav, la magistratura, la politica in modo da elidere alibi e utili ipocrisie e cercare di riportare il conflitto sulla TAV a livello accettabile.
martedì 11 marzo 2014
EUROPE AGAINST TERRORISM: THE GLANCE OF THE VICTIM
By Cecilia Malmström – European Commissioner for Home Affairs
«Behind the images revealing the horror of terrorism, there is human tragedy, innocent people whose lives have been destroyed, families broken. There is the solitude of the victims and the meaning of their suffering, but also the solidarity and their hope for justice and recognition.
On this particular day, we stand together against terror: to ensure that those who have lost their lives to senseless acts of violence are not forgotten and that their memories are kept alive; to help survivors cope with what happened to them and their loved ones; to spread messages of non-violence and reconciliation; to prevent such tragedy from ever occurring again.
Victims of terrorism can help us in this daunting task. They are strong actors against extremists and to prevent vulnerable individuals to resort to violence. Their voices must be heard.
The exhibition “Europe against terrorism – The Glance of the Victim” financed by the European Commission is one of the contribution that victims can make to strengthen civil society attention towards the victims. The exhibition, initiated by the Miguel Angel Blanco Foundation, in partnership with the French and Italian Associations for Victims of terrorism (AFVT and AIVITER) is the first European exhibition on photos on terrorism in Europe from the point of view of the victims».
Participaron en la inauguración de la exposición fotográfica:
- Marimar Blanco. Presidenta de la Fundación Miguel Ángel Blanco.
- Luca Guglielminetti. Representante de la Asociación Italiana de Víctimas del Terrorismo –AIVITER.
- Guillaume Denoix de Saint Marc. Presidente de la Asociación Francesa de Víctimas del Terrorismo – AFVT.
- Francisco Fonseca. Director de la Representación de la Comisión Europea en España.
- Don Luis Aguilera. Subsecretario de Interior.
- Don Salvador Victoria. Consejero de Presidencia y Justicia de la Comunidad de Madrid.
- Doña Ana Botella. Alcaldesa de Madrid.
Discurso de Luca Guglielminetti en el acto inaugural
Gracias por su acogida y buenas tardes a todos Comienzo este breve discurso con las palabras que Maurizio Puddu el fundador de la Asociación Italiana de víctimas del terrorismo escribió en 1998 y que quedan recogidas en esta exposición.
“Sin duda, el terrorismo se extenderá a escala internacional. Nos veremos obligados a convivir con él como nueva forma de guerra. Tenemos que estar preparados para afrontar esta nueva forma de emergencia y evitar encontrarnos sin medios de prevención y respuesta, como nos ocurrió en Italia en los años de plomo".
Ese período histórico, entre 1969 y 1986 en que Italia fue devastada por una actividad terrorista con más de 400 asesinatos, más de 2.000 heridos en más 14.000 actos de violencia. Estas palabras se demostraron proféticas. Porque efectivamente la sospecha de nuestro primer presidente Puddu se hizo real. Tras los atentados en los EEUU del 11 de septiembre de 2001 y en Europa el 11 de marzo de 2004 fuimos conscientes de no estar suficientemente preparados para hacer frente a la terrible emergencia provocada por el "terrorismo internacional”.
Hoy, nos esforzamos por computar los innumerables ataques terroristas que se perpetran a diario en tantos puntos del planeta. Nuestra solidaridad y nuestros sentimientos hacia las víctimas han de desafiar a la insoportable frecuencia con que se cometen los actos terroristas y la distancia geográfica que nos separa de estos eventos horribles. Por eso, la opción de las instituciones europeas de apoyar a las víctimas del terrorismo y fortalecer sus asociaciones como forma prevención y respuesta a la violencia son un paso trascendental y en la dirección correcta. Este es un mensaje importante para todos los países.
La mirada y la voz de las víctimas recogidas en proyectos de carácter cultural como el que esta exposición representa, son un punto de apoyo esencial en la lucha contra el terrorismo. Ayer, en la Oficina de Representación de la Comisión Europea, en uno de los videos producidos por jóvenes estudiantes de una escuela en Turín, escuchamos a Vittorio Musso herido en un ataque terrorista en 1979: "Ni Adenauer, ni Schuman utilizaron el terrorismo o la violencia para resolver problemas y crear la Unión Europea".
Las víctimas del terrorismo con sus palabras y actos encarnan los ideales europeos de democracia, solidaridad y respeto al Estado de derecho que esta exposición tan bien refleja. Gracias por su amable atención
lunedì 10 marzo 2014
Stop Terrorism: video by students for a communication campaign
Demo spot for a campaign in favor of the victims of terrorism, by the students working group Dimmito, Porcu, Boscolo, Guerri e Fathi. 2BV class of the Institute "Abe Steiner" in Torino (Italy), in the framework of the European project C4C http://www.c4c-project.org.
That video has been presented at X European Day on Remembrance of Victims of Terrorism in Madrid #11M
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venerdì 7 marzo 2014
X European Day on Remembrance of Victims of Terrorism
Il 10 e 11 marzo si svolgeranno a Madrid le celebrazioni della X Giornata Europea in ricordo delle vittime del terrorismo, organizzate dalla Commissione Europea e delle Associazioni delle Vittime del terrorismo.
AIVITER parteciperà con una delegazione composta anche da: Giampaolo Giuliano, Massimo Coco, Luca Guglielminetti e dalla preside, un professore e due studenti dell’Istituto “Abe Steiner” di Torino, che con Aiviter stanno lavorando al progetto europeo “Contro-narrativa per la lotta al terrorismo” (C4C)
AIVITER parteciperà con una delegazione composta anche da: Giampaolo Giuliano, Massimo Coco, Luca Guglielminetti e dalla preside, un professore e due studenti dell’Istituto “Abe Steiner” di Torino, che con Aiviter stanno lavorando al progetto europeo “Contro-narrativa per la lotta al terrorismo” (C4C)
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mercoledì 15 gennaio 2014
Rafforzare la risposta dell’UE alla radicalizzazione e all’estremismo violento
Il comunicato stampa della Commissione Europea relativo ai primi due anni di attività della
rete RAN e i prossimi impegni in merito alle politiche per rafforzare la
risposta dell'UE alla radicalizzazione e all’estremismo violento.
Rafforzare la risposta dell’UE alla radicalizzazione e all’estremismo violento - Comunicato stampa della Co... by Luca Guglielminetti
Rafforzare la risposta dell’UE alla radicalizzazione e all’estremismo violento - Comunicato stampa della Co... by Luca Guglielminetti
giovedì 5 dicembre 2013
"Ending Terrorism in Italy" recensione italiana
Recensione di "Ending Terrorism in Italy": un libro che fornisce un contributo fondamentale per il passato e il futuro del nostro paese, analizzando come sia stata condotta e gestita la lotta al terrorismo sul piano legislativo e politico e le relative conseguenze che hanno reso problematica la chiusura della sua stagione, in particolare sotto il profilo dei due attori principali: i terroristi e le loro vittime.
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giovedì 21 novembre 2013
“Figli delle vittime. Gli anni settanta, le storie di famiglia”: appunti di una fonte
Quasi due anni fa, si segnalava che per la prima volta la ricerca
accademica, a distanza di oltre 30/40 anni dai fatti, iniziava a
studiare il terrorismo considerando rilevante e utile al suo lavoro la
testimonianza delle sue vittime (vedi L’accademia italiana di fronte agli anni di piombo).
Sui tre casi a me direttamente conosciuti, due lavori sono già stati recentemente pubblicati: da una parte, “Figli delle vittime. Gli anni settanta, le storie di famiglia” a cura di Maurizia Morini edito in Italia da Aliberti; dall’altra, “Ending Terrorism in Italy” di Anna Cento Bull e Philip Cooke, edito nel Regno Unito da Routledge.
Il
primo unisce ricercatori italiani e francesi: Antonio Canovi, Charlotte
Moge, Ilaria Vezzani, Jean-Claude Zancarini, Maurizia Morini che
gravitano intorno alla École Normale Supérieure de Lyon.
Il risultato sono 5 brevi saggi sulle narrazioni delle vittime del
terrorismo ( di cui uno dedicato invece alle vittime della mafia), in
particolare di figli e figlie delle vittime, e il loro ruolo
testimoniale, insieme a quello della loro associazioni, nella difficile
ricostruzione degli anni settanta del XX secolo.
A parte il capitolo
sulle testimonianze dei figli di vittime per mafia, che pare fuori
luogo, gli altri saggi seppur coerenti sul piano tematico, presentano
una certa diversità di approccio, tanto interpretativo che metodologico.
Il
primo capito “Familismo morale e richiesta di storia”, sottolinea il
capovolgimento del concetto di “familismo amorale”, cioè la tipicità
italiana di anteporre l’interesse familistico a quello verso le
istituzioni e il bene pubblico, in quanto l’attività delle associazione
e i libri delle vittime si fondano “su
valori di vita civile condivisa, di aspirazione alla giustizia e alla
verità, punti fondamentali per l’esistenza di una società civile...”. E’ giustamente sottolineato che ”le
memorie dei familiari delle vittime e il lavoro delle associazioni
hanno fornito elementi che hanno consentito di non dimenticare e di
cominciare a elaborare una memoria collettiva… a far nascere un
desiderio di verità che si auspica diventi desiderio di storia comune
condivisa”.
Il secondo capitolo di Ilaria Vezzani,
presentando una cronologia dei fatti dal 1969 al 1982, fornisce una loro
interpretazione che contiene analisi abbastanza discutibili, a partire
da quella nota - in voga tra molti ex terroristi rossi e insegnanti
‘democratici’ - che la scelta terroristica dei militanti di sinistra
fosse collegata/giustificata dalla strategia delle tensione, delle bombe
nere e le paure di un golpe fascista. Mentre l’autrice, partendo da
Pasolini, si sofferma sui fatti violenti del dopoguerra e negli anni ’60
propedeutici ai progetti eversivi della destra neofascista, nulla
riporta dei fatti violenti e delle riflessioni ‘rivoluzionarie’ che
avvenivano a sinistra, ad esempio con la rivista Quaderni rossi e quelle
che seguirono fino al ’68, propedeutici alla nascita del brigatismo, le
cui motivazioni e giustificazioni sono espressi chiaramente, col rigore
del marxismo leninismo, nella sterminata pubblicistica delle Brigate
Rosse (e non vi è motivo di dubitare che dissimulassero delle paure da
‘buoni democratici’). Va inoltre rilevato come le testimonianze di alcuni
dei fondatori delle Br - in particolare quella di Alberto Franceschini
raccolta da Giovanni Fasanella ( ‘Cosa sono le Br’ - Rizzoli editore)
- contraddicano completamente la tesi di Vezzali.
Il terzo
capito di Maurizia Morini è una comparazione dei “lessici familari”
delle narrazione contenute nei recenti libri di: Giovanni Berardi,
Mario Calabresi, Andrea Casalegno, Silvia Giralucci, Agnese, Giovanni e
Maria Fida Moro, Eugenio Occorsio, Sabina Rossa (con Giovanni
Fasanella), Benedetta Tobagi e Alberto Torregiani. Il risultato delle
comparazione delle storie di questi figli delle vittime del terrorismo è
una analisi corretta, ma modesta che meritava probabilmente maggiore
approfondimento e spazio. E’ inoltre rimasta priva, in quanto usciti
successivamente,dei libri di Luca Tarantelli e, soprattutto, di Massimo
Coco che si presenta certamente come anomalo in quel panorama (vedi la
recensione “Gli anni di piombo e la forza del destino”)
Concludo
sull’ultimo capitolo, scritto da Antonio Canovi, nel quale, però, devo
precisare subito che sono ‘parte in causa’ in quanto una delle fonti
orali di quel saggio dedicato alle tre realtà associative delle vittime
in Italia: la Casa della Memoria di Brescia, l'Associazione tra i
familiari delle vittime della stage alla stazione di Bologna del 2
agosto 1980, e l’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (Aiviter).
Intervistato il giorno in cui scrivevo il post
sull’accademia e gli anni di piombo, ad ottobre del 2012 ricevetti
dall’autore la bozza definitiva del saggio. Pochi giorni dopo risposi
scrivendo una lunga lettera il cui incipit è il seguente: “….mi vedo
obbligato a svolgere una serie di osservazioni al saggio che mi avete
gentilmente anticipato. Osservazioni che sinceramente non mi sarei mai
aspettato di dover stendere e che mi indurranno a dover valutare se
accordarvi l'utilizzo delle parti a me relative.”
Non lo
accordai, così nel libro compaio come fonte orale, ma la mia oralità è
assente esplicitamente e resa talvolta implicita, talvolta curiosamente
imputata a fattore trasversale delle tre associazioni. Ma non desidero
addentrarmi troppo nel merito di quella polemica. Sottolineo solo che il
risultato è ambiguo quanto basta. Già l’originale del saggio in bozza, e
quindi l'intenzione dell'autore, era incentrata all'80%
sull'Associazione di Bologna, questo è ancora più evidente nella
versione finale pubblicata. Il tutto senza in vero nulla aggiungere
all'esautivo saggio, già edito 10 anni fa, di Anna Lisa Tota, La città ferita.
Il
saggio si conclude, in modo esemplificativo, presentando il testo
integrale del manifesto commemorativo della strage alla stazione di
Bologna, per il 2 agosto 2012. Questo l’incipit a caratteri maiuscoli: “La
strategia delle stragi dal dopoguerra ad oggi ha impedito all’Italia di
diventare una democrazia compiuta. E’ nel cuore torbido delle
istituzioni che vanno cercati i mandanti”. Conclusione davvero
curiosa di un raccolta di saggi indirizzati alle narrazioni dei figli
delle vittime degli anni ’70. Le testimonianze di quegli anni le hanno
fatte i figli delle vittime del terrorismo rosso (e in un solo caso
nero, non stragista, come Occorsio), come si evince dallo stesso
capitolo terzo del libro, ma a Bologna sembrano più interessati a tutto
il dopoguerra italiano, disegnato come un Stato inquinato da un cuore
torbido. Mancava solo che aggiungessero “da attaccare”, per avere lo
slogan brigatista che svela l’equivoco di fondo del saggio di Antonio
Canovi e l'interpretazione faziosa del secondo capito di Ilaria
Vezzani.
Di tutt’altro spessore il saggio di Anna Cento Bull. Prossimamente…
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martedì 19 novembre 2013
Testimonianze delle vittime del terrorismo nelle scuole - Cosa fare e cosa non fare
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sabato 12 ottobre 2013
La Rete Ran Vvt a Roma
La Rete di sensibilizzazione al problema della radicalizzazione - RAN, isitutita dalla Commissione Europea. La “Voce delle Vittime del Terrorismo” (VVT) è uno dei gruppi di lavoro della RAN e si riunirà a Roma presso l'Università di Tor Vergata il 15 e 16 Ottobre 2013.
La Rete Ran Vvt a Roma by Luca Guglielminetti on Scribd
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mercoledì 26 giugno 2013
Dopo il caso Delnievo, la prevenzione verso il rientro dei combattenti in Siria
Qualche giorno fa è giunta in Italia la
notizia di un nostro connazionale morto in Siria, combattendo con l'ala
oltranzista della ribellione contro il regime di Bashar al-Assad. "Giuliano
Delnevo, 23enne genovese, si era convertito all'islam nel 2008. Di
famiglia non musulmana, si era avvicinato alla causa probabilmente
grazie alla predicazione online, in un percorso che lo aveva portato
alla radicalizzazione e ad avvicinarsi a gruppi estremisti." (vedi la sua storia qui)
Giampiero Massolo,
direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis)
sottolinea come l'Italia non sia un "bacino di reclutamento", ma che il
rischio di una radicalizzazione autonoma sia pur sempre presente. Il
vero problema non è infatti l’uscita di italiani verso la Siria, ma
soprattutto il rientro di cittadini europei, o meno, che dalla Siria
rientreranno in futuro in Europa, molti dei quali passando dall’Italia.
Il
punto critico, su cui si sono allertate alcune nazioni europee, i loro
ministri degli Interni e la Commissione Europea è infatti il numero
crescente di combattenti stranieri (foreign fighters) in Siria: il 90%
arriva da paesi come Libano, Yemen e dal Nord Africa, il 10% arriva
invece proprio dall’Europa. La vera preoccupazione è connessa ai rischi
del loro rientro nei rispettivi paesi di questo 10% e di una parte del
restante 90% come migranti. Un parte di loro, potrebbe infatti
rappresentare un serio pericolo per la sicurezza interna ai vari paesi UE,
trattandosi di soggetti, non solo radicalizzati, ma dotati di una
esperienza fattiva di combattimento che può trasferirsi nei nostri
paesi.
Si tratta allora di attivare delle misure preventive rivolte ad una adeguata formazione verso tutti coloro che lavorano alle frontiere,
in modo particolare alle nostre complicate frontiere, come Lampedusa.
Gli stessi cittadini europei infatti non potrebbero tornare nei
rispettivi paesi per via legale, essendo molti già conosciuti come
espatriati in Siria.
Tali misure
preventive riguardano una attività di formazione atta a fornire una
piena consapevolezza di questa pericolo ai soggetti coinvolti a vario
titolo nelle attività di frontiera e immigrazione: dalla polizia al
personale sanitario e di soccorso, dalle ONG che svolgono attività di
accoglienza e supporto ai migranti, ai leader delle comunità locali e a
quelli religiosi.
La "Rete sulla consapevolezza dei problemi della radicalizzazione" (RAN),
istituita dalla Direzione Generale Affari interni della Commissione
Europea, sta raccogliendo proposte e progetti concreti per attivare tali
misure preventive. C’è da augurarsi che il nostro governo le faccia poi
proprie non contando solo sulle sue ottime capacità di intelligence,
che per altro, fino ad oggi, ci hanno messo al riparo da attentati
terroristici di matrice jihadista.
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domenica 26 maggio 2013
Il professore e il terrorista: la strana congiunzione Chomsky-Adebolajo
"Aprile di solito è un buon mese
nel New England, l’inverno allenta la sua presa e appaiono i primi segni
della primavera. Ma non quest’anno. Boston è stata sconvolta
dall’attentato alla maratona del 15 aprile e dalle tensioni della
settimana successiva. Molti miei amici erano al traguardo quando le
bombe sono esplose. Altri abitano vicino al posto in cui è stato
catturato Dzhokhar Tsarnaev, il secondo attentatore. Il giovane agente
di polizia Sean Collier è stato ucciso davanti al mio ufficio. A noi
occidentali privilegiati non succede spesso di vedere cose che molti
altri, per esempio gli abitanti di un villaggio dello Yemen, vivono ogni
giorno." Scrive Noam Chomsky commentando l'attentato alla maratona di Boston.
A confermare questa osservazione dell'illustre insegnante di linguistica al Mit di Boston, sono giunte un mese dopo da Londra le parole dal 28enne Michael Adebolajo, il cittadino britannico di origine nigeriana convertitosi all’Islam nel 2001, che dopo l’omicidio del soldato Lee Rigby, si confessa con le mani sporche di sangue davanti ad una telecamera dichiarando: «Mi scuso con le donne che hanno dovuto assistere a questo oggi, ma nella nostra terra le donne devono vedere le stesse cose». (guarda il video)
La giustificazione dei fatti da parte del professor Chomsky e del terrorista Adebolajo collimano: l'orrore visivo osservabile nel villaggio dello Yemen o nelle terre della Nigeria giustifica la reazione (terroristica) che vuole presentare il medesimo raccapricciante spettacolo nelle città dell'Occidente.
Questo argomenta conferma l'assunto che il terrorismo si prefigge di raccontare le sue storie non attraverso lo sguardo delle vittime, ma attraverso quello degli spettatori.*
Nel racconto del terrorista è importante rimarcare che la vittima non è quella appena ammazzata, nel caso di Londra visibile a terra pochi metri dietro Michael Adebolajo mentre spiega di fronte ad una telecamera il motivo del suo gesto agli spettatori, ma è il suo gruppo 'etnico' che rappresenza le istanze di altre vittime.
Il 'trucco' narrativo presupposto di tali storie risiede nel fatto che istintivamente il lettore di Chomsky e l'ascoltatore di Adebolajo reputino:
1) che le violenze nello Yemen e nella Nigeria siano responsabilità tutte occidentali.
2) Che l'inizio della spirale delle violenza risieda nel 'peccato originale' dell'Occidente che dal colonialismo arriva alla guerra al terrorismo lanciata da Bush jr. dopo l'11/9.
3) Che la vittima più debole abbia qualche ragione a cercare una vendetta disperata.
Chi si prende la fatica di controllare le origini e le cause delle violenze in Yemen e in Nigeria?
Chi conosce a fondo la storia di quei due paesi lontani?
Chi si chiede se l'intervento occidentale nei paesi arabi o africani alimenti in ogni caso più violenza, o se sia peggiore la soluzione del non intervento, come in Siria?
Il paradosso è che il vecchio professore americano abbia ceduto alla logica narrativa in cui è caduto il giovane terrorista britannico. La logica per cui non la vittima reale, ma un gruppo 'etnico' che in nome delle vittima si 'vittimizza' e cerca un nemico, vero o presunto che sia, al quale chiedere conto e sul quale vendicarsi.
La stessa logica, seppur con storia capovolta, è stata utilizzata da Bush quando ha vittimizzato l'America del post 11 settembre e ha lanciato la guerra al terrorismo. Opzione che non era certo quella espressa dai sopravvissuti e dai familiari dei 3000 morti degli attentati, ma del quale il presidente USA ha voluto farsi interprete, alimentando così, a sua volta, una barbarica spirale di vendette e contro-vendette (oltre ad aver minato il fragile terreno delle garanzie e delle libertà democratiche).
Tale logica è stata finalmente spezzata dal presidente Obama pochi giorni fa, dichiarando terminata la guerra al terrorismo, ma di fatto era già cambiata durante il suo primo mandato nelle politiche di antiterrorismo della sua amministrazione. Come quando, ad esempio, sui siti web jihadisti il Dipartimento di Stato aveva sostituito la propaganda delle loro narrazioni con i dati sulle loro vittime, dai quali si comprendeva bene che i loro attentati terroristici colpivano essenzialmente solo altri mussulmani.
Il terrorismo si contrasta dunque restando sul terreno dello Stato di diritto, ma dal punto di vista narrativo, oltre che etico e civile, opponendo allo sguardo avvilito e terrorizzato dello spettatore, quello della vittima 'vera': quella di cui possono farsi interpreti solo i sopravvissuti o i familiari, e nessun altro (!): sia questi un capo dello stato, un esimio professore, o un giovane radicalizzato.
A confermare questa osservazione dell'illustre insegnante di linguistica al Mit di Boston, sono giunte un mese dopo da Londra le parole dal 28enne Michael Adebolajo, il cittadino britannico di origine nigeriana convertitosi all’Islam nel 2001, che dopo l’omicidio del soldato Lee Rigby, si confessa con le mani sporche di sangue davanti ad una telecamera dichiarando: «Mi scuso con le donne che hanno dovuto assistere a questo oggi, ma nella nostra terra le donne devono vedere le stesse cose». (guarda il video)
La giustificazione dei fatti da parte del professor Chomsky e del terrorista Adebolajo collimano: l'orrore visivo osservabile nel villaggio dello Yemen o nelle terre della Nigeria giustifica la reazione (terroristica) che vuole presentare il medesimo raccapricciante spettacolo nelle città dell'Occidente.
Questo argomenta conferma l'assunto che il terrorismo si prefigge di raccontare le sue storie non attraverso lo sguardo delle vittime, ma attraverso quello degli spettatori.*
Nel racconto del terrorista è importante rimarcare che la vittima non è quella appena ammazzata, nel caso di Londra visibile a terra pochi metri dietro Michael Adebolajo mentre spiega di fronte ad una telecamera il motivo del suo gesto agli spettatori, ma è il suo gruppo 'etnico' che rappresenza le istanze di altre vittime.
Il 'trucco' narrativo presupposto di tali storie risiede nel fatto che istintivamente il lettore di Chomsky e l'ascoltatore di Adebolajo reputino:
1) che le violenze nello Yemen e nella Nigeria siano responsabilità tutte occidentali.
2) Che l'inizio della spirale delle violenza risieda nel 'peccato originale' dell'Occidente che dal colonialismo arriva alla guerra al terrorismo lanciata da Bush jr. dopo l'11/9.
3) Che la vittima più debole abbia qualche ragione a cercare una vendetta disperata.
Chi si prende la fatica di controllare le origini e le cause delle violenze in Yemen e in Nigeria?
Chi conosce a fondo la storia di quei due paesi lontani?
Chi si chiede se l'intervento occidentale nei paesi arabi o africani alimenti in ogni caso più violenza, o se sia peggiore la soluzione del non intervento, come in Siria?
Il paradosso è che il vecchio professore americano abbia ceduto alla logica narrativa in cui è caduto il giovane terrorista britannico. La logica per cui non la vittima reale, ma un gruppo 'etnico' che in nome delle vittima si 'vittimizza' e cerca un nemico, vero o presunto che sia, al quale chiedere conto e sul quale vendicarsi.
La stessa logica, seppur con storia capovolta, è stata utilizzata da Bush quando ha vittimizzato l'America del post 11 settembre e ha lanciato la guerra al terrorismo. Opzione che non era certo quella espressa dai sopravvissuti e dai familiari dei 3000 morti degli attentati, ma del quale il presidente USA ha voluto farsi interprete, alimentando così, a sua volta, una barbarica spirale di vendette e contro-vendette (oltre ad aver minato il fragile terreno delle garanzie e delle libertà democratiche).
Tale logica è stata finalmente spezzata dal presidente Obama pochi giorni fa, dichiarando terminata la guerra al terrorismo, ma di fatto era già cambiata durante il suo primo mandato nelle politiche di antiterrorismo della sua amministrazione. Come quando, ad esempio, sui siti web jihadisti il Dipartimento di Stato aveva sostituito la propaganda delle loro narrazioni con i dati sulle loro vittime, dai quali si comprendeva bene che i loro attentati terroristici colpivano essenzialmente solo altri mussulmani.
Il terrorismo si contrasta dunque restando sul terreno dello Stato di diritto, ma dal punto di vista narrativo, oltre che etico e civile, opponendo allo sguardo avvilito e terrorizzato dello spettatore, quello della vittima 'vera': quella di cui possono farsi interpreti solo i sopravvissuti o i familiari, e nessun altro (!): sia questi un capo dello stato, un esimio professore, o un giovane radicalizzato.
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*Si veda: Terrorism, Media, and the Ethics of Fiction a cura di Philipp Schweighauser, Peter Schneck, p. 42
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lunedì 13 maggio 2013
Premiati gli studenti del progetto in memoria delle vittime del terrorismo
Leggi articolo: "Premiati gli studenti del progetto in memoria delle vittime del terrorismo e lectio magistralis del prof. Orsini"
Torino, 2 maggio 2013.
Lectio magistralis del prof. Alessandro Orsini, a Palazzo Lascaris, nella sede del Consiglio regionale del Piemonte, prima della premiazione degli studenti, del liceo Alfieri, che hanno partecipato con successo al programma didattico, "Memoria Futura: da ieri a domani - ricordare per saper vedere". Prima della presentazione dei lavori da parte degli studenti, il vicepresidente del Consiglio regionale, Roberto Placido, ha ricordato l'importanza dell'attività dell'Associazione italiana vittime del terrorismo (Aiviter).
Interviste Alessandro Orsini, docente universitario e Dante Notaristefano presidente AiviterLectio magistralis del prof. Alessandro Orsini, a Palazzo Lascaris, nella sede del Consiglio regionale del Piemonte, prima della premiazione degli studenti, del liceo Alfieri, che hanno partecipato con successo al programma didattico, "Memoria Futura: da ieri a domani - ricordare per saper vedere". Prima della presentazione dei lavori da parte degli studenti, il vicepresidente del Consiglio regionale, Roberto Placido, ha ricordato l'importanza dell'attività dell'Associazione italiana vittime del terrorismo (Aiviter).
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