domenica 27 agosto 2017

Paradosso siriano e foreign fighter: il nodo di quello che è terrorismo



La doppia emergenza costituta l'una del flusso immigratoria e l'altra dal terrorismo internazionale, si ritrovano spesso legate dal concetto giuridico di cittadinanza. Se intorno alla prima suonano domande relativi a quali migranti abbiano diritto di acquisire la cittadinanza, su quale base ottenerla, il sangue o il suolo, e in che tempi. La domande intorno al terrorismo riguardano quello strumento di contrasto costituito dal privare il terrorista della cittadinanza.
L'ex presidente francese François Hollande aveva annunciato di voler attuare tale misura nell'interesse della sicurezza nazionale, dopo gli attacchi su Parigi del 13 dicembre 2015. L'Olanda l'ha recentemente attuata per quei cittadini dotati di doppia cittadinanza, così come Israele già da tempo.

Privando della cittadinanza nazionale il terrorista originario di altro paese e dotato anche della cittadinanza originaria, l'intento dello Stato è quello di rendere più difficile il rientro di quei suoi cittadini diventati combattenti all'estero (foreign fighter). Privati della cittadinanza del paese occidentale "ospitante", il foreign fighter si ritrova perseguitato non solo dalle leggi di contrasto al terrorismo, ma anche di quelle di contrasto all'immigrazione illegale.

Quei terroristi che esercitano il crimine fuori dal contesto nazionale presentano però, al di là che abbiano o meno una doppia cittadinanza, un problema di legittimità di grande rilievo per il paese che vuole incriminarli. Il reato si compie infatti fuori della legittima competenza territoriale.

Se "capitani di ventura" e mercenari esistono da tempi lontani, altri combattenti non sono stati mossi dal "vil denaro", ma da "nobili ideali". Basti pensare a quel nostro padre della patria che si chiama Garibaldi, che prima e dopo le guerre italiane, inclusa la famosa Spedizione dei Mille, combatté in Sud America e in Francia. O ai fuoriusciti sotto il fascismo che andarono a combattere nella Guerra di Spagna, prima di unirsi alla Resistenza italiana. O ancora quei giovani italiani che recentemente sono andati a combattere con i curdi siriani del Rojava contro l'IS.

In base a quelle diritto un Stato persegue legalmente un suo cittadino che combatte in uno scenario bellico nel quale non è coinvolto e parte in causa?

La risposta la troviamo nell'ultimo decreto antiterrorismo, il decreto legge 18 febbraio 2015, n. 7, convertito nella legge 17 aprile 2015, n. 43 intitolato "Misure urgenti per il contrasto del terrorismo, anche di matrice internazionale": nella partecipazione ad un conflitto all'estero a sostegno di organizzazioni terroristiche.
Quindi i giovani dell'area antagonista anarchica dei centri sociali che vanno in Rojava non infrangono la legge, mentre chi si unisce allo Stato Islamico, sì.

Il carattere equivoco intorno all'uso della connotazione di "terrorismo", si palesa bene in questa circostanza specifica.


Da una parte non si nota che chi va a combattere fuori con gruppi legittimi, al suo rientro sa usare le armi e potrebbe essere tentato di utilizzarle in Italia, come hanno fatto i reduci delle campagne in Sud America e in Spagna in occasione dell'Unità d'Italia e della Resistenza.
Dall'altra non si nota che il movente di molte adesioni all'IS, uno dei "nobili ideali", è quello di combattere un regime, quello siriano di Assad, a sua volta promotore di un terrorismo di Stato. Quello che ha assunto una nuova ignobile forma segnalata da John Horgan in Psicologia del terrorismo, costituita dal colpire selettivamente bambini: 11.000 quelli uccisi dal regime solo dall'inizio del conflitto alla fine del 2013 (Oxford Reseach Group).

Il paradosso siriano è che non è rimasto nessuno a combattere legittimamente il terrorismo di Stato di Assad. Ad eccezione di qualche bombardamento made in USA, chi lo fa è oggi ricondotto alla causa del jihadismo globale. Quale argomento migliore per la sua causa della rinuncia occidentale a combattere uno Stato terrorista vero, dopo le accuse false al leader iracheno Saddam Hussain all'origine dell'instabilità geopolitica di quell'area?

giovedì 24 agosto 2017

La coscienza politica della vittima del terrorismo: il caso tedesco di Corinna

Nel 2012 incontro alla sede della Fondazione Adenauer di Roma, Julia Albrecht e Corinna Ponto. Sono le autrici del libro Patentöchter. Im Schatten der RAF - ein Dialog (Verlag Kiepenheuer & Witsch , 2011), in italiano: "Figliocce. All'ombra della RAF - Un dialogo".
I loro padri sono i rispettivi padrini l'uno dell'altra, due famiglie unite quindi a cui capita che nel 1977 il padre di Corinna, Jürgen Ponto, presidente del consiglio di amministrazione della Dresdner Bank, sia ucciso dalla Rote Armee Fraktion (RAF) col particolare tragico che a far entrare in casa Ponto il gruppo di fuoco dei terroristi fu la sorella di Julia, Susanne Albrecht, utilizzando la sua familiarità. Le due famiglie fatalmente troncarono ogni contatto fino a quando, trent'anni dopo i fatti, Julia scrive a Corinnna e si ritrovano a parlare su una panchina di una piazza di Berlino e scambiarsi le rispettive memorie, dalle quelli prenderà il via l'idea di scrivere il libro.
Un libro che è la storia di una presa di coscienza politica di familiari in un paese senza associazioni delle vittime del terrorismo.
Coinvolsi le due Autrici nel gruppo di lavoro della RAN sulla voce delle vittime del terrorismo, e, due anni dopo in occasione del 10° anniversario della strage di Atoche a Madrid e Giorno della memoria europeo, l'11 marzo 2014, Corinna rilascia questa intervista per un progetto europeo diretto dall'associazioni francese AfVT.

mercoledì 19 luglio 2017

Psicologia del terrorismo: la rassegna critica di John Horgan





La rassegna critica sugli studi di psicologia del terrorismo condotta da John Horgan, tradotta in italiano da Edra nella revisione del 2014, evidenzia un quadro che lo stesso Autore definisce 'sconfortante', anche se meno di quanto paventato nella sua prima edizione del 2005: "le attuali analisi sul terrorismo rimangono a breve termine, contingenti, spesso carenti di dettagli, politicizzate e molto specifiche".

Se in una analoga revisione negli anni '80 del XX secolo, la ricerca accademica sul terrorismo veniva descritta "come una realtà di piccola scala, addirittura periferica, nella maggior parte delle università" (Wilkinson, 1986), la mole di studi e ricerche, successivi all'11 settembre 2011, non ha migliorato la situazione dal punto di vista qualitativo. Errori di metodo, di raccolta, verifica ed interpretazione dei dati, mancata ricerca sul campo, hanno reso i risultati scarsi e poco utilizzabili per gli attori dell'antiterrorismo: decisori politici e forze di sicurezza e intelligence.
"La tendenza degli studiosi di concentrarsi esclusivamente sulla propria disciplina" e quindi la difficoltà di integrare diverse conoscenze per un approccio multidisciplinare di un fenomeno complesso, è stato un ulteriore fattore dell'insuccesso dei risultati ottenuti, secondo Horgan, che però giustamente sottolinea, nel primo capitolo, quello che è uno dei punti più critici: l'ambiguità dello stesso termine terrorismo, con le difficoltà a trovare una comune definizione che lo circoscriva chiaramente.

Una delle 'deviazioni' che l'Autore giudica più dannose è stata quella della ricerca che si è indirizzata sulla radicalizzazione con l'intento di definire profili e modelli predittivi che spiegassero "chi è il terrorista". Horgan propone invece un approccio indirizzato al comportamento terroristico che analizzi le tre fasi del modello IED (Involvement, Engagement e Disengangement) tenendo conto dei vari ruoli in seno alle organizzazioni eversive (compresi quelli che non necessariamente prevedono la pratica delle violenza) e focalizzandosi su comportamenti, dinamiche e relazioni di gruppo.
"Sono le analisi comportamentali a offrire spunti più proficui alla ricerca", sostiene l'Autore che però resta comunque giustamente scettico sul fatto che si possano individuare 'fattori di rischio' non generici e quindi dotati di valore predittivo.

Horgan presenta molti spunti di ricerca, compresi alcuni che parrebbero suonare paradossali come la domanda "perché così tanti non si dedicano al terrorismo?", ma anche sfide al mondo della politica, il cui processo decisionale "è quasi sempre completamente inefficace nella gestione del terrorismo".
"Siamo ben consapevoli di come certe risposte ai movimenti terroristici, in realtà, aumentino il supporto al terrorismo contro lo Stato, ma i governi ritengono che l'unico trattamento da riservare ai terroristi sia quello meritato dai codardi, altrimenti temerebbero di apparire disumani e insensati."
E prosegue con con raro e lucido pragmatismo: "noi sappiamo già come, sotto molti aspetti, probabilmente non dovremmo rispondere al terrorismo". La questione di "come combattere i terroristi" in ultima analisi è una questione di priorità da assegnare ai propri obiettivi: "Che cosa volgiamo fare? Se l'eliminazione dei terroristi è un obiettivo fondamentale per un governo, allora le implicazioni diventano ovvie, come stiamo osservando su larga scala con il programma droni".

Un testo quindi molto interessante, sul quale viene l'impulso di portare la critica anche oltre i confini esplorati dal professore americano.
In questa sede mi concentro su una sola osservazione che, proprio dal punto di vista empirico, mi pare costituisca un limite di conoscenza delle politiche, comprese quelle ufficialmente promosse dagli USA, almeno ai tempi di Obama.
Nell'ultimo capitolo l'Autore solleva una critica, che sappiamo connessa alla ricerca sulla radicalizzazione violenta, alle politiche di "contrasto all'estremismo violento" (CVE): "non è chiaro il modo esatto in cui tale obiettivo possa essere raggiungo o che cosa venga di fatto prevenuto".
Nel momento in cui scriveva (2013) l'Autore forse non aveva ancora conoscenza della quantità di programmi e progetti attuati in molti paesi di prevenzione/contrasto degli estremismi violenti.
Pur riconoscendo che è assai difficile misurarne l'efficacia, queste politiche segnano comunque, se non una inversione, una cambiamento di paradigma nella lotta al terrorismo.
Se infatti gli studi sulla radicalizzazione hanno prodotto, da una parte, una serie di strumenti discutibili per monitorare e valutare il grado di involvement dei soggetti a rischio (ad esempio nelle prigioni); dall'altra, hanno prodotto la consapevolezza che la risposta securitaria da sola sia insufficiente ad affrontare il fenomeno, ammettendo che un eccesso, per non dire abuso, di uso della forza sia controproducente: fatto sul quelle Horgan sicuramente converebbe.
In altri termini, se un esito degli studi sulla radicalizzazione sono stati strumenti di Risk Assessment indirizzati esclusivamente ai soggetti a rischio di terrorismo di matrice jihadista, sulla cui efficacia  è lecito dubitare; le politiche di CVE si sono rivolte, nel maggior parte dei casi e dei paesi, a tutti gli estremismi violenti, cioè di ogni matrice, con un approccio multi-agenzia che investe anche soggetti pubblici e privati esterni al mondo della sicurezza, per intervenire a livello locale prima che i reati vengano commessi. Politiche e programmi, che almeno nei migliori dei casi, hanno un portato politico che spesso sfugge, ma che Horgan credo potrebbe apprezzare, rappresentato dal fatto che si affrontino i conflitti politici apertamente, prima che intervengano cattivi maestri, reclutatori e quanti altri alimentano la deriva violenta di una causa.

mercoledì 12 luglio 2017

Lotta al terrorismo e prevenzione della radicalizzazione: vantaggi e debolezze italiane

Che cosa sta facendo il nostro Paese in tema di prevenzione del terrorismo e della radicalizzazione violenta.
Intervista all'emittente 7Gold - Emilia Romagna del 4 luglio 2017.

martedì 11 luglio 2017

Charlie e gli 11.0000. Ovvero Storytelling Vs Ricerca


Una singola storia, ad esempio quella del piccolo Charlie che sta attirando l'attenzione e schierando fiananco i leader mondiali, appassiona assai più dei numeri; ad esempio 11.000, il numero dei bambini siriani uccisi dal regime di Assad solo dall'inizio del conflitto alla fine del 2013 (Oxford Reseach Group). 
Una storia di cui sappiamo i nomi, i ruoli dei personaggi con i loro desideri e sofferenze, è una notizia sulla quale discutere e accalorarsi. I numeri freddi di una strage che introduce una nuova fattispecie di terrorismo di Stato in quanto mira a piegare la popolazione colpendo intenzionalmente i bambini, è un fatto che non accalora nessuno, salvo i diretti interessati. 
Scrivo questo non per sterile moralismo, ma per far notare come, di fronte ai fatti che ci presenta il mondo, siamo assai più attratti e coinvolti dello storytelling propinato dai media che dai dati empirici, propinati dalla ricerca. 
Questa dinamica, ben nota alle scienze cognitive, per cui siamo "predisposti" assai più al linguaggio delle storie che a quello dei numeri, ha importanti riflessi nella nostra selezione dei fatti, nella loro interpretazione/percezione e, in ultima analisi, sulle scelte politiche che ciascuno di noi poi compie.

p.s. lo stesso caso denota bene la distonia tra sentimento e scienza: il piccolo è ormai una cavia preda di egoismi e protagonismi estremi.

giovedì 6 luglio 2017

Tackling polarisation at the local level in Turin

In the frame of the workshop of the Eu project RASMORAD, Raising Awareness and Staff MObility on RADicalisation in Prison and Probation services, leaded by the Italian Ministry of Justice, on last 5 July 2017 in Rome, I shared the several experiences in preventing radicalisation in the city of Turin with the governor and prison police chief officer from the prison institution in Turin and the representatives of U.C.O.I.I.


sabato 1 luglio 2017

Formazione alla polizia municipale di Bologna

Tra resilienza e sicurezza delle comunità, il ruolo chiave delle polizia di prossimità nella prevenzione della radicalizzazione violenta. Il progetto europeo LIAISE2 di EFUS a Bologna.

  


 Documento finale del progetto: "Autorità locali contro l'estremismo violento"

martedì 13 giugno 2017

Prevenzione locale della radicalizzazione a Torino

A distanza di due anni dalla precedente audizione alla Commissione legalità della Consiglio comunale di Torino, riprende il percorso del Tavolo di lavoro sulla prevenzione della radicalizzazione violenta.
Da allora, oltre all'attività didattica del corso "Islam, radici, fondamenti e radicalizzazioni violente", nato in seno a quel Tavolo di lavoro, altre iniziative sono sorte in città: tutte quelle presentate al convegno "Verso un approccio reglionale alla prevenzione della radicalizzazione", il 10 aprile scorso.





domenica 11 giugno 2017

Psicologia dell'emergenza e resilienza, gli assenti di Piazza San Carlo e del terrore

Quanto si è visto in Piazza San Carlo non è diverso dalla fuga precipitosa di un branco di gazzelle o l'alzarsi in volo improvviso di uno stormo di uccelli a seguito di un pericolo vero o percepito tale.
Le impressionanti immagini che osserviamo dall'alto delle persone in fuga è la presa diretta dell'attivazione, in poche frazioni di secondi, del sistema nervoso simpatico di migliaia di persone che prende il comando emotivo e fisico dei loro corpi aumentandone il battito cardiaco, la pressione sanguigna, la disponibilità di glucosio per i muscoli che devono far scattare la fuga.


Contemporaneamente ogni facoltà superiore, razionale, viene inibita; quindi in quei pochi secondi migliaia di corpi 'pensano automaticamente' solo in termini 'mors tua, vita mea'. Da qui la possibilità di travolgere e calpestare senza pietà chiunque: unico pilota, la paura cieca.
Al di là delle polemiche sull'organizzazione, quanto colpisce è il fatto che l'enorme numero di feriti sia contabilizzato e comunicato dai media e dalla politica in termini essenzialmente sanitari, ma non in termini psicologici, cioè di trauma.

Se la coincidenza temporale con l'attentato del Tower Bridge a Londra ha fatto sprecare molte parole su paralleli insensati con il terrorismo, come causa del panico sviluppatosi a Torino; quanto invece accomuna i due fenomeni è sul piano delle conseguenze traumatiche di chi si è trovato coinvolto in quei fatti distinti e distanti.
Negli individui esposti a eventi terrorizzanti, infatti, la paura può restare profondamente impressa nei meandri della psiche per molto tempo con disturbi che, un secolo fa, dopo la Prima Guerra mondiale, venivano definiti da "scemo di guerra", e che, dopo la guerra del Viet-Nam, negli anni '70 la ricerca clinica sui reduci ha definito "disturbo post-traumatico da stress", o DPTS.
L'elaborazione dei fatti violenti vissuti, quando si è rischiato di morire o di dare la morte ad altri, e per i familiari di chi è morto, è un processo complesso che richiede, in alcuni casi, non meno cure delle ferite fisiche.
Queste cure, come ha giustamente sottolineato l'unica voce che si è sentita in questi giorni, l'amico Luciano Peirone, curatore del libro "La vita ai tempi del terrorismo" (qui scaricabile), sono essenzialmente due: la psicoterapia e la resilienza. La prima è condotta dagli psicologi dell'emergenza, la seconda dalla capacità di reagire alimentando la coesione sociale delle comunità da parte delle loro classi dirigenti.

Di questo non c'è ombra di dibattito, né tanto meno di servizi e politiche che si prendano in carico del trauma di Piazza San Carlo: la prima, la psicoterapia, è lasciata al mondo del volontariato, la seconda, la resilienza, non è in agenda di nessun soggetto pubblico, politico o civile.

Questo a Torino in Italia…

Il trauma specifico che si innesta con il fenomeno terroristico è stato oggetto di un seminario europeo che si è tenuto a Madrid l'8 e 9 giugno: "Providing Integral and Specialised Assistance to Victims of Terrorism .
Tale trauma ha una valenza particolare, che lo rende diverso dai fatti di Piazza San Carlo o da una catastrofe naturale, perché ha un portato nella dimensione politica collettiva che scaturisce dalla natura politica della violenza subita. La specificità del trauma da terrorismo è che colpisce e mina in profondità il contratto sociale; non investe solo le vittime dirette ed indirette, ma tutta la società civile e politica, per usare le parole spese a Madrid dall'amico Dominique Szepielak, psicologo dell'Associazione francese delle vittime del terrorismo.


Il punto è che in Italia, né per le vittime dei traumi di fatti come quello Piazza San Carlo, né per quelle del terrorismo, ci sono politiche pubbliche d'intervento: psicologia dell'emergenza e resilienza  delle comunità sono lasciate alla buona volontà dei singoli… l'ennesimo vergognoso ritardo italiano.

lunedì 5 giugno 2017

Marshall McLuhan, il terrorismo come teatro


"Era il febbraio 1978 - l’Italia era in piena emergenza terrorismo e poche settimane dopo avrebbe vissuto il rapimento e la barbara uccisione (dopo 55 giorni di prigionia) di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse - quando il sociologo canadese ed esperto di comunicazione Marshall McLuhan rilasciò un’intervista a Il Tempo in cui invitava a far calare il buio totale sugli uomini del Terrore."
Così il Tempo ripresenta l'intervista sulla quale si può ben riflettere ancora oggi.

McLuhan, partendo dalla considerazione che lo scopo primario delle azioni terroristiche è raggiungere la massima pubblicità attraverso i media per intimorire ed educare, illustrava con lucidità che «il terrorismo è una forma di teatro: dando coverage (ndr, copertura mediatica) al terrorista gli si offre un palcoscenico e un copione».


Sono stati fatti tentativi di imporre il silenzio stampa, sia negli Anni di piombo che successivamente, e ancora oggi, nei casi di rapimento.
Utilizzare il silenzio in una società aperta non è però possibile, e neppure eticamente accettabile. Nell'epoca dei social media poi risulta semplicemente impossibile censurare alcunché, almeno fino a quando alla Rete sia garantita una certa neutralità.
Certamente tg che 24 ore su 24 replicano le immagini di una strage mettendo intorno qualche analisi stringata, quando non superficiale, dai tempi  televisivi o dagli spazi di testo dei social, è un evidente vantaggio per gli autori dell'attentato.

L'osservazione successiva - "la polizia per prima avrebbe il dovere di mettere il blackout su tutte quelle notizie e informazioni che possono comunque aiutare, direttamente o indirettamente, i nemici dello Stato" - è stata da allora praticata dalle forze di sicurezza, ma con gravi e frequenti "buchi". Talvolta clamorosi come recentemente nel dopo-Manchester, con tanto di incidente diplomatico UK-USA per la fuga di notizie passate dagli inglesi agli americani.
Dopo ogni attentato abbiamo la cantilena politica della mancata prevenzione per carenza di collaborazione tra i servizi di intelligence dei vari paesi, ma non è difficile comprendere che le diverse nazioni, coi loro servizi, hanno interessi talvolta diversi e divergenti, anche quando 'cugine' e alleate, e anche di fronte alle sfida dei terrorismi.

Più interessante il consiglio ulteriore di McLuhan che segue: "Dico di più: visto lo sviluppo che sta prendendo il terrorismo politico, proprio grazie all’uso spregiudicato e intelligente che sa fare dei media, sarebbe il caso che i governanti ricorressero ad una sorta di contro informazione, volutamente vaga e in certi casi addirittura falsa per sconvolgere i piani dei terroristi."
Tale consiglio fu forse preso in considerazione poche settimane dopo la sua uscita nell'intervista su Il Tempo: il falso comunicato n. 7 della Brigate Rosse che annuncia l'avvenuta esecuzione di Moro, il cui corpo si sarebbe trovato nel lago della Duchessa. Secondo alcuni un esperimento di psicologia sociale per testare l'effetto sull'opinione pubblica dell'annuncio della morte dello statista democristiano. 
Certamente è stato preso alla lettera dopo il più clamoroso attentato di questo secolo: nella "War on Terror" successiva all'11 settembre 2001, con le famose bugie di Bush e Blair sulle armi di distruzione di massa nel'Irak di Saddam Hussein.
In questo secondo caso sappiamo che non hanno sconvolto affatto i piani dei terrorismi, anzi: senza la preventiva destabilizzazione dell'Irak sarebbe stato probabilmente impossibile vedere l'insorgere dell'IS, o Daesh, nelle forme e dimensioni che conosciamo.

Tutto ciò, in vero, non è responsabilità di McLuhan: il consiglio era in fondo ingenuo. La dinamica della contro-informazione non era proprio una novità degli anni '70 del '900. Il rapporto tra le propagande nelle guerre, come nei conflitti terrorismi/Stati, è assai più complesso e antico.

L'intuizione però forse più feconda del pensatore canadese è la metafora teatrale del rapporto tra terrorismo e media. Già dagli anni '80 gli studiosi iniziarono giustamente  a parlare di rapporto simbiotico tra i due termini.


Quanto però vorrei qui sottolineare è l'utilità di estendere, la metafora della "forma di teatro", dal concetto di terrorismo a tutti i conflitti. Nel senso che, da un certo punto di vista, tutti i poteri, contro-poteri inclusi, sono rappresentazioni. Rappresentazioni teatrali dotate di narrative da propagare/propagandare, con i mezzi di comunicazione a disposizione, per convincere noi a giocare il nostro ruolo "in commedia", che diventa "in tragedia" quando il conflitto è violento.
Interesse dei promotori dei conflitti è attirare la maggior parte degli attori nel proprio campo, spingerci a schierarsi in modo manicheo. Ci sono ruoli da coprire a disposizione per tutti, su entrambi i fronti: dal militante da tastiera a quello con le armi.
Il fattore chiave è proprio la comunicazione: intorno al terrorismo, e ai vari conflitti, avviene sempre una guerra di parole, uno scontro di narrative con le loro verità e bugie.
Quello che conta allora, in ultima analisi, è quali voci scegliamo di ascoltare per farci la nostra idea di quello che ci succede interno e provare, se  è il caso, a cambiare il copione e il ruolo propinatoci.

venerdì 2 giugno 2017

Lorenzo Vidino, il lavoro della commissione sulla radicalizzazione

Lorenzo Vidino, il lavoro della commissione sulla radicalizzazione from Kore on Vimeo.
La Commissione di studio sul fenomeno della radicalizzazione e dell*estremismo jihadista.
Intervento di Lorenzo Vidino, George Washington University, coordinatore della Commissione, al convegno "Verso un approccio regionale alla prevenzione della radicalizzazione", Torino 10 aprile 2017.
Presentazione del convegno: http://bit.ly/2s1jlqD
Agenda dai lavori: http://bit.ly/2rMPUZw