venerdì 11 febbraio 2011

L’accademia italiana di fronte agli anni di piombo


Non era mai capitato prima. Nel giro di tre mesi, tre ricercatrici si sono rivolte all’Associazione Italiana Vittime del terrorismo, ad altre associazioni, nonché a singole vittime, per i loro studi sull’Italia degli anni di piombo. Tre ricerche in diversi ambiti: due di carattere storico, una di carattere giuridico-politico. Tre ricercatrici italiane, donne, che lavorano in tre università fuori dall’Italia: in Spagna a Madrid, in Francia a Lione e in Gran Bretagna a Bath.

L’accademia inizia quindi solo adesso, a distanza di oltre 30 anni dai fatti, a studiare il terrorismo considerando rilevante e utile al suo lavoro la voce delle vittime. Non che la storiografia abbia sempre avuto buoni rapporti con i testimoni: a prescindere dall’oggetto della sua indagine, la testimonianza è sempre una fonte difficile da maneggiare. Ma non c’era certo voluto tanto tempo, per fare un esempio, a chi studiava i campi di concentramento nazisti, per interrogare le vittime superstiti dell’Olocausto.

Queste indagini di oggi, poi, non può essere un caso che riguardano chi lavora in università fuori dal nostro confine nazionale. Perché all’accademia italiana non era mai venuto in mente di interrogare le vittime? Le ricerche universitarie svolte in Italia sul terrorismo non sono certo mancate e sono, per la gran parte, tutt’altro che recenti. La loro anomalia risiede in un dato tanto semplice quanto sconcertante. Tali ricerche sono state svolte sulla base di una sola fonte principale: gli atti giudiziari. Alla quale si è sommata talvolta qualche fonte politico-istituzionale e la testimonianza degli ex terroristi.

Mai prima d’ora era stata dunque presa in considerazione la voce e il discorso delle vittime di quel fenomeno, quale fonte per interpretarlo.
Sondare le cause di questo ritardo può essere una ricerca storica interessante in sé, ma assai complessa. Segnalo qualche spunto.

Il primo è che il disinteresse verso le vittime del terrorismo ha molteplici versanti. A quello accademico, si devono aggiungere quello delle istituzioni dello Stato e quello dei media. Con un po’ di coraggio, si dovrebbe anche segnalare quello della società civile italiana, rimasta spesso ingessate nelle interpretazioni del terrorismo delle varie scuole di partito. C’è quindi un contesto generale che di fatto ha marginalizzato per decenni la voce delle vittime.

Un secondo dato risiede nel fatto che il fenomeno terroristico, al di là che fosse riemerso ancora episodicamente con le nuove BR, alla fine degli anni ’90 si reputasse un capitolo del XX secolo. Il clamore dell’11/9 lo ha invece riportato al centro della scena a livello mondiale come terribile incipit del nuovo secolo, così come era successo per l’inizio di quello precedente con l’attentato a Sarajevo contro l’arciduca Ferdinando che condusse alla Grande guerra.

Un terzo spunto deriva dal fatto che la voce delle vittime ha iniziato a farsi sentire in modo corale solo quando le vittime si sono dotate di un media autonomo: nel 2002 con il sito internet di Aiviter e relativo memoriale, cui sono seguite le pubblicazioni dei giornalisti G. Fasanella (I silenzi degli innocenti) e R. Arditti (Obiettivi quasi sbagliati), e poi ancora i libri scritti dai figli e dalle figlie delle vittime (Calabresi, Rossa, Tobagi, Moro,..).

Quest’ultimo punto, mi ricorda però di segnalare un paradosso. Tra le sole tre testimonianze delle vittime scritte nella vicinanza dei fatti, ce ne è una assai particolare che somma al dato di vittima dell’autore, la sua professione: quella di storico. Se infatti i due libri di Sossi e Lenci, sono libri di testimonianza scritti sull’esperienza diretta del rapimento del primo e dell’essere sopravvissuto ad un colpo d’arma da fuoco in testa, il secondo; il libro di Angelo Ventura, ferito a Padova dall’Autonomia Operaia, non è un libro di testimonianza, ma un libro di storia vero e proprio. Riedito l’anno scorso con il titolo “Per una storia del terrorismo italiano” si tratta della raccolta delle ricerche che Ventura ha compiuto e pubblicato su riviste storiche negli anni ottanta. Il paradosso sta nel fatto che la sua analisi sia oggi considerata datata da altri storici perché una delle tesi  centrali del libro, la connessione tra BR e AutOp, non ha retto alla prova dei tribunali.

Parrebbe difficile uscire da questa visione manichea per cui la verità storica degli anni di piombo risieda negli atti giudiziari, ma almeno le vittime del terrorismo, con poche eccezioni, nel corso di questi decenni hanno imparato a diffidarne e ora non sono più sole. Brillanti cervelli, scappati forse dall’Italia dei baroni delle cattedre, potranno restituire alla disciplina storica la sua dignità e fornire alle vittime un po’ di senso ai fatti tragici passati sulla loro pelle. La verità: la migliore cura per le vittime e per la storia del nostro paese.

mercoledì 9 febbraio 2011

La via mediana di Todorov e la "tentazione del bene" nei procuratori

Lasciamo la parola a chi ha titoli per riflettere sull’evoluzione delle democrazie europee. Parola che prescinde da ogni riferimento all’attualità, del caso Ruby in Italia o dello sciopero dei magistrati in Francia, anche solo per il fatto che sono state scritte 10 anni fa. Titoli che più che accademici, sono quelli di un grande pensatore umanista, democratico e illuminista: Tzvetan Todorov.

A pagina 377 di “Una vita da passatore”, un libro intervista edito in Italia da Sellerio l’anno scorso e pubblicato in Francia nel 2002, leggiamo questa domanda dell’intervistatrice, Catherine Portevin: “Arriverebbe a dire che oggi la giustizia sta prendendo il posto non solo della scuola o della storia, ma anche della politica?”
Risponde Todorov: “La parola pubblica, l’immagine che la società produce di se stessa, sta per indebolirsi sotto la pressione dell’individualismo, con la sua predilezione del mondo privato. E’ tuttavia uno dei compiti degli uomini (e delle donne) politici evitare questa rappresentazione. E’ perché essi non svolgono più questo ruolo che ci si rivolge di più verso le istanze giuridiche, come se il mondo giudiziario fosse diventato l’ultimo rifugio della parola pubblica, del mondo comune. Enunciare i valori comuni, esprimere un biasimo, un rincrescimento, formulare una sanzione può essere necessario alla vita di una comunità, ma per fare questo non c’è bisogno di passare dai tribunali. Questo è il ruolo della scuola, dei media, delle personalità di prestigio, a un altro livello, dei diversi comitati di saggi. Il capo dello Stato può giocare il suo ruolo a seconda delle circostanze, nella misura in cui non incarna solo una figura politica ma anche l’autorità morale. Ricordiamoci di Willy Brandt in ginocchio davanti al ghetto di Varsavia: ecco un gesto che si confà a un uomo politico. Il ruolo di queste persone, di queste istituzioni non è quello di produrre conoscenza ma di dare un riconoscimento a coloro che lo meritano”.
(…) “Il posto lasciato vuoto dai politici viene surrettiziamente occupato da coloro che sono soliti impartire lezioni, da procuratori di corto respiro, fieri di denunziare il male degli altri e di indicare a tutti la retta via. E’ un aspetto delle democrazie moderne cui bisognerebbe stare attenti, questa tendenza a raddrizzare i torti altrui, a esigere che tutti si conformino al bene. E’ quanto ho chiamato la «tentazione del bene»”.

Per chi fosse interessato ad approfondire, si segnala dello stesso autore “Memoria del male, tentazione del bene – Inchiesta su un secolo tragico” (Garzanti 2004-2009)
Aggiungiamo poche frasi nelle vicinanze della stessa pagina.
“Più in generale, il tribunale conosce solo due colori: bianco e nero, sì-no, colpevole innocente. La realtà umana ne conosce svariati – l’ampia zona grigia di Primo Levi – e gli storici sono meglio messi per restituire questa complessità. (…) I deputati non sono qualificati a scrivere la storia, non più dei giudici. (…) Oggi abbiamo bisogno più di verità che di giustizia. (…) La Francia ha bisogno di guardare in faccia il proprio passato, senza nascondersi nulla.”
Per finire, la conclusione del capitolo:
“Sognare una giustizia assoluta mi sembra non solo vano ma nefasto: l’esistenza umana, lo abbiamo visto, è un giardino imperfetto. Le derive moralistiche sono nocive, ma una vita privata di ogni idea di giustizia, non è più una vita umana. Non dobbiamo arrosire nel seguire questa via mediana".
C'è qualcosa da aggiungere?

giovedì 3 febbraio 2011

Premessa ad una ricerca sul terrorismo internazionale e le sue vittime


Nei paesi democratici, la possibilità di accedere al passato senza sottoporsi a un controllo centralizzato è una delle libertà più inalienabili, accanto alla libertà di pensare e di esprimersi. Essa è particolarmente utile per quanto concerne le pagine nere nel passato di questi paesi”.*


Il punto è che, come per ogni libertà o diritto, lo statuto della memoria nelle società democratiche non è definitivamente assicurato, altrimenti non si spiegherebbe perché la memoria delle vittime del terrorismo degli anni di piombo, sia stata assai parziale fino all’inizio dello scorso decennio, cioè a distanza di decenni dai fatti.

In Italia è capitato che il primo passo del lavoro storico, cioè la sistemazione dei fatti, abbia avuto avvio quando Aiviter nel 2001 ha iniziato a redarre delle schede di memoria di tutti le singole vittime. Quando cioè attraverso il sito internet dell’associazione, il suo presidente, Maurizio Puddu, mi chiese di procedere, attingendo all’archivio, ad un lavoro analogo a quel “Memoriale dei deportati ebrei” redatto in Francia da Serge Klarsfedl. Documentare con semplicità i nomi, i luoghi, le date di nascita, i fatti e, quando possibile, un minimo di biografia. Si trattava innanzitutto di restituire dignità a tutte le vittime. Citando ancora Todorov, possiamo dire che quel lavoro rilanciava il concetto che “la vita ha perso contro la morte, ma la memoria vince nella sua lotta contro il nulla”.

La memoria si è quindi imposta a fatica e tardivamente: solo nello scorso decenni quando al lavoro on-line di Aiviter sono seguiti i lavori di Fasanella e di Arditi e poi, via via, altri e soprattutto i libri scritti dai figli delle vittime. Fino al passo decisivo della legge che ha introdotto il “Giorno della memoria” delle vittime del terrorismo e delle stragi, celebrato la prima volta al Quirinale il 9 maggio del 2007.

L’anno successivo, nella stessa occasione, è stato pubblicato dalla Presidenza della Repubblica “Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana” un volume che ha di fatto finito di completare la sistemazione dei fatti da noi iniziata sette anni prima, almeno per tutte le vittime del terrorismo interno: rosse, nero e stragista.

Certamente resta ancoro un lavoro oneroso da completare verso i feriti: i gambizzati. Quella pratica che il figlio del Vicedirettore de La Stampa ucciso dalla BR, Carlo Casalegno, definisce “peggio della tortura”, perché dura tutta la vita.

Ma ce ne è un altro da compiere, un mosaico da comporre, e che si è fatto urgente dopo che questo secolo si è aperto ponendo al centro lo stesso fenomeno ad un livello planetario: quello delle vittime del terrorismo internazionale.

Anche in questo caso fatti e nomi rischiano di scivolare nel dimenticatoio, anche perché la dimensione internazionale non è iniziata dopo l’11 settembre 2001, C’è già un segmento di terrorismo internazionale che, viaggiando parallelo agli anni di piombo, è rimasto sottotraccia, sovrastato del clamore e la gravità di quello interno. Si tratta del terrorismo palestinese e quello ‘di stato’ libico. Ma non solo. Se ci spostiamo dal territorio italiano abbiamo vittime italiane o di origine italiana in molte aree. Il Sud-america per esempio.

Possiamo fare degli esempi di questi fatti e delle loro vittime, tra quelli fini ad oggi individuati, o meglio ritrovati, ma quello che è urgente a sostegno di questa ricerca, è l’aiuto ad individuare i fatti da parte di tutti coloro che ne conservano memoria.

Debbo, infine, precisare un aspetto metodologico, per evitare equivoci. Affrontare la storia partendo dalle vittime, dando loro voce attraverso i loro famigliari o i superstiti, non significa che debbano loro dare un senso alla storia, cioè, come diceva Primo Levi: non spetta alle ex vittime cercare di capire i loro assassini. E’ però la testimonianza, con il suo discorso su fatti e persone, che fornisce un arricchimento allo storico, che costruisce l’ausilio indispensabile alla sistemazione degli eventi occorsi, che fa riemergere la dignità dovuta delle vittime.
Riportare queste vittime dal passato al nostro presente, significa riaprire ferite dolorose, ma è solo da queste che può avviarsi una guarigione, cioè avere la possibilità per noi tutti di capire meglio quanto è accaduto, affinché, se non prevenire che riaccada, almeno che sia acclarato quello che è successo.


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*Tzvetan Todorov scrive queste parole pensando al colonialismo francese in Algeria, ma le pagine “nere” della storia italiana, relativa agli anni di piombo, non è che non siano state studiate, ma hanno sofferto della diagnosi descritta da Ferraioli: “Nella storia dell'Italia unita non si era mai verificata una situazione simile, mai la magistratura e la classe politica si erano trasformate in modo così sistematico in storici, al punto da indurre in alcuni l'ipotesi che il loro lavoro di indagine, raccolta e ricostruzione dei fatti, fosse così ampio, organico e correlato da sostituire tutte le altre fonti. Dal carattere tipico di fonte integrativa questa attività della magistratura e della classe politica per l'imponenza probatoria, per la qualità dell'oggetto trattato, per la sistematicità e il lungo arco cronologico affrontato ha assunto i connotati di fonte sostitutiva di tutte le altre, imponendosi come fonte unica per la storia del potere politico nell'Italia repubblicana, per lo meno a partire dagli anni Sessanta".


martedì 25 gennaio 2011

LUCI ED OMBRE SUI NOMI DELLE VITTIME ITALIANE DELL’11/9



"In memria delle vittime italiane e di orgine italiana
degli attentato al World Trade Centre"
 


A gennaio 2011 segnalo sulla pagina FaceBook dell’associazioenun aggiornamento del quadro delle vittime italiane del terrorismo internazionale sul sito web di Aiviter, e il giorno seguente ricevo una email: 
“Gentile Associazione Italiana Vittime del Terrorismo, mi ha solo in parte stupito constatare che sul vostro sito, nell'elenco delle vittime italiane del terrorismo internazionale, non vi siano nomi in elenco per l'11 settembre 2001. Vi sono state infatti diverse dichiarazioni nel passato riguardo presunte vittime italiane dell'11 settembre, ma non del tutto precise…”

Resto perplesso. Immaginavo che ci fossero molti italoamericani tra le vittime dell’11/9, in particolare delle torri di New York, città con un alto numero di italiani emigrati, ma né a me né alla Presidenza dell’Associazione risultava nulla su cittadini italiani. Inizia così un attività di ricerca, con l’aiuto della stessa persona che mi aveva inviato la segnalazione e di altri amici incuriositi dal fatto.

I primi dati sono una celebrazione di due vittime italiane dell'undici settembre, entrambe originarie di Nissoria, Sicilia: Vincenzo Di Fazio e Salvatore Lopes. Notizia stampa pubblicata sul sito della base aereo navale americana di Sigonella. Un secondo indizio è la fotografia di una targa marmorea dedicata alle vittime italoamericane e italiane del WTO, posto al Consolato Italiano di New York. Altre ricerche evidenziano che nei siti “memorial” americani, quando compare anche la nazionalità delle 2974 vittime ufficiali, come quello della CNN, non c’è ombra di italiani.

Due documenti di pochi anni prima confermano il numero di vittime: dieci. Uno è un intervento del Presidente Napolitano al Palazzo del Quirinale, l’11 settembre 2008, in occasione della commemorazione del settimo anniversario, dove si legge: “Tra esse dieci persone con cittadinanza italiana o con doppia cittadinanza, 260 di origine italiana.” L’altro riguarda il console Console Generale americano ad interim, David Bustamante, all’inaugurazione a Padova del memoriale 11 settembre 2005 in onore delle vittime del World Trade Center. Nel suo intervento dice: “Mentre ripensiamo alle vittime di New York (fra di loro 10 Italiani), Pennsylvania, e del Pentagono, vorrei ricordare le vittime italiane della guerra al terrorismo, i vostri morti in Irak e tutte le vittime degli attacchi terroristici impressi nella nostra memoria collettiva: Madrid, Beslan, Sharm al Sheik, Bali, e, più di recente, Londra.

In entrambi i casi non ci sono nomi, ma in vero, sullo speciale su “la Repubblica” on-line, si trovano articoli dell’epoca che presentano dei nomi. Il 15 settembre scrive:
 “Il ‘balletto’ di cifre dei dispersi si movimenta con le tante indicazioni che arrivano dall'Italia o viaggiano su Internet in liste non ufficiali. Ne lamenta otto la Sicilia e alcuni di loro potrebbero essere sotto le macerie perché lavoravano nelle torri. Non si hanno più notizie dei cugini Salvatore Lopes e Vincenzo Di Fazio, trentottenni di Nissoria in provincia di Enna. Salvatore, sposato e padre di due bambine di 8 e 11 anni, lavorava in un'agenzia di viaggi al piano numerto 104; Vincenzo, anch'egli sposato e padre di tre figli, lavorava invece come agente di borsa. Dell'elenco fa parte anche Luigi Arena, 40 anni, di Capaci, vigile del fuoco, l'uomo era entrato nella prima torre durante le operazioni di salvataggio. Nessuno ha saputo più niente di lui, come nulla si sa di Angelo Sereno, 30 anni, di Torretta, installatore di condizionatori d'aria, e di Calogero Gambino, anche lui di Torretta, che lavoravano in una delle torri. Scomparsi sono anche Giuseppe Randazzo, 28 anni, di Capaci, e Gianni Spataro, 32 anni, figlio di italiani ma nato qui (il padre di Ragusa e la madre di Termini Imerese) lavorava in una banca al 98esimo piano della prima torre. Dalla Calabria invoca informazioni la signora Maria Riverso e spera ancora che suo figlio Jo sia ancora in vita. Resta tra i dispersi anche Raimondo Cima, un architetto di 63 anni originario di Civitavecchia, che lavorava al 92esimo piano del Wtc.”
Sul Corriere della Sera del 18 settembre 2001 - a pagina 12 Guerzoni Monica e Romani Riccardo, firmano un articolo intitolato: “Tra gli scomparsi dieci hanno passaporto italiano”.
“Sono dieci i nostri connazionali con passaporto italiano dispersi nel disastro del World Trade Center. La notizia è stata data a Roma dal ministro degli Esteri, Renato Ruggiero, ed è stata confermata a New York dal console generale, Giorgio Radicati. Dal suo ufficio di Park Avenue, Radicati ha spiegato che i 10 nomi di cui ha parlato Ruggiero sono iscritti all'anagrafe consolare, e quindi si tratta senza dubbio di persone con la cittadinanza italiana. Il numero totale dei dispersi con nome italiano, ma di nazionalità ancora indefinita (molti sarebbero italo-americani) è sceso intanto a 41.” (…) “Pochi dubbi, invece, sui dieci italiani di cui ha parlato il ministro Ruggiero: quasi tutti la mattina dell' 11 settembre stavano lavorando tra il 101° e il 104° piano. Per loro non ci sarebbe stato scampo, anche se due si trovavano ai piani più bassi. Sull'identità dei dieci il console mantiene il silenzio.”
Un silenzio che però ha uno squarcio su La Repubblica, quando l’inviato Leonardo Coen, il 27 ottobre 2001, descrive due vittime italiana: 
“La casa della famiglia Di Nardo è appoggiata sulla costa di una collina che annega in un bosco di aceri. E' una villetta da piccolo sogno americano, da emigranti che ce l'hanno fatta. Due teste di zucca affiancano i gradini e annunciano l'arrivo di Halloween. Le zucche pupazzo dei vicini brillano di luce, quelle dei Di Nardo sono buie, cupe, angoscianti: come fossero senza vita. Come la vita strappata della povera Marisa, morta l'11 settembre a Manhattan, mentre si trovava al 105esimo piano, e stava trattando con un cliente americano la compravendita di azioni per conto della Cantor Fitzgerald, la regina del brokeraggio di Wall Street. Anche Gerard Rauzi stava lavorando nel suo ufficio, all'86esimo piano del secondo grattacielo: alle prese con una pratica fiscale da controllare, perché lui era lo 007 delle tasse. Era un uomo meticoloso e affabile. Una persona mite di carattere ma estremamente pignolo nel suo mestiere. Per questo era stato promosso al Wtc.”

La data spartiacque è proprio il 27 settembre. Il giorno prima il Ministro degli Esteri è a New York e l’articolo del 27.09.2001, a firma dell’inviato Augusto Minzolini per La Stampa, inizia così: 
“Ci sono anche le crude cifre a dimostrare che l'attacco alle Twin Towers è stato un attentato all'umanità. Ieri nel suo viaggio a New York il ministro degli Esteri, Renato Ruggiero, ha dato ai numeri sulle vittime italiane una veste ufficiale: «Ci sono stati tanti italo-americani. Poi ci sono 37 oriundi, di cui 27 con doppia nazionalità e 10 con passaporto solo italiano. I nomi debbono rimanere top secret perchè così vogliono gli americani. L'Italia è una delle 78 nazioni che è stata colpita da questa tragedia» (...)”. 
Curiosamente il Corriere della Sera, nell’articolo dello stesso giorno sulla visita del Ministro Ruggero a NY, non fornisce alcun numero e cita solo la frase finale: “colpita anche l' Italia”.

Dopo queste data del settembre/ottobre 2001 i nomi degli italiani spariscono.


Nella cashe di Google trovo ancora due nomi che un sito web non più in linea (www.september11victims.com), segnalava come italiani: Luigi Calvi, “bond trader, Cantor Fitzgerald Confirmed dead, World Trade Center, at/in building, Italian”, Lorraine Lisi, “Fiduciary Trust International Confirmed dead, World Trade Center, at/in building, Italian”.

Dai vari nomi segnalati dalla stampa prima del 27 settembre 2001: Raimondo Cima e Giuseppe Randazzo, Calogero Gambino non compaiono più in alcun elenco delle vittime dell’11/9. Gli altri: Luigi Calvi, Elvira Granito, Marisa Di Nardo, Gerard Rauzi, Lorraine Lisi, Joseph Riverso, Angelo Sereno, Luigi Arena (come Luis Arena), Salvatore Lopes e Vincenzo Di Fazio sono segnalati nel memorial della CNN come americani. Un errore?

Un ultimo fatto non scioglie il problema. Nel 2007 il Ministro degli Esteri Massimo D’Alema, inaugura al Consolato italiano a New York la targa commemorativa di cui avevamo rintracciato la fotografia sul social-network Flicker. Con qualche difficoltà reperisco il video della cerimonia, girato e messo sul web dalla comunità italoamerica.

In quell’occasione si vedono dei famigliari - a turno - leggere una lista di 172 vittime, senza distinzione tra italiani ed italoamericani. 172 nomi, al termine dei quali, prima dell’intervento del ministro D’Alema, si assiste ad una drammatica scena della madre di una vittima il cui figlio, Arturo Angelo Sereno, non era stato citato in elenco. Curiosamente le reiterate scuse per l’omissione non vengono da personale del Consolato, ma dal parente di una vittima che assume su sé la responsabilità della stesura delle lista dei nomi.

Un anno dopo, come abbiamo visto, il Presidente Napolitano, parla di 10 vittime italiani e ben 270 italoamericani. Ma i nomi dei 10 non sono stati mai citati distintamente, così come quelli dei 27 cittadini con doppia nazionalità. Perché, ancora a dieci anni dai fatti?



Rosa Notaro, a sinistra, e Anna Sereno, a destra, con le foto dei loro figli,
Daniella Notaro e Arturo Angelo Sereno
morti nelle Torri gemelle l’11 settembre 2001
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 I 175 nomi sono stati poi pubblicati qui il settembre 2011, ma manca ancora l'ufficialità cui non si è riusciti a pervenire neanche a seguito della vistita al Consolato italiano di New York il 22 settembre 2011

domenica 16 gennaio 2011

Il caso Battisti tra strumentalizzazioni e storia indicibile


A leggere Barbara Spinelli su “la Repubblica” del 5 gennaio, o Antonio Tabucchi su “le Monde” del 15 gennaio, pare che il caso di Cesare Battisti sia utilizzato più per menare in testa Berlusconi che non per denunciare la politica dell’oblio di tutti i governi italiani, la poca solerzia cioè nel richiederne con convinzione e forza l’estradizioni dal Brasile all’Italia.

Mentre questa dimenticanza decennale e bipartisan si sintetizza indirettamente nelle parole del Presidente Napolitano quando, anche con senso d' autocritica, sostiene che l’Italia non sa comunicare la sua storia e il senso di se stessa. La Spinelli e Tabucchi si lagnano dei loro colleghi francesi perché, con la loro difesa di Battisti, indirettamente assecondano la critica alla magistratura italiana svolta dal premier.

Ai due nostri intellettuali preme dimostrare che la magistratura nostrana è indipendente (“la magistrature en Italie est indépendante”) e “la sua indipendenza è ben più solida che in Francia”. Loro intento, prima della giustizia verso le vittime dei PAC, è che tutta l’intellighenzia europea si schieri compatta contro Berlusconi.

Naturalmente il caso Battisti è stato cavalcato da molte parti (da D’Elia alla Santanché) per i più diversi scopi politico-pubblicitari, ma vale poco affrontarli perché il dilemma vero risiede nella problematica della condivisione della storia d’Italia: tanto sulle vicende del terrorismo, quanto su quelle della magistratura.

Due storie che meriterebbero l’intervento d’intellettuali coraggiosi ed anticonformisti, e non di chierici partigiani.

Due storie che sicuramente si toccano in più punti, come nel corso di indagini e di processi che già solo per la loro lunghezza spesso negano verità e giustizia.

Ma soprattutto due storie che comprendono fatti ancora indicibili. E questa indicibilità è il motivo profondo che spiega la difficoltà di condividere e comunicare dentro, fuori o lontano dal nostro paese una storia unitaria.


P.S. Tale cortocircuito si manifesta nel manifesto, apparso a Milano ad Aprile 2011, che ha destato furibonde, quanto, in sostanza, sterili polemiche.


venerdì 31 dicembre 2010

Intervista sul caso di Cesare Battisti

Intervista di fine anno al settimanale francese l'Express sul caso Battisti

    •    L'EXPRESS publié le 31/12/2010 à 14:45

Ne pas extrader Battisti est "une décision gravissime"

Par Philippe Broussard,



L'extradition de Battisti, emprisonné au Brésil, est réclamée avec force par l'Italie où il a été condamné par contumace en 1993 à la réclusion à perpétuité pour quatre meurtres et complicité de meurtres commis en 1978 et 1979, crimes dont il se dit innocent.
AFP/MARCOS DE PAULA/AGENCIA ESTADO/AE

L'Association italienne des victimes du terrorisme (AIVITER) s'indigne du refus du président brésilien Lula d'extrader l'ancien activiste d'extrême-gauche. Le porte-parole international de l'association, Luca Guglielminetti, explique pourquoi à LEXPRESS.fr.

Comment interprétez-vous la décision du président brésilien?
Cette décision gravissime traduit avant tout la proximité idéologique entre le président Lula et Cesare Battisti. Il faut se souvenir que les deux hommes ont en commun d'avoir été des activistes de gauche. Nous retrouvons chez Lula la sympathie qu'affichait à une époque l'intelligentsia française pour cet homme accusé d'avoir participé, directement ou indirectement, à quatre homicides. Ces gens-là prétendent que l'Italie des années 70 n'était pas une démocratie mais un pays digne du Chili de Pinochet. C'est faux, bien sûr, même la gauche italienne le reconnaît aujourd'hui. Les suspects n'étaient pas jugés dans des stades mais dans des tribunaux qui respectaient leurs droits.
Est-ce une défaite pour la diplomatie?
Absolument. Qu'ils soient de droite ou de gauche, les gouvernements successifs de notre pays ne se sont pas occupés de cette affaire. L'unanimité droite-gauche affichée au niveau parlementaire sur le cas Battisti n'a pas été suivie d'effets au niveau diplomatique. Les intérêts politiques et commerciaux l'ont emporté. N'oubliez pas que l'Italie est le deuxième partenaire commercial européen du Brésil.
Votre association n'a-t-elle pas, elle aussi, une orientation politique?
Aucunement. Nous ne sommes ni dans un camp ni dans un autre et nous n'agissons pas par esprit de vengeance. Les familles des victimes du groupe terroriste de Battisti sont toutes membres de notre association. Elles veulent s'en tenir aux décisions de la justice de notre pays. Et cette justice a condamné Battisti. Encore une fois, l'Italie n'est pas le Chili de Pinochet! 

Articolo originale su http://www.lexpress.fr/actualite/monde/ne-pas-extrader-battisti-est-une-decision-gravissime_949128.html , ripreso da Le Vif - Mediapart - Yahoo France - AgoraVox - MPCT
  • Vedi altro qui:
http://www.vittimeterrorismo.it/iniziative/battisti/battisti09.htm

martedì 2 novembre 2010

CDrom multimediale "Vittime"

Un CDrom di carattere informativo e didattico sul terrorismo politico che ha connotato un ventennio della recente storia italiana. Promosso da: AIVITER, Associazione Italiana Vittime del Terrorismo. Realizzata con il contributo ed il patrocinio di: Direzione Generale per il Cinema, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, RAI Cinema, RAI Teche e Fototeca RAI e la collaborazione della Presidenza della Repubblica Italiana. Una produzione della KORE MULTIMEDIA realizzata da Luca Guglielminetti e Roberto Tutino per la Offside in collaborazione con il corso di Ingegneria del Cinema e dei Mezzi di Comunicazione del Politecnico di Torino.


Introduzione didattica

martedì 26 ottobre 2010

CDrom sulle vittime del terrorismo



Capita, dopo quasi un anno dalla produzione, che la prima presentazione pubblica del Cdrom "Vittime" avvenga non Italia, ma a Lisbona in occasione di seminario su media e vittime europee del terrorismo...


mercoledì 8 settembre 2010

VITTIME (ipertesto multimediale su Cdrom)


Un CDrom di carattere informativo e didattico sul terrorismo politico che ha connotato un ventennio della recente storia italiana. Promosso da: AIVITER, Associazione Italiana Vittime del Terrorismo. Realizzata con il contributo ed il patrocinio di: Direzione Generale per il Cinema, Ministero per i Beni e le Attività Culturali RAI Cinema, RAI Teche e Fototeca RAI e la collaborazione della Presidenza della Repubblica Italiana. Una produzione della KORE MULTIMEDIA realizzata per la Offside in collaborazione con il corso di Ingegneria del Cinema e dei Mezzi di Comunicazione del Politecnico di Torino.



lunedì 2 agosto 2010

Strage di Bologna: la memoria menomata



La memoria corta del nostro paese è cosa assai nota. Ricordo, allora, che l'anno scorso alla commemorazione pubblica della stage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, il ministro Bondi ebbe quello che media riferirono come un record di fischi. Il Presidente dell'associazione dei familiari delle vittime di quell'attentato, Paolo Bolognesi,  commentò: "«E' triste partecipare a una commemorazione che viene poi ricordata per le contestazioni e i fischi». Bolognesi, che ogni anno ripete inutilmente il suo invito a non fischiare i rappresentanti del governo, commenta amaro: «Questo e' un autogol, contro la manifestazione e contro i famigliari, di una piazza antidemocratica che gli ha impedito di parlare».

Perché allora Paolo Bolognesi teneva tanto alla presenza anche quest'anno di un rappresentante del governo? Perché l'anniversario del 2 agosto, così come quello del 9 maggio, Giornata in memoria delle vittime del terrorismo che si celebra al Quirinale, sono le due occasioni annuali nelle quali le due principali associazione di vittime del terrorismo e delle stragi hanno la possibilità di interloquire con i governanti sia per qual che concerne l'applicazione delle leggi sui diritti delle vittime, sia per quel che concerne il tema del segreto di stato, principale ostacolo all'accertamento della verità dei fatti.

Vorrei osservare un fatto. Un mese fa a Londra c'è stata la celebrazione del 5° anniversario dell'attentato 'suicida' che il 7 luglio 2005 costò la vita a 52 persone, tra le quali, è bene ricordarlo, la studentessa italiana Benedetta Ciccia. Ad Hyde Park, dove c'è il memoriale, non erano presenti né i rappresentanti della città di Londra, né del governo britannico, o dei partiti: solo le famiglie delle vittime, i sopravvissuti feriti e le delegazioni internazionali.
Quello che dovrebbe far riflettere maggiormente non sono le assenze istituzionali, ma quella della società civile. Se a Bologna le celebrazioni si articolano in una chiassosa dialettica tra un parte delle società politica che fischia e una elité istituzionale che celebra  con vuote promesse, la ragione profonda credo risieda nella mancanza di un corpo intermedio. Quella società civile che, al di là delle diverse idea a proposito del fenomeno terrorismo, fatica a vedere che le sue vittime sono sempre e in ogni caso degli innocenti. Anzi, proprio lei, la società civile è il vero obiettivo di qualsiasi terrorista che, socializzando la violenza, la investe indiscriminatamente.
Se la società civile è la vera vittima del terrorismo, è lei che dovrebbe far corpo unico con le vittime colpite e sostenerle nei loro diritti e nelle ricerca delle verità dei fatti. E' una verità che riguarda lei per prima, infatti. Da Piazza Fontana ad Ustica, da Aldo Moro alla Stazione di Bologna, la mancanza di verità rende la nostra memoria, non solo corta, ma soprattutto menomata, la nostra società si fa incivile perché disinformata di quanto ci è accaduto.

Editoriale dei lettori su ";La Stampa"; del 3-8-2010

Strage di Bologna: la memoria menomata

La memoria corta del nostro paese è cosa assai nota. Ricordo, allora, che l'anno scorso alla commemorazione pubblica della stage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, il ministro Bondi ebbe quello che i media riferirono come un record di fischi. Il Presidente dell'associazione dei familiari delle vittime di quell'attentato, Paolo Bolognesi,  commentò: "«E' triste partecipare a una commemorazione che viene poi ricordata per le contestazioni e i fischi». Bolognesi, che ogni anno ripete inutilmente il suo invito a non fischiare i rappresentanti del governo, commenta amaro: «Questo e' un autogol, contro la manifestazione e contro i famigliari, di una piazza antidemocratica che gli ha impedito di parlare».

Perché allora Paolo Bolognesi teneva tanto alla presenza anche quest'anno di un rappresentante del governo? Perché l'anniversario del 2 agosto, così come quello del 9 maggio, Giornata in memoria delle vittime del terrorismo che si celebra al Quirinale, sono le due occasioni annuali nelle quali le due principali associazione di vittime del terrorismo e delle stragi hanno la possibilità di interloquire con i governanti sia per qual che concerne l'applicazione delle leggi sui diritti delle vittime, sia per quel che concerne il tema del segreto di stato, principale ostacolo all'accertamento della verità dei fatti.

Vorrei osservare un fatto. Un mese fa a Londra c'è stata la celebrazione del 5° anniversario dell'attentato 'suicida' che il 7 luglio 2005 costò la vita a 52 persone, tra le quali, è bene ricordarlo, la studentessa italiana Benedetta Ciccia. Ad Hyde Park, dove c'è il memoriale, non erano presenti né i rappresentanti della città di Londra, né del governo britannico, o dei partiti: solo le famiglie delle vittime, i sopravvissuti feriti e le delegazioni internazionali.
Quello che dovrebbe far riflettere maggiormente non sono le assenze istituzionali, ma quella della società civile. Se a Bologna le celebrazioni si articolano in una chiassosa dialettica tra un parte delle società politica che fischia e una elité istituzionale che celebra  con vuote promesse, la ragione profonda credo risieda nella mancanza di un corpo intermedio. Quella società civile che, al di là delle diverse idea a proposito del fenomeno terrorismo, fatica a vedere che le sue vittime sono
sempre e in ogni caso degli innocenti. Anzi, proprio lei, la società civile è il vero obiettivo di qualsiasi terrorista che, socializzando la violenza, la investe indiscriminatamente.
Se la società civile è la vera vittima del terrorismo, è lei che dovrebbe far corpo unico con le vittime colpite e sostenerle nei loro diritti  e nelle ricerca delle verità dei fatti. E' una verità che riguarda lei per prima, infatti. Da Piazza Fontana ad Ustica, da Aldo Moro alla Stazione di Bologna, la mancanza di verità rende la nostra memoria, non solo corta, ma soprattutto menomata, la nostra società si fa incivile perché disinformata di quanto ci è accaduto.

lunedì 26 luglio 2010

Esposizione AIVITER "Anni di piombo" a Nettuno (Roma)

Allestimento della mostra Aiviter "Anni di piombo. La voce delle vittime, per non dimenticare" a Nettuno il 19 luglio 2010 in occasione del "Guerra e Pace" FilmFest.

martedì 6 aprile 2010

Albert Camus filosofo del futuro

Il titolo è assolutamente centrato, ma...
“Albert Camus filosofo del futuro” di Paolo Flores D’Arcais (Codice Edizioni, Torino, 2010) è una sintesi in 30 pagine del pensiero del Premio Nobel, in linguaggio ‘filosofese’. Il “Mito di Sisifo” e “L’uomo in rivolta” sono cioè ricondotti ad un linguaggio che sostituisce la ricchezza di quello originario con le categorie di quello accademico: la vita umana diventa ‘dimensione ontologica’, il senso per la misura diventa ‘finitezza’, tanto per fare due esempi.

Certamente, è corretto presentare Camus, come filosofo del futuro, capace di superare le sacche nichiliste nelle quali è sprofondato il pensiero post-moderno, ma dubito che l’interessato avrebbe apprezzato che il suo pensiero fosse ricondotto ad una specie di prefazione alla sua opera ad uso degli studenti universitari dei corsi di filosofia. Obliterare la ricchezza, in termini di storia, letteratura, mito, di quanto è presente nelle opere originali, temo cagioni un depauperamento troppo grave. Questo, però, probabilmente vale sempre quanto ci si cimenta ad affrontare l’opera di un gigante: si rischia sempre di tradire in qualche modo e, d’altra parte, sarebbe troppo facile limitarsi a dire: leggete Camus (e traetene le conseguenza nelle vostre vite)!

A Madrid due mesi fa, trovai una libreria, neanche centralissima, che aveva allestito la sua vetrina di tutte le opere di Albert Camus. In questo 50° anniversario delle sua scomparsa si è visto talmente poco in Italia (spero che Bompiani si degni almeno di ristampare l’ormai introvabile “Il primo uomo”) che non possiamo non dare il benvenuto a questo breve pamphlet di Paolo Flores D’Arcais e che ha il pregio di contenere in appendice le trascrizioni di una tavola rotonda (Albert Camus et le mensogne) tenutasi a Parigi nel 2002, nella quale spicca il contributo di Alian Finkielkraut (sul rifiuto netto del terrorismo e la presenza delle natura).

giovedì 21 maggio 2009

Diritti nazionali, europei ed internazionali delle vittime del terrorismo

Conferenza Internazionale sul tema dei ‘Diritti nazionali, europei ed internazionali delle vittime del terrorismo’.
La Voce delle vittime: testimonianze delle delegazioni internazionali - Torino, 21 Maggio 2009 intervento di Luca Guglielminetti


Un caro benvenuto a Torino alla delegazioni europee e a tutti i convenuti.

Permettete che mi riallacci, nel presentare il Convegno che si apre, alla figura di Puddu.
Mi sono chiesto se si trattasse di un caso il fatto che tra i feriti superstiti e i familiari delle vittime del terrorismo degli anni di piombo, sia stato proprio Maurizio Puddu ad esprimere quella coriacea determinazione a fondare e portare avanti per oltre un ventennio l’associazione che li riunì. Un sardo trapiantato in Piemonte, come Gramsci e Saragat, che come loro è stato capace di compiere delle scelte coraggiose e controcorrente rispetto al clima politico culturale in cui ha agito. Nel I silenzi degli innocenti racconta che: «Era interesse di molti che le vittime restassero monadi isolate, che non comunicassero tra loro, notizie, dubbi o rivendicazioni di sorta. Insomma, che non avessero voce. Che vivessero nel silenzio e nella solitudine il loro dramma, senza infastidire il prossimo con le loro richieste di diritti negati, a cominciare da quello alla verità».
Qualora non si trattasse di un dato antropologico, la fiera e ferma volontà di Puddu potrebbe essere considerata, in alternativa, una eredità proveniente da una gioventù passata a praticare forse il più duro degli sport: il ciclismo. La sua impresa nella Torino-Courmayer e ritorno era infatti uno degli aneddoti che preferiva raccontare nei rari momenti in cui staccava i pensieri dal fronte politico ed organizzativo del suo impegno atto a tenere unita una comunità sparsa in tutta Italia e che presto si è trovata abbandonata da tutti a se stessa.
Il suo interesse per il livello internazionale dei temi del terrorismo lo si può evincere da due dati esemplificativi: il primo lo traggo da un documento assai diretto, il suo curriculum vitae, che recita: «Dopo aver collaborato con diverse associazioni estere ha partecipato in specie al primo convegno europeo sul terrorismo che si è tenuta a Parigi il 24 settembre 1987». Il secondo da quella che ci appare oggi una specie di profezia: in “Sedici marzo” una antologia di saggi uscita nel 1998 per il ventennale della strage di Via Fani, Maurizio Puddu scrive che il terrorismo «si trasformerà, evidentemente, a livello internazionale e dovremmo conviverci come nuova forma di guerra».
E così capitò che l’11 settembre abbia aperto il nuovo millennio ponendo il terrorismo al suo centro, tracciando una scia di sangue che dagli Stati Uniti si è allungata prima a Madrid, poi a Londra, cioè all’Europa. Ed è per questa terribile circostanza storica che oggi ci troviamo qui. Prima il Parlamento Europeo, con l’istituzione della Giornata Europea delle Vittime del terrorismo nel giorno delle bombe alle stazioni madrilene, l’11 Marzo; poi la Commissione Europea, istituendo un programma di finanziamenti rivolto alle associazioni di vittime del terrorismo e agli enti in loro supporto.

L’attenzione per il terrorismo svolto dalle istituzioni europee, qui confermata dalla presenza di Marie-Ange Balbinot, della Direzione Generale Libertà, Sicurezza e Giustizia della Commissione Europea, ha permesso, da una parte, un cambio di clima, per esempio, in Italia a livello di pubblicistica: dopo che per decenni questa aveva posto attenzione solo alle storie dei terroristi, ha iniziato ad ascoltare e raccontare anche l’altra parte: la voce delle vittime.
Dall’altra ha permesso, un giorno del giugno 2004, ad AIVITER di attivare una serie di contatti che dal quel Congresso di Parigi del 1987 si erano interrotti: un fax di Roberto Della Rocca a Maurizio Puddu segnalava un articolo del Sole24Ore che riportava la notizia del bando che la Commissione Europea aveva lanciato in favore delle vittime del terrorismo. Il nostro primo tentativo fallì, ma l’anno successivo in occasione di un incontro a Bruxelles tra tutti i partecipanti al bando precedente, e poi ancora le iniziative lanciate in Italia da AIVITER per la Giornata Europea delle vittime del terrorismo, quanto invitammo Angeles Pedraza nel 2007, che saluto per il suo ritorno a Torino tra noi, alimentarono i rapporti con l’ “Asociación de Ayuda a las Víctimas del 11M” aprendo la strada a quello che oggi è un solido e collaborativo network di associazioni europee. Della sua costruzione dobbiamo qui ringraziare pubblicamente Maria Lozano, la sua indefessa direttrice.

Questo network e AIVIETR vi propongono in questa sede una serie di temi, per il primo dei quali, la Voce delle Vittime, voglio ricordare a titolo esemplificativo, un articolo apparso il 6 maggio scorso sul quotidiano ‘La Stampa’ relativo a una storia dimenticata: quella di una vittima del dirottamento della nave da crociera Achille Lauro avvenuto nel 1985 da parte dei terroristi palestinesi di Abu Abbas che uccisero l’ebreo americano Leon Klinghoffer. Rosina Veggia ha trascorso il resto della sua vita tra medici e psichiatri, dimenticata da tutti ma non dalla nostra associazione della quale è socia la figlia Marika Ferretti, qui con noi oggi. In relazione alle vittime dimenticate, tra le testimonianze che seguiranno tra poco, ci sarà quella dell’amico Guillame de Saint Marc: suo padre era sul DC10 d’UTA esploso sul deserto africano il 19 settembre 1989, un attentato attribuito alla Libia di Gheddafi che fece 170 vittime di 18 nazionalità diverse: sei di queste erano italiane. Chi le ricorda in Italia?
Di alcune vittime, specie del terrorismo internazionale, abbiamo difficoltà a reperire persino i nomi come nel caso dei due attentati all’aeroporto romano di Fiumicino del dicembre 1973 e del dicembre 1985: anche in quei casi abbiamo vittime di nazionalità diverse, uccisi in luoghi di extraterritorialità. Credo allora che si importante rimarcare quanto scritto dalla Commissione Europea nel suo memoriale del 2005 “Quando un cittadino della UE è vittima del terrorismo è l'intera comunità dei cittadini dell'Unione ad esserne vittima”. Dare voce alle vittime significa riconoscere loro un primo fondamentale diritto. Ascoltarle è un dovere che ci rende tutti consapevoli cittadini europei e del mondo.