mercoledì 3 agosto 2011

2 agosto, Bologna, Berlino: la storia si fa fredda



1980 strage della stazione di Bologna.
Oggi si leggono riflessioni del tenore di quella di questo funzionario del sindacato (su La Stampa): "Da allora sono tornato in piazza il 2 agosto tutti gli anni e ci sarò anche oggi, perché esserci è un dovere morale e civile, perché è importante ricordare a testa alta la verità in un Paese dalla memoria corta e con una inaccettabile voglia di riscrivere la storia."

L'aberrazione è doppia: qualsiasi paese avrebbe il diritto di dimenticare una tragedia del genere, se non lo può fare, e deve giustamente continuare a ricordare a distanza di decenni, è perché la verità non è così chiara.  Le seconda risiede quindi nel conseguente assurdo (ipocrita?) timore di revisionismo storico.

Il nostro paese ha la memoria corta, certamente, ma la verità, come la storia non sono quelle scritte dalle sentenze dei tribunali o quelle depositate nei ricordi personali di tanti militanti e intellettuali testimoni diretti dei fatti.

In questo senso, l'esempio più evidentemente degli scherzi che la ricerca storica può compiere ai danni delle vecchie verità è quella uscita dalla Bild, e ripresa da qualche giornale, ieri. L'evento chiave che portò alla radicalizzazione del movimento studentesco tedesco e la nascita della RAF nel 1970, fu quando un poliziotto, Karl-Heinz Kurras, il 2 giugno 1967, durante una protesta per la visita dello Shah di Persia a Berlino Ovest, uccide lo studente Benno Ohnesorg.
Questo omicidio, ricordato nelle pubblicistica e nelle filmografia sul tema, fu il Bloody Sunday di Berlino: si veda questo video dell'evento commentato da Ulrike Meinhof.
La procura di Berlino dopo che già nel 2009 aveva  scoperto che Kurras era stato membro della Sed, il partito comunista della Ddr e membro non ufficiale della Stasi, adesso anticipa una nuova scoperta: anche l'avvocato difensore della vedova di Ohnesorg e poi di Rudi Dutschke, Horst Mahler, fu un collaboratore della Stasi.

Così le miserie della guerra fredda riemergono a demolire, forse una volta per sempre, la memoria romantica e rivoluzionaria di tanti cinquanta/sessantenni oggi al potere a destra e a manca.
La storia si fa fredda, col passare del tempo e si vendica delle false verità... forse anche a Bologna, un giorno.

mercoledì 6 luglio 2011

Et in Arcadia ego, iconografia NOTAV in Valsusa


Questa immagine, tra quelle delle manifestazioni e dei violenti scontri del 3 luglio 2011 in Valsusa, mi ha subito suggerito il suo titolo: Et in Arcadia ego.
Senza scomodare Panofsky, questa fotografia ha un valore iconografico di grande forza emotiva: gli scudi "militari" della TAV contro il crocefisso disarmato dei NO TAV.
Fin dall'origine il rapporto tra violenza e movimento contro la TAV è equivoco: la verginità pacifista, i "no-tav" l'hanno persa decenni fa con le indagini di Maurizio Laudi sugli anarchici valsusini, accusati di banda armata. Alcuni di loro si suicidarono in seguito. La storia è complessa, non lineare, lunga e per arrivare fino al 3 luglio 2011, forse occorre passare per farri di Genova 2001.

Andando al di là della cultura e della violenza emerse da tutte le parti in conflitto, il dato che ci riporta questa immagine è quello sintetizzato in un commento su un altro blog: http://orione.ilcannocchiale.it
che termina così :

"Qual è il fine del progresso, se non il progresso stesso, e in che cosa è diverso dagli altri monoteismi che chiedono atti di fede contro speranza? Che differenza c’è tra le scavatrici della Val di Susa, che si apprestano a far svettare il tricolore su abeti sradicati, nidi di scoiattoli e cime millenarie, con gli appetiti del gigante minerario indiano Vedanta Resources, che della montagna sacra dei Dongria Kondh riescono solo a calcolare i due miliardi di dollari di bauxite che ci stanno sotto? Cosa cambia con i Buddha abbattuti dai talebani in Afghanistan, coi roghi di libri dei nazisti, coi templi Inca e Maya piallati dagli evangelizzatori e usati come base per le loro chiese? Chi decide cos’è sacro e cosa può essere spazzato via dal mondo?"

Ecco l'interrogativo retorico che sintentizza, come icona, questa immagine.
Quella in Val Susa non è quindi solo una bieca questione economica su chi sbaglia nell'analisi dei costi/benefici, ma anche una questione  di visione antropologica tra arcadia e progresso. Tra due forme di sacro che richiedono ciascuno il relativo furore.

martedì 3 maggio 2011

Bin Laden e le sue vittime



Ieri mattina la prima email che è arrivata alla Associazione Italiana Vittime del Terrorismo proveniva dagli Stati Uniti quando là era ancora notte. Era inviata dalla figlia di una vittima degli attentati del 11/9, Carie Lemarck, con le prima brevi impressioni alla notizia della morte di Osama Bin Laden.
"Mentre siamo ancora sotto choc e abbiamo bisogno di digerire la notizia che abbiamo aspettato di ascoltare per troppo tempo, la mia famiglia non può che esprimere il sollievo che l'uomo che ha ucciso mia madre, Judy Larocque e migliaia di altri, non possono più nuocere ad alcuna altra anima viva. Ci auguriamo che l'attenzione dei media sia su coloro la cui vita egli ha preso e ai quali ha cagionato dolore incommensurabile, e non su di lui, poiché non è degno del tempo di una trasmissione."

Naturalmente tutti i media oggi sono pieni di pagine su Bin Laden e i numeri e nomi delle sue vittime sono quasi inesistenti. Ma l'amica Carie, e la sua storia, è stata almeno ricordata da Mario Calabresi al termine del suo editoriale: "Quel dolore che non si può cancellare"

mercoledì 6 aprile 2011

La Repubblica fondata sul dolore, o di Giovanni De Luna

Sono veramente assai curiose le tesi di De Luna del suo ultimo saggio “la Repubblica del dolore”, di cui La Stampa ha fornito un anticipo lo scorso 3 aprile.



Leggendo l'anticipazione, a Berlusconi andrebbe addebitata anche la privatizzazione delle memorie attraverso le sue “televisioni del dolore” le quali, fin dagli anni ’80, avrebbero reso impossibile agli storici di fare il loro mestiere e alle istituzioni pubbliche di mantenere la loro identità nazionale. Per compensare la deriva televisiva e privatistica della memoria, la classe politica non avrebbe trovato di meglio da fare che approvare una serie di “leggi di memoria”, per le vittime di questo e quell’altro. Con il pessimo risultato di ottenere che “la centralità delle vittime posta come fondamento di una memoria comune divide più di quanto unisca”.

In tutta franchezza, è difficile vedere un paese che sia diviso perché c’è un giorno dell’anno dedicato delle vittime della mafia, piuttosto che a quelle della shoah, o a quelle delle foibe. L’impressione è che lo storico torinese, curatore tra l’altro della mostra sui 150 anni di Unità d’Italia (nella quale per altro le vittime della mafia sono le uniche privilegiate da un spazio apposito), abbia annegato un problema in un contesto più ampio per nasconderlo, forse, anche alla sua coscienza di ex militante degli anni ’70. Le sole vittime che dividono il paese in modo palese, ma più spesso sotterraneo, sono quelle del terrorismo.
Il punto risulterà anche più chiaro se si ha voglia di andare a sentire le stesse tesi  espresse nel contesto di un convegno francese dell'anno scorso a Lione, dedicato alle memorie dei figli degli anni di piombo.

Quest’ultime, è abbastanza noto che non abbiano mai goduto per oltre 30 anni né di buona stampa, né di alcuna attenzione da parte degli storici. La loro memoria non ha interessato per decenni nessuna televisione, nessun partito, nessun ricercatore, fino a quando non hanno posto la loro esistenza all’onore del mondo attraverso internet, e quando giornalisti, come Giovanni Fasanella, hanno iniziato ad intervistarle per un libro o poi quando le stesse vittime hanno iniziato loro stesse a scriverne.

Solo tardivamente è intervenuto il Parlamento con la legge di memoria, nel 2007: trent’anni dopo le uccisioni di Carlo Casalegno, di Antonio Custra, di Roberto Crescenzio, solo per fare alcuni nomi di chi morì nel 1977.
Non ci risulta che né le istituzioni, né gli storici ci abbiano messo tanto tempo per curare in modo pubblico la memoria dei partigiani ammazzati dai fascisti o degli internati nei lager nazisti.

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P.S. 14.04.2011 Testo finale del Diretto Aiviter in merito allo storico De Luna: VITTIME DEL TERRORISMO: RAGGIUNTO IL MASSIMO PARADOSSO

venerdì 11 marzo 2011

In Commemorations of all victims of terrorism

Breve video commemorativo per la Giornata europea in memoria delle vittime del terrorismo (Bruxelles, 11.03.2011) realizzato dalla Kore Multimedia per la Rete europea delle Vitime del terrorismo e la Commissione Europea.


In commemorations of all Victims of Terrorism in Europe from Luca Guglielminetti on Vimeo.

giovedì 10 marzo 2011

Fratelli d'Italia uccisi dal terrorismo internazionale

Un bel titolo per la mia intervista di oggi, 7 Marzo 2011, su La Stampa su un progetto che spero di portare avanti, dopo il lavoro svolto negli ultimi dieci anni sulle vittime degli anni di piombo. Servirà molto aiuto e collaborazione...
Qui: https://www.lastampa.it/cronaca/2011/03/07/news/fratelli-d-italia-uccisi-dal-terrorismo-internazionale-1.36973825/



PROGETTO DI PUBBLICAZIONE SU:
Il terrorismo internazionale e l’Italia: fatti, vittime e prospettive



PREMESSA
Nella bibliografia italiana sul terrorismo e le sue vittime, il dato finora trascurato è il segmento di  terrorismo internazionale che, viaggiando parallelo agli anni di piombo, è rimasto sottotraccia, sovrastato del clamore e la gravità di quello interno. Il terrorismo palestinese dal 1968 al 1985, quello ‘di stato’ libico dal 1986 al 1989 e, dopo l’11 settembre 2001, quello jihadista.
Inoltre, le vittime del terrorismo internazionale, fino ad oggi, non hanno avuto alcuna attenzione né editoriale né istituzionale e, soprattutto,  molti dei fatti in cui sono state coinvolte giacciono nell’oblio più completo.


OBIETTIVI
Si intende pertanto procedere con una iniziativa congiunta “La Stampa” - “AIVITER”  ad una attività di ricerca così articolata,:

Nella prima parte:
1) si ricostruisce e presenta un quadro esaustivo di tutti i fatti di terrorismo internazionale occorsi dentro o fuori dall’Italia che abbiano provocato vittime italiane (circa una ventina nel periodo tra il 1969 e il 1989 ed altrettante tra il 2001 e il 2010); 
2) all’interno dei resoconti dei fatti, si delineano i racconti biografici delle vittime italiane, anche attraverso, in alcuni selezionati casi, la voce diretta dei famigliari o dei superstiti feriti; 

Nella seconda:
3) si esamina il contesto storico, le connessioni e le differenze tra il terrorismo internazionale di ieri e quello attuale, attraverso interviste ad esperti e studiosi (italiani ed internazionali);
4) si prospetta, nella parte finale,  il ruolo che le vittime, l’opinione pubblica e i giovani possono svolgere nella lotta “culturale” al terrorismo, con il supporto di un’intervista a Tzvetan Todorov.

I risultati della ricerca e la relativa documentazione, sono finalizzati alla pubblicazione di un libro collegato a contenuti di approfondimento anche multimediale e on-line.


STRUMENTI
La ricerca utilizzerà fonti storiche bibliografiche ed audiovisive, gli archivi di quotidiani, periodici ed associazioni,  gli atti processuali e gli atti politici e parlamentari, oltre a compiere delle interviste dirette a testimoni ed esperti che saranno anche audio/video registrate e ad acquisire eventuali diritti per l’uso di fotografie da archivi diversi da quelli de “La Stampa”.

(Dicembre 2010)


martedì 22 febbraio 2011

La nemesi nell'iter di Gheddafi



Salito al potere nel 1969, Muammar Gheddafi, dopo la primi crisi petrolifera si trovò - come molti leader arabi - a gestire i giganteschi profitti derivanti dall’esportazione del greggio, con i quali finanziò gruppi armati in tutto il mondo: Irlanda del Nord, Mauritania, Rhodesia, Namibia, Isole Canarie, Oman, Angola, Sud Africa, Thailandia, Filippine, Colombia, Salvador, Kurdistan, Nuova Caledonia, Vanuati, Nuove Ebridi.
Negli anni ’70 il colonnello libico si guadagno l’appellativo di Padrino del terrorismo, istituendo addirittura un sistemi di premi ed incentivi per le operazioni terroristiche più pericolose e prestigiose, come ad esempio le gratifiche ai membri di Settembre Nero che nel 1972 presero parte all’attacco delle Olimpiadi di Monaco.

Negli anni ’80 l’ostilità americana ed atlantica verso il regime libico aveva avuto due momenti critici. Sotto l’amministrazione Carter, il 27 giugno 1980 quando dei caccia della NATO cercarono di intercettare due aerei libici, tra i quali quello presidenziale del Colonnello, abbattendo un Mig-23 libico (ritrovato sulla Sila 20 giorni dopo) e, per errore, probabilmente il volo civile IH870 diretto da Bologna a Palermo, esploso sul cielo di Ustica, causando la morte di 81 persone.
Successivamente, sotto l’amministrazione Reagan, nell’attacco a Tripoli e Bengasi del 1986 condotta dalla Sesta flotta USA nel Golfo della Sirte, dopo l’attentato a "LaBelle", la discoteca saltata in aria a Berlino ovest, provocando tre vittime e 200 feriti.


L’atto più eclatante cui il regime libico è stato accusato è la strage di Lockerbie: il volo Pan Am 103 che esplose in volo in conseguenza della detonazione di un esplosivo al plastico sopra la cittadina scozzese e dove perirono 270 persone, 189 delle quali di nazionalità statunitense.
 Successivamente, altre fonti ritengono che il mandante non fu la Libia, come reputavano inglesi ed americani, ma l’Iran, come ritorsione per l’abbattimento per errore di un aereo di linea iraniano avvenuto il 4 luglio 1988 da parte della nave da guerra USA “Vincennes”. Come riportato anche da una intervista all’ANSA del giudice Priore, l’ideatore dell’attentato fu il capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina – Comando Generale (FPLP_CG) Ahmed Jibril, che trovandosi a corto di fondi per la sua organizzazione si rivolse agli iraniani, inviando a Theran il suo emissario Halef al-Dalkamuni a trattare con i ministro degli Interni Machtashimi Four, per ottenere fondi in cambio dell’attentato.

Un altro attentato, che viene spesso dimenticato, è invece di chiara matrice libica, le cui origini risalgono a quando dal 1973 Gheddafi portò avanti il piano di costituzione di una repubblica sahariano sotto l’egemonia libica e si intromise nel conflitto del Ciad fino a quando, nel 1985, la riduzione dei ricavi dei petroldollari non lo costrinse a desistere.
Il 19 settembre 1989 per ritorsione contro la Francia che si era opposta all’espansione libica in Ciad, viene fatto esplodere il Dc-10 della compagnia privata francese Uta, in volo da Brazzaville a Parigi, precipitato nel deserto africano del Tenerè e causando la morte di 170 persone di 18 nazionalità, tra i quali 9 italiani.

Un relazione con il colonnello libico al tempo del conflitto in Ciad è assai probabile che esista con uno dei “misteri d’Italia”, quello della strage di Ustica: il disastro aereo in cui persero la vita 81 persone nel cielo tra le isole di Ustica e Ponza, il 27 giugno 1980, cui seguì il ritrovamento di un Mig libico abbattuto sulla Sila. E’ ancora il giudice Priore, che sul quel disastrò indagò tra mille difficoltà, a suggerire che si sia trattato di un operazione militare sotto copertura, fallita, atta a intercettare e colpire un volo aereo con a bordo il leader libico.

Al giungere della fine della guerra fredda, sull’onda della guerra della jihad antisovietica in Afghanistan, nasce l’odierna Jihad islamica internazionale, la rete di Osama bin Laden. Nel corso degli anni ’90 fu il Nord Africa il territorio sul quale la jihad sferrò la sua offensiva contro i regimi arabi laici e moderati: Egitto, Algeria, ma anche Libia. E’ poco noto, ma paradossalmente fu proprio il leader libico ad emanare il 15 aprile del 1989, dopo aver subito un attentato fallito, un mandato d’arresto contro bin Laden, trasmesso all’Interpol ben prima che diventasse il terrorista più ricercato dl mondo, dopo l’11 settembre 2001.


Se la finalità di Al-quaed che ci arriva dai media è la distruzione di Israele e dei suoi alleati occidentali, è noto che l’obbiettivo vero è quello della costruzione di Califfato panislamico in tutto il mondo mussulmano sunnita e quindi, come dimostrano la triste sequenza di azioni terroristiche che hanno imperversato negli ultimi 15 anni nei paesi mussulmani, assai più che in quelli occidentali, le sue azioni si rivolgono a quei paesi che vi si oppongono, come Gheddafi in Libia.
 
Questo è il motivo per cui, l’ultima fase dell’attività del colonnello si è contraddistinta dall’allontanamento dal terrorismo e dai tentativi riusciti di accreditarsi con i paesi occidentali. Pur di sviluppare rapporti commerciali con gli “infedeli”, ha pagato risarcimenti milionari sia alle famiglie delle vittime di Lockerbie che del DC10 d’Uta.

I fatti in Libia di questi giorni prescindono parrebbero la nemesi dei rapporti tra il colonnello e il terrorismo.

venerdì 11 febbraio 2011

L’accademia italiana di fronte agli anni di piombo


Non era mai capitato prima. Nel giro di tre mesi, tre ricercatrici si sono rivolte all’Associazione Italiana Vittime del terrorismo, ad altre associazioni, nonché a singole vittime, per i loro studi sull’Italia degli anni di piombo. Tre ricerche in diversi ambiti: due di carattere storico, una di carattere giuridico-politico. Tre ricercatrici italiane, donne, che lavorano in tre università fuori dall’Italia: in Spagna a Madrid, in Francia a Lione e in Gran Bretagna a Bath.

L’accademia inizia quindi solo adesso, a distanza di oltre 30 anni dai fatti, a studiare il terrorismo considerando rilevante e utile al suo lavoro la voce delle vittime. Non che la storiografia abbia sempre avuto buoni rapporti con i testimoni: a prescindere dall’oggetto della sua indagine, la testimonianza è sempre una fonte difficile da maneggiare. Ma non c’era certo voluto tanto tempo, per fare un esempio, a chi studiava i campi di concentramento nazisti, per interrogare le vittime superstiti dell’Olocausto.

Queste indagini di oggi, poi, non può essere un caso che riguardano chi lavora in università fuori dal nostro confine nazionale. Perché all’accademia italiana non era mai venuto in mente di interrogare le vittime? Le ricerche universitarie svolte in Italia sul terrorismo non sono certo mancate e sono, per la gran parte, tutt’altro che recenti. La loro anomalia risiede in un dato tanto semplice quanto sconcertante. Tali ricerche sono state svolte sulla base di una sola fonte principale: gli atti giudiziari. Alla quale si è sommata talvolta qualche fonte politico-istituzionale e la testimonianza degli ex terroristi.

Mai prima d’ora era stata dunque presa in considerazione la voce e il discorso delle vittime di quel fenomeno, quale fonte per interpretarlo.
Sondare le cause di questo ritardo può essere una ricerca storica interessante in sé, ma assai complessa. Segnalo qualche spunto.

Il primo è che il disinteresse verso le vittime del terrorismo ha molteplici versanti. A quello accademico, si devono aggiungere quello delle istituzioni dello Stato e quello dei media. Con un po’ di coraggio, si dovrebbe anche segnalare quello della società civile italiana, rimasta spesso ingessate nelle interpretazioni del terrorismo delle varie scuole di partito. C’è quindi un contesto generale che di fatto ha marginalizzato per decenni la voce delle vittime.

Un secondo dato risiede nel fatto che il fenomeno terroristico, al di là che fosse riemerso ancora episodicamente con le nuove BR, alla fine degli anni ’90 si reputasse un capitolo del XX secolo. Il clamore dell’11/9 lo ha invece riportato al centro della scena a livello mondiale come terribile incipit del nuovo secolo, così come era successo per l’inizio di quello precedente con l’attentato a Sarajevo contro l’arciduca Ferdinando che condusse alla Grande guerra.

Un terzo spunto deriva dal fatto che la voce delle vittime ha iniziato a farsi sentire in modo corale solo quando le vittime si sono dotate di un media autonomo: nel 2002 con il sito internet di Aiviter e relativo memoriale, cui sono seguite le pubblicazioni dei giornalisti G. Fasanella (I silenzi degli innocenti) e R. Arditti (Obiettivi quasi sbagliati), e poi ancora i libri scritti dai figli e dalle figlie delle vittime (Calabresi, Rossa, Tobagi, Moro,..).

Quest’ultimo punto, mi ricorda però di segnalare un paradosso. Tra le sole tre testimonianze delle vittime scritte nella vicinanza dei fatti, ce ne è una assai particolare che somma al dato di vittima dell’autore, la sua professione: quella di storico. Se infatti i due libri di Sossi e Lenci, sono libri di testimonianza scritti sull’esperienza diretta del rapimento del primo e dell’essere sopravvissuto ad un colpo d’arma da fuoco in testa, il secondo; il libro di Angelo Ventura, ferito a Padova dall’Autonomia Operaia, non è un libro di testimonianza, ma un libro di storia vero e proprio. Riedito l’anno scorso con il titolo “Per una storia del terrorismo italiano” si tratta della raccolta delle ricerche che Ventura ha compiuto e pubblicato su riviste storiche negli anni ottanta. Il paradosso sta nel fatto che la sua analisi sia oggi considerata datata da altri storici perché una delle tesi  centrali del libro, la connessione tra BR e AutOp, non ha retto alla prova dei tribunali.

Parrebbe difficile uscire da questa visione manichea per cui la verità storica degli anni di piombo risieda negli atti giudiziari, ma almeno le vittime del terrorismo, con poche eccezioni, nel corso di questi decenni hanno imparato a diffidarne e ora non sono più sole. Brillanti cervelli, scappati forse dall’Italia dei baroni delle cattedre, potranno restituire alla disciplina storica la sua dignità e fornire alle vittime un po’ di senso ai fatti tragici passati sulla loro pelle. La verità: la migliore cura per le vittime e per la storia del nostro paese.

mercoledì 9 febbraio 2011

La via mediana di Todorov e la "tentazione del bene" nei procuratori

Lasciamo la parola a chi ha titoli per riflettere sull’evoluzione delle democrazie europee. Parola che prescinde da ogni riferimento all’attualità, del caso Ruby in Italia o dello sciopero dei magistrati in Francia, anche solo per il fatto che sono state scritte 10 anni fa. Titoli che più che accademici, sono quelli di un grande pensatore umanista, democratico e illuminista: Tzvetan Todorov.

A pagina 377 di “Una vita da passatore”, un libro intervista edito in Italia da Sellerio l’anno scorso e pubblicato in Francia nel 2002, leggiamo questa domanda dell’intervistatrice, Catherine Portevin: “Arriverebbe a dire che oggi la giustizia sta prendendo il posto non solo della scuola o della storia, ma anche della politica?”
Risponde Todorov: “La parola pubblica, l’immagine che la società produce di se stessa, sta per indebolirsi sotto la pressione dell’individualismo, con la sua predilezione del mondo privato. E’ tuttavia uno dei compiti degli uomini (e delle donne) politici evitare questa rappresentazione. E’ perché essi non svolgono più questo ruolo che ci si rivolge di più verso le istanze giuridiche, come se il mondo giudiziario fosse diventato l’ultimo rifugio della parola pubblica, del mondo comune. Enunciare i valori comuni, esprimere un biasimo, un rincrescimento, formulare una sanzione può essere necessario alla vita di una comunità, ma per fare questo non c’è bisogno di passare dai tribunali. Questo è il ruolo della scuola, dei media, delle personalità di prestigio, a un altro livello, dei diversi comitati di saggi. Il capo dello Stato può giocare il suo ruolo a seconda delle circostanze, nella misura in cui non incarna solo una figura politica ma anche l’autorità morale. Ricordiamoci di Willy Brandt in ginocchio davanti al ghetto di Varsavia: ecco un gesto che si confà a un uomo politico. Il ruolo di queste persone, di queste istituzioni non è quello di produrre conoscenza ma di dare un riconoscimento a coloro che lo meritano”.
(…) “Il posto lasciato vuoto dai politici viene surrettiziamente occupato da coloro che sono soliti impartire lezioni, da procuratori di corto respiro, fieri di denunziare il male degli altri e di indicare a tutti la retta via. E’ un aspetto delle democrazie moderne cui bisognerebbe stare attenti, questa tendenza a raddrizzare i torti altrui, a esigere che tutti si conformino al bene. E’ quanto ho chiamato la «tentazione del bene»”.

Per chi fosse interessato ad approfondire, si segnala dello stesso autore “Memoria del male, tentazione del bene – Inchiesta su un secolo tragico” (Garzanti 2004-2009)
Aggiungiamo poche frasi nelle vicinanze della stessa pagina.
“Più in generale, il tribunale conosce solo due colori: bianco e nero, sì-no, colpevole innocente. La realtà umana ne conosce svariati – l’ampia zona grigia di Primo Levi – e gli storici sono meglio messi per restituire questa complessità. (…) I deputati non sono qualificati a scrivere la storia, non più dei giudici. (…) Oggi abbiamo bisogno più di verità che di giustizia. (…) La Francia ha bisogno di guardare in faccia il proprio passato, senza nascondersi nulla.”
Per finire, la conclusione del capitolo:
“Sognare una giustizia assoluta mi sembra non solo vano ma nefasto: l’esistenza umana, lo abbiamo visto, è un giardino imperfetto. Le derive moralistiche sono nocive, ma una vita privata di ogni idea di giustizia, non è più una vita umana. Non dobbiamo arrosire nel seguire questa via mediana".
C'è qualcosa da aggiungere?

giovedì 3 febbraio 2011

Premessa ad una ricerca sul terrorismo internazionale e le sue vittime


Nei paesi democratici, la possibilità di accedere al passato senza sottoporsi a un controllo centralizzato è una delle libertà più inalienabili, accanto alla libertà di pensare e di esprimersi. Essa è particolarmente utile per quanto concerne le pagine nere nel passato di questi paesi”.*


Il punto è che, come per ogni libertà o diritto, lo statuto della memoria nelle società democratiche non è definitivamente assicurato, altrimenti non si spiegherebbe perché la memoria delle vittime del terrorismo degli anni di piombo, sia stata assai parziale fino all’inizio dello scorso decennio, cioè a distanza di decenni dai fatti.

In Italia è capitato che il primo passo del lavoro storico, cioè la sistemazione dei fatti, abbia avuto avvio quando Aiviter nel 2001 ha iniziato a redarre delle schede di memoria di tutti le singole vittime. Quando cioè attraverso il sito internet dell’associazione, il suo presidente, Maurizio Puddu, mi chiese di procedere, attingendo all’archivio, ad un lavoro analogo a quel “Memoriale dei deportati ebrei” redatto in Francia da Serge Klarsfedl. Documentare con semplicità i nomi, i luoghi, le date di nascita, i fatti e, quando possibile, un minimo di biografia. Si trattava innanzitutto di restituire dignità a tutte le vittime. Citando ancora Todorov, possiamo dire che quel lavoro rilanciava il concetto che “la vita ha perso contro la morte, ma la memoria vince nella sua lotta contro il nulla”.

La memoria si è quindi imposta a fatica e tardivamente: solo nello scorso decenni quando al lavoro on-line di Aiviter sono seguiti i lavori di Fasanella e di Arditi e poi, via via, altri e soprattutto i libri scritti dai figli delle vittime. Fino al passo decisivo della legge che ha introdotto il “Giorno della memoria” delle vittime del terrorismo e delle stragi, celebrato la prima volta al Quirinale il 9 maggio del 2007.

L’anno successivo, nella stessa occasione, è stato pubblicato dalla Presidenza della Repubblica “Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana” un volume che ha di fatto finito di completare la sistemazione dei fatti da noi iniziata sette anni prima, almeno per tutte le vittime del terrorismo interno: rosse, nero e stragista.

Certamente resta ancoro un lavoro oneroso da completare verso i feriti: i gambizzati. Quella pratica che il figlio del Vicedirettore de La Stampa ucciso dalla BR, Carlo Casalegno, definisce “peggio della tortura”, perché dura tutta la vita.

Ma ce ne è un altro da compiere, un mosaico da comporre, e che si è fatto urgente dopo che questo secolo si è aperto ponendo al centro lo stesso fenomeno ad un livello planetario: quello delle vittime del terrorismo internazionale.

Anche in questo caso fatti e nomi rischiano di scivolare nel dimenticatoio, anche perché la dimensione internazionale non è iniziata dopo l’11 settembre 2001, C’è già un segmento di terrorismo internazionale che, viaggiando parallelo agli anni di piombo, è rimasto sottotraccia, sovrastato del clamore e la gravità di quello interno. Si tratta del terrorismo palestinese e quello ‘di stato’ libico. Ma non solo. Se ci spostiamo dal territorio italiano abbiamo vittime italiane o di origine italiana in molte aree. Il Sud-america per esempio.

Possiamo fare degli esempi di questi fatti e delle loro vittime, tra quelli fini ad oggi individuati, o meglio ritrovati, ma quello che è urgente a sostegno di questa ricerca, è l’aiuto ad individuare i fatti da parte di tutti coloro che ne conservano memoria.

Debbo, infine, precisare un aspetto metodologico, per evitare equivoci. Affrontare la storia partendo dalle vittime, dando loro voce attraverso i loro famigliari o i superstiti, non significa che debbano loro dare un senso alla storia, cioè, come diceva Primo Levi: non spetta alle ex vittime cercare di capire i loro assassini. E’ però la testimonianza, con il suo discorso su fatti e persone, che fornisce un arricchimento allo storico, che costruisce l’ausilio indispensabile alla sistemazione degli eventi occorsi, che fa riemergere la dignità dovuta delle vittime.
Riportare queste vittime dal passato al nostro presente, significa riaprire ferite dolorose, ma è solo da queste che può avviarsi una guarigione, cioè avere la possibilità per noi tutti di capire meglio quanto è accaduto, affinché, se non prevenire che riaccada, almeno che sia acclarato quello che è successo.


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*Tzvetan Todorov scrive queste parole pensando al colonialismo francese in Algeria, ma le pagine “nere” della storia italiana, relativa agli anni di piombo, non è che non siano state studiate, ma hanno sofferto della diagnosi descritta da Ferraioli: “Nella storia dell'Italia unita non si era mai verificata una situazione simile, mai la magistratura e la classe politica si erano trasformate in modo così sistematico in storici, al punto da indurre in alcuni l'ipotesi che il loro lavoro di indagine, raccolta e ricostruzione dei fatti, fosse così ampio, organico e correlato da sostituire tutte le altre fonti. Dal carattere tipico di fonte integrativa questa attività della magistratura e della classe politica per l'imponenza probatoria, per la qualità dell'oggetto trattato, per la sistematicità e il lungo arco cronologico affrontato ha assunto i connotati di fonte sostitutiva di tutte le altre, imponendosi come fonte unica per la storia del potere politico nell'Italia repubblicana, per lo meno a partire dagli anni Sessanta".


martedì 25 gennaio 2011

LUCI ED OMBRE SUI NOMI DELLE VITTIME ITALIANE DELL’11/9



"In memria delle vittime italiane e di orgine italiana
degli attentato al World Trade Centre"
 


A gennaio 2011 segnalo sulla pagina FaceBook dell’associazioenun aggiornamento del quadro delle vittime italiane del terrorismo internazionale sul sito web di Aiviter, e il giorno seguente ricevo una email: 
“Gentile Associazione Italiana Vittime del Terrorismo, mi ha solo in parte stupito constatare che sul vostro sito, nell'elenco delle vittime italiane del terrorismo internazionale, non vi siano nomi in elenco per l'11 settembre 2001. Vi sono state infatti diverse dichiarazioni nel passato riguardo presunte vittime italiane dell'11 settembre, ma non del tutto precise…”

Resto perplesso. Immaginavo che ci fossero molti italoamericani tra le vittime dell’11/9, in particolare delle torri di New York, città con un alto numero di italiani emigrati, ma né a me né alla Presidenza dell’Associazione risultava nulla su cittadini italiani. Inizia così un attività di ricerca, con l’aiuto della stessa persona che mi aveva inviato la segnalazione e di altri amici incuriositi dal fatto.

I primi dati sono una celebrazione di due vittime italiane dell'undici settembre, entrambe originarie di Nissoria, Sicilia: Vincenzo Di Fazio e Salvatore Lopes. Notizia stampa pubblicata sul sito della base aereo navale americana di Sigonella. Un secondo indizio è la fotografia di una targa marmorea dedicata alle vittime italoamericane e italiane del WTO, posto al Consolato Italiano di New York. Altre ricerche evidenziano che nei siti “memorial” americani, quando compare anche la nazionalità delle 2974 vittime ufficiali, come quello della CNN, non c’è ombra di italiani.

Due documenti di pochi anni prima confermano il numero di vittime: dieci. Uno è un intervento del Presidente Napolitano al Palazzo del Quirinale, l’11 settembre 2008, in occasione della commemorazione del settimo anniversario, dove si legge: “Tra esse dieci persone con cittadinanza italiana o con doppia cittadinanza, 260 di origine italiana.” L’altro riguarda il console Console Generale americano ad interim, David Bustamante, all’inaugurazione a Padova del memoriale 11 settembre 2005 in onore delle vittime del World Trade Center. Nel suo intervento dice: “Mentre ripensiamo alle vittime di New York (fra di loro 10 Italiani), Pennsylvania, e del Pentagono, vorrei ricordare le vittime italiane della guerra al terrorismo, i vostri morti in Irak e tutte le vittime degli attacchi terroristici impressi nella nostra memoria collettiva: Madrid, Beslan, Sharm al Sheik, Bali, e, più di recente, Londra.

In entrambi i casi non ci sono nomi, ma in vero, sullo speciale su “la Repubblica” on-line, si trovano articoli dell’epoca che presentano dei nomi. Il 15 settembre scrive:
 “Il ‘balletto’ di cifre dei dispersi si movimenta con le tante indicazioni che arrivano dall'Italia o viaggiano su Internet in liste non ufficiali. Ne lamenta otto la Sicilia e alcuni di loro potrebbero essere sotto le macerie perché lavoravano nelle torri. Non si hanno più notizie dei cugini Salvatore Lopes e Vincenzo Di Fazio, trentottenni di Nissoria in provincia di Enna. Salvatore, sposato e padre di due bambine di 8 e 11 anni, lavorava in un'agenzia di viaggi al piano numerto 104; Vincenzo, anch'egli sposato e padre di tre figli, lavorava invece come agente di borsa. Dell'elenco fa parte anche Luigi Arena, 40 anni, di Capaci, vigile del fuoco, l'uomo era entrato nella prima torre durante le operazioni di salvataggio. Nessuno ha saputo più niente di lui, come nulla si sa di Angelo Sereno, 30 anni, di Torretta, installatore di condizionatori d'aria, e di Calogero Gambino, anche lui di Torretta, che lavoravano in una delle torri. Scomparsi sono anche Giuseppe Randazzo, 28 anni, di Capaci, e Gianni Spataro, 32 anni, figlio di italiani ma nato qui (il padre di Ragusa e la madre di Termini Imerese) lavorava in una banca al 98esimo piano della prima torre. Dalla Calabria invoca informazioni la signora Maria Riverso e spera ancora che suo figlio Jo sia ancora in vita. Resta tra i dispersi anche Raimondo Cima, un architetto di 63 anni originario di Civitavecchia, che lavorava al 92esimo piano del Wtc.”
Sul Corriere della Sera del 18 settembre 2001 - a pagina 12 Guerzoni Monica e Romani Riccardo, firmano un articolo intitolato: “Tra gli scomparsi dieci hanno passaporto italiano”.
“Sono dieci i nostri connazionali con passaporto italiano dispersi nel disastro del World Trade Center. La notizia è stata data a Roma dal ministro degli Esteri, Renato Ruggiero, ed è stata confermata a New York dal console generale, Giorgio Radicati. Dal suo ufficio di Park Avenue, Radicati ha spiegato che i 10 nomi di cui ha parlato Ruggiero sono iscritti all'anagrafe consolare, e quindi si tratta senza dubbio di persone con la cittadinanza italiana. Il numero totale dei dispersi con nome italiano, ma di nazionalità ancora indefinita (molti sarebbero italo-americani) è sceso intanto a 41.” (…) “Pochi dubbi, invece, sui dieci italiani di cui ha parlato il ministro Ruggiero: quasi tutti la mattina dell' 11 settembre stavano lavorando tra il 101° e il 104° piano. Per loro non ci sarebbe stato scampo, anche se due si trovavano ai piani più bassi. Sull'identità dei dieci il console mantiene il silenzio.”
Un silenzio che però ha uno squarcio su La Repubblica, quando l’inviato Leonardo Coen, il 27 ottobre 2001, descrive due vittime italiana: 
“La casa della famiglia Di Nardo è appoggiata sulla costa di una collina che annega in un bosco di aceri. E' una villetta da piccolo sogno americano, da emigranti che ce l'hanno fatta. Due teste di zucca affiancano i gradini e annunciano l'arrivo di Halloween. Le zucche pupazzo dei vicini brillano di luce, quelle dei Di Nardo sono buie, cupe, angoscianti: come fossero senza vita. Come la vita strappata della povera Marisa, morta l'11 settembre a Manhattan, mentre si trovava al 105esimo piano, e stava trattando con un cliente americano la compravendita di azioni per conto della Cantor Fitzgerald, la regina del brokeraggio di Wall Street. Anche Gerard Rauzi stava lavorando nel suo ufficio, all'86esimo piano del secondo grattacielo: alle prese con una pratica fiscale da controllare, perché lui era lo 007 delle tasse. Era un uomo meticoloso e affabile. Una persona mite di carattere ma estremamente pignolo nel suo mestiere. Per questo era stato promosso al Wtc.”

La data spartiacque è proprio il 27 settembre. Il giorno prima il Ministro degli Esteri è a New York e l’articolo del 27.09.2001, a firma dell’inviato Augusto Minzolini per La Stampa, inizia così: 
“Ci sono anche le crude cifre a dimostrare che l'attacco alle Twin Towers è stato un attentato all'umanità. Ieri nel suo viaggio a New York il ministro degli Esteri, Renato Ruggiero, ha dato ai numeri sulle vittime italiane una veste ufficiale: «Ci sono stati tanti italo-americani. Poi ci sono 37 oriundi, di cui 27 con doppia nazionalità e 10 con passaporto solo italiano. I nomi debbono rimanere top secret perchè così vogliono gli americani. L'Italia è una delle 78 nazioni che è stata colpita da questa tragedia» (...)”. 
Curiosamente il Corriere della Sera, nell’articolo dello stesso giorno sulla visita del Ministro Ruggero a NY, non fornisce alcun numero e cita solo la frase finale: “colpita anche l' Italia”.

Dopo queste data del settembre/ottobre 2001 i nomi degli italiani spariscono.


Nella cashe di Google trovo ancora due nomi che un sito web non più in linea (www.september11victims.com), segnalava come italiani: Luigi Calvi, “bond trader, Cantor Fitzgerald Confirmed dead, World Trade Center, at/in building, Italian”, Lorraine Lisi, “Fiduciary Trust International Confirmed dead, World Trade Center, at/in building, Italian”.

Dai vari nomi segnalati dalla stampa prima del 27 settembre 2001: Raimondo Cima e Giuseppe Randazzo, Calogero Gambino non compaiono più in alcun elenco delle vittime dell’11/9. Gli altri: Luigi Calvi, Elvira Granito, Marisa Di Nardo, Gerard Rauzi, Lorraine Lisi, Joseph Riverso, Angelo Sereno, Luigi Arena (come Luis Arena), Salvatore Lopes e Vincenzo Di Fazio sono segnalati nel memorial della CNN come americani. Un errore?

Un ultimo fatto non scioglie il problema. Nel 2007 il Ministro degli Esteri Massimo D’Alema, inaugura al Consolato italiano a New York la targa commemorativa di cui avevamo rintracciato la fotografia sul social-network Flicker. Con qualche difficoltà reperisco il video della cerimonia, girato e messo sul web dalla comunità italoamerica.

In quell’occasione si vedono dei famigliari - a turno - leggere una lista di 172 vittime, senza distinzione tra italiani ed italoamericani. 172 nomi, al termine dei quali, prima dell’intervento del ministro D’Alema, si assiste ad una drammatica scena della madre di una vittima il cui figlio, Arturo Angelo Sereno, non era stato citato in elenco. Curiosamente le reiterate scuse per l’omissione non vengono da personale del Consolato, ma dal parente di una vittima che assume su sé la responsabilità della stesura delle lista dei nomi.

Un anno dopo, come abbiamo visto, il Presidente Napolitano, parla di 10 vittime italiani e ben 270 italoamericani. Ma i nomi dei 10 non sono stati mai citati distintamente, così come quelli dei 27 cittadini con doppia nazionalità. Perché, ancora a dieci anni dai fatti?



Rosa Notaro, a sinistra, e Anna Sereno, a destra, con le foto dei loro figli,
Daniella Notaro e Arturo Angelo Sereno
morti nelle Torri gemelle l’11 settembre 2001
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 I 175 nomi sono stati poi pubblicati qui il settembre 2011, ma manca ancora l'ufficialità cui non si è riusciti a pervenire neanche a seguito della vistita al Consolato italiano di New York il 22 settembre 2011

domenica 16 gennaio 2011

Il caso Battisti tra strumentalizzazioni e storia indicibile


A leggere Barbara Spinelli su “la Repubblica” del 5 gennaio, o Antonio Tabucchi su “le Monde” del 15 gennaio, pare che il caso di Cesare Battisti sia utilizzato più per menare in testa Berlusconi che non per denunciare la politica dell’oblio di tutti i governi italiani, la poca solerzia cioè nel richiederne con convinzione e forza l’estradizioni dal Brasile all’Italia.

Mentre questa dimenticanza decennale e bipartisan si sintetizza indirettamente nelle parole del Presidente Napolitano quando, anche con senso d' autocritica, sostiene che l’Italia non sa comunicare la sua storia e il senso di se stessa. La Spinelli e Tabucchi si lagnano dei loro colleghi francesi perché, con la loro difesa di Battisti, indirettamente assecondano la critica alla magistratura italiana svolta dal premier.

Ai due nostri intellettuali preme dimostrare che la magistratura nostrana è indipendente (“la magistrature en Italie est indépendante”) e “la sua indipendenza è ben più solida che in Francia”. Loro intento, prima della giustizia verso le vittime dei PAC, è che tutta l’intellighenzia europea si schieri compatta contro Berlusconi.

Naturalmente il caso Battisti è stato cavalcato da molte parti (da D’Elia alla Santanché) per i più diversi scopi politico-pubblicitari, ma vale poco affrontarli perché il dilemma vero risiede nella problematica della condivisione della storia d’Italia: tanto sulle vicende del terrorismo, quanto su quelle della magistratura.

Due storie che meriterebbero l’intervento d’intellettuali coraggiosi ed anticonformisti, e non di chierici partigiani.

Due storie che sicuramente si toccano in più punti, come nel corso di indagini e di processi che già solo per la loro lunghezza spesso negano verità e giustizia.

Ma soprattutto due storie che comprendono fatti ancora indicibili. E questa indicibilità è il motivo profondo che spiega la difficoltà di condividere e comunicare dentro, fuori o lontano dal nostro paese una storia unitaria.


P.S. Tale cortocircuito si manifesta nel manifesto, apparso a Milano ad Aprile 2011, che ha destato furibonde, quanto, in sostanza, sterili polemiche.