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| La mostra allestita a Bruxelle in occasione della Giornata europea in memoria delle vittime del terrorismo |
giovedì 14 marzo 2013
Catalogo della mostra "L'Europa contro il terrorismo. Lo sguardo della vittima"
Il catalogo (in inglese) della mostra "Europa
contro il terrorismo, lo sguardo della vittima" , da me curata per la
parte italiana, sul sito della Commissione Europea."Europa contro il terrorismo, lo sguardo della
vittima" è un progetto culturale europeo sviluppato e prodotto dalla
Fundaciòn Miguel Angel Blanco in collaborazione con l'Associazione
francaise des Victimes du terrorisme AfVT e l'Associazione Italiana
Vittime del Terrorismo AIVITER, con il sostegno finanziario della
Commissione europea.
mercoledì 30 gennaio 2013
The Victims of the Shoa and Those of Terrorism
Speech by Luca Guglielminetti for PLENARY MEETING OF THE RADICALISATION AWARENESS NETWORK (RAN) on 28 January 2013
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domenica 27 gennaio 2013
Le vittime della Shoah e quelle del terrorismo
INTERVENTO PER LA RIUNIONE PLENARIA DELLA RETE DI SENSIBILIZZAZIONE AL PROBLEMA DELLA RADICALIZZAZIONE - Radicalisation Awareness Network (RAN) - DELLA COMMISSIONE EUROPEA, DG AFFARI INTERNI. Bruxelles, 28.01.2013
In occasione del lancio delle rete RAN nel settembre 2011, paragonai la
narrativa delle vittime del terrorismo a quella dei sopravvissuti dei
campi di concentramento nazisti. L'insieme delle testimonianza dei
sopravvissuti, succedutesi nel secondo dopoguerra, tra pubblicazioni ed
interviste audiovisive, costituiscono un corpus letterario dotato di un
carattere fondante dei valori dell'edificio europeo che in quel periodo
prendeva avvio grazie all'opera dei vari Monet, Shumann, Adenauer, De
Gasperi.
Tale corpus possiamo considerarlo anche come forma di contro narrazione rispetto alla propaganda fascista, razzista, nazionalista e sciovinista che si era dispiegata tra le due guerre in molti paesi europei. L'intento reiterato di tanti testimoni dell'olocausto era infatti: “racconto oggi perché non si ripeta domani”.
Oggi, a distanza di decenni, nonostante le molte iniziative didattiche che ancora si attuano nelle scuole di tutta Europa per rendere vivo il monito di quelle testimonianze, sappiamo che quel corpus non ha impedito che gruppi e singoli si facessero interpreti attivi, e spesso violenti, di nuove forme eredi di fascismo o razzismo. Ma, d'altra parte, anche se non è possibile misurare quanto quel corpus e la sua di diffusione tra i giovani europei - pensiamo alla lettura del diario di Anna Frank, per fare un solo esempio - abbia funzionato in termini di prevenzione, è innegabile che esso abbia svolto un ruolo pedagogico determinante nella formazione culturale e nelle capacità critiche di intere generazioni, largamente immuni da virus totalitari e xenofobi.
L'ipotesi che formulai in quell'occasione fu che le vittime delle terrorismo con le loro testimonianze possano svolgere un ruolo analogo nel contesto attuale dei pericoli di radicalizzazione violenta in Europa.
Quali le differenza, quali le analogie tra le due narrative? L'ipotesi è confermata? A quali condizioni?
Tra le analogie ne segnalo tre.
La prima è che da parte delle vittime del terrorismo è fatto proprio lo stesso approccio descritto da Primo Levi in relazione alle vittime dell’Olocausto verso i loro carnefici: “Né perdono, né vendetta, ma giustizia”.
La seconda, l'obbligo, seppur spesso assai faticoso, di testimoniare. Tzvetan Todorov insegna che quando gli avvenimenti vissuti dall’individuo o dal gruppo sono di natura eccezionale o tragica, il diritto di ricordare e di testimoniare diventa un dovere. Un dovere al quale le vittime del terrorismo raramente si sottraggono nelle scarse occasioni loro offerte.
La terza il valore e il limite di tale testimonianza. E’ sempre Primo Levi che ci insegna che non spetta alle ex vittime di capire i propri assassini. Le loro testimonianze costituiscono solo una parte delle fonti utili per ricostruire la storia e comprendere la verità dei fatti, ma possiedono un valore etico e morale che è imprescindibile ad un pedagogia indirizzata alla tolleranza e alla convivenza civile democratica e non violenta.
Passo ora alle differenze.
La più evidente è quella quantitativa: un numero minore di vittime segue evidentemente un corpus minore di opere.
C'è poi la diversificazione geografica e temporale dei fatti di terrorismo che spaziano dagli anni '60 del XX secolo ad oggi in aree diverse, con intensità e caratteristiche proprie.
La differenza che però mi interessa sottolineare è quella che rende più problematica la narrativa delle vittime del terrorismo nei confronti dei fruitori delle loro testimonianze.
Tale differenza, risiede nella natura stessa del fenomeno che sfugge ad una lettura immediata e ad una interpretazione manichea. Non è un caso che sia quasi un secolo che la comunità internazionale cerca una definizione condivisa che definisca in modo univoco il terrorismo.
Le vittime del terrorismo sono vittime, infatti, di un fenomeno di non facile interpretazione da parte della società e della pubblica opinione, per il carattere equivoco della sua comunicazione e quello indiretto dei suoi metodi di agire. Un fenomeno nel quale il movente degli atti è giustificato dagli autori con cause "buone" o in risposta a gravi ingiustizie patite, mentre il suo agire si indirizza con violenza, nella maggioranza dei casi, verso soggetti completamente casuali, o debolmente connessi alle presunte responsabilità addebitate loro dagli autori.
In sintesi, i piani di lettura del fenomeno sono molteplici e non tutti espliciti, e questa peculiarità non facilità il riconoscimento delle vittime come parte 'positiva' del conflitto nella quale identificarsi da parte del corpo della società. Una parte di questo resta infatti coinvolto nella propaganda e individua come eroe, il terrorista; un'altra parte resta neutrale al conflitto, interdetta dalla complessità ed opacità dei molteplici interessi delle parti in gioco.
Allora, se il superstite della barbarie nazifascista, nel suo narrare, descrive e mette in guardia dalla banalità del male, per usare la definizione di Hanna Arendt, in un contesto che è estremo, per violenza organizzata, ma lineare per i ruoli delle parti (chi sono i responsabili, chi le vittime, chi i soggetti che hanno aiutato le vittime, chi quelli che hanno aiutato i carnefici…); la vittima del terrorismo, dal canto suo, deve descrivere un male che si manifesta attraverso un atto che comunica, oltre un terrore diffuso, un messaggio il cui destinatario non è sempre chiaramente identificabile o univoco, e i cui attori, ad eccezione delle vittime stesse, agiscono in un contesto geopolitico internazionale nel quale sono portatori di molteplici interessi, taluni palesi altri occulti.
Prendiamo il caso di ETA in Spagna. Qualcuno può negare che la Francia, paese confinante con i Paesi Baschi, abbia avuto un atteggiamento univoco e trasparente verso i terroristi dell' ETA che agivano di nascosto nel suo territorio? Una delle prime lezioni apprese dalle vittime del terrorismo italiane, fin dagli anno '80, è che il terrorismo, anche quello che può sembrare il più locale ed endogeno, è sempre un fenomeno internazionale.
Ancora più difficile da raccontare è il contesto degli attentati di matrice jihadista con la sua rete di cellule che si interseca in una fitta e opaca rete di relazioni geopolitiche, la cui complessità è incomparabile con la semplicità dello schema in campo durante la Seconda Guerra mondiale: con le Potenze dell'asse, da una parte, e le Nazioni Alleate, dall'altra.
Questa differenza, che evidenzia la complessità che la narrazione delle vittime del terrorismo deve affrontare per descrivere il contesto nel quelle si sono trovati a subire la violenza e il dolore, trova un soluzione proprio nel livello sovranazionale, come quello europeo, che svincoli in qualche modo, i fatti e il loro valore morale, dalla contingenza politica nazionale, dove rischiano di restare chiusi in letture sterili o strumentali, e così depotenziate del loro valore morale e pedagogico.
Pensiamo alla situazioni delle vittime dell'attentato dell'11 Marzo 2004 alle stazioni di Madrid. Ricorderete che il giorno stesso si affrontarono due ipotesi diverse sulla responsabilità di quella strage, quella dell'Eta e quella Jihadista, avanzate in modo politicamente strumentale dai due maggiori partiti spagnoli in funzione delle imminenti elezioni parlamentari e in relazione al loro diverso atteggiamento di fronte all'intervento nella guerra in Iraq e di fronte al separatismo Basco. In questo modo le vittime potevano osservare che il loro dolore non aveva un valore di per sé, assoluto, ma acquisiva un valore relativo in funzione dell’ideologia in nome della quale erano state attaccate.
E' quindi solo da un livello sovranazionale che possono giungere a maturazione le condizione di premessa che affidano valore alla testimonianza delle vittime del terrorismo. Il primo passo in questo senso è stata l'istituzione della Giornata Europea in Memoria delle Vittime del terrorismo introdotta dal Europarlamento nel 2004 e il documento di lavoro della Commissione Europea del 2005 intitolato "Lotta al terrorismo. Un memoriale dedicato alle vittime del terrorismo" il cui incipit recita: "Quando un cittadino della UE è vittima del terrorismo è l'intera comunità dei cittadini dell'Unione ad esterne vittima". Questi due atti sono stato il prologo alle attività che si sono succedute negli anni successivi, e che attraverso progetti e reti sostenute e finanziate dalla Commissione, hanno permesso alle vittime e alle loro organizzazioni di maturare una analisi sempre più approfondita delle criticità e delle potenzialità delle loro voce.
Un primo quadro delle condizioni per cui la voce delle vittime può diventare una contro narrazione efficace, analoga a quelle dai reduci della Shoah, sono contenute nel documento con le raccomandazioni preparate del nostro gruppo di lavoro in seno alla RAN.
Ma la più importante è presente anche nel 'Discussion paper' di domani, laddove si richiede supporto per le vittime del terrorismo. Tale supporto va inteso come necessità di elevare il loro status sociale e morale, con politiche che, favorendo un percorso di resilienza, valorizzi e potenzi l'autorevolezza della loro voce e testimonianza di fronte alla pubblica opinione. Queste politiche di supporto, a livello locale, nazionale ed europeo, sono quindi una precondizione perché la voce delle vittime del terrorismo acquisti il valore e la forza di una contro narrativa dotata di valore pedagogico nella prevenzione del radicalismo violento tra i giovani e gli studenti, da una parte, e capace di contrastare le differenti forme di propaganda con i loro messaggi di distruzione, odio, razzismo e intolleranza, dall’altra.
Grazie della vostra attenzione.
Tale corpus possiamo considerarlo anche come forma di contro narrazione rispetto alla propaganda fascista, razzista, nazionalista e sciovinista che si era dispiegata tra le due guerre in molti paesi europei. L'intento reiterato di tanti testimoni dell'olocausto era infatti: “racconto oggi perché non si ripeta domani”.
Oggi, a distanza di decenni, nonostante le molte iniziative didattiche che ancora si attuano nelle scuole di tutta Europa per rendere vivo il monito di quelle testimonianze, sappiamo che quel corpus non ha impedito che gruppi e singoli si facessero interpreti attivi, e spesso violenti, di nuove forme eredi di fascismo o razzismo. Ma, d'altra parte, anche se non è possibile misurare quanto quel corpus e la sua di diffusione tra i giovani europei - pensiamo alla lettura del diario di Anna Frank, per fare un solo esempio - abbia funzionato in termini di prevenzione, è innegabile che esso abbia svolto un ruolo pedagogico determinante nella formazione culturale e nelle capacità critiche di intere generazioni, largamente immuni da virus totalitari e xenofobi.
L'ipotesi che formulai in quell'occasione fu che le vittime delle terrorismo con le loro testimonianze possano svolgere un ruolo analogo nel contesto attuale dei pericoli di radicalizzazione violenta in Europa.
Quali le differenza, quali le analogie tra le due narrative? L'ipotesi è confermata? A quali condizioni?
Tra le analogie ne segnalo tre.
La prima è che da parte delle vittime del terrorismo è fatto proprio lo stesso approccio descritto da Primo Levi in relazione alle vittime dell’Olocausto verso i loro carnefici: “Né perdono, né vendetta, ma giustizia”.
La seconda, l'obbligo, seppur spesso assai faticoso, di testimoniare. Tzvetan Todorov insegna che quando gli avvenimenti vissuti dall’individuo o dal gruppo sono di natura eccezionale o tragica, il diritto di ricordare e di testimoniare diventa un dovere. Un dovere al quale le vittime del terrorismo raramente si sottraggono nelle scarse occasioni loro offerte.
La terza il valore e il limite di tale testimonianza. E’ sempre Primo Levi che ci insegna che non spetta alle ex vittime di capire i propri assassini. Le loro testimonianze costituiscono solo una parte delle fonti utili per ricostruire la storia e comprendere la verità dei fatti, ma possiedono un valore etico e morale che è imprescindibile ad un pedagogia indirizzata alla tolleranza e alla convivenza civile democratica e non violenta.
Passo ora alle differenze.
La più evidente è quella quantitativa: un numero minore di vittime segue evidentemente un corpus minore di opere.
C'è poi la diversificazione geografica e temporale dei fatti di terrorismo che spaziano dagli anni '60 del XX secolo ad oggi in aree diverse, con intensità e caratteristiche proprie.
La differenza che però mi interessa sottolineare è quella che rende più problematica la narrativa delle vittime del terrorismo nei confronti dei fruitori delle loro testimonianze.
Tale differenza, risiede nella natura stessa del fenomeno che sfugge ad una lettura immediata e ad una interpretazione manichea. Non è un caso che sia quasi un secolo che la comunità internazionale cerca una definizione condivisa che definisca in modo univoco il terrorismo.
Le vittime del terrorismo sono vittime, infatti, di un fenomeno di non facile interpretazione da parte della società e della pubblica opinione, per il carattere equivoco della sua comunicazione e quello indiretto dei suoi metodi di agire. Un fenomeno nel quale il movente degli atti è giustificato dagli autori con cause "buone" o in risposta a gravi ingiustizie patite, mentre il suo agire si indirizza con violenza, nella maggioranza dei casi, verso soggetti completamente casuali, o debolmente connessi alle presunte responsabilità addebitate loro dagli autori.
In sintesi, i piani di lettura del fenomeno sono molteplici e non tutti espliciti, e questa peculiarità non facilità il riconoscimento delle vittime come parte 'positiva' del conflitto nella quale identificarsi da parte del corpo della società. Una parte di questo resta infatti coinvolto nella propaganda e individua come eroe, il terrorista; un'altra parte resta neutrale al conflitto, interdetta dalla complessità ed opacità dei molteplici interessi delle parti in gioco.
Allora, se il superstite della barbarie nazifascista, nel suo narrare, descrive e mette in guardia dalla banalità del male, per usare la definizione di Hanna Arendt, in un contesto che è estremo, per violenza organizzata, ma lineare per i ruoli delle parti (chi sono i responsabili, chi le vittime, chi i soggetti che hanno aiutato le vittime, chi quelli che hanno aiutato i carnefici…); la vittima del terrorismo, dal canto suo, deve descrivere un male che si manifesta attraverso un atto che comunica, oltre un terrore diffuso, un messaggio il cui destinatario non è sempre chiaramente identificabile o univoco, e i cui attori, ad eccezione delle vittime stesse, agiscono in un contesto geopolitico internazionale nel quale sono portatori di molteplici interessi, taluni palesi altri occulti.
Prendiamo il caso di ETA in Spagna. Qualcuno può negare che la Francia, paese confinante con i Paesi Baschi, abbia avuto un atteggiamento univoco e trasparente verso i terroristi dell' ETA che agivano di nascosto nel suo territorio? Una delle prime lezioni apprese dalle vittime del terrorismo italiane, fin dagli anno '80, è che il terrorismo, anche quello che può sembrare il più locale ed endogeno, è sempre un fenomeno internazionale.
Ancora più difficile da raccontare è il contesto degli attentati di matrice jihadista con la sua rete di cellule che si interseca in una fitta e opaca rete di relazioni geopolitiche, la cui complessità è incomparabile con la semplicità dello schema in campo durante la Seconda Guerra mondiale: con le Potenze dell'asse, da una parte, e le Nazioni Alleate, dall'altra.
Questa differenza, che evidenzia la complessità che la narrazione delle vittime del terrorismo deve affrontare per descrivere il contesto nel quelle si sono trovati a subire la violenza e il dolore, trova un soluzione proprio nel livello sovranazionale, come quello europeo, che svincoli in qualche modo, i fatti e il loro valore morale, dalla contingenza politica nazionale, dove rischiano di restare chiusi in letture sterili o strumentali, e così depotenziate del loro valore morale e pedagogico.
Pensiamo alla situazioni delle vittime dell'attentato dell'11 Marzo 2004 alle stazioni di Madrid. Ricorderete che il giorno stesso si affrontarono due ipotesi diverse sulla responsabilità di quella strage, quella dell'Eta e quella Jihadista, avanzate in modo politicamente strumentale dai due maggiori partiti spagnoli in funzione delle imminenti elezioni parlamentari e in relazione al loro diverso atteggiamento di fronte all'intervento nella guerra in Iraq e di fronte al separatismo Basco. In questo modo le vittime potevano osservare che il loro dolore non aveva un valore di per sé, assoluto, ma acquisiva un valore relativo in funzione dell’ideologia in nome della quale erano state attaccate.
E' quindi solo da un livello sovranazionale che possono giungere a maturazione le condizione di premessa che affidano valore alla testimonianza delle vittime del terrorismo. Il primo passo in questo senso è stata l'istituzione della Giornata Europea in Memoria delle Vittime del terrorismo introdotta dal Europarlamento nel 2004 e il documento di lavoro della Commissione Europea del 2005 intitolato "Lotta al terrorismo. Un memoriale dedicato alle vittime del terrorismo" il cui incipit recita: "Quando un cittadino della UE è vittima del terrorismo è l'intera comunità dei cittadini dell'Unione ad esterne vittima". Questi due atti sono stato il prologo alle attività che si sono succedute negli anni successivi, e che attraverso progetti e reti sostenute e finanziate dalla Commissione, hanno permesso alle vittime e alle loro organizzazioni di maturare una analisi sempre più approfondita delle criticità e delle potenzialità delle loro voce.
Un primo quadro delle condizioni per cui la voce delle vittime può diventare una contro narrazione efficace, analoga a quelle dai reduci della Shoah, sono contenute nel documento con le raccomandazioni preparate del nostro gruppo di lavoro in seno alla RAN.
Ma la più importante è presente anche nel 'Discussion paper' di domani, laddove si richiede supporto per le vittime del terrorismo. Tale supporto va inteso come necessità di elevare il loro status sociale e morale, con politiche che, favorendo un percorso di resilienza, valorizzi e potenzi l'autorevolezza della loro voce e testimonianza di fronte alla pubblica opinione. Queste politiche di supporto, a livello locale, nazionale ed europeo, sono quindi una precondizione perché la voce delle vittime del terrorismo acquisti il valore e la forza di una contro narrativa dotata di valore pedagogico nella prevenzione del radicalismo violento tra i giovani e gli studenti, da una parte, e capace di contrastare le differenti forme di propaganda con i loro messaggi di distruzione, odio, razzismo e intolleranza, dall’altra.
Grazie della vostra attenzione.
Comunicato Stampa della Commissione Europea: Più agguerriti contro l’estremismo violento
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domenica 11 novembre 2012
Counternarration for Counterterrorism (C4C): CVE project
Counternarration for Counterterrorism (C4C): abstract of the European project. The web platform THE TERRORISM SURVIVORS STORYTELLING ,GLOBAL PLATFORM FOR RESILIENCE STORIES AND RADICALISATION AWARENESS and the prevention work in the schools
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mercoledì 31 ottobre 2012
Terrorismo: quelle storie di vittime di serie B
da Panorama, del 31 ottobre 2012. Autore, Giovanni Fasanella
Terrorismo: quelle storie di vittime di serie B by Luca Guglielminetti on Scribd
lunedì 9 luglio 2012
Conferenza sulle vittime al Global Counter-Terrorism Forum di Madrid
Intervento italiano al Forum globale sulla lotta al terrorismo (GCTF) a Madrid del 9 luglio 2012
Il Presidente Aiviter, Dante Notaristefano, con il consulente Luca Guglielminetti, è intervenuto a Madrid lunedì 9 luglio alla
Conferenza d’alto livello sulle Vittime del Terrorismo organizzata dal
Forum globale sulla lotta al terrorismo (GCTF), dal Governo spagnolo e
dalla Commissione europea (DG Home).
Ringrazio il Ministero degli Esteri Italiano, la Commissione Europea e
il Global Counter Terrorism Forum per avermi nuovamente invitato dopo
l’incontro del 19 settembre scorso a New York in occasione del X
anniversario dell’attacco alle Twin Tower.
Il contributo che, come Associazione Italiana Vittime del Terrorismo
(AIVITER), vorremmo dare in questa Conferenza si esplica in alcune brevi
considerazioni in merito alla bozza del Piano di Azione del GCTF per le
Vittime del Terrorismo, alla luce di quasi 30 anni di attività del
nostro sodalizio.
Il fatto che il nostro paese, come quello che ci ospita oggi, la
Spagna, abbiano una lunga esperienza di terrorismo, nata fin quasi dalla
metà del secolo scorso, ci ha consentito di maturare una esperienza
ormai pluridecennale come organizzazione che, riunendo centinaia di
vittime del terrorismo italiane, loro familiari e superstiti, ha cercato
in forma mutualistica di fornire a tutti – pur tra moltissime
difficoltà di ogni tipo – una risposta ai vari ordini di bisogni sociali
e psico-sanitari.
Se oggi Italia e Spagna hanno tra le legislazioni nazionali più
avanzate al mondo in favore delle vittime del terrorismo, nel nostro
paese ciò è potuto avvenire grazie alla collaborazione attiva tra le due
principali Associazioni italiane e le istituzioni legislative del
Parlamento.
Lo Stato italiano è intervenuto dapprima con le leggi n.466/1980,
n.302/1990, n.407/1998 e quindi con la legge n.206 del 3 agosto 2004
denominata “Nuove norme in favore delle vittime del terrorismo e delle
stragi di tale matrice” che, con successive modificazioni, ci risulta
essere la più organica e sistemica in Europa. La finalità nel suo
complesso è di assicurare strumenti sempre attuali, più ampi ed adeguati
di tutela e di sostegno alle vittime ed ai loro familiari. L’aspetto
innovativo di tale legge è l’importante principio che riconosce e
tutela, in aggiunta alla vittimizzazione primaria, cioè quella delle
vittime dirette, anche la vittimizzazione secondaria, vale a dire che
non solo tutte le vittime dirette, ma anche i loro stretti familiari
(coniuge e figli) sono considerati vittime del terrorismo meritevoli di
tutela e di alcuni specifici benefici.
Altro importante principio è quello che soggetti beneficiari sono i
cittadini italiani, ma anche gli stranieri, senza alcuna distinzione,
vittime di attentati terroristici avvenuti sul territorio italiano e i
cittadini italiani per attentati avvenuti all’estero dal 1961.
Il tempo non mi consente di illustrare in dettaglio i vari benefici
che tale legge fondamentale riconosce alle vittime e mi limito ad
indicare che per le varie categorie sono previsti benefici economici,
fiscali, assistenziali, pensionistici, indennitari, sanitari e
giudiziari, oltre ad un significativo riconoscimento: il conferimento,
da parte del Presidente della Repubblica, dell’onorificenza di “vittima
del terrorismo” con la consegna di una medaglia d’oro agli invalidi in
vita e, per i deceduti,alla vedova o ai figli.
In sostanza, quanto ho esposto ci consente di definirla una buona
legge, anche se a nome delle vittime dobbiamo lamentare che rimangono
ancora irrisolti diversi nodi sia interpretativi che attuativi per
l’applicazione da parte degli Enti pensionistici degli importanti
benefici previdenziali.
Per quanto concerne l’attività relativa alla valorizzazione della
voce delle vittime e alla costruzione di reti di relazione tra le
Associazioni di vittime di paesi diversi, alcune delle raccomandazioni
contenute nel Piano di Azione del GCTF per le Vittime del Terrorismo
sono già una realtà in Italia o in parte d’Europa.
Ad esempio, per aumentare la visibilità e l’influenza delle vittime
del terrorismo sulla pubblica opinione, la nostra Associazione ha
iniziato ad utilizzare internet da oltre dieci anni. Ha sviluppato un
sito che tra l’altro presenta le storie di ciascuna delle oltre 400
vittime italiane. Un sito internet visitato da decine di migliaia di
persone ogni mese. Più recentemente è approdata sui social network
(Facebook e Vimeo), e sta inoltre predisponendo – destinata ai giovani
nelle scuole secondarie – una attività di educazione alla cittadinanza
attiva e alla cultura del dialogo e della non violenza.
Grazie alle politiche della Commissione Europea, avviate dopo le
stragi alle stazioni di Madrid del 2004, lo scambio di esperienze in
ogni campo con le Associazioni di vittime presenti nei diversi paesi
d’Europa, è diventato una prassi consolidata, che ci ha permesso ad
esempio di confrontare le differenti legislazioni nazionali, o le
similitudini nei bisogni e nelle necessità di assistenza psicologica.
L’attività di prevenzione della radicalizzazione che porta al
terrorismo è l’ultima frontiera che le vittime del terrorismo stanno
affrontando. La loro testimonianza assurge ad un ruolo proattivo di
contrasto e prevenzione alla cultura, al linguaggio, all’antropologia
dei radicalismi. Un ruolo nuovo, quindi, rivolto al futuro: le memorie
di un passato doloroso non sono più solo la celebrazione di un presente
che ha vinto sul terrorismo, ma diventano un presidio permanente per
evitare ritorni e combattere sul nascere le nuove insorgenze.
Ma non è possibile esimersi dal sottolineare che i vari ruoli che le
vittime possono svolgere, diventano spesso delicati quando devono
coordinarsi con gli organi degli Stati nazionali. E’ sempre stato
delicato, e ancora si manifesta come tale, il rapporto tra le
Associazioni delle vittime del terrorismo e gli organi delle
amministrazioni pubbliche.
Se molti Stati riconoscono il loro dovere di risarcire le vittime del
terrorismo, è pur vero che con quell’atto – almeno da un certo punto di
vista – lo Stato ammette la sua responsabilità nella mancata
prevenzione di quanto è avvenuto. Per non dire dei casi limite di quando
pezzi o servizi dello Stato provvedono a fornire copertura agli autori
responsabili degli attentati, magari con operazioni di depistaggio delle
indagini giudiziarie, come purtroppo in alcune vicende si è verificato.
Le vittime cercano di capire o per trovare spiegazioni su quanto
loro occorso o per dovere verso i loro cari assassinati e così seguono i
processi, le varie commissioni di indagine, le notizie, e diventano i
soggetti della società civile più avvertiti della natura profonda del
terrorismo, che possono quindi, se adeguatamente supportati, svolgere
una funzione di prevenzione importante verso il radicalismo e il
terrorismo, ma le vittime sono avvertite anche delle ambiguità dello
Stato, soprattutto quelle che si celano sotto la ‘Ragion di Stato’ con
le relative prassi oscure che, seppur necessarie magari a garantire la
sicurezza interna nazionale, lasciano comunque a volte seri dubbi su
talune responsabilità degli organi dello Stato.
Da qui l’augurio che sia possibile distinguere bene e ragionare sugli
obiettivi elencati nel Piano di Azione del GCTF per le Vittime del
Terrorismo sceverando tra quelli da perseguire a livello di Stati
nazionali e quelli che è importante siano delegati a livello di entità
sovranazionali, come l’Unione Europea, le Nazioni Unite o il Global
Counter Terrorism Forum.
Grazie delle vostra attenzione.
Dante Notaristefano, Presidente Aiviter
-> Versione francese
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venerdì 15 giugno 2012
I Diritti Umani delle Vittime del Terrorismo
Relazione annuale presentata al Consiglio dei Diritti Umani dal nuovo Relatore Speciale, Ben Emmerson, sulla promozione e protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo.
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domenica 3 giugno 2012
Il libro scandalo di Massimo Coco
Ricordare stanca, il libro di Massimo Coco, figlio del
Procuratore Generale di Genova Francesco ucciso con la scorta dalla
Brigate Rosse a Genova nel 1976, si presenta certamente anomalo nel
panorama della letteratura dei figli degli anni
'70, e in particolare quella che investe le vittime del terrorismo. Tale
natura particolare, sono certo che assicuri a questo libro vita
difficile, per non dire ostracismo, in un paese dove la polemica
culturale è ingessata da vent'anni sugli stessi binari morti e dove sui
temi del terrorismo vige un conformismo ferreo tra le parti. I
supplementi dei quotidiani e le riviste letterarie si guarderanno bene
dal recensirlo, anche se in vero Ricordare stanca chiude un ciclo di
produzione editoriale: quello aperto nel 2006 da Giovanni Fasanella, con
il suo I silenzi degli innocenti.
L'anomalia del libro si articola, da una parte, nell'approccio irriverente e sarcastico dell'autore verso quanto è stato scritto ed agito dai colleghi di disgrazia, in particolare dagli altri figli autori di libri e interpreti del ruolo di vittime del terrorismo; dall'altra nell'approccio laico, al confine con il paganesimo, verso i cosiddetti "ex terroristi" e "cattivi maestri".
Nel Capito 2 troviamo una caustica descrizione del modo in cui si articola il mondo delle vittime, superstiti e familiari, del terrorismo: "…la prima Grande Classificazione Organica di quella specie animal-umana denominata appunto "Vittime del Terrorismo". Un Victimarium che, parafrasando la tassonometria dantesca con i suoi 'gironi' e 'bolge', introduce la prima questione politicamente scorretta, con la macro divisione tra vittime di serie A (le VIPtime) e quelle di serie B (le vittime).
Al ciclo aperto da Fasanella con i ritratti paritetici ed orizzontali di una selezione di vittime del terrorismo e delle stragi, cui veniva restituita la parola dopo decenni di silenzio e sudditanza alla dittatura testimoniale degli ex terroristi, era seguita la produzione delle opere dei singoli: i figli o le figlie dei vari Calabresi, Tobagi, Rossa, Moro… Giunge adesso il libro di Massimo Coco a chiudere il ciclo, assumendosi la responsabilità di fare un bilancio agro-dolce di tale produzione editoriale con relativi risvolti pratici: le carriere dei singoli, ma soprattutto la loro diffusa attitudine a predicare e praticare la pacificazione con gli ex terroristi.
Su questo terreno si innesta la seconda peculiare anomalia del libro: la rivendicazione del diritto alla rabbia verso cotanta barbaria. Diritto tanto più reclamato in virtù del fatto che i responsabili materiali dell'omicidio del padre, Francesco Coco, non sono stati mai identificati dalla giustizia. Diritto al quale segue la legittima ricerca di vendetta: o quella civile costituita dalla applicazione della giustizia, o quella etica rappresentata dalla facoltà di cogliere ogni occasione per menare schiaffi morali ai cattivi maestri che ancora rivendicano la giustezza della causa per cui presero, od invitarono a prendere, in mano le armi.
Una vendetta, quella di Massimo Coco, che accoglie la cultura civile della non violenza ma che, nel contesto di un vita di musicista classico e rispettoso della Forza del destino, si configura come richiamo ad una laicità dai toni pagani che mal sopporta la retorica buonista, fatta di amore e pacificazione veicolati a piene mani e lacrime dalla VIPtime.
In conclusione, tutti i libri scritti dai figli delle vittime del terrorismo degli anni di piombo costituiscono in primis un omaggio affettuoso nei confronti dei padri uccisi e degli agli membri di famiglie spezzate (le madri vedove, i fratelli). Essi però formano un corpus letterario che nella sua pluralità di voci, sarebbe bene considerare tutte dotate di valore morale proprio ed autonomo. Un paese civile non avrebbe difficoltà ad accogliere tali differenze: uno ipocritamente cattolico, invece resterà scandalizzato.
venerdì 18 maggio 2012
Quei giornalisti contro Carlo Casalegno
I giornalisti de "La Stampa" ai tempi dell'omicidio di Carlo Casalegno nel 1977 da parte delle Brigate Rosse.
QUEI GIORNALISTI CONTRO CASALEGNO by Luca Guglielminetti on Scribd
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venerdì 4 maggio 2012
L'insegnamento indiretto di Osama bin Laden
Sulle lettere di bin Laden, rese pubbliche nei giorni scorsi, vale la pena soffermarsi per un dettaglio che contiene un grande insegnamento, naturalmente indiretto, dato il soggetto (!).
Purtroppo nel nostro paese conosciamo le difficoltà, di molteplice natura, patite nel tempo dalla vittime del terrorismo e delle stragi, e in questi giorni che si avviano verso la Giornata delle Memoria a loro dedicata, il 9 maggio, penso sia importante che chi si rivolgerà loro a vario titolo, in discorsi e commemorazioni, sappia che, a fianco della retorica del “non dimenticare”, è possibile evocare una attività virtuosa con lo sguardo rivolto al futuro. Quella della testimonianza di sopravvissuti e vittime ha infatti un valore didattico di prevenzione della violenza estremeista di ogni matrice che merita forse più strumenti di comunicazione per l'oggi che monumenti per il passato.
I documenti personali di Osama bin Laden, rilasciati dalle forze armate statunitensi, rivelano quanto fosse considerato dannoso per Al-Qaeda la potenza della testimonianza dei sopravvissuti e delle vittime del terrorismo. Quando l'ex sceicco del terrore scrive: “Se gli affiliati di al-Qaida continuano a uccidere i civili musulmani, rovineranno [tutto] e allontaneranno le persone, che potrebbero essere convinte dai nemici...”, dimostra di temere che le storie delle vittime e l'impatto negativo degli attacchi sulla vita dei civili musulmani provochino nei potenziali seguaci di Al-Qaeda una grave perdita di “fede nella jihad" e di fiducia nel metodo terrorista.
Non è quindi un caso che sia a livello di Nazioni Unite che di Commissione Europea, la lotta al terrorismo e alle forme di radicalizzazione violenza sia ormai condotta non solo con i tradizionali strumenti militari e securitari, ma anche con quelli 'civili' costituti da quegli individui che sono stati vittime del terrorismo e che formano forse il gruppo più potente di messaggeri promotori di una contro-narrativa, attraverso le loro storie personali, che, opponendosi alla propaganda, parla a tutti della 'verità profonda' sul terrorismo.
Non è quindi un caso che sia a livello di Nazioni Unite che di Commissione Europea, la lotta al terrorismo e alle forme di radicalizzazione violenza sia ormai condotta non solo con i tradizionali strumenti militari e securitari, ma anche con quelli 'civili' costituti da quegli individui che sono stati vittime del terrorismo e che formano forse il gruppo più potente di messaggeri promotori di una contro-narrativa, attraverso le loro storie personali, che, opponendosi alla propaganda, parla a tutti della 'verità profonda' sul terrorismo.
Purtroppo nel nostro paese conosciamo le difficoltà, di molteplice natura, patite nel tempo dalla vittime del terrorismo e delle stragi, e in questi giorni che si avviano verso la Giornata delle Memoria a loro dedicata, il 9 maggio, penso sia importante che chi si rivolgerà loro a vario titolo, in discorsi e commemorazioni, sappia che, a fianco della retorica del “non dimenticare”, è possibile evocare una attività virtuosa con lo sguardo rivolto al futuro. Quella della testimonianza di sopravvissuti e vittime ha infatti un valore didattico di prevenzione della violenza estremeista di ogni matrice che merita forse più strumenti di comunicazione per l'oggi che monumenti per il passato.
martedì 28 febbraio 2012
Orgoglio infame: Barbara Balzerani su FB via Cattelan ed Erri De Luca
Un 'capolavoro' di Cattelan, al Guggenheim di New York, è il pretesto per l'ex brigatista Barbara Balzerani per vantarsi via FaceBook dell'eroica impresa di cui furono vittime Aldo Moro e gli uomini della sua scorta (della cui morte è responsabile insieme ad altre efferatezze) .... ancora dopo 35!
La foto le è stata gentilmente segnalata da Erri De Luca, amico e sodale della ex capo colonna romana, uno scrittore che ha messo la retorica delle ingiustizia al servizio di tutte le malefatte del mondo salvo dimenticarsi della più infame: quella di chi uccide innocenti per un 'buona causa' di giustizia.
I fatti tragici che hanno portato l'Italia sull'orlo della più grave crisi istituzionale del dopoguerra, sono, nell'interpretazione di Cattelan, la 'lieta novella', un 'novello avvento': gli è bastato aggiungere la coda da cometa alla stella brigatista della famosa foto di Moro prigioniero, scelta, non a caso, dall'edizione dell'Avvenire. Immagino l'orgoglio 'cristiano' della brigatista e dello scrittore...
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Si veda anche il mio intervento a Bruxelles il 9 marzo 2012 per la VIII Giornata Europea in Memoria delle Vittime del Terrorismo organizzata dalla Commissione Europea e la Rete Europea delle Vittime del Terrorismo (NAVT).
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Si veda anche il mio intervento a Bruxelles il 9 marzo 2012 per la VIII Giornata Europea in Memoria delle Vittime del Terrorismo organizzata dalla Commissione Europea e la Rete Europea delle Vittime del Terrorismo (NAVT).
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giovedì 9 febbraio 2012
Genesi e considerazioni sul photoblog "Girls in revolt"
![]() |
| http://girlsandrevolts.tumblr.com/ |
Colpisce come spesso non sia noto quanto e dove tutto è iniziato.
I punti di inizio, geografici e temporali, in vero forse sono due: uno è la Tunisia quando, tra il dicembre del 2010 e il gennaio 2011, scoppia quella che è stata definita la Rivoluzione dei gelsomini (Jasmin revolution). Ma probabilmente c'è una antenata: la proteste post-elettorali del 2009-2010 in Iran, definite come Green revolution (Rivoluzione verde) o Sea of Green (traducibile come Mare di verde) a ricordare il colore della campagna elettorale del candidato sconfitto Mousavi, ma è stata definita anche come Persian Awakening (Risveglio persiano) o ancora come Twitter Revolution (Rivoluzione di Twitter).
Da queste due ondate di proteste è sorta e seguita la cosiddetta Primavera Araba, in Egitto, nello Yemen, nel Bahrain, e poi in forma drammaticamente bellica nella Libia di Gheddafi, fino alla Siria di questi giorni tragici nei quali la violenza brutale del regime continua a mietere vittime a centinaia, con le complicità infami di Russia e Cina.
Il movimento approda in Europa, a Madrid, il 15 Maggio 2011 con gli indignados / acampados / Democracia Real YA che si estende alle città spagnole e agli altri paese europei, specie quelli latini più colpiti dalla crisi (Grecia, Italia, Francia).
Il 17 settembre 2011, il movimento sbarca negli USA, Occupy Wall Street è la prima di una serie di occupy seguita dal nome di città degli Stati Uniti, del Canada, della Gran Bretagna e in Israele.
In parte disgiunto in parte collegato è la varietà di altri movimenti nelle altre aree del mondo.
In estremo oriente, nella Corea del Sud e nel Giappone, non stupirà che la tragedia del maremoto e dell'incidente nucleare di Fukushima, abbia caratterizzato il movimento sul tema “No nukes”. Un movimento certo antico di decenni, ma che in quei paesi ha avuto nel 2011 nuova grande linfa.
Più curioso il caso del Latinoamerica. Anche lì c'è stato un forte movimento che ha coinvolto le principali città di grandi paesi come il Brasile: quello delle marce delle prostitute, Marcha das Vadias, o Marcha de las Putas. Ma non si può non segnalare il movimento studentesco cileno. O quello “occupy” in paesi come il Porto Rico. O ancora quello delle prostitute in un paese come la Corea del Sud. Per non dire del colletivo femminista ukraino "Femen".
L'idea di “Girls in relvolt” nasce dall'intuizione che la cifra di questi movimenti sia la presenza e il ruolo della donne, in particolare delle giovani donne, con tutta la loro immanente bellezza.
Le ragazze e i temi femministi sono presenti in tutti questi movimenti, così come i social media su Internet e i cellulari sono la piattaforma e le peroferiche su cui si è veicola la comunicazione e, almeno in parte, la organizzazione di tutti questi movimenti.
Le donne, e il loro contributo di idee, di pace, di bellezza e di libertà, spariscono ed escono dalla scena politica quando la rivolta si trasforma in guerra, come è successo in Libia e come rischia di succedere adesso in Siria.
La cifra pacifica così come quella femminile, cui la prima è probabilmente debitrice, abbiamo l'impressione che permettano di connotare questi movimenti più come 'rivolte' che non come 'rivoluzioni'.
Rivolte in senso camusiano, con il senso del limite ben chiaro, in cui i 'no' sono temperati con dei 'sì'. In cui la tentazione nichilista e violenta è ultra minoritaria.
Rivolte anche per la loro evidente lontananza dai movimenti giovanili e rivoluzionari del XX secolo, dalle loro mitologie ed ideologie. Lo si vede anche nell'iconografia del movimento “occupy” che utilizza con grande ironia la grafica dell'avanduardia russo-sovietica degli anni '20/'30 o la maschera di Anonymus, cioè quella di un celebre fumetto, che ha di fatto sostituito il ritratto del Che, quello di un celebre rivoluzionario dei 'mitici' anni '60.
domenica 5 febbraio 2012
Terroristi, vittime e deontologia dei giornalisti: il caso Bianconi
LETTERA AL CORRIERE DELLA SERA.
Quando il
governo stava per approvare la fase due delle liberalizzazioni, abbiamo visto
sui quotidiani l'intervento pronto e tempestivo dell'ordine dei giornalisti che
temendo il provvedimento potesse interessarlo, dispensava esempi delle buone
prassi di giornalismo emanate dal suo esistere. Saremmo allora curiosi di
sapere che cosa farà l'ordine dei giornalisti nei confronti del giornalista del
Corriere della Sera, Giovanni Bianconi, in relazione al suo articolo del 1
febbraio 2012, con il titolo : E l' ex brigatista rivendica il «diritto all'oblio».
Senza
entrare neppure nel merito della turpe pretesa del brigatista di ieri, e oggi
professore, che sia cancellata la memoria storica delle sue azioni compiute da
terrorista, che contiene lo stesso senso di responsabilità del comandante
Schettino della Concordia; il punto che qui vorremo sollevare è un altro e
riguarda un dato di deontologia professionale a livello basico, almeno nei
paesi anglosassoni, dell'attività giornalistica. Nell'articolo di Bianconi
viene salvaguardato l'anonimato e il diritto alla privacy del terrorista e non
quella della vittima!
Il nome del
brigatista rosso Marcello Basili, viene nascosto dalla sue iniziali, mentre il
nome della persona cui egli ha sparato, l'unica che - in quanto vittima -
possegga il diritto alla riservatezza, viene tranquillamente pubblicato,
temiamo senza la minima preoccupazione di chiedere all'interessato, D. G., se
avesse piacere che il suo nome venisse ricordato in merito ad un episodio non
certo piacevole.
In
Inghilterra, o negli USA, il giornalista in questione temo correrebbe seri
rischi di proseguire nella sua professione, in Italia non credo abbia nulla da
temere. Mi smentisce, gentile Sergio Romano?
Luca Guglielminetti, consulente dell'Associazione
Italiana Vittime del Terrorismo
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Nel merito della questione sollevata, segnalo il bell'intervento
su questo blog di Enrico Pozzi
lunedì 23 gennaio 2012
Omaggio a Marshall McLuhan
21 luglio 2011
Oggi è il giorno che dovrebbe celebrare l'importanza dei mass media nella storia umana. Esattamente 100 anni fa nasceva infatti Marshall McLuhan, e prima che scocchi la mezzanotte, un breve omaggio. La recensione della biografia scritta da D. Coupland: You Know Nothing of My Work! che ci ricorda come le scienze umane siano premessa indispensabile alla riflessione sulle tecnologie.
"One must remember that Marshall arrived at these conclusions not by hanging around, say, NASA or I.B.M., but rather by studying arcane 16th-century Reformation pamphleteers, the writings of James Joyce, and Renaissance perspective drawings. He was a master of pattern recognition, the man who bangs a drum so large that it’s only beaten once every hundred years.” ~ Douglas Coupland
Alla sua più famosa massima, oggi ne preferiamo una più amara e letteraria:
"Oggi i modelli di eloquenza non sono i classici, ma le agenzie pubblicitarie".
Sei mesi dopo proponiamo questo omaggio ispirato a “The Mechanical Bride” con una seconda massima:
"Oggi il tiranno non governa più con il bastone o con il pugno di ferro ma, travestito da ricercatore di mercato, pascola il suo gregge sui sentieri della praticità e della comodità"
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