giovedì 25 luglio 2019
Ending PVE Work at the Juvenile Prison of Florence
The second PVE laboratory at the juvenile prison in Florence has also been completed. Among the outcomes by the young inmates also a rap song that I hope to be able to spread in the future. Thanks to Valeria Collina, mother of one of the 3 perpetrators at LondonBridge terror attack, and to the facilitators for their lively participation and hard work.
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venerdì 12 luglio 2019
Jihadisti, ultras o neonazisti: la rieducazione a Torino
Dopo la condanna del jihadista Halili e le indagini sui neonazi della tifoseria juventina a Torino si coordinano gli attori multi-agenzia per attivare percorsi di deradicalizzazione e uscita dai gruppi estremisti violenti.
Articolo da la Repubblica Torino del 12-7-2019
Articolo da la Repubblica Torino del 12-7-2019
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sabato 22 giugno 2019
Local best practices in victims support and prevention of violent extremism
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| Da sinistra: Maria Bottiglieri, Tiziana Celli, Luca Guglielminetti, Fabio Sbattella e Maria Teresa Fenoglio. |
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giovedì 20 giugno 2019
Emotions and feelings behind propaganda
Working on positive/negative emotions and feelings behind propaganda leading to radicalisation with the Azerbaijanis and Algerians students at 'Prevenzione e contrasto alla radicalizzazione, al terrorismo e per le politiche di integrazione e sicurezza internazionale' (MaRTe) Master - Università degli Studi di Bergamo.
giovedì 13 giugno 2019
Seminario a Torino: “Terrorismo. Vittime contesti e resilienza”
Venerdì 21 giugno dalle 14.00 alle 18.00 avrà luogo, nella sala delle Colonne del Comune di Torino (Piazza Palazzo di Città, 1), il seminario “Terrorismo. Vittime contesti e resilienza”, dal titolo della recente pubblicazione della Unità di Ricerca in Psicologia dell’Emergenza della Università Cattolica di Milano.
Il Seminario, che ha avuto il patrocinio della Città di Torino, è organizzato da Psicologi per i Popoli Torino, che fa parte della task-force di Protezione Civile, e costituisce una lezione aperta al pubblico del Corso di Psicologia dell’Emergenza della Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute dell’Università.
Il tema copre trasversalmente diversi settori di impegno ed interesse della Città: la Protezione Civile, chiamata a provvedere a compiti di prevenzione sempre più complessi, il costituendo "Tavolo cittadino multi-agenzia di contrasto e prevenzione all'estremismo violento" e infine la tutela dei diritti umani, tra i quali quelli delle vittime. Torino ha avuto esperienza diretta del dolore causato dal terrorismo, negli "Anni di piombo" e quando, a seguito dell’attentato al Museo del Bardo a Tunisi, la Città dovette far fronte alla tragedia patita da alcuni propri funzionari.
I contenuti del seminario rispecchiano quelli presenti nella Pubblicazione: la guerra psicologica scatenata dal terrorismo e la psicologia della pace. Il diffondersi occulto del timore del terrorismo, tanto da essere ipotizzato alla base della reazione della folla a Piazza San Carlo. L’organizzazione degli aiuti psicologici a Tunisi e il dramma delle vittime del Bardo. Il lavoro di riflessione che la Città promuove sul fenomeno della radicalizzazione violenta sul solco delle politiche e pratiche europee.
Alla iniziativa hanno lavorato anche le Associazioni ESPRÌ (un rete di psicologi e operatori dell’emergenza) e Leon Battista Alberti attiva nella prevenzione nelle scuole.
Interverrà all'incontro l'ingegner Claudio Lamberti, Dirigente dell'Area Protezione Civile del Comune di Torino.
Modererà l’incontro Maria Bottiglieri, dell’Ufficio Cooperazione Internazionale e Pace che ha nel tempo curato le relazioni con la Tunisia.
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giovedì 6 giugno 2019
A 2 anni dall'attentato al London Bridge
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Valeria Collina
martedì 23 aprile 2019
Lo Stato di diritto e la prevenzione degli estremismi violenti
Ristretti News:
Notiziario quotidiano dal carcere --> Rassegne Tematiche <-- Edizione di mercoledì 17 aprile 2019
The Rule of Law and the Prevention of Violent Extremism:
Between Policies and Practices in the "Narrow Horizons".
The article describes the training activity conducted in Italy in the framework of the European project FAIR (Fighting Against Inmates' Radicalisation) on the beginning of 2019.
Between Policies and Practices in the "Narrow Horizons".
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Italia
venerdì 19 aprile 2019
venerdì 12 aprile 2019
TERRORISMO. Vittime contesti e resilenza
![]() |
| Copertina della monografia dei Quaderni di Psicologia dell’emergenza editi da EDUCatt |
TERRORISMO. Vittime contesti e resilienza
(di prossima pubblicazione)
INDICE
- PSICOLOGIA DEL TERRORISMO: ACCANTO AI SOPRAVVISSUTI
- TERRORISMO, GUERRA PSICOLOGICA E PSICOLOGIA PER LA PACE (Fabio Sbattella)
- LA RADICALIZZAZIONE PACIFICA DELLE VITTIME DEL TERRORISMO (Luca Guglielminetti)
- A CONTATTO CON LE VITTIME (Maria Teresa Fenoglio)
- L’ATTENTATO TERRORISTICO AL MUSEO DEL BARDO A TUNISI, SOSTEGNO ALLE VITTIME E RESILIENZA COMUNITARIA (Maria Teresa Fenoglio)
- ORGANIZZARE RESILIENZA: PROFESSIONI IN CAMPO (Tiziana Celli)
- LA PAURA NELLE MENTI: GLI INCIDENTI DI PIAZZA SAN CARLO A TORINO (Maria Teresa Fenoglio)
- BIBLIOGRAFIA
PSICOLOGIA DEL TERRORISMO: ACCANTO AI SOPRAVVISSUTI (Fabio Sbattella)
Riprende, con questo testo, la pubblicazione dei Quaderni di Psicologia dell’Emergenza. Si tratta di un progetto scientifico e culturale promosso dall’Unità di Ricerca in Psicologia dell’Emergenza (1), una struttura universitaria impegnata da anni nella formazione, nella ricerca scientifica e anche nella realizzazione di progetti operativi sul campo.
Obiettivo della collana è quello di mettere a disposizione concetti, conoscenze e metodologie efficaci per i professionisti, per gli studenti in formazione, per la comunità scientifica e più in generale per tutti coloro che sono impegnati in quelle operazioni di prevenzione, soccorso e ricostruzione che sono legate ad incidenti singoli, disastri complessi e catastrofi (Sbattella 2009).
Si tratta dunque di un servizio culturale e scientifico, radicato nel mondo delle idee, ma nello stesso tempo fortemente orientato al lavoro operativo e professionale sul campo. Senza opportune mappe concettuali, il “fare” che caratterizza ogni emergenza rischia, infatti, di trasformarsi in un insieme di acting out ciechi e pericolosi. Senza la possibilità di riflettere, rileggere, ripensare e discutere le esperienze vissute, inoltre, ogni sfida sul campo rimane un’occasione perduta, rispetto alla possibilità di capire qualcosa di più relativamente alla natura dell’Uomo, ai suoi limiti e alle sue potenzialità in contesti estremi. Teoria e pratica dunque, sono intese, in questa prospettiva, come componenti inscindibili dello stesso percorso. Fermarsi dunque per esaminare pericoli, valutare rischi, ascoltare aspettative, ansie e immaginazioni significa “fare” psicologia dell’emergenza in termini di prevenzione, cioè incidere sulla realtà, affinché le emergenze non accadano, oppure affinché i loro danni siano mitigati. Offrire poi strumenti teorici e metodologici per riflettere e comunicare emozioni o complessità, serve a facilitare la formazione umana e professionale, al fine di essere efficaci durante i momenti più caldi delle emergenze sul campo. Infine, offrire parole e gesti adeguati per nominare l’indicibile, condividere le esperienze, rielaborare le memorie traumatiche e aprire speranza al futuro è da noi ritenuto un lavoro essenziale e qualificante per ogni operatore del post emergenza. Prevenire, soccorrere e ricostruire: queste sono in sintesi le tre grandi finalità del lavoro in emergenza. Esse coinvolgono anche la psicologia, sia dal punto di vista teorico che operativo.
Il nostro contributo si sviluppa, in questo settore, nella direzione di esplorare, documentare e comprendere tutti processi psichici che si intrecciano prima durante e dopo ogni emergenza. Processi percettivi, emotivi, mnestici, decisionali, comunicativi e relazionali che permettono ai protagonisti umani di resistere agli eventi avversi o, in alcuni casi, si intrecciano fino a causare quelle sofferenze che alcuni di noi chiamano di interesse clinico. Ci interessa dunque comprendere come la mente ragiona, si attiva e si ferma, si dissocia, si difende o si riorganizza e come decide prima, durante e dopo le crisi, intendendo con questo termine ogni cambiamento ambientale rapido, improvviso e devastante. Ci interessa anche capire come potrebbero funzionare le menti dei diversi attori coinvolti nei differenti contesti emergenziali, se fossero opportunamente sostenute da altre menti, da tecnologie adeguate o habitus mentali e culturali acquisiti ad hoc. In altre parole, la ricerca si apre verso la messa a punto di metodologie di intervento e di formazione innovative, andando al di là della descrizione dell’esistente. La mente umana è protagonista di ogni emergenza in vari modi e a vari livelli. Abbiamo capito in questi anni di ricerca ed intervento che la mente umana non solo “reagisce” (o meglio “risponde”) agli eventi critici generati da un ambiente (naturale o antropico) esterno a sé. In buona parte è proprio lei che definisce le emergenze come tali, le costruisce, le enfatizza o le diffonde. Un’emergenza, infatti, è sempre per noi una condizione psichica, un modo di leggere la realtà di cui si è protagonisti e con la quale strettamente si interagisce (Sbattella e Tettamanzi 2019). Ciò che ci interessa, inoltre, è comprendere e descrivere non solo ciò che accade alla mente individuale, ma anche a quella gruppale e collettiva, alla mente organizzativa e a quella comunitaria. Si tratta di livelli di organizzazione mentale a cui ogni singola persona partecipa in ogni istante e che influenzano ricordi, percezioni, interpretazioni e, ultimamente, anche le scelte operative e i comportamenti di interi gruppi e generazioni.
All’interno di questa prospettiva, il presente testo rappresenta un contributo cruciale. Discutere infatti dei processi psichici che si intrecciano attorno agli eventi drammatici del terrorismo significa affrontare i danni causati intenzionalmente da menti umane sulle menti e sui corpi di altri esseri umani. Come cercheremo di discutere nel primo capitolo, gli atti terroristici costituiscono una categoria molto peculiare dell’ampia gamma di atti violenti e distruttivi di cui l’essere umano è capace. Si tratta di azioni progettate con lucidità e intelligenza, animate da rancore e disprezzo della vita e mirate intenzionalmente a diffondere emozioni negative oltre che morte; finalizzate a sconvolgere intere comunità oltre che uccidere e danneggiare singole persone. Obiettivo di questo quaderno è quello di offrire alcune piste di lettura psicologica di questo fenomeno e nello stesso tempo quello di trarre da queste tragiche esperienze alcune conoscenze importanti sulla mente umana e le sue possibilità.
In linea con le scelte di fondo dell’Unità di ricerca, abbiamo cercato di raccogliere saggi provenienti da due fronti diversi, tra loro complementari. Da un lato vi è la riflessione teorica e la ricerca fenomenologica, dall’altro l’ascolto e l’analisi delle esperienze sul campo.
Il testo si apre così con un capitolo che discute le definizioni di terrorismo come parte delle strategie belliche. Si cercherà di evidenziare, in queste pagine, come l’obiettivo della guerra condotta con strategie terroristiche sia per sua natura mirata a destabilizzare gli equilibri psichici dei singoli e delle comunità, sollecitando reazioni, pensieri ed emozioni potenzialmente disadattativi. In particolare, sarà discusso come le diverse caratteristiche degli atti e delle metodologie terroristiche sviluppino potenzialmente impatti diversi. Tali caratteristiche, di conseguenza, sfidano in modo differenziato gli operatori impegnati nel costruire pace e tutti coloro che sono chiamati a difendere la salute mentale all’interno di contesti conflittuali.
Nel secondo capitolo, Luca Guglielminetti propone alcune riflessioni importanti, maturate come consulente dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (Aiviter), come membro del direttivo del Gruppo Italiano di Studio del Terrorismo (GRIST) e del Radicalisation Awareness Network (RAN) della Commissione europea. Si tratta di uno sguardo articolato e innovativo, in grado di collegare episodi e fenomeni diversi tra loro, nella lunga storia del terrorismo. In particolare, esso offre strumenti per connettere la psicologia delle vittime e psicologia dei terroristi. Paura,
vergogna, senso di impotenza, desiderio di rivalsa e di giustizia, possono concatenarsi fino ad alimentare la spirale della violenza. Solo una presa di coscienza forte dei nessi profondi che legano la psicologia dei sopravvissuti a quella dei carnefici può permettere di spezzare i circuiti della violenza. La radicalizzazione pacifica delle vittime del terrorismo viene così presentata come una via costruttiva, da contrapporre ai fenomeni di radicalizzazione violenta, che nutre le fila dei terroristi.
Nel terzo capitolo è riportato il contributo teorico della Prof.ssa Maria Teresa Fenoglio, docente di Psicologia dell’emergenza presso l’Università degli Studi di Torino. Come fa anche Guglielmetti, Fenoglio saggiamente collega i fenomeni più recenti ed eclatanti con le ferite lasciate in Italia dagli anni di piombo: anni di tensione, stragismo e terrorismo. La riflessione sul presente si nutre delle esperienze passate ed in particolare delle molte analisi e dibattiti che è stato possibile sviluppare in anni di contrasto alle strategie del terrore in Italia. Come avviene nel primo capitolo e come accade in realtà in tutto il testo, il focus rimane sulla psicologia delle vittime (dirette ed indirette) e non su quella dei terroristi. Tale è infatti la scelta operata in questa raccolta: comprendere i loro vissuti e bisogni in primo luogo. Fenoglio sviluppa il discorso poi presentando in capitoli successivi due recenti esperienze sul campo e dunque offrendo al lettore la possibilità di esaminare testimonianze di sopravvissuti e case history. Sono così descritti e discussi gli interventi psicologici realizzati a Torino a favore delle vittime e dei familiari dell’attacco al Museo del Bardo e successivamente dei feriti del 3 giugno 2017, in Piazza San Carlo. Due episodi tra loro assai diversi. Nel primo, un gruppo di turisti di 10 nazioni diverse, tra cui un folto gruppo di torinesi, è stato oggetto di uno spietato attacco armato in Tunisia. Nel secondo, una folle enorme e festante ha reagito disperatamente ad un pericolo oscuro, nei giorni successivi a gravi fatti terroristici accaduti in Europa. In entrambi i casi, alcune équipe di psicologi professionisti sono scese in campo, interagendo in modo integrato con le altre forze del soccorso e proponendo metodologie d’intervento diverse. Sono dunque presentate le loro esperienze, evidenziando vissuti emotivi, aspetti organizzativi e tecniche di intervento. Il dramma dell’attacco al museo del Bardo è anche discusso da un altro punto di vista.
Tiziana Celli, psicologa esperta di organizzazioni, discute l’episodio dal punto di vista dell’organizzazione dei soccorsi psicologici. Avendo avuto modo di collaborare direttamente con i colleghi tunisini, l’esperienza descritta permette di avere uno spaccato del modello francese di intervento in questi contesti, nonché una testimonianza internazionale di come il dolore sia pervasivo in ogni contesto culturale. Accanto a riflessioni ed analisi mirate alla realtà tunisina, queste pagine permettono di entrare nei diversi livelli di complessità che ogni dramma umano, internazionale e mediatico porta con sé. Testimonianze e report diretti, consentono nel suo lavoro, come in quello di Fenoglio, di esaminare materiali di prima mano, non solo relativi alle testimonianze dei sopravvissuti, ma anche a quelle dei soccorritori. Anche questi ultimi, infatti, sono parte della psiche collettiva perturbata dall’emergenza. Per quanto più preparati all’impatto di molti comuni cittadini, la disponibilità all’accoglienza empatica, che li caratterizza per statuto, non può non partecipare degli stessi processi psichici in cui sono coinvolte le persone che sono soccorse.
In sintesi dunque, questo testo propone una selezione accurata di contributi qualificati, tra loro strettamente interconnessi. Ci auguriamo che da questa lettura possano nascere ulteriori spunti di discussione e ricerca ed anche linee guida per efficaci interventi formativi e operativi sul campo. La ricca bibliografia che conclude il volume vuole essere una proposta per ulteriori approfondimenti, consapevoli che la ricerca e il dibattito in questo settore non può che essere in continuo sviluppo.
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(1) https://progetti.unicatt.it/progetti-milan-psicologia-dell-emergenza-home;
https://it-it.facebook.com/psicologia.emergenza/
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giovedì 11 aprile 2019
Preventing Violent Extremism in an Italian Juvenile Prison
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sabato 23 marzo 2019
Vecchio e nuovo terrorismo: i fattori comuni in un film italiano del 1963
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| Locandina del film Il terrorista - Paese/Anno: Francia, Italia | 1963 - Regia: Gianfranco De Bosio - Sceneggiatura: Gianfranco De Bosio, Luigi Squarzina |
Nel perenne ampio dibattito tra chi privilegia gli aspetti di novità e diversità del fenomeno e chi, viceversa, i sui tratti di continuità e persistenza (Ceci, 2014), segnalo un lontano film italiano del 1963. Ambientato nella Venezia occupata dai nazisti e "in realtà poco amato da sempre e da tutti" (M. Schiavoni, 2017), "Il terrorista", interpretato da un giovane Gian Maria Volonté per la regista di Gianfranco De Bosio, affrontava un tema ostico che risultava ambiguo e lontano dalla glorificazione della Resistenza tipica delle cinematografia del tempo, ma è didatticamente utile ad individuare i tratti comune del terrorismo di ieri e di oggi.
Concentriamoci su "la lunga sequenza del dibattito tra le varie anime del CLN, che occupa 10 minuti abbondanti della narrazione tramite un fitto dialogo fin troppo specialistico. (…). La long take circumnaviga più volte intorno al tavolo della discussione conferendole tratti espressionistici, da teatro brechtiano, laddove il Potere, stavolta incarnato da un comitato di CLN, cerca forme compromissorie nei confronti di un elemento scomodo" (M. Schiavoni, 2017). In vero un contro-potere rispetto a quello "ufficiale" nazista e repubblichino insediato a Venezia: il CLN deve fare i conti con una presa di ostaggi, a rischio fucilazione, da parte dei tedeschi in seguito ad un attentato con una vittima civile, eseguito da un "lupo solitario", un gappista di "Giustizia e Libertà" che ha preso l'iniziativa di aprire le ostilità in città senza previo consenso politico del Comitato.
Tale lunga sequenza, insieme a quella breve, subito precedente che si svolge nella tipografia dove il gappista/"terrorista" corregge la bozza di stampa delle rivendicazione, permettono d'individuare una notevole serie di analogie tra vecchio e nuovo terrorismo: dalla necessità della rivendicazione e delle propaganda, con i suoi obiettivi legittimi/illegittimi e valori/disvalori; al biasimo della vittima civile colpita nell’attentato; dalla presenza del livelli politico e militare nelle organizzazioni, legittime o illegittime che siano; alle necessità logistiche, di approvvigionamento e finanziamento che queste richiedono, così come i loro diversi livelli di clandestinità e segretezza.
Il punto chiave più significativo è però quello relativo al bisogno di riconoscimento politico del CLN. Il compromesso finale al quale assistiamo nella scena del film, si articola come mediazione della Democrazia Cristina e della Chiesa finalizzato a ottenere tale riconoscimento, offrendo la sospensione degli attentati in cambio della liberazione degli ostaggi.
Troviamo qui il focus del problema teorizzato della storico delle dottrine politiche, Alessandro Campi: dal 1945 "non c’è più stata nessuna dichiarazione di guerra, perché i conflitti si combattono tra avversari che non si riconoscono”. Da questa notazione ha origine il successo del fenomeno dal secondo dopoguerra: "terrorista" è un etichetta per un nemico che non si vuol riconoscere, mentre la sua finalità, “la finalità di terrorismo”, è proprio quella di farsi riconoscere come soggetto politico.
Il rimando alla diatriba tra fronte della fermezza e quello della trattativa durante le settimane del rapimento di Aldo Moro da parte delle BR nel 1978, emerge facilmente, ma si può, almeno parzialmente generalizzare: la gestione politica dei rapimenti per terrorismo, e le strategia di lotta al terrorismo in generale, hanno una cartina di tornasole nel valutare la disponibilità dei governi a trattare o meno, a riconoscere o meno il "nemico". Non trattare, vuol dire privilegiare la logica del conflitto, per cui la priorità è l'eliminazione dei terroristi; se si tratta, la logica è restare fuori dal conflitto o propendere per un sua risoluzione.
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p.s. : il film è stato utilizzato nell'attività di formazione del progetto europeo FAIR (Fighting Against Inmates' Radicalisation). Chi avesse difficoltà a reperirlo può contattarmi privatamente.
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venerdì 22 marzo 2019
martedì 19 marzo 2019
La lezione di Simone Weil sui foreign fighter “buoni”
Simone Weil fin da giovane studentessa aderì ai primi movimenti pacifisti sorti nel primo dopoguerra. Aderì a La Volonté de Paix nel 1927 e poi alla Ligue del droits de l'homme. Di fronte al conflitto di Spagna però assistiamo a un perfetto processo di radicalizzazione violenta che la trasformò in quello che oggi chiamiamo foreign fighter. Tale esperienza è descritta sia nella sua opera Sulla guerra, che nella biografia scritta dalla sua amica Simone Pétrement.
Nella Lettera a Georges Bernanos dell'agosto 1936 scrive: "Non potevo impedirmi di partecipare moralmente a guerra, e cioè di desiderare ogni giorno, ogni ora, la vittoria degli uni, la sconfitta degli altri, mi sono detta che Parigi era per me la retrovia, e ho preso il treno per Barcellona con l'intenzione di arruolarmi." Il suo biografo commenta: "Simone pensava che, quando non si può impedire una guerra, bisogna assumere la propria parte in questa sventura con il gruppo al quale si appartiene". L'adesione al gruppo nasce dall'empatia verso le sofferenza dei simili dettagliata nella sua autopercezione: "la mia immaginazione funziona sempre in un modo per me molto penoso. Il pensiero delle sofferenze o dei pericoli cui non partecipo mi riempie di orrore, pietà, vergogna e rimorso, un miscuglio che mi toglie ogni libertà di spirito; solo la percezione delle realtà mi libera da tutto ciò".
Percezione che diventa sinonimo di mobilitazione. Simone Weil varca il confine, si unisce ad un gruppo repubblicano e impara ad utilizzare le armi e ad apprezzare l'adrenalina. Al pensiero di poter essere catturata e fucilata non segue la paura, ma uno stato d'animo di estrema tranquillità. E' pronta a morire per la causa: "Se mi prendono mi uccidono… Ma è giusto. I nostri hanno versato abbastanza sangue. Sono moralmente complice."
La sua forte miopia comportò la brevità della sua esperienza di combattente: un banale incidente la riporterà in Francia per le cure di un’ustione. Là acquisterà una coscienza 'de-radicalizzata': "Non sentivo più alcuna necessità interiore di partecipare a una guerra". Non è venuto meno il suo impegno politico con il suo gruppo, ma comprende che la partita "non era più, come mi era sembrata all'inizio, una guerra di contadini affamati contro i proprietari terrieri e un clero complice dei proprietari, ma una guerra tra Russia, Germania e Italia".
La sua "percezione delle realtà" aveva allargato i confini alla dimensione geo-politica: la "giusta causa" che l'aveva portata ad imbracciare un'arma si è dissolta di fronte alla realpolitk. Cioè la strumentalizzazione del conflitto spagnolo da parte degli attori europei di cui aveva già colto la comune natura totalitaria nell'articolo del 1933: Il ruolo dell'URSS nella politica mondiale.
Come sia proseguita l’azione e la riflessione della Weil negli anni successivi è più noto: privilegiare l'azione “non-violenta efficace”, da una parte, arginare “il peccato originale dei partiti”, dall’altra. Per i giovani italiani accorsi nelle file curde del YPG e YPJ sullo scenario bellico siriano, è sufficiente la sua lezione nella esperienza della guerra civile spagnola.
Possiamo, quindi, provare tutta la nostra simpatia per l’utopia “eco-socialista” e “femminista” nel Rojava, ma ci sarà un risveglio per i curdi della Federazione Democratica della Siria del Nord e i loro simpatizzanti internazionali. Un risveglio nella realpolitik: quella che non si fa con gli eroi...
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Nella Lettera a Georges Bernanos dell'agosto 1936 scrive: "Non potevo impedirmi di partecipare moralmente a guerra, e cioè di desiderare ogni giorno, ogni ora, la vittoria degli uni, la sconfitta degli altri, mi sono detta che Parigi era per me la retrovia, e ho preso il treno per Barcellona con l'intenzione di arruolarmi." Il suo biografo commenta: "Simone pensava che, quando non si può impedire una guerra, bisogna assumere la propria parte in questa sventura con il gruppo al quale si appartiene". L'adesione al gruppo nasce dall'empatia verso le sofferenza dei simili dettagliata nella sua autopercezione: "la mia immaginazione funziona sempre in un modo per me molto penoso. Il pensiero delle sofferenze o dei pericoli cui non partecipo mi riempie di orrore, pietà, vergogna e rimorso, un miscuglio che mi toglie ogni libertà di spirito; solo la percezione delle realtà mi libera da tutto ciò".
Percezione che diventa sinonimo di mobilitazione. Simone Weil varca il confine, si unisce ad un gruppo repubblicano e impara ad utilizzare le armi e ad apprezzare l'adrenalina. Al pensiero di poter essere catturata e fucilata non segue la paura, ma uno stato d'animo di estrema tranquillità. E' pronta a morire per la causa: "Se mi prendono mi uccidono… Ma è giusto. I nostri hanno versato abbastanza sangue. Sono moralmente complice."
La sua forte miopia comportò la brevità della sua esperienza di combattente: un banale incidente la riporterà in Francia per le cure di un’ustione. Là acquisterà una coscienza 'de-radicalizzata': "Non sentivo più alcuna necessità interiore di partecipare a una guerra". Non è venuto meno il suo impegno politico con il suo gruppo, ma comprende che la partita "non era più, come mi era sembrata all'inizio, una guerra di contadini affamati contro i proprietari terrieri e un clero complice dei proprietari, ma una guerra tra Russia, Germania e Italia".
La sua "percezione delle realtà" aveva allargato i confini alla dimensione geo-politica: la "giusta causa" che l'aveva portata ad imbracciare un'arma si è dissolta di fronte alla realpolitk. Cioè la strumentalizzazione del conflitto spagnolo da parte degli attori europei di cui aveva già colto la comune natura totalitaria nell'articolo del 1933: Il ruolo dell'URSS nella politica mondiale.
Come sia proseguita l’azione e la riflessione della Weil negli anni successivi è più noto: privilegiare l'azione “non-violenta efficace”, da una parte, arginare “il peccato originale dei partiti”, dall’altra. Per i giovani italiani accorsi nelle file curde del YPG e YPJ sullo scenario bellico siriano, è sufficiente la sua lezione nella esperienza della guerra civile spagnola.
Possiamo, quindi, provare tutta la nostra simpatia per l’utopia “eco-socialista” e “femminista” nel Rojava, ma ci sarà un risveglio per i curdi della Federazione Democratica della Siria del Nord e i loro simpatizzanti internazionali. Un risveglio nella realpolitik: quella che non si fa con gli eroi...
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( Continua qui "Gli italiani che hanno combattuto contro l’Isis e la lezione di Simone Weil"
da Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT Link diretto all'articolo )
lunedì 11 marzo 2019
RAN network Meeting in Italy
RAN network meeting: "Preventing and countering violent extremism and radicalisation Italy"
Thursday, 14th March 2019 h. 10.00-13.30
Università Cattolica, Largo A. Gemelli, 1 - Milano. Room G.016 Sala Maria Immacolata
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